“Farewell Amor” e la musica come vettore emotivo

Farewell Amor, accolto con entusiasmo al Sundance 2020 e distribuito in Italia sulla piattaforma MUBI, racconta il difficile ricongiungimento di una famiglia angolana dopo una lunga separazione.  La volontà di Ekwa Msangi, regista e sceneggiatrice al suo lungometraggio di esordio, è quella di lasciare sullo sfondo un discorso di denuncia politica, senza però depotenziarlo, per concentrarsi piuttosto sulle complesse dinamiche relazionali, regolate all’interno di uno striminzito bilocale di Brooklyn, nel tentativo di una reintegrazione. Al posto di litigi enfatici e drammi da cucina, Msangi lascia spazio ai piccoli aggiustamenti e alle interazioni discrete.

“Quella notte a Miami…”. A Change Is Gonna Come

Tratto dall’omonima pièce del 2013 di Kemp Powers (qui anche sceneggiatore, come nel recente Soul di Pete Docter), Quella notte a Miami… è l’interessante debutto alla regia di Regina King, già pluripremiata star del nuovo firmamento afrohollywoodiano e autrice per diverse serie televisive. Un’opera prima non poco ambiziosa, che porta sullo schermo Sam Cooke, Cassius Clay, Jim Brown e Malcolm X riuniti in una modesta stanza d’albergo per festeggiare il pugile e la conquista del titolo per i pesi massimi nel 1964, evento che si fa occasione per gli amici di confrontarsi sulla questione nera e le sue problematiche, dinamiche, prospettive.

“Pieces of a Woman” e lo sguardo dalla stanza accanto

Le riflessioni etiche e morali sembrano tutt’altro che sviscerate, sono piuttosto messe in secondo piano. Pieces of a Woman è certamente un film sul lutto, sulla maternità, sulla famiglia, sul rapporto tra giustizia legale e giustizia morale, tra responsabilità individuali e collettive, ma allo stesso tempo è un film che – tanto per amor di anti-retorica quanto, forse, per mancanza di coraggio – decide di non prendere delle nette posizioni. Potrebbe risultare un approccio disonesto, spaventato; ma non si può negare che abbia il merito di suggerire un’altra variazione del cinema di Mundruczó, una deviazione rispetto alla tipica tendenza, non sempre calibratissima, di polarizzare i suoi racconti con enfasi retorica ed emotiva. 

“SanPa” e i confini della memoria collettiva

Cos’è legittimo imporre a un’altra persona “a fin di bene”? Cosa è legittimo compiere per salvare delle vite? Sono queste le domande che gli autori di SanPa veicolano attraverso questo ambizioso progetto filmico. Ed è importante considerarla, questa docu-serie, oltre alle prevedibili polemiche. Perché SanPa si inserisce nella schiera dei documentari che oltre a una visione irrimediabilmente personale degli eventi di-spiega il senso dei confini della “memoria collettiva”. Un enorme compromesso, costantemente attaccato e difeso, che è giusto analizzare con nuovi e diversi strumenti. Per non fermarsi alla superficie, mai.

“Soul” e l’anima della Pixar

Per godere appieno di questo lavoro si potrebbe, anzi, si dovrebbe spogliare lo sguardo da qualsivoglia componente critica. Si dovrebbe ridere, piangere, emozionarsi e seguire Joe e 22 in una New York magnifica e decadente, inebriarsi delle note musicali suonate in un locale jazz e di quelle cromatiche orchestrate dai registi. Bisognerebbe lasciarsi pervadere dalle immagini e dare poca retta alle morali filosofiche ed esistenziali. Insomma, liberarsi di tutta la teoria per andare al cuore, pardon, all’anima del film. Solo allora scopriremo che il ponte più lungo, difficile e impervio da valicare non è il tapis roulant che conduce nell’aldilà, non è “l’imbuto” a precipizio sulla Terra ma la soglia della nostra porta di casa.

Doin’ the White Thing. “Ma Rainey’s Black Bottom” e la coscienza afroamericana

Quando nel 1984 il Premio Pulitzer August Wilson presentò a Broadaway Ma Rainey’s Black Bottom la società statunitense stava rapportandosi con una nuova ondata di prodotti culturali black che, come il blues e il jazz nei decenni prima, erano oggetto di interesse da parte dell’industria bianca. Un fiorente filone da sfruttare per conquistare una fetta di mercato. Un rapporto conflittuale, sempre in bilico tra speculazione manageriale e desiderio di rivalsa artistica espresso dal termine gergale doin’ the white thing. Una forma d’imprenditorialità nera – che vede in Spike Lee uno degli esempi più fortunati, riusciti e duraturi – frutto di una nuova coscienza afroamericana che vuole raggiungere i grandi canali di distribuzione, di cui l’opera di Wilson può essere letta come metafora.

“Non ti presento i miei” tra militanza e tradizione

Il film si muove in un’idea di “tradizione”, sia cinematografica che culturale, ed è in effetti questo il punto nodale della questione e la sfida più difficile della regista Clea DuVall, già attivista lesbica da molti anni che qui maneggia un materiale parzialmente autobiografico: giocare con la tradizione, dentro alla tradizione e non metterla in discussione ma aggiornarla. Lavorare con le regole del genere senza ribaltarne il paradigma fondativo ma mostrando quanto i confini di quella che comunemente chiamiamo “tradizione” possano essere assai più elastici e permeabili alle novità di quanto si tenda a credere.

“Sound of Metal” e la vibrazione del rumore

Il tema centrale di Sound of Metal è la ricerca del suono e della sonorità. La trama del film non è incentrata sul racconto della vita di Ruben, ma sulle due vie costanti e parallele di rumori oggettivi e silenzi soggettivi. La macchina da presa di Darius Marder insegue le sonorità del mondo e la sordità di Ruben mettendola in mostra attraverso i primi e primissimi piani del volto di Riz Ahmed. Nel film l’azione è praticamente inesistente, la sceneggiatura è infatti ridotta a uno scheletro di parole e frammenti. Dall’ardore e vitalità della ricerca musicale in Whiplash di Damien Chazelle si passa, cinque anni dopo, alla sua antitesi con i ronzii, i sibili, e le vibrazioni.

“L’incredibile storia dell’Isola delle Rose” e l’appeal dell’apologia

Con L’incredibile storia dell’Isola delle Rose Groenlandia, realtà produttiva fondata dallo stesso Sibilia e da Matteo Rovere, orientata al marketing internazionale e alla collaborazione con colossi come Netflix e Sky, ribadisce il proprio marchio di fabbrica in merito alla commedia: un prodotto di qualità, con un appeal emotivo su un pubblico vasto, che rifugga sia la matrice televisiva, sia una grana più sottile ma comunque legata alle idiosincrasie nazional(popolar)i. In questo caso punta su una generica apologia della libertà personale, in linea col nostro spirito del tempo ma ben attenta a non addentrarsi in alcun reale discorso politico, e una sempreverde presa in giro del potere costituito. 

“Mank” film bergsoniano

Per molti aspetti Mank è un’opera in serie, nel senso che continua a moltiplicare l’icona wellesiana su Netflix dopo The Other Side of the Wind e Mi ameranno quando sarò morto, rafforzando di conseguenza il sistema produttivo e distributivo di una piattaforma sempre più autoriale; questo nuovo racconto sullo star system mostra la superficie ovattata e conflittuale di una Hollywood fallocentrica e prova a spiegarci la nascita della sceneggiatura di Quarto potere senza però creare quegli affondi registici che hanno connotato in passato le letture ben più stratificate e profonde di Fincher. Mank è una piacevole divagazione poetica in bianco e nero, un biopic di pregevole fattura calato mimeticamente negli anni della Golden Age hollywoodiana, riportata in vita con suggestivi effetti sonori e scenografici d’epoca.

“Mank” tra scrittura e tradimento

La stesura del famoso copione diventa un’occasione per procedere a ritroso nel tempo nella vita dello sceneggiatore, alla ricerca dei motivi che portarono Mankiewicz a scrivere un film sul magnate americano William Randolph Hearst. Ma l’intento di Fincher è tutt’altro che biografico. “Come dice lo scrittore – ricorda Houseman allo sceneggiatore durante una delle tante visite per controllare l’avanzamento dei lavori – racconta la storia che conosci”. “Io – risponde Mankiewicz – non conosco quello scrittore”. Eppure il regista sembra volerci avvertire fin dall’inizio come – sia nella storia raccontata da Mankiewicz sia in quella che lo stesso regista sta raccontando – i confini tra realtà e finzione possano a tratti sfumare l’uno nell’altro.

“Le belva” e la lezione di genere

Dichiariamolo subito: l’impressione di déjà vu è fortissima. Ma è  proprio qui secondo noi, che si gioca la partita. Lavorare con un materiale narrativo scarno e molto noto e provare a renderlo comunque personale, cercando un intrattenimento di qualità, tecnicamente ben rifinito con una scrittura e una recitazione curate, senza sentirsi obbligati a sfoggiare un qualsivoglia bisogno di autorialità e senza nemmeno scadere nello scimmiottamento di cinematografie a noi lontane. Al netto di qualcosa che non gira come dovrebbe, il risultato è apprezzabile e di piacevole fattura.

“Shadows” tra genere e sconfinamenti

Un regista italiano, location irlandesi, per una coproduzione di respiro internazionale: Shadows di Carlo Lavagna riecheggia e reinterpreta quello che è ormai un topos del thriller psicologico contemporaneo – con sconfinamenti nel dramma e nell’horror – ovvero dinamiche familiari conflittuali in atmosfere claustrofobiche e minacciose. Solo in territorio italiano potremmo citare i recenti Buio di Emanuela Rossi e The Nest – Il nido di Roberto De Feo, ma allargando il raggio molti altri condividono gli umori di Shadows, da The Others a A Quiet Place – Un posto tranquillo.

Una società sul bordo del precipizio. Intervista a Leonardo Guerra Seragnoli

Gli indifferenti porta in grembo, grazie anche alla sua matrice esistenzialista, alcuni scorci e taluni tratti caratteristici che si accordano bene alla nostra quotidianità. Deve aver pensato qualcosa di simile Leonardo Guerra Seragnoli, che per il suo terzo lungometraggio si è misurato con il romanzo in questione, trasponendolo proprio ai giorni nostri: un adattamento complicato e coraggioso, perché coniugare il confronto con un caposaldo della letteratura italiana e allo stesso tempo coglierne i suoi tratti di continuità storico-sociale era un’operazione in qualche modo rischiosa. L’abbiamo raggiunto virtualmente, per porgli tutte le domande del caso.

“Elegia americana” e il patriottismo incongruente

Elegia americana, a dispetto del titolo che richiede un’identificazione collettiva e un allargamento di prospettiva, è più interessato alla sua copertura di superficie, sembra stato pensato per dire la sua più agli Oscar che non sulla crisi sociale e politica dell’America di oggi. Ad un cinema che vuole essere a modo suo patriottico di certo non si chiedono la crudeltà spietata di Un gelido inverno o la dissacrazione implacabile di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, due fra i più feroci resoconti dell’ignoranza e della brutalità made in USA, ma nemmeno che il racconto del contesto diventi un momento sussidiario o che il riscatto del protagonista da insignificante solitudine a prodigio di Yale anestetizzi le sue possibilità di diventare prototipo.

“Gli indifferenti” e lo spaesamento delle epoche

Com’è ovvio vista la distanza ormai quasi secolare che la separa dal romanzo, la nuova versione di Leonardo Guerra Seragnoli opera una più decisa ri-attualizzazione delle dinamiche borghesi narrate da Moravia. Apparentemente in contrasto con questo assunto, la scelta di non stravolgere più di tanto il testo originale denuncia da una parte l’allineamento alla fiducia dello stesso autore nella trasversalità del suo potere di disamina sociale, dall’altra – quasi a conferma della natura bifronte di questo classico del nostro novecento – è indizio decisivo della volontà da parte degli autori di porre in parallelo le classi agiate di due epoche lontane, tanto imparagonabili quanto accomunate da uno stesso frastornante, sismico senso di spaesamento.

“La vita davanti a sé” di un’icona intramontabile

Chi avrebbe mai detto che il ritorno di Sophia Loren non sarebbe avvenuto sul “grande schermo”? E pensare che La vita davanti a sé presenta tutte le caratteristiche dell’evento cinematografico par excellence. Un decennio trascorso dall’ultima prova attoriale importante (se escludiamo il cortometraggio Voce umana), un copione tratto da un romanzo cardine della letteratura francese e un precedente filmico — illustre — col quale misurarsi. Non ultima la regia di Edoardo Ponti, secondogenito di Sophia e del produttore Carlo, che contribuisce a delineare un progetto ambizioso e difficile sin dalle premesse. Un film-evento in tutto e per tutto che, per far fede ai presupposti, doveva essere distribuito nelle sale per un periodo limitato e che oggi, al contrario, esce unicamente su Netflix.

“Time” e la vita in attesa

Film attualissimo eppure al di là del tempo, Time è il racconto di una vita in attesa – e non solo quella al telefono con le interminabili musichette di attesa delle strutture governative – mentre dei figli crescono senza conoscere il padre e le differenze nelle condanne fra neri e bianchi per gli stessi reati negli U.S.A. si perpetuano. Se il Black Lives Matter in questi anni ha cominciato a rispondere alla domanda: “Perché sono così arrabbiati?” di chi non sa e non ha vissuto in prima persona, Time sembra stare lì per farci chiedere come si possa essere tanto pazienti.

“Cosa sarà” e la sportellata in faccia alla morte

Il tono del film riesce a stare in equilibrio costante tra dramma e commedia, strappandoci un sorriso inaspettato nei momenti di plausibile commozione, come quando ci fa sbellicare per una “sportellata sul naso” che il protagonista si è inflitto involontariamente e che “interferisce” con la nostra commozione nell’evento che dovrebbe essere il più drammatico, quello della diagnosi della malattia. Ed è certo questa la carta vincente di Cosa sarà, quella capacità di “ridere in faccia alla morte” di prenderla a parolacce (“col cazzo che muoio”) come avrebbe certo fatto un altro celebre autore segnato da questa malattia, il compianto Mattia Torre a cui il film è dedicato, e della cui verve sferzante e beffarda il film pare nutrirsi. 

“I predatori” e l’endoscopia del malumore

Ne I predatori tutto è regola e principio dello stesso gioco manipolatorio, qualsiasi dinamica sovvertita, qualsiasi imprevisto narrativo o colpo di scena è sintomo di farsa e misura di tragedia, nel segno di un cinema costruito sulle aderenze e sulle abiure, sulle promesse e sull’inganno. Pietro Castellitto, premiato per la sceneggiatura in Orizzonti all’ultima Mostra del cinema di Venezia, si accomoda su personaggi carichi di esasperazioni e slargature, come esige la caratterizzazione canonica del “tipo”, e poi li riempie di cortocircuiti e anomalie, così che le nostre aspettative nei loro confronti trovino a volte conferme e a volte smentite.

“On the Rocks”. La New York Story di Sofia Coppola

Un film minore questo On the Rocks, di passaggio, che sembra aprire indeciso la seconda parte della filmografia della regista, 50 anni l’anno prossimo, e tastare il terreno di una nuova poetica. Al posto di ruvide chitarre rock raffinate melodie jazz, l’ambigua ode alla giovinezza femminile tracciata fino ad oggi sostituita da una marriage story regolare, superata a sua volta in corsa, in uno squilibrio non risolto di sceneggiatura che trova l’apice nella poco riuscita parentesi messicana, da un rapporto padre-figlia da sbrogliare. Dove andrà il cinema della Coppola è nel desiderio espresso da Laura prima di soffiare sulla candelina: lo vedremo.