“Suburbicon” e la banalità del male (di quartiere)

Suburbicon è una Dogville dalle tonalità mélo, nel cui orizzonte si consuma la tragicommedia esistenziale di una borghesia americana da sempre vittima e carnefice dei propri deliri. Al di là delle trame individuali, al di là degli angusti confini domestici e delle espressioni e dei volti da canovaccio, imperversa la discriminazione razziale, dramma corale limitato ad esistere solo in quanto rumore di sottofondo: Clooney evoca il tema e nel contempo lo surclassa, sulla falsariga dei personaggi e della realtà rappresentata, mostrandone progressivamente il meccanismo diabolico e oltremodo perverso.

Il sontuoso fascino di “Assassinio sull’Orient Express”

Il remake visivamente sontuoso di Branagh sembra fare a gara con il film di Lumet per la scelta dei protagonisti che andranno a comporre il suo cast “stellare” e a competere con il ricordo delle star che li precedettero nella medesima interpretazione. La coralità della pellicola si riflette, oltre che sulla trama e sulle modalità di espletamento dell’omicidio, anche nelle immagini che, grazie all’uso di riprese aeree e panoramiche, e di carrellate infinite all’interno degli scompartimenti, sembrano volerci dare più punti di vista contemporaneamente.

La caverna delle immagini e “Il senso della bellezza”

La pellicola esordisce come se volesse trattarsi di un film divulgativo sul Cern, poi si arricchisce delle voci di scienziati e artisti contemporanei chiamati ad introdurre un parallelo tra arte e scienza, che ci guida nella loro ricerca della verità. Infine a parlare restano quasi solo le immagini delle particelle fotografate all’interno della cosiddetta “caverna” (la pancia metallica dell’LHC all’interno della quale le particelle entrano in collisione) e la musica.

“The Big Sick” e la trasformazione della commedia americana

Prodotto da Judd Apatow e ben accolto ai festival di Sundance e Locarno, il film è stato acclamato dalla critica statunitense e arriva ora in Italia con un carico di aspettative che probabilmente non rimarranno deluse. Il tema dell’integrazione degli immigrati, quello dei pregiudizi razziali da parte di una cultura verso un’altra, e quello ancor più universale del compromesso, della difficoltà di stare insieme (fra giovani innamorati, fra sposati di mezza età, fra amici e fra sconosciuti) sono tutti trattati con una  garbata delicatezza e al contempo con un’ironia che non risparmia nessuno.

Vita reale di “Ibi”, firmato Andrea Segre

Con le sue riprese e la sua forza d’animo Ibi ci racconta la lezione che lei stessa ha dovuto imparare dalla vita, ossia che “nulla è impossibile”. A Castel Volturno Ibi ha aiutato e sostenuto attivamente il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati, con entusiasmo trascinante, non solo per ottenere il suo permesso di soggiorno, ma anche perché ha creduto fermamente nella necessità di una lotta comune contro le ingiustizie che segnano le vite di molti migranti ovunque, in Italia, in Europa. Ibi ripeteva con fede e fiducia che “bisogna sempre andare avanti e camminare, camminare, camminare”. Peccato che, nel suo caso, sia stata la morte a dare lo stop e a lasciare per sempre il suo nome nella lunga lista “di quelli che aspettano”.

D’amore e di guerra, “Una questione privata”

Valori morali forti e impliciti, follia amorosa e memoria fedele. Ecco il mix grandioso alla base di un altro bellissimo film di Paolo (e Vittorio – secondo i titoli di testa – solo sceneggiatore del film, ma non regista, a causa degli acciacchi dell’età) Taviani, un film che torna a parlare di Resistenza e Lotta partigiana in una contingenza storica in cui un deserto ideologico sempre più ferocemente diffuso, cancella la memoria storica e lascia libero il campo all’avanzata di vecchi e nuovi fascismi.

“Il mio Godard” e le contraddizioni del mito smontato

Proponendolo con il titolo Il mio Godard, la distribuzione italiana induce a suffragare la prospettiva che Le redoutable sia la lettura personale di un autore, ovvero Michel Hazanavicius. E ciò nonostante all’origine ci sia Un année studieuse (da noi Un anno cruciale, Edizioni E/O, 2013), il memoir in cui l’io narrante di Anne Wiazemsky racconta gli anni accanto a Jean-Luc Godard. Il titolo originale del film significa “il temibile” e si riferisce ad un formidabile sottomarino il cui varo viene narrato alla radio anche per magnificare la potenza politica della Francia di De Gaulle.

Provincia industriale: “Asteroidi” di Germano Maccioni

Gli Asteroidi segna il debutto alla regia di un lungometraggio di fiction del promettente regista bolognese Germano Maccioni, classe 1978, già vincitore di numerosi premi e riconoscimenti con i precedenti documentari e unico italiano in concorso al 71° Festival di Locarno. Un pregio del film è quello di rendere omaggio ad alcune delle più grandi realtà dell’Emilia Romagna (quella industriale accanto a quella scientifica) e riunire nella stessa pellicola alcuni tra i volti dei caratteristi più noti e amati del luogo.

Ma gli androidi sognano il noir?

Lo sappiamo: Blade Runner partiva da un romanzo di Philip K. Dick, edito in Italia come Il cacciatore di androidi nel 1971 e poi riproposto traducendo fedelmente il titolo originale, Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?. Da questo elemento editoriale tutto nostrano, possiamo curiosamente notare le due anime del testo: il poliziesco e l’esistenzialismo. Attraverso il capolavoro di Scott, le due componenti si definiscono ancora di più adottando i connotati dell’hard boiled ed esplorando la frontiera cyborg.

Di Nico, Warhol, Garrel e altre storie

Approfittare di questi giorni per scrivere di Nico è utile sia per evidenziare la presenza nelle sale del film Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli (un biopic a metà strada tra Io non sono qui di Todd Haynes e Last Days di Gus Van Sant) che per riscoprire, o scoprire ex novo, alcuni passaggi della biografia di questo personaggio, fotomodella, attrice e musicista. Trine Dyrholm si cala nel personaggio restituendoci un febbrile ritratto che non pretende di essere la fedele e inarrivabile filologia di un’esistenza, ma, un’intensa interpretazione rievocativa.

Il destino al neon di “Blade Runner 2049”

Per cercare di introdurre meglio Blade Runner 2049 forse bisogna partire proprio dagli elementi da cui si discosta e abilmente si intreccia, nel corso della trama, rispetto a quelli del primo. Se infatti nel cult movie anni ottanta la tematica prevalente è quella della netta distinzione tra ciò che è reale e ciò che è stato creato industrialmente, nel sequel non è così. Si perde quindi l’importanza del discernere e non si vuole rispondere alla significante, ma in fondo futile domanda: “Deckard era un replicante?”. La domanda a cui invece, con tempi lunghi, si accinge a rispondere è: “che cosa è successo a Deckard e a Rachael dopo la chiusura dell’ascensore?”.

“Dove non ho mai abitato” nel solco di Zurlini

Cinefilia Ritrovata prosegue la sua ricognizione sul cinema italiano contemporaneo. Con una lucidità davvero rara nella nostra cinematografia, Franchi – finalmente giunto ad una maturità espressiva della sua impetuosa autorialità – isola i volti entro angusti primi piani carezzati dalle luci di Fabio Cianchetti e ha il coraggio di dare fiducia ad una vera storia d’amore. Il tanto cinema, inconscio o esplicito, dentro Dove non ho mai abitato odialoga, appunto, consapevolmente con il mélo del passato. E sembra muoversi nel solco di Valerio Zurlini più che di Douglas Sirk, dal quale comunque mutua il domestico perturbante del décor.

“Nico, 1988” sotto la corazza

La Nico che Susanna Nicchiarelli ci presenta nel film che ha aperto la sezione Orizzonti di Venezia 74 non è la cantante e musicista che ha collaborato con i Velvet Underground di Lou Reed, né tantomeno la bellissima modella che fece girare la testa a Jim Morrison e Alain Delon. Qui conosciamo la donna sotto il manto dell’artista, l’essere umano sotto l’apparenza della star, la madre sotto la corazza del business: insomma, Christa Päffgen sotto “Nico”. Tutto ciò emerge con estrema naturalezza da una sceneggiatura che si concentra sugli ultimi anni di vita della donna, dalla straordinaria performance attoriale di Trine Dyrholm che canta davvero tutte le canzoni, da una fotografia che − alternando naturalismo nelle scene domestiche a un look glamour profondamente anni ’80 nelle sequenze dei live − inquadra perfettamente Nico nel suo ambiente.

Il filo del rasoio in “Blade Runner 2049”

Nella proficua dialettica fra cinema di ieri e franchise – che proprio con questo film si cerca di definire avviando una saga – l’appeal di BR pendeva insomma decisamente verso il primo. Le decisioni prese non sembrano tenerne conto, a partire dal coinvolgimento di Fancher (sceneggiatore del primo film) e di un cineasta scrupoloso ed umile come Villeneuve. Ogni riferimento è seccamente funzionale alla trama, il massimo rispetto per l’originale tradotto nel minimo di deferenza. Il regista canadese non evoca fantasmi e la sua fiducia nella vitalità del materiale a disposizione si traduce in rigore e coerenza degnissimi del principale caso recente di autore prestato ad Hollywood.

“Il palazzo del viceré” tra narrazione lineare e sottigliezza politica

India 1947. Dopo quasi 90 anni di colonizzazione britannica, atterra a Nuova Delhi quella designata come la famiglia degli ultimi Viceré: i Mountbatten. Grazie all’azione del Partito del Congresso Nazionale Indiano e del Mahatma Gandhi i tempi sono ormai maturi, sta per arrivare la tanto agognata indipendenza. Ma, attenzione,  “La storia è scritta dai vincitori”, ammonisce il cartello che segna l’incipit del nuovo film di Gurinder Chadha (la regista britannica di origini indiane, già nota al grande pubblico per Sognando Beckham), Il palazzo del viceré: un’opera epica, scenograficamente scintillante e politicamente sottile.

“120 battiti al minuto” e la battaglia delle idee

In attesa di Gender Bender, di cui Cinefilia Ritrovata seguirà la sezione cinematografica, dedichiamo un piccolo speciale a 120 battiti al minuto, uscito negli scorsi giorni e presentato come anteprima del festival. Il film di Campillo, di grande successo in tutto il mondo, stenta ad affermarsi in Italia, e alcune dichiarazioni dei responsabili di Teodora (la casa di distribuzione), amareggiati per lo scarso seguito, hanno scatenato molte reazioni tra i cinefili. Noi abbiamo deciso di presentarvi due nostre recensioni, di differente valutazione al film, entrambe però molto precise analiticamente. A voi il giudizio finale. 

“Blade Runner 2049” e il mood della fantascienza contemporanea

Villeneuve, invece di proporre qualcosa di nuovo ma uguale, utilizza il capolavoro di Scott del 1982 come fosse una mappa su cui tracciare un sentiero sinceramente diverso. Un sentiero che intercetta il mood della fantascienza contemporanea, se ne impossessa caldamente pur mantenendo atmosfere che guardano ad Andrej Tarkovskij e che ha davvero la coerenza narrativa e immaginifica per accadere 30 anni dopo gli eventi del primo film. Ecco perché Blade Runner 2049 è un sequel decisamente riuscito.

“A Ciambra”, diversi per antonomasia

Qui in redazione A Ciambra è proprio piaciuto. E ci torniamo spesso sopra. La bellissima pellicola di Jonas Carpignano è prima di tutto una apologia del neorealismo ritrovato, un neorealismo moderno fatto di commistione fra ciò che è reale (i protagonisti, l’intera famiglia Amato, sono presi dalla strada) e ciò che è costruito (la sceneggiatura scritta battuta per battuta), in un continuo gioco di specchi in cui lo spettatore è catturato, ma presto smette di domandarsi quale sia il confine tra la vita vera e la narrazione. 

“A ciambra” come culla del cinema italiano

La candidatura italiana di A Ciambra, come film che rappresenterà il nostro Paese agli Oscar (nella speranza di finire nella lista dei veri candidati per marzo 2018), è molto più che un riconoscimento puramente dimostrativo. Dopo la sfortunata storia di Non essere cattivo (che per molti motivi non poteva fare molta strada), il film di Jonas Carpignano è probabilmente ancora più opportuno del pur significativo Fuocoammare per correre agli Academy Award, e rappresenta un’opzione estetica identitaria.

“L’ordine delle cose” e il sud del mondo

L’ordine delle cose è una pellicola fortemente politica, nella misura in cui porta sotto i riflettori dei mass media e dell’opinione pubblica una questione, quella dell’immigrazione “clandestina”, tanto abusata quanto mai esaminata sotto la corretta prospettiva. Andrea Segre ha dichiarato sulla genesi del film: “L’ordine delle cose non sempre è quello che noi vorremmo. A volte la soluzione di un problema, come diceva mio padre che era uno scienziato, dipende dalla definizione che di esso viene data”. Così Segre ha girato un film di scrittura, tra il mare della Sicilia (Mazara del Vallo) e la sabbia assolata della Tunisia, che si pone come obiettivo quello di ridefinire i contorni di una delle questioni più scottanti di oggi: l’immigrazione.

“Dunkirk” e il punto di vista dell’Altro

Ossessione Dunkirk. Come prevedibile, il film di Christopher Nolan continua a suscitare il dibattito interno alla redazione e a stimolare i collaboratori sull’analisi e la critica del war movie più interessante di questi anni. In particolare, il rapporto di Nolan con l’identità e il racconto continua ad essere il luogo critico più controverso, insieme alla costruzione temporale del film. Forse Dunkirk sarebbe stato più alto e permeante di come già è, se Nolan avesse aderito in maniera ancora più puntuale – e non soltanto sul lato apparente ed estetico – al concreto terreno della prassi storica?