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“Fahrenheit 11/9”: chi ha paura di Donald Trump?

Basta spostare i due numeri 9 e 11, e quell’11 settembre che fa da sanguinoso spartiacque nella storia contemporanea si trasforma nel 9 novembre, il giorno in cui Donald Trump è diventato, contro qualsiasi previsione, il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Come in una cabala da brivido, questi numeri che si ripetono diventano il sinistro presagio di un nuovo, terribile, pericolosissimo attentato alla democrazia. È da qui che parte Fahrenheit 11/9, nuovo documentario di Michael Moore presentato alla Festa del Cinema di Roma, dove il sarcastico campione del pensiero liberal USA ha partecipato anche a un incontro ravvicinato con il pubblico. Il grido d’allarme arriva forte e chiaro, ricordando agli americani (e non solo a loro) che la democrazia non è qualcosa di assodato ma un obiettivo da raggiungere e un privilegio da difendere.

“Il verdetto” tra legge e arbitrio

Lo studio sul personaggio è tutto per Il verdetto – The Children Act. Asciutta e severa fin nel taglio di capelli, svettante come un monumento, la Thompson monopolizza ogni singolo frame. Il veterano del teatro inglese Richard Eyre la mostra incorniciata da finestre, stretta nella folla brulicante di Londra, attraverso porticati e gallerie. Spinge sul rituale di vestizione e sulla gerarchia, allinea i magistrati coi caratteristici abiti tradizionali in lunghe e lentissime processioni. Quest’agente della Legge è un monaco. Alla sardonica risposta di Fiona il marito non si scompone (“ridicolo..”) ma poi le chiede con un ossequio ironico in cui non stonerebbe un Vostro Onore di poter avere un’amante – tanto lei si dà anima e corpo a un lavoro che è più che altro una missione.

“In viaggio con Adele” e il cinema agrodoloce

In In viaggio con Adele Alessandro Capitani, alla sua opera prima, tenta una rappresentazione dell’agrodolce della vita ma, pur avendo l’ambizione di delineare dei personaggi al di là dei classici tipi della commedia all’italiana, non riesce a renderne pienamente la complessità. Se il tema dell’incontro-scontro emotivo fra due protagonisti di solito ce li presenta agli antipodi, l’uno solido ma compresso nelle regole sociali e l’altro portatore di slancio vitale ma bisognoso di stabilità affettiva, Capitani ha il pregevole merito di sparigliare le carte portando in scena due individui entrambi in balia della difficoltà di vivere (la lezione de La pazza gioia di Paolo Virzì è lì da qualche parte sullo sfondo). Peccato che un tema archetipico, se non sostenuto da soluzioni narrative adeguate e originali, rischi di diventare semplicemente abusato.

“Il vizio della speranza” e l’evidenza delle parabole

Con il suo nuovo film Il vizio della speranza, scritto insieme a Umberto Contarello e presentato in anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma, il regista di Indivisibili Edoardo De Angelis torna a raccontare le zone d’ombra di una Campania povera e dimenticata, andando alla ricerca di un ultimo tizzone ardente di luce in un fuocherello di umanità che sembra assuefatta alla disperazione. La nascita, evento comune e straordinario, diviene la scintilla creatrice di in una famiglia affettiva fatte di “brave persone”, in cui non conta tanto il legame di sangue quanto l’aver mantenuto una purezza di fondo, faticosamente difesa in un mondo dove per disperazione si può vendere tutto, anche la propria vita. Una natività da presepe contemporaneo, a cui dà forza la colonna sonora di Enzo Avitabile. 

“Halloween” e la seconda volta di Laurie

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, Halloween è un gioco cinefilo di specchi, che funziona solo per chi il film precedente lo conosce a memoria. Jamie Lee Curtis si presta a questo cortocircuito con meta-cinematografica autoironia, lei che come la sua Laurie di quella notte di Halloween di quarant’anni prima fa non è mai riuscita a liberarsi davvero, “relegata” più o meno controvoglia ad eterna reginetta dell’horror. Lo scopo dell’ennesimo ritorno di Michael sembrerebbe proprio questo: dare a Jamie Lee/Laurie l’occasione a lungo attesa per avere una rivincita, per liberarsi di questo scomodo fantasma del passato prendendo, almeno per una volta, il coltello dalla parte del manico. Sembrerebbero esserci riuscite, finalmente in maniera definitiva. Ma visti i precedenti, chi può dirlo con certezza?

La guerra senza filtro

Il film è costruito in una oscillazione tra passato e presente (il passato animato dai disegni), che lentamente prepara lo spettatore alla “guerra in diretta” vista dall’occhio del mirino, dopo una lenta introduzione empatica in quelli dei protagonisti. Attraverso i racconti della loro vita, le nenie, le preghiere, i poveri pasti, i desideri per il futuro e le speranze (sì, le speranze, perchè l’uomo non finisce di sperare nemmeno attraversando morte) lo spettatore è messo nelle condizioni di “entrare nei loro panni”, vivere una identificazione totale con i protagonisti e dunque sperimentare la più inaccettabile ed agghiacciante realtà da loro vissuta nel momento in cui vengono sterminati. Savona usa le immagini degli attacchi ricostruite dal punto di vista di un drone in volo sopra la strada dei Samouni, per farci vedere la guerra nel momento stesso in cui accade.

Il folle gioco di morte del “22 luglio”

Il film, in programmazione simultanea su Netflix e in alcune sale scelte, si muove su tre assi paralleli che si avvicinano solo due volte all’interno dell’arco narrativo, ovvero nei momenti cardine: l’attentato e il processo. I personaggi protagonisti di ogni fil rouge sono il filo-nazista Breivik, il Primo Ministro e l’avvocato, e, come ultimo, uno dei ragazzi sopravvissuti, Viljar. La macchina da presa rimbalza in qua e in là tra la rivincita di Viljar, il suo dramma, e la sua possibile storia amorosa o di amicizia, le complessità che il Primo Ministro e l’avvocato difensore devono affrontare, per poi arrivare di tanto in tanto sui primi piani di quella mente assassina di Anders Breivik.

“L’apparizione” tra dubbio e predestinazione

Perché un pur acclamato reporter di guerra deve essere reclutato dalla Santa Sede per coordinare il gruppo di esperti (con lui ci sono un focoso teologo, una psicologa perplessa e due preti mediatori) chiamati ad accertare la veridicità delle apparizioni mariane viste da una giovane novizia? I motivi della proposta sono dichiarati: lo sguardo laico, il distacco critico, la capacità di calarsi in un territorio lontano dalle certezze della casa, l’inseguimento della verità sono qualità insite ad un cronista abituato a stare al fronte. Lo stesso casting di Vincent Lindon indica una precisa scelta di campo: l’approccio straniato e straniante del personaggio (perché proprio io? cosa c’entro io con questa storia?) è ben assistito dal volto segnato e sgualcito di questo attore inquieto e navigato

“A Star Is Born” e la storia che si ripete

Se, come si afferma nel film, “la musica è fatta da 12 note, è il modo in cui vengono usate per dire qualcosa a fare la differenza”, viene da chiedersi in che cosa il debutto cinematografico di Bradley Cooper dietro la macchina da presa faccia la differenza rispetto ai suoi predecessori (William Wellman – 1937, George Cukor – 1954 , Frank Pierson – 1976), oltre al mero aggiornamento coreografico e di stile musicale. Ci si chiede, insomma, quale lettura ci offra del presente. Cosa ci vuol dire A Star Is Born, oltre ad invitarci a credere nei propri sogni e a ricordarci che con impegno, talento e fortuna si possono raggiungere tutti gli obiettivi? Perché questo messaggio non è particolarmente innovativo (se lo sente dire peraltro anche il protagonista di Erom, film di Yaron Shani anch’esso presentato a Venezia 75).

“La strada dei Samouni” e l’umanesimo degli individui

La strada dei Samouni prescinde dalla politica e racconta l’umanesimo di individui, parole, tradizioni e legami familiari. Savona non si prende la briga, per suscitare maggiore empatia, di stemperare gli aspetti della cultura palestinese più lontani dai valori degli spettatori occidentali: matrimoni combinati dalle famiglie, svilimento della figura femminile, pervasività della religione musulmana. Non ne ha alcun bisogno. Gli basta seguire Amal, una bambina rimasta quasi uccisa quella notte e sopravvissuta per giorni accanto ai cadaveri dei suoi familiari. Una narratrice che all’inizio dice di non ricordare e di non saper raccontare le storie, ma poi lo farà coi suoi modi e tempi, dando l’avvio e il passo a uno sviluppo filmico circonvoluto, ellittico, pudico di fronte al grande dolore.

“L’uomo che uccise Don Chisciotte” racconto errante e picaresco

Don Chisciotte, consapevole della ragione della propria esistenza, incarna la fede nella giustizia, nonostante l’incessante ricerca della verità sia ostacolata da una fervida immaginazione che lo fa apparire completamente pazzo, non può in alcun modo venir meno alle proprie convinzioni; “la sua avventura sarà una decifrazione del mondo: un percorso minuzioso per rilevare sull’intera superficie della terra le figure che mostrano che i libri dicono il vero”. Gilliam si serve delle allucinazioni del suo cavaliere errante per dare vita a un racconto picaresco d’altri tempi che affonda le proprie radici in una contemporaneità caotica e contraddittoria dove uomini potenti privi di scrupoli, amanti del lusso sfrenato e cafone, dettano legge in nome dei loro più biechi interessi, decretando la morte della morale donchisciottesca.

“Piazza Vittorio” sociale, umana e cinematografica

Presentato fuori concorso a Venezia 74, Piazza Vittorio è un documentario sulla piazza più multiculturale di Roma e forse d’Italia, girato con una ispirazione nettamente verista più ancora che realista, poiché intento a fotografare oggettivamente la realtà sociale e umana, rappresentandone rigorosamente ogni aspetto, anche quelli più sgradevoli, quasi senza apparente mediazione. Non è una metropoli notturna e infernale la Roma che viene fuori dal documentario del regista newyorkese (di padre italiano) che più di ogni altro ha raccontato storie di peccato, redenzione, violenza. In questi 82 minuti, sono poche pochissime le scene girate di notte, nel buio metropolitano spezzato dai neon. Piazza Vittorio infatti vive soprattutto di giorno.

“L’amica geniale” tra neorealismo e fiaba

Come l’Eroe campbelliano, tornano a casa con la ricompensa, l’elisir magico che, per Lila e Lenù, assume la forma di un libro prezioso, allegorica speranza di un futuro diverso e possibile. Il lavoro di ricostruzione del Rione concorre alla sensazione di artificio fiabesco: ventimila metri quadrati di set, quattordici palazzine, cinque set di interni, una chiesa e un tunnel. Sembra un mondo a sé stante, grazie ad un lavoro di geografia visiva ed una ricerca attenta, che si evince grazie alle scelte ponderate dei colori e dalla ricchezza dei riferimenti: da Mamma Roma di Pasolini, alle immagini evocative e intense che omaggiano Antonioni. Bit dopo bit, scena dopo scena, tutto è perfettamente statico ma instancabilmente in movimento. Un quadro armonioso sostenuto da un tappeto sonoro immersivo ma mai invadente.

La musica di “BlacKkKlansman” dai Seventies a oggi

Componente essenziale di tutto il cinema di Spike Lee, la musica assume funzione rilevante non solo a sottolineatura emotiva delle immagini quanto facendosi, piuttosto, loro parte integrante da cui sono arricchite di significati altri sottesi dai brani a essi associati. Non fa eccezione la colonna sonora di BlacKkKlansman che esprime la divisione tra due identità a confronto e ricrea il clima culturale tipico dei seventies in cui il film è ambientato. Da una parte il funky soul di Cornelius Brothers & Sister Rose (Too Late to Turn Back Now) o The Temptations (Ball of Confusion), dall’altra l’odierno country revivial di Beth // James (Lion Eyes) e il southern rock di R.J. Phillips Band (Freedom Ride) e Looking Glass [Brandy (You’re a Fine Girl)].

“L’uomo che uccise Don Chisciotte” tra Cervantes e Twain

Dopo tanto patire, L’uomo che uccise Don Chisciotte giunge finalmente in sala. E, sorpresa, non è materiale di cui bisogna parlar bene a prescindere per lodarne lo sforzo. Fondendo elementi del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes con una trama sulla scia di Un americano alla corte di Re Artù di Mark Twain, Gilliam sostituisce il paradosso temporale del secondo, l’uomo contemporaneo scaraventato nel passato (che inizialmente favoriva), con l’incontro/scontro tra un regista presuntuoso e un vecchio che crede di essere Don Chisciotte. Gilliam dona al suo regista – un Adam Driver nella sua miglior performance – un’epifania felliniana che lo riporta nei luoghi in cui 10 anni prima aveva girato un cortometraggio su Don Chisciotte, il tutto mentre questi cerca di superare un blocco creativo durante la lavorazione di un orrido spot… a tema Don Chisciotte.

“BlacKkKlansman” tra educazione e intrattenimento

Sfruttando la formula dell’edutainment (educazione + intrattenimento) statunitense già impiegata in Malcolm X, Lee cerca di raggiungere un ampio pubblico con un prodotto didattico nella forma, ma decisamente personale nei contenuti. Partendo dalla vicenda reale di Ron Stallworth – poliziotto afroamericano che negli anni Settanta si infiltratò nella cellula del Ku Klux Klan di Colorado Springs – Spike ribalta i canoni tradizionali del buddy movie interrazziale, in cui il bianco è la mente e il nero il braccio, sviluppando una riflessione sull’identità, declinata in svariate forme. Identità affermate (il Black Power e il White Power); negate (la volontà dei primi di manifestare con orgoglio la propria natura finora repressa e il sistematico, violento ostruzionismo dei secondi); celate (l’immagine aperta e tollerante che il leader David Duke dà dell’Impero invisibile).

“Sembra mio figlio” e l’incontro di tre vite

Questo è il primo film al mondo a narrare la vicenda di due profughi hazara ma la regista col suo racconto va oltre la tematica etnica, civile, di denuncia. “Sembra mio figlio – ha infatti dichiarato Costanza Quatriglio – vuole raccontare una storia europea, riguarda tutti noi che abbiamo saputo fare i conti con il nostro passato”. Ed è questo in effetti il cuore pulsante del film, il fulcro narrativo dai cui si dipanano le vicende di Ismail, di Hassan e di Nina. Ai dialoghi rarefatti – e spesso affidati alla freddezza metallica di conversazioni telefoniche – agli sguardi dolenti e sperduti, ai rari e improvvisi sorrisi che timidi squarciano lo schermo, la regista affida la complessità, la profondità e la pesantezza di un passato spaventoso. Di un passato con cui i protagonisti sono chiamati a fare i conti per poter sopravvivere.

“Don’t Worry” e quel luogo tra reale e immaginario

Van Sant ama spesso abitare quel luogo situato fra il reale e l’immaginato. Un luogo dove l’invenzione fantasiosa, spesso allegorica o metaforica, carica il dato reale di significati problematici e rende gli aspetti più irreali e immaginativi, tangibili e concreti. Ne diede prova in modo plateale con Last Days (2005), e più recentemente con L’amore che resta (2011), fino a farne quasi una dichiarazione di poetica con il suo ultimo film, La foresta dei sogni (2015), dando a quel luogo addirittura una dimora fisica e attraversabile. Non di meno, anche in questa pellicola, certamente un biopic rigoroso e aderente ai fatti reali, è emblematica l’ombra di una mano che compare ad un certo punto, sulla spalla del protagonista: un evento irreale ma non per questo meno vero nella mente del protagonista.

“La truffa dei Logan” e l’attrazione di Soderbergh per la natura umana

La truffa dei Logan è un film di frontiera, quella geografica che divide Boone County in West Virginia da Charlotte in North Carolina, e quella metaforica oltrepassata da Steven Soderbergh con il ritorno al lungometraggio quattro anni dopo il fallace addio al cinema. Una panoramica sugli orizzonti culturali dell’America di Trump ambientata in due delle roccaforti elettorali del tycoon. Gli States, patria delle grandi opportunità, ma non per tutti. Un Paese in crisi che celebra i propri veterani senza riuscire più a prendersene cura e che addobba le proprie figlie con ciglia finte e abbronzatura spray per poi mandarle a ingrossare le fila di agghiaccianti concorsi di bellezza. Le sonorità folk rock di John Denver fanno da tappeto emotivo alla lotta di Jimmy per riappropriarsi della sua dignità di padre, mentre le musiche originali composte da David Holmes – autore della colonna sonora – esaltano i ritmi serrati delle adrenaliniche sequenze d’azione.

L’allegoria senza incanto di “Lazzaro felice”

Oggetto bifido, strambo, sbilenco, il terzo opus della regista sublima – come Garrone – un fatto di cronaca degli anni Ottanta e lavora ancora sulle inenarrabili meraviglie dei corpi celesti, imponendosi per ambizione e densità nel discorso sul sacro. Che magari è solo una suggestione di chi scrive, eppure appare così sottile da risultare davvero centrale. D’altro canto quale dovrebbe mai essere la prima impressione di fronte ad un film che elegge ad eroe titolare un personaggio dal nome tanto eclatante quanto paradigmatico? Ricordiamo che il Lazzaro biblico, resuscitato da Gesù, appare nei Vangeli per testimoniare il miracolo e più avanti per annunciarne l’imminente omicidio su mandato dei Sommi Sacerdoti, in quanto discepolo del Messia. Poi basta. Più che un personaggio, quasi una funzione che innesca – o perlomeno sollecita – il destino del protagonista, cioè colui che gli ha ridato vita.

“Dogman” e la solitudine come separazione

In questo Dogman di Matteo Garrone, parabola di calore canino più che umano e isolamento, rabbia e desolazione, c’è qualcosa di terribilmente umano, tragico e delicato, angoscioso e umoristico. Non si tratta di suggestioni immediate, sono piuttosto la carne, il corpo mutilato e il volto esangue di Marcello Fonte a suggerircele, a formulare la disperata richiesta di aiuto e ascolto di un reietto; perché, d’altra parte, il suo status sarà questo, rimarrà immutato, qualsiasi cosa avrà intenzione di fare per redimersi. Spettatore inerme delle ferite inflittegli dagli altri (e alla fine da sé stesso), Marcello è un outsider dall’aria trasognata e a tratti comica, vive la periferia della Magliana ma, nel contempo, ne è fuori; non prende parola durante gli incontri con i negozianti del quartiere, collocandosi sempre un passo indietro, uno sguardo indietro. Legge i risvolti della realtà a partire da una posizione privilegiata, quella di prende le distanze da ciò che è per comprenderlo, o forse semplicemente osservarlo.