“Days” e lo specchio della storia del cinema

Tutto scorre in una dolce sinfonia perfettamente orchestrata da un regista ormai non più giovanissimo che si trova, ancora una volta, a fare i conti con un cinema anacronistico, fuori tempo massimo. Un regista al quale però è sufficiente inquadrare un ragazzo che lascia risuonare un carillon nel cuore di una città per esprimere una potenza cinematografica che, ancora oggi, sembra avere ben pochi rivali. E se poi il brano musicale non è altri che il tema principale Luci della ribalta (1952), allora sembra davvero di assistere alla Storia (del cinema) specchiarsi in se stessa.

Il documentario estetizzante. Ferragamo secondo Guadagnino

Ci si muove tra i toni aurei di un racconto celebrativo che mira consciamente a tralasciare i passaggi potenzialmente più scomodi e ambigui, in virtù dell’esaltazione di un uomo, ancor prima di un professionista, mosso e sostenuto da una rara quanto fervida creatività. In questa vicenda dalle connotazioni straordinarie, Guadagnino trova materiale per procedere nella costruzione del suo cinema estetizzante e in costante dialogo con i maestri che lo hanno preceduto. Chissà che nei lavori futuri del cineasta palermitano non si possa incappare in un fabbricante di scarpe dalle umili origini e un divenire radioso.

“Lovely Boy” e il labirinto scomposto della musica

Con Lovely Boy Lettieri continua a pedinare gli esseri umani nel tentativo di raccontarne le debolezze. Ed è questa la chiave per entrare nel mondo di Nic: far coincidere quanto più possibile la posizione dello spettatore a quella fisica e psichica del personaggio, spogliandosi di ogni facile morale. È un mondo di luci stroboscopiche che ricalcano ombre profonde, un invito alla difficile pratica dell’intravedere per connettere le tappe più dolorose. E in questo labirinto scomposto, da percorrere assimilando tutti gli elementi necessari alla ricostruzione, la musica diventa motore non invadente ma necessario.

“A Chiara” e il valore della scelta

Carpignano si incolla ancora una volta con la cinepresa alla testa della sua protagonista, seguendola passo passo coi movimenti malfermi della camera a mano a restituire la sua verità. Non è uno stilema inedito nel cinema realista italiano contemporaneo, meno comune però è il suo utilizzo per puntare non allo straniamento del soggetto, ma all’immersione vitalistica nel suo mondo: quelli del regista sono tuffi incuriositi nell’ambiente sociale calabrese, non espressioni di un ripiegamento del singolo rispetto allo status quo. È un approccio partecipante e partecipato, e l’empatia verso chi è oggetto del suo sguardo è evidente.

“La scuola cattolica” alle origini della violenza

Fu un delitto politico nello sfondo dell’Italia degli anni ’70 alimentato da rigurgiti neo-fascisti e lotta di classe? Una violenza di genere in un clima contraddittorio sia di repressione bigotta sia di libertà sessuale nascente? Strafottenza di ragazzi ricchi e viziati, già pericolosamente vicini a reati e carcere? Opera di rampolli di famiglie di padri assenti o di problematica virilità e madri evanescenti o carnalmente umilianti? Il problema sta nel percorso a orologeria, soffocante e orrorifico, che fallisce nel non rendere i carnefici sufficientemente spaventosi e bestiali, mantenendo le loro psicologie nell’ombra.

“BAC Nord” polar sui generis

BAC Nord ha fatto molto discutere poiché accusato di essere un film impostato ideologicamente a destra (a differenza, per esempio, de I miserabili), con una distinzione manichea fra i delinquenti, quasi tutti immigrati, e i poliziotti, agenti onesti che finiscono vittime del sistema. Ma sappiamo che le reinterpretazioni ideologiche lasciano quasi sempre il tempo che trovano, e BAC Nord non fa eccezione, perché i poliziotti non sono rappresentati né come santi né come superuomini, bensì come uomini corruttibili e resi tali da un lavoro infame.

Cinema funambolico. “Titane” e la poetica delle vertigini

Cinema funambolico, complicatissimo da pensare e da attuare, capace di cadere sempre in piedi dopo ogni sua singola acrobazia e preciso nella reiterazione di sé e del proprio spirito sovversivo, Titane è allo stesso tempo poetica dell’assurdo e matematica delle emozioni, esaltazione del corpo piegato e dissimulazione della dolcezza che lo muove e che lo abita: meraviglioso e sconvolgente, la Palma d’oro dell’ultimo Cannes è un film che si concede tutto negandosi i postumi dell’euforia, che spalanca vertigini prive di orizzonti e piene di lascito.

“Quo vadis, Aida?” e il moto perpetuo della tragedia

Jasmila Zbanić circoscrive la tragedia del massacro subito da molti, dal suo popolo, centrando il proprio sguardo su Aida che nel film è tre cose, madre, moglie e traduttrice ufficiale del battaglione olandese delle Nazioni Unite. Aida è una privilegiata, è già al sicuro, “è nella lista”, le dicono. Eppure Aida, man mano che il pericolo diventa sempre più imminente, si vede costretta a prendere decisioni rapide, talvolta anche folli, per salvare la sua famiglia che si trova da qualche parte là fuori. In questo senso il dove vai del titolo Quo vadisAida? suona più come un “cosa fai?”, “che intenzioni hai?”. 

“No Time to Die” manifesto radicale per il futuro di 007

In questo frangente storico e momento di chiusura di un cerchio, il personaggio ha acquistato un’interiorità e un profilo biografico, concedendosi ironici ammiccamenti queer, ma soprattutto il lusso ben poco “maschio” (nel senso lupesco dei predecessori) di amare. Su queste nuove fondamenta costruisce la sceneggiatura degli inossidabili Purvis e Wade coadiuvati dallo humour di Phoebe Waller-Bridge, solidissima come tutto il film ma a forte rischio di scontentare quella parte di fandom già incrinata dagli ultimi sviluppi umanizzanti. No Time to Die è lo 007 più corale di tutti i tempi, con James come cuore pulsante di personaggi che da segni di stile si fanno forse per la prima volta compiutamente rete sociale/affettiva.

Viaggio al centro dell’universo. “Il Buco” e il cinema d’esplorazione

L’impresa condotta da Frammartino, che insieme alla sua troupe ha seguito fino in fondo l’esplorazione della grotta, spinge a riflettere sulle possibilità straordinarie del medium cinematografico come strumento d’indagine della realtà umana e naturale. Il prodigio scientifico raccontato ne Il buco è prima di tutto quello del film stesso: con l’ausilio di un mirabile comparto tecnico, Frammartino trasforma il Bifurto in una sinfonia audiovisiva di immersione sensoriale come raramente se ne vedono. Il fotogramma diviene insieme riproduzione e investigazione: mentre gli speleologi scrutano l’oscurità della caverna, Frammartino scandaglia l’immagine con i propri strumenti da regista.

“Tre piani” di Nanni Moretti – Speciale parte II. Punti di vista

Tre piani è un film di punti di vista, di fuggevolezza di cosa sia giusto e vero, ben distante dal primato morale che domina buona parte del corpus della filmografia morettiana. Che poi queste differenti prospettive innestate nel racconto siano quasi invariabilmente generate dalla distanza fra generazioni – con Moretti che sceglie per sé proprio il ruolo del genitore più distante dal proprio figlio – rimanda alla dimensione personale di vita dell’autore, che si è definito “più fragile” con l’età, almeno quanto alla sua capacità conclamata di leggere in controluce i temi forti della contemporaneità.

“Tre Piani” di Nanni Moretti – Speciale parte I. La stanza del padre

Con Tre piani siamo di fronte anche a un ulteriore passo avanti di Moretti nella sua indagine psicoanalitica dei rapporti umani, fin qui mai così teorica. Che il suo cinema giochi da sempre un corpo a corpo piuttosto serrato con la psicoanalisi non è certamente un novità, che questa indagine venga estrinsecata teatralmente in un lavoro di scarnificazione della drammaturgia, lavorando per sottrazione sulle sovrastrutture della recitazione, ragionando a fondo sul complesso rapporto fra personaggio e identità, è invece un percorso critico sul suo cinema ancora molto aperto, su cui ancora tanto ci sarà da lavorare e approfondire.

Paul, Arrakis e lo stardom. “Dune” e gli statuti di grandezza

Villeneuve sfrutta il potere stardom di Chalamet per ottenere lo stesso tipo di risvolto semiotico (non a caso la prima scena che lo riguarda lo coglie a torso nudo) e la sua leggerezza, schiacciata dalle responsabilità della predestinazione e continuamente messa in discussione dal titanismo del contesto, tra astronavi, bombardamenti e vermi giganti, rappresenta la ragione stessa della sua chiamata in causa. In definitiva, Paul è come Arrakis, il pianeta desertico che si contendono le diverse casate dell’Imperium: inospitale, senza difese, feudo di infinite dominazioni ma allo stesso tempo invincibile, futuro dell’universo, rifugio della resistenza che verrà.

“Purple Sea” e la dissoluzione dell’immagine

Sempre più difficili da etichettare e delimitare, i documentari confermano ormai da molti anni il loro ruolo di progressiva centralità nella produzione non solo cinematografica e audiovisiva ma artistica in toto, fondendosi spesso con la videoarte. Sono soprattutto il mezzo tramite la quale l’immagine più facilmente sperimenta, come avviene nel recente corto documentario One Thousand and One Attempts to Be an Ocean di Yuyan Wang o in Under the Skin – In Conversation with Anish Kapoor di Martina Margaux Cozzi. In Purple Sea l’immagine subisce invece una dissoluzione delle proprie coordinate per recidere quella distanza rassicurante con la quale sono spesso affrontati nella narrazione odierna drammi come la migrazione e la guerra.

“Supernova” sulle spalle dei protagonisti

Pare strano non dire solamente bene di un film che porta sullo schermo, con finezza di scrittura e esecuzione, tematiche che molti definirebbero sacrosante, eppure Supernova, pur godibile e a tratti intenso, ne viene fuori anche in parte vittima e prigioniero delle sue buone intenzioni. Molto meno dimenticabili invece le interpretazioni di Colin Firth e Stanley Tucci, due attori realmente in grado di nobilitare il materiale di partenza: mai retorici, mai ricattatori, mai con un’intenzione programmatica leggibile sul filo del volto, riempiono lo schermo di calore e intelligenza, di sentimenti soffusi e intimi, di fili invisibili di ardore e rispetto che legano i due amanti.

Il marchio lagunare. “Welcome Venice” e la dicotomia del presente

Welcome Venice, che col suo titolo sgrammaticato ci offre un’idea del rifiuto del nuovo che avanza da parte di un mondo tradizionale già quasi estinto, è un film genuino e prezioso per la sua profonda potenza espressiva. Il detonatore di tale espressività è dato dalla costruzione dicotomica della sua consistenza drammaturgica. L’ambientazione in laguna come spazio di mare protetto, favorisce la comunicazione perpetua tra mare chiuso/ mare aperto, antico/ moderno, guscio esteriore/ intimità psichica, acqua/ terraferma. Andrea Segre riesce a dare visibilità all’invisibile, rende materica la dualità di una storia familiare, ma anche sociale

“Mondocane” alla portata del genere contemporaneo

Un film molto serio con il genere, che mantiene un livello molto alto di coerenza rispetto a quello cui il post-apocalittico americano ci ha abituati perlomeno sul piano visuale: dai palazzoni abitati ormai soltanto dalle rampicanti alle ciminiere dell’acciaieria, dalla polvere delle strade che zufola nell’aria al sole stanco che stagna lungo la costa, dalle motociclette ai corpi sudati e sporchi dei personaggi. In un testo così giustamente saturo di visivo, così serio con la rappresentazione del degrado post-atomico e così preciso nei riferimenti narrativi, Celli riesce anche a scommettere sul non detto, su quelle intuizioni puramente estetiche che non hanno epilogo o sviluppi ma che si portano appresso un intero mondo di sottintesi.

Struggente e innovativa ode alla vita. “Il cieco che non voleva vedere Titanic” di Nikki Teemu

Il cieco che non voleva vedere Titanic è una struggente storia d’amore a distanza – che culmina poi in un sentito e sincero abbraccio con la ragazza – fra due ammalati, due emarginati. Quello di Jaakko è un viaggio (im)possibile, che riesce a superare le barriere per amore, un’impresa che viene descritta nelle sue varie fasi (sempre restringendo le inquadrature al suo volto sofferente e al mondo esterno sfuocato), con una pluralità di linguaggi che ad un certo punto sfocia anche nel thriller. Ma, come suggerisce il titolo, il film di Teemu è anche un meticoloso omaggio cinefilo.

“La ragazza di Stillwater” fra azione e dramma maschile

Esce in sordina La ragazza di Stillwater dopo il suo passaggio al Festival di Cannes 2021. Il film vive di più anime e risente dell’indecisione del McCarthy sceneggiatore nell’eleggerne una su tutte. Sembrano rilanci del racconto i successivi snodi che fanno cinema di banlieu, romanzo sentimentale, dramma filiale, giallo da sbrogliare, confronto culturale e molto altro ancora, ma alla lunga appaiono come tracce che appesantiscono, in trama e durata, un film messo in scena con sapienza e ritmo, dall’ottima direzione degli attori. 

“Dune” come mappa contemporanea del cinema di fantascienza

Il nuovo Dune non costituisce affatto un mero ripiegamento della fantascienza mainstream su logiche televisive, ma è al contrario un film che può e vuole rimettere sulla mappa contemporanea – quella mappa dai confini sfumati dove grande e piccolo schermo si avvicendano su terreno via via più comune – un’idea di messa in scena cinematografica radicale, ponderosa e dal grande impatto audiovisivo, capace contemporaneamente di mettere il dito su questioni sociopolitiche di scottante attualità e di farsi come in passato veicolo di grandi narrazioni. Mai come ora il successo non è assicurato. Mai come ora è necessario, giusto, auspicabile. 

“Qui rido io” per non piangere. Martone rilegge Scarpetta

Qui rido io — nel suo ritmo canonico, lento e preciso — finisce per tratteggiare senza sbavature una serie di domande mai scontate sulla paternità, sia essa biologica o autoriale, il cui accordo risiede in un compromesso doloroso. Lo suggerisce Benedetto Croce, nel delineare limiti e punti di forza della maschera di Felice Sciosciammocca, e lo sussurra il piccolo Eduardo (De Filippo) all’insofferente fratello Peppino: la risoluzione dello scontro respira unicamente sulle tavole del palcoscenico, spazio di austero gelo teatrale, che è poi espressione di agognatissima libertà.