“Shadows” tra genere e sconfinamenti

Un regista italiano, location irlandesi, per una coproduzione di respiro internazionale: Shadows di Carlo Lavagna riecheggia e reinterpreta quello che è ormai un topos del thriller psicologico contemporaneo – con sconfinamenti nel dramma e nell’horror – ovvero dinamiche familiari conflittuali in atmosfere claustrofobiche e minacciose. Solo in territorio italiano potremmo citare i recenti Buio di Emanuela Rossi e The Nest – Il nido di Roberto De Feo, ma allargando il raggio molti altri condividono gli umori di Shadows, da The Others a A Quiet Place – Un posto tranquillo.

Una società sul bordo del precipizio. Intervista a Leonardo Guerra Seragnoli

Gli indifferenti porta in grembo, grazie anche alla sua matrice esistenzialista, alcuni scorci e taluni tratti caratteristici che si accordano bene alla nostra quotidianità. Deve aver pensato qualcosa di simile Leonardo Guerra Seragnoli, che per il suo terzo lungometraggio si è misurato con il romanzo in questione, trasponendolo proprio ai giorni nostri: un adattamento complicato e coraggioso, perché coniugare il confronto con un caposaldo della letteratura italiana e allo stesso tempo coglierne i suoi tratti di continuità storico-sociale era un’operazione in qualche modo rischiosa. L’abbiamo raggiunto virtualmente, per porgli tutte le domande del caso.

“Elegia americana” e il patriottismo incongruente

Elegia americana, a dispetto del titolo che richiede un’identificazione collettiva e un allargamento di prospettiva, è più interessato alla sua copertura di superficie, sembra stato pensato per dire la sua più agli Oscar che non sulla crisi sociale e politica dell’America di oggi. Ad un cinema che vuole essere a modo suo patriottico di certo non si chiedono la crudeltà spietata di Un gelido inverno o la dissacrazione implacabile di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, due fra i più feroci resoconti dell’ignoranza e della brutalità made in USA, ma nemmeno che il racconto del contesto diventi un momento sussidiario o che il riscatto del protagonista da insignificante solitudine a prodigio di Yale anestetizzi le sue possibilità di diventare prototipo.

“Gli indifferenti” e lo spaesamento delle epoche

Com’è ovvio vista la distanza ormai quasi secolare che la separa dal romanzo, la nuova versione di Leonardo Guerra Seragnoli opera una più decisa ri-attualizzazione delle dinamiche borghesi narrate da Moravia. Apparentemente in contrasto con questo assunto, la scelta di non stravolgere più di tanto il testo originale denuncia da una parte l’allineamento alla fiducia dello stesso autore nella trasversalità del suo potere di disamina sociale, dall’altra – quasi a conferma della natura bifronte di questo classico del nostro novecento – è indizio decisivo della volontà da parte degli autori di porre in parallelo le classi agiate di due epoche lontane, tanto imparagonabili quanto accomunate da uno stesso frastornante, sismico senso di spaesamento.

“La vita davanti a sé” di un’icona intramontabile

Chi avrebbe mai detto che il ritorno di Sophia Loren non sarebbe avvenuto sul “grande schermo”? E pensare che La vita davanti a sé presenta tutte le caratteristiche dell’evento cinematografico par excellence. Un decennio trascorso dall’ultima prova attoriale importante (se escludiamo il cortometraggio Voce umana), un copione tratto da un romanzo cardine della letteratura francese e un precedente filmico — illustre — col quale misurarsi. Non ultima la regia di Edoardo Ponti, secondogenito di Sophia e del produttore Carlo, che contribuisce a delineare un progetto ambizioso e difficile sin dalle premesse. Un film-evento in tutto e per tutto che, per far fede ai presupposti, doveva essere distribuito nelle sale per un periodo limitato e che oggi, al contrario, esce unicamente su Netflix.

“Time” e la vita in attesa

Film attualissimo eppure al di là del tempo, Time è il racconto di una vita in attesa – e non solo quella al telefono con le interminabili musichette di attesa delle strutture governative – mentre dei figli crescono senza conoscere il padre e le differenze nelle condanne fra neri e bianchi per gli stessi reati negli U.S.A. si perpetuano. Se il Black Lives Matter in questi anni ha cominciato a rispondere alla domanda: “Perché sono così arrabbiati?” di chi non sa e non ha vissuto in prima persona, Time sembra stare lì per farci chiedere come si possa essere tanto pazienti.

“Cosa sarà” e la sportellata in faccia alla morte

Il tono del film riesce a stare in equilibrio costante tra dramma e commedia, strappandoci un sorriso inaspettato nei momenti di plausibile commozione, come quando ci fa sbellicare per una “sportellata sul naso” che il protagonista si è inflitto involontariamente e che “interferisce” con la nostra commozione nell’evento che dovrebbe essere il più drammatico, quello della diagnosi della malattia. Ed è certo questa la carta vincente di Cosa sarà, quella capacità di “ridere in faccia alla morte” di prenderla a parolacce (“col cazzo che muoio”) come avrebbe certo fatto un altro celebre autore segnato da questa malattia, il compianto Mattia Torre a cui il film è dedicato, e della cui verve sferzante e beffarda il film pare nutrirsi. 

“I predatori” e l’endoscopia del malumore

Ne I predatori tutto è regola e principio dello stesso gioco manipolatorio, qualsiasi dinamica sovvertita, qualsiasi imprevisto narrativo o colpo di scena è sintomo di farsa e misura di tragedia, nel segno di un cinema costruito sulle aderenze e sulle abiure, sulle promesse e sull’inganno. Pietro Castellitto, premiato per la sceneggiatura in Orizzonti all’ultima Mostra del cinema di Venezia, si accomoda su personaggi carichi di esasperazioni e slargature, come esige la caratterizzazione canonica del “tipo”, e poi li riempie di cortocircuiti e anomalie, così che le nostre aspettative nei loro confronti trovino a volte conferme e a volte smentite.

“On the Rocks”. La New York Story di Sofia Coppola

Un film minore questo On the Rocks, di passaggio, che sembra aprire indeciso la seconda parte della filmografia della regista, 50 anni l’anno prossimo, e tastare il terreno di una nuova poetica. Al posto di ruvide chitarre rock raffinate melodie jazz, l’ambigua ode alla giovinezza femminile tracciata fino ad oggi sostituita da una marriage story regolare, superata a sua volta in corsa, in uno squilibrio non risolto di sceneggiatura che trova l’apice nella poco riuscita parentesi messicana, da un rapporto padre-figlia da sbrogliare. Dove andrà il cinema della Coppola è nel desiderio espresso da Laura prima di soffiare sulla candelina: lo vedremo.

 

“The Boys in the Band” come passaggio di testimone generazionale

Per il cinquantesimo anniversario dell’opera di Crowley, Joe Mantello ha diretto, inizialmente, una ripresa teatrale a Broadway e, successivamente, la trasposizione cinematografica per Netflix con lo stesso ottimo cast, tutto composto da attori omosessuali di successo. Già adattato per il cinema inizialmente da William Friedkin nel 1970 con l’elaborato titolo italiano Festa di compleanno per il caro amico Harold, il testo di Crowley viene riproposto fedelmente nella versione di Mantello, fin dall’ambientazione della fine degli anni 60 che non viene “modernizzata”, come spesso avviene in trasposizioni e remake contemporanei, ma anzi ricostruita fin dagli ambienti e costumi con puntiglioso orgoglio. Tale ricostruzione non è solo estetica ma abbraccia anche l’agenda politica. 

“Le strade del male” e il southern gothic allargato

In un mondo in cui padri traumatizzati insegnano ai figli che l’offesa si argina con l’offesa, meglio se pianificata a sorpresa, multipli atti di barbarie si susseguono senza sosta. L’affastellamento è così parossistico da aver fatto pensare a taluni che si esagerasse in inverosimiglianza della trama e crudezza, anche se poi, in realtà, sullo schermo si vede ben poco rispetto ad esempio a un The Killer Inside Me, dagli stessi temi e atmosfere. Poco sensato è leggere questa history of violence coi criteri del realismo, quando Le strade del male è più una novella collezione di parabole religiose o di episodi biblici, nella quale ogni atto umano nefando è contemplato e auspicabilmente sanzionato.

“Imprevisti digitali” e la cartografia della comunicazione

Imprevisti digitali, ultimo film della coppia Benoît Delépine e Gustave Kervern, Orso d’argento speciale all’ultima Berlinale, è una commedia sui problemi digitali, contemporanei, aberranti, vissuti da personaggi di certo non digitali (in apertura Marie si gratta la schiena contro un albero come farebbe solo un orso), o meglio personaggi che riescono a seguire l’evoluzione digitale, la rincorrono e forse la raggiungono anche, ma che si trovano alla fine sciupati, rovinati, distrutti. Non sono stupidi ma instupiditi. Non sanno interfacciarsi con le post-verità da social, dimenticano le password, non riconoscono le truffe online. Atteggiamenti tanto comuni quanto assurdi, che alimentano una delle intenzioni comiche di questo film, ovvero quella di raccontare vicende totalmente credibili attraverso un registro in continuo bilico tra grottesco e realistico.

“Vampires vs. the Bronx” tra resilienza e #BlackLivesMatter

Rodriguez inserisce il suo lavoro nel contesto più attuale, tra #BlackLivesMatter e l’impunita prevaricazione bianca che in questi anni sta caratterizzando il già delicato rapporto tra maggioranza bianca e le altre minoranze etniche. Ecco allora che i vampiri sono bianchi e hanno scelto il Bronx perché dimenticato dalle istituzioni, un luogo “dove a nessuno importa se la gente scompare”, soprattutto se le vittime sono neri o ispanici, il cui dissanguamento è qui sia materiale che fisico. Una dura accusa che non risparmia nessuno, polizia compresa, schierata non casualmente sempre dalla parte di Frank Polidori, rappresentante dell’impresa immobiliare Murnau nonché “famiglio” dei vampiri incaricato di acquisire tutto il quartiere.

“Il processo ai Chicago 7” e la dinamite della democrazia

Il processo ai Chicago 7 alterna abilmente scene del processo a filmati d’archivio delle proteste, sessioni di strategia di difesa dell’avvocato liberale William Kunstler (Mark Rylance) e dell’accusa da parte del pubblico ministero Richard Schultz (Joseph Gordon-Levitt). Ma dove si incrociano i fuochi, dove le fiamme divampano e vibrano i roghi è in tribunale. Ogni parola è marchiata nel fuoco, è la matrice, la scintilla, il cherosene giovevole e venefico, capace di instillare dubbi, provocare accese discussioni, ringhiare il disprezzo per gli imputati, esplodere in atti circensi, è capace di offendere alla luce del razzismo istituzionalizzato, di leggere i nomi di chi perisce sotto un fuoco che brucia per davvero.

“La verità su La dolce vita” e il mistero della creazione cinematografica

Grazie ad un lungo e inedito carteggio del 1960 tra Federico Fellini e i suoi produttori Giuseppe Amato e Angelo Rizzoli, il documentario ricostruisce le vicissitudini produttive de La dolce vita e ne sistematizza la cronologia, dando così la misura di quando e quanto i personaggi in campo hanno dato il proprio contributo alla lavorazione di uno fra i più illustri capolavori del cinema italiano. Pedersoli ha avuto accesso ad una corrispondenza così appassionante e dettagliata che ogni lettera potrebbe essere tranquillamente una battuta di sceneggiatura (e nel film, in alcuni momenti, è proprio così), ogni telegramma un colpo di scena, ogni telefonata una nuova prospettiva di senso, come se la storia fosse già pronta per essere filmata e il materiale d’archivio facesse drammaturgia da sé.

Lo sguardo innovativo di “Easy Living”

Quattro persone, mentalmente e fisicamente in stallo, imparano insieme a valicare i confini ai quali si sono aggrappati da lungo tempo. Easy Living – La vita facile, film d’esordio dei fratelli Orso e Peter Miyakawa è incentrata su un bizzarro gruppo di adulti. Il film ha uno sguardo del tutto innovativo, forse perché si affida a quello di un adolescente, nell’approcciarsi al personaggio di Elvis che non è incarnazione di cliché e finalmente si spoglia di molta retorica alla quale siamo abituati quando si parla di migranti. Così fra uno zoom e l’altro, fra sogni e escape plan assurdi, fra voyeurismo e dinamismo i fratelli Miyakawa creano una commedia coinvolgente che, al di là di alcuni problemi, è sicuramente un buon esordio.

“Undine – Un amore per sempre” fra le onde ricorsive del destino 

Undine – Un amore per sempre, del regista tedesco Christian Petzold, racconta come l’amore dovrebbe essere e come lo sogniamo, divincolandosi dalle catene, che il regista soffre come limitanti, della sua mitologia di partenza. Ma insinua anche con ironia e un’insolita nota di tensione quanto siamo tutti potenziali vittime di allucinazioni di varia natura nel momento della fine di una relazione, e quanto ci raccontiamo favole romantiche per sostenere il trauma. Il sospetto che, dopo l’apertura al tavolo della caffetteria, Undine intraprenda un viaggio fantastico nei suoi desideri, avulso dalla realtà -che paradossalmente è proprio quella del mito- è il più sottile prestigio orchestrato da Petzold nei 90 minuti del film, e non ci si stacca mai di dosso.

Il thriller mentale di “Sto pensando di finirla qui”

Sto pensando di finirla qui è strutturato come un tipico sogno d’ansia, in cui si vuole arrivare da qualche parte (tipicamente a casa propria), ma accade sempre qualcosa, anche di incredibile e bizzarro, che non lo permette. Il tono emotivo è quello di certi fugaci momenti di frustrazione e imbarazzo, per qualche silenzio non voluto, una parola sbagliata, o un occasionale eccesso di verità, allungati alla durata apparentemente insostenibile di 134 minuti. La tensione prolungata che ne deriva è da vero e proprio thriller psicologico, un “thriller della mente”. 

“Il meglio deve ancora venire” e la tradizione del buddy movie

Tutto ciò che Il meglio deve ancora venire rappresenta in termini di discorso filmico e pratica testuale viene direttamente dalla negoziazione rigorosa col suo prototipo, o meglio ancora dalla consapevolezza di esserne la formula. Se Quasi amici ha avuto un impatto a prova di immaginario sull’industria culturale francese, avendo rielaborato a sua volta le connotazioni del buddy e del road movie, il modello che ha proposto non ha mai cessato di produrre surrogati. Due persone che si scoprono unite al di là delle incompatibilità caratteriali, che poi si respingono e riconciliano, non è soltanto il punto di partenza per il film della coppia Delaporte/La Patellière ma ne è il significato assoluto.

“Nuevo orden” e le strutture della violenza

Gran premio della giuria a Venezia 77, Nuevo orden è un singulto violento senza controllo e senza tregua. Tra le critiche mosse alla pellicola, che vede Michel Franco in stato di grazia circa il controllo della scena, ricorrono una mancanza di coraggio nel marcare una linea narrativa nitida e un’esibizione eccessiva del sadismo che non lascia spazio a riflessioni di sorta. Se da un lato ciò è condivisibile, bisogna ribadire che Nuevo orden è un “helter skelter” che vuole evidenziare le strutture nascoste dietro la violenza più manifesta e riconoscibile. Non le “ragioni” della violenza, ma i corsi e ricorsi storici che conducono alla sua orchestratissima arbitrarietà: un circolo vizioso che rievoca antiche dittature militari e nuovissime manipolazioni.

“Alps”. L’uomo nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Lo spazio è un circuito chiuso, il tempo non ha durata e non sono concesse verticalizzazioni, né profondità di campo. Gli ambienti in cui si muove la macchina da presa sono sale di tortura fisica e psicologica in cui i personaggi diventano silhouette senza vita al centro dell’esperimento di un sadico che si chiede cosa ci sia di autentico in questo mondo congelato. Lanthimos realizza così un claustrofobico dramma surreale carico di humour nero, ambientato in un tempo senza social in cui le interazioni tra gli esseri umani si riducono a corpi da indossare e da vivere.