La pandemia, fuori. “Bad Luck Banging or Loony Porn” come ritratto della nazione

Sembra banale e scontato dire che Bad Luck Banging or Loony Porn, ultimo film diretto da Radu Jude e vincitore dell’Orso d’oro all’ultima Berlinale, restituisca lo spirito del tempo di questi anni, tuttavia è quasi impossibile dire il contrario. Mentre ormai sono mesi che stiamo aspettando di vedere dei film che sembrano non uscire mai, messi “nel congelatore” in attesa di un periodo indefinito futuro, nel quale potranno viaggiare liberi, un regista come Jude sembra non avere nessuna intenzione di aspettare, in velocità reagisce alla contemporaneità su tutta la linea. Ne viene fuori, ancora, il ritratto di una nazione, della sua storia e delle sue colpe, tra ipocrisie e ironie: due cose che per il regista sembrano essere strettamente legate.

“The Chaser” e la vertigine della caduta

Sulla scia dell’apprezzamento di pubblico e critica che la vivace filmografia sudcoreana riscuote da diversi anni, facendo parlare di una sorta di nouvelle vague d’Oriente, è recentemente disponibile in Italia l’intera opera del regista Na Hong-jin: The Chaser (2008), The Yellow Sea (2010) e Goksung (2016). Come aveva già fatto Bong Joon-ho nel 2003 in Memorie di un Assassino (Memories of Murder), anche Na Hong-jin in The Chaser prende spunto da una storia vera per dar vita al suo primo lungometraggio: un riuscitissimo debutto, premiato poi come miglior regia sia ai Grand Bell Awards che ai Korean Film Awards e accolto con favore al Festival di Cannes 2008.

 

“Raya e l’ultimo drago” tra novità e ricostruzione

Ciò che maggiormente salta all’occhio durante la visione di questo ultimo film Disney è la sua abilità nell’accontentare il pubblico di oggi senza dover per forza privarsi della sua componente più genuina e, perché no, politica. Si tratta infatti di un film pienamente ancorato al qui e ora più recente, da un punto di vista narrativo, tematico e anche di mercato. Sono anni di grandi e repentini cambiamenti sociali. Le minoranze stanno finalmente trovando una loro voce in grado di rappresentarle e hanno poco alla volta trovato il supporto delle major. Raya e l’ultimo drago quindi prova a sdoganare l’idea di una principessa acqua e sapone per ergere a protagonista una ragazza guerriera nata e cresciuta in un mondo lontano (a Oriente).

“Sulla infinitezza” e la finestra sulla vita quotidiana

Ben lungi dalla voler elargire un retorico discorso sul senso dell’esistenza, Sulla infinitezza accentua la riflessione sul mistero dell’infinito e sulla fragilità del vivere. Nell’incapacità da parte dell’essere umano di elaborare una risposta adeguata, la soluzione di Andersson è ancora quella di soffermarsi ad apprezzare il valore dell’esserci. Anche in un mondo in cui i colori vengono appiattiti fino a confondersi tra loro e scomparire, dove il peso delle croci portate nei calvari quotidiani tormenta gli individui perseguitandoli anche nel sonno, o in cui addirittura un dittatore che ha sfiorato con le proprie mani il potere assoluto si rende conto di essere una presenza insignificante, l’unica possibilità per un sopravvivenza dignitosa è rendersi conto della meraviglia di esistere.

“Il mio nome è clitoride” verso una nuova educazione sessuale

Per 80 minuti dodici ragazze, aprendosi con genuinità e delicatezza, raccontano il loro rapporto con la sessualità a partire dall’ iniziazione. Portano alla luce esperienze e spunti di riflessione, per cominciare a ripensare all’educazione sessuale e all’informazione, proponendone un nuovo modello. Lisa Billuard Monet e Daphné Leblond, due giovani registe uscite da qualche anno dall’ INSAS belga, decidono, a partire da un dibattito tra di loro, che al mondo occorreva qualcosa. Con Il mio nome è clitoride, presentato nel 2019 al FIFF nella categoria Place aux docs, compiono una vera e propria azione sociale, lasciando un documento prezioso e necessario.

“Un confine incerto” squarcia il velo dell’abuso

Isabella Sandri, al suo quarto lungometraggio, sceglie di affrontare un soggetto storicamente problematico per il cinema (in particolare quella nazionale) come se il fastidio misto a terrore per l’infanzia tradita fossero troppo ingombranti per dar loro voce attraverso le immagini. Come se nessuno se la sentisse di trattare seriamente e con coscienza il tema della pedofilia per una forma di vero disinteresse o solo per mancanza di coraggio. Anche per questo Un confine incerto è un film che ha in primis il grande merito di squarciare il velo mediatico di ipocrisie e falsi pudori, con delicatezza raffinata, senza mai trascendere in voyeurismo o melodrammaticità.

La scena e l’archivio. “50 – Santarcangelo Festival ” tra arte e vita

50 – Santarcangelo Festival è il nuovo documentario scritto e diretto da Michele Mellara e Alessandro Rossi. Voci, suoni e immagini si fondono per raccontare, come suggerisce già il titolo, i cinquant’anni del più antico festival italiano dedicato all’arte teatrale contemporanea e alla danza. I materiali dell’archivio della Cineteca di Bologna, di Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia, di Rai Teche, l’archivio personale di Mario Martone e tanti altri, restituiscono a chi non ha ancora vissuto il Festival un’idea della sua lungimiranza e avanguardia. Così, guardando 50 – Santarcangelo Festival e ascoltando i racconti di alcuni dei suoi protagonisti, emerge il forte intreccio tra arte e vita. 

“The Dissident” e la scatola nera dei regimi

Bryan Fogel, già vincitore dell’Oscar per Icarus, in cui denunciava il sistema russo del doping di stato, costruisce con The Dissident un documentario potente, che utilizza i fondamentali della retorica – umanizzazione dell’eroe, costruzione dell’empatia verso chi resta e lotta contro l’ingiustizia – ma non vuole eccedere nei sentimentalismi. Il suo discorso usa l’emotività come uno strumento e non come un fine, per coinvolgere lo spettatore e dirigerlo verso considerazioni socio-politiche più estese del singolo caso saudita, dall’atteggiamento degli stati sovrani verso le potenze economiche con cui intrattengono relazioni fino alle conseguenze del controllo mediatico sulla comunità internazionale.

“Uppercase Print” e la parodia del regime

Presentato alla Berlinale, Uppercase Print e il suo autore, Radu Jude ci ricordano una volta di più quanto negli ultimi anni la Romania stia sfornando nuovi talenti a profusione, come una vena inesauribile, rendendola una delle cinematografie europee più interessanti del momento. Jude si confronta con la storia di una nazione che ancora non accettava d’essere Europa, né di allinearsi completamente alla politica Russa, scegliendo invece di crogiolarsi in un’illusione autarchica fatta di persecuzioni e filastrocche. Vengono mostrati spezzoni di programmi tv dell’epoca, alternati con messinscene asettiche e apatiche di indagini poliziesche, e null’altro. Quel che emerge è un cortocircuito fra storia e messinscena, inscindibili l’una dall’altra, i cui contorni si sfumano e amalgamano reciprocamente.

L’erosione della democrazia. “Collective” e i meccanismi del potere

In Collective, presentato a Venezia 2019 e miglior documentario agli European Film Awards 2020, scelto dalla Romania per rappresentare il paese agli Oscar, Nanau non si appunta sul caso contingente. Non decreta né vincitori né vinti, pone l’accento sull’erosione progressiva della fiducia in un sistema democratico e su come la diffusione della responsabilità generi mostri. Nel mezzo, con continenza di esposizione e sagacia analitica, espone un triste campionario di strategie di diversione di massa: nascondere, rassicurare, insabbiare, incolpare, spandere fango e, alfine, annacquare il vero in un oceano di stimoli.

“Ti meriti un amore” e l’attesa che celebra il desiderio

Con Ti meriti un amore, ora disponibile su Mubi e  Amazon Prime, la regista ha di fatto deciso di concedere tutta se stessa a un racconto di cui è protagonista dentro e fuori la finzione cinematografica, portandosi dietro tutti gli umori delle esperienze attoriali precedenti. Proiettato nella Séances spéciales del Festival di Cannes 2019, il film comincia con un esordio in media res; gli ordigni della relazione sono già saltati, le certezze dell’innamorato svanite. La narrazione prosegue configurandosi come il resoconto di una peregrinazione: la giovane e bella protagonista balza da un’esperienza amorosa a un’altra alla ricerca del senso dell’amore e forse della vita.

“I Care a Lot” interroga il lato meschino dell’America

I Care a Lot è il ritratto marcescente di un regista britannico che compie l’autopsia del decadimento americano, un racconto in cui esistono solo personaggi negativi, in cui si tenta di rendere l’amoralità annichilente che sottende ogni individuo meno terribile; l’operazione di umanizzazione riesce sino a un certo punto, considerato che con questa manager spietata è quasi impossibile empatizzare. È dura potersi sentire vicini a una protagonista che truffa individui indifesi, che colleziona insidie e trappole sospese come trofei in una bacheca di diapositive sacrificali. L’elemento attrattivo sta proprio nell’intreccio, nei cambi di trama e di registro, nei colpi di scena che Rosamund Pike è abile nel sostenere, con una recitazione che oscilla tra la black comedy e il crime. 

“Notizie dal mondo” tra scoperta e ritorno del western

Tra revivalismo e aggiornamento, tra nostalgia e sfruttamento, il western ha mantenuto il suo carattere di immortalità e il suo fascino inestinguibile pur essendo, in fin dei conti, drammaturgicamente bloccato. Notizie dal mondo è l’esempio perfetto di questa tendenza. Lo sguardo di Paul Greengrass resuscita quel mondo, ripesca quelle seduzioni e sintonizza quel plesso di segni sulle possibilità di riflessione poste in gioco dalla modernità. Che sia il riflesso del mondo post-pandemia, o l’immagine di un’America uscita a pezzi dall’era Trump, il film non riscrive la mitologia ma piuttosto ne proroga la struttura in modo che la sintomatologia di quel malessere sviluppi le stesse frustrazioni del nostro mondo.

“Malcolm & Marie” non parla di amore

L’irresistibile carisma dei due attori si fa carico di una scrittura dall’impianto teatrale in cui l’unità di spazio e tempo è deliberatamente appesantita da monologhi tracotanti e un po’ buffi, spesso simili a comizi, col vizio di essere meno accessibili al largo pubblico, a vantaggio di qualche compiaciuto sfoggio cinefilo. Così in poco meno di due ore si menziona un’impressionante vastità di temi, alcuni molto specifici e altri che incoraggiano una facile identificazione — l’amore di coppia, l’egoismo, la vanità, il razzismo, gli stereotipi, la cinefilia, la politica — sebbene l’interrogativo più appassionante resti uno: qual è il limite tra rappresentazione e appropriazione?
Levinson è il primo a sollevare a parole questa incertezza, ma la risposta non è chiara.

“Adolescenti” e la maschera del tempo

Adolescenti è talmente fluido e veritiero da sembrare finto. Lifshitz mette infatti la sua firma su un dramma che ha tutte le caratteristiche dei canovacci ormai più classici: amicizia, gelosia, fisicità, sessualità, divertimento, studio, lavoro, preoccupazioni, malattia. Tutto questo e anche di più viene mostrato risultando quasi stereotipato. Dimostrando non solo quanto il cinema debba alla vita e quanto poco accada il contrario, ma anche che le sensazioni e i sentimenti presenti in questo film siano così potenti da essere sprigionati a gran voce.  Siamo lontani dall’occhio voyeristico di Kechiche o dalla messa in scena temporale di Boyhood.

“Enorme” nel cinema di Sophie Letourneur

Quello di Sophie Letourneur è un cinema che non teme di confrontarsi con gli stereotipi legati al cosiddetto binarismo di genere, e che, sorprendentemente, non si fa remore neanche a mostrare, con umorismo e sfrontatezza, elementi legati al femminile che vengono di volta in volta problematizzati con leggerezza e gusto per il paradosso o sottolineati con giocosa autoironia. Se in Enorme mette in mostra la maternità, decostruendone il mito e il luogo comune piuttosto sessista legato al suo aspetto “naturale”, anche nei titoli precedenti Letourneur si rifiutava di confrontarsi utilizzando toni ombelicali e intellettualistici con aspetti delicati della propria esistenza e della vita di una donna.

L’età della coscienza. “The 40-Year-Old Version” e il cinema black femminile

Presentato al Sundance Film Festival 2020 e distribuito da Netflix, il semi-autobiografico The 40-Year-Old Version rappresenta uno dei più significativi e riusciti esordi nel panorama cinematografico americano degli ultimi anni. La regista Radha Blank, già attrice, produttrice, comica, rapper e sceneggiatrice per teatro e TV, dimostra anche sul grande schermo il suo talento, forte di una scrittura capace di affrontare con pungente ironia le grandi questioni sociali e di genere contemporanee. Uno stile molto vicino a quello del caustico Spike Lee, alla cui opera The 40-Year-Old-Version rende palesemente omaggio, in particolare a Lola Darling, primo lungometraggio del regista da lui recentemente attualizzato – anche con la collaborazione di Blank – nella serie She’s Gotta Have It.

Una riflessione sulla mortalità. “La nave sepolta” e l’archeologia del presente

Nel 1939, a Sutton Hoo, nel Suffolk, avvenne quella che è considerata una delle più importanti scoperte archeologiche della storia inglese: il ritrovamento, dentro a un tumulo in prossimità di un fiume, di una stupefacente nave funeraria degli Anglosassoni dell’Alto Medioevo, contenente numerosi manufatti e suppellettili, vera manna dal cielo per comprendere quella che sino a tal momento era stata considerata una civiltà oscura. La nave sepolta è una rievocazione di quegli straordinari eventi, diretta da Simon Stone con molte libertà e piglio personale, a partire dal romanzo storico The Dig di John Preston. La nave sepolta è più di ogni altra cosa una riflessione sulla mortalità. 

“Lei mi parla ancora” e la storia dell’amore

Lei mi parla ancora è una struggente storia di fantasmi e come tutte le storie di fantasmi è una storia d’amore. Di più: l’ambizione di Avati è quella di trattarla come la storia dell’amore più che di un amore, dove l’anima persa rimasta sulla terra combatte strenuamente per continuare a convivere con chi non c’è più. L’amore che rende immortali. È incredibile la naturalezza mai artefatta, debitrice alle suggestioni della pagina scritta ma risultato di una forte padronanza del dramma, con cui Avati costruisce un tempo che non esiste, dove convivono il qui e l’aldilà, la vita e la morte, i corpi e i fantasmi. Con un valore aggiunto, che si chiama Renato Pozzetto. Forse il ragazzo d’oro che aspettava da sempre.

Archivio, memoria, cinema. Gli architetti e le leggi razziali

Nato da un progetto di ricerca promosso dall’Ordine degli Architetti ed Ingegneri di Bologna, dalla Comunità Ebraica locale e condiviso col Tavolo Istituzionale per la Memoria del Comune del capoluogo, il film affronta le conseguenze delle Leggi razziali del 1938 sugli architetti e ingegneri iscritti ai rispettivi Ordini cittadini. Partendo dai materiali custoditi negli archivi bolognesi, il film ripercorre le vicende personali e lavorative di quei talentuosi professionisti privati improvvisamente del loro titolo lavorativo e di ogni diritto a esso connesso. Piccole storie quasi dimenticate che si inseriscono nella più ampia parabola fascista novecentesca, facendo di un caso specifico l’esempio di un più ampio discorso nazionale.

“The Photograph” e la fotografia come viaggio nel tempo

“Ciò che è straordinario in ogni fotografia non è tanto il fatto che là, secondo l’opinione corrente, sarebbe stato ‘fissato il tempo’, bensì al contrario, che proprio in ogni foto esso torna a dar prova di quanto sia in-arrestabile e continuo” . Queste parole di Wim Wenders affrontano, in velocità ma in modo assai puntuale, un tema centrale per chiunque si occupi di immagini: il tempo. Così una fotografia, mentre ferma, blocca e rende immutabile ciò che in essa compare, fermando il tempo in quell’unico irripetibile istante, allo stesso modo certifica anche l’inarrestabilità del tempo che scorre, il suo darsi solo in avanti. Una riflessione questa che ci porta nel fulcro centrale di The Photograph, l’ultimo film di Stella Meghie.