“La febbre del sabato sera” e la mascolinità passiva del nuovo divo-ballerino

Per continuare il nostro studio su La febbre del sabato sera e le influenze culturali su stili di vita e consumi degli ultimi quarant’anni, ospitiamo questa volta un acuto intervento di Claudio Bisoni, comparso in open access sulla rivista Cinergie – Il cinema e le altre arti, che dedicò uno speciale proprio alla dico music e al rapporto con l’immaginario audiovisivo. Nel denso saggio dell’autore, il corpo e la funzione della sstar Travolta vengono messi in relazione con i temi della mascolinità e della rappresentazione di genere, con risultati sorprendenti. 

“La febbre del sabato sera” secondo la critica

Torna in sala, restaurato in digitale, director’s cut, distribuito dalla Cineteca di Bologna, La febbre del sabato sera. Le fonti critiche non furono tantissime, o meglio del film si parlò parecchio ma soprattutto in termini sociologici. Fuori dai radar cinefili (purtroppo) il capolavoro di John Badham avrebbe cambiato il mondo della cultura popolare. Come ricorda Pauline Kael: “Il pubblico più giovane si vide rappresentato dal film di Badham, così come precedenti generazioni s’erano riconosciute nel Selvaggio, in Gioventù bruciata, nel Laureato e in Easy Rider; e Travolta diventò un culto nazionale praticamente nel giro d’una notte”.

La musica del Potëmkin

Le musiche originali di Edmund Meisel sono state ricostruite e riorchestrate da Helmut Imig con la collaborazione di Lothar Prox, eseguite da Deutsches Fimorchester Babelsberg – Musikalische Leitung, sotto la direzione di Helmut Imig. Ecco una serie di testimonianze, a cominciare da quella di Sergej Ejzenštejn, sulla composizione e le idee che la suggerirono. 

Voci sul Potëmkin

La corazzata Potëmkin non è solo il film di cui stiamo ricostruendo genesi e analisi, ma anche un testo fondamentale su cui molti intellettuali hanno esercitato il proprio pensiero. Questa volta dedichiamo il post alla ricognizione di alcune voci degli anni Venti, tutte di straordinario interesse. Come scriveva Desnos, del resto: “Questo film vibrava di fede e di entusiasmo. Lo schermo non rappresentava più un ostacolo. Era squarciato dai proiettili rossi dell’immaginazione. Rivelava il mondo meraviglioso nascosto dietro di lui”.

Cara e stimatissima Corazzata!

Tornata nelle sale in questi giorni grazie al progetto Cinema Ritrovato al cinema, La corazzata Potëmkin è un film che “emerge dal mare” con l’impeto creativo di un regista di ventisette anni, Sergej Ejzenštejn, destinato a portare la rivoluzione nel linguaggio cinematografico. Questa Dedica, scritta da Ejzenštejn fra il 1945 e il 1948 e rimasta a lungo inedita, è apparsa in prima traduzione italiana in Ejzenštejn su Ejzenštejn, a cura di Pier Marco Santi, Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Pisa – Comune di Pistoia, 1980.

Il mondo con lo sguardo altrui: “Blow-up”

Su Blow-up tutto si è detto e tutto si dirà. E sotto le tante parole spese in mezzo secolo germoglia sempre il seme di una consapevolezza: che in fondo di questo film fondato sul mistero sappiamo soltanto ciò che sceglie di rivelare. Il resto è congettura, un’elucubrazione, pura teoria. Una scatola cinese, un gioco di specchi, una simulazione. Blow-up è una menzogna che ci obbliga a ricercare la verità perduta, nascosta, sommersa sotto ed oltre quella rivelata. Chiede di farlo per altri occhi, imponendoci di imparare a guardare il mondo con lo sguardo altrui.

“Blow-Up” e la critica

La Cineteca di Bologna porta il restauro di Blow-Up nelle sale italiane, nell’ambito del progetto Il Cinema Ritrovato al cinema, a 50 anni dalla Palma d’Oro del 1967. Occasione per discutere di un film che non ha mai smesso di affascinare gli spettatori e che si è prestato, come tutti i capolavori, a letture differente e persino fraintendimenti. La ricostruzione della ricezione critica non può che essere un punto di osservazione privilegiato. Dalla rassegna stampa italiana e francese d’epoca conservata negli archivi della Cineteca, troviamo per esempio l’accoglienza a Cannes 1967 e l’esordio del film nelle sale italiane e francesi.

“Eraserhead”, nascita di un cult

Torniamo un’altra volta su Eraserhead, nostro film del mese. Questa volta indaghiamo – sempre approfittando delle antologie critiche messe a punto dai curatori di Cinema Ritrovato al Cinema – alcune fonti dedicate alla storia della ricezione del film. Per troppo tempo considerato un semplice incunabolo della successiva carriera di Lynch, Eraserhead è secondo alcuni il film più puro del cineasta americano. 

Melodie industriali: “Eraserhead”, Lynch e il soundscape

Sempre approfittando dell’uscita in prima visione della versione restaurata di Eraserhead, proponiamo questa volta alcuni approfondimenti su suono e musica nel film d’esordio di David Lynch. Il rapporto con il soundscape da parte del regista americano è noto, e si svilupperà sempre più nella sua lunga carriera, giungendo alle scariche elettriche, ale voci invertite, alle canzoni malinconiche di Twin Peaks, quello di ieri e quello di oggi.

Venezia Classici 2017: “Novecento”

Enorme riflessione sulla Storia, Novecento è un film torrenziale sotto ogni aspetto, a partire dalla mole del girato. Inizialmente concepito da Bertolucci come un colosso da 310 minuti, la pellicola venne inizialmente ridotta a sole quattro ore per volontà del produttore Alberto Grimaldi, e proiettata con scarso successo negli Stati Uniti. In Italia, il film fu distribuito in due capitoli sinchè, nel 1991, l’autore riuscì a portare nelle sale il montaggio originale.

“Eraserhead” e la critica

Torna in prima visione, restaurato, Eraserhead – il primo capolavoro di David Lynch. Il piacere di rivedere su grande schermo il magnifico esordio del cinema americano si affianca allo stupore destato dalla magnifica terza stagione di Twin Peaks, collegata in molti modi a quel momento iniziale di circa 40 anni fa. L’opera struggente di un formidabile genio, parafrasando Dave Eggers, ci permette anche di scartabellare nella critica d’epoca e in quella successiva, di cui qui forniamo un primo assaggio. 

Cinema Ritrovato 2017: “Dawson City – Il tempo tra i ghiacci”

Le memorie dal sottosuolo d’America di Dawson City – Il tempo tra i ghiacci vivono soprattutto grazie al commento sonoro di Alex Somers, che va oltre il canonico accompagnamento, dando al montato un significato aggiunto non indifferente. Le melodie post-rock del leader dei Sigur Rós compongono un Requiem lisergico e sulfureo che diviene un tutt’uno con i film riemersi dalle fondamenta della cittadina canadese celebrata da Bill Morrison.

Panchine, edifici e ponti: analisi oggettuale di “Manhattan”

La Manhattan di Woody Allen è avvolta da un alone misterioso e sinistro emanato dai suoi edifici, “high growths of iron, slender, strong, light, splendidly uprising toward clear skies”, queste sono le parole usate da Walt Whitman in Mannahatta, versi che ne cantano la potenza e la bellezza.

Rapsodia in bianco e nero: la musica sinuosa di “Manhattan”

Se, come il protagonista in una delle scene più famose del film, ci si mettesse sdraiati sul divano ad elencare le cose per cui vale la pena vivere, Manhattan potrebbe legittimamente rientrare, come tutto il grandissimo cinema, nella lista.

Détour intorno a “Manhattan”

Continuano, e si allargano a tutte le sale italiane, le proiezioni di Manhattan restaurato. Il capolavoro di Woody Allen non solo riguadagna il grande schermo dove le luci di Gordon Willis e le note di George Gershwin possono esaltarsi al meglio, ma ci riporta anche le tante cose scritte sul film da studiosi e critici.

“Qualcuno volò” e il cinema americano di Forman

Il 1975 è un anno cruciale nella storia degli Stati Uniti d’America. La guerra del Vietnam giunge finalmente al termine, le utopie dei Sixties sono ormai un pallido ricordo e i sogni di rivoluzione lasciano spazio a paranoia e incertezza. È in questo clima di imperante apatia sociale che Qualcuno volò sul nido del cuculo esplode nelle sale come un grido di rivolta e non poteva che essere Miloš Forman, sagace cantore delle inquietudini giovanili, spirito libero sopravvissuto alla fine del Sessantotto, a trasporre in immagini il rabbioso romanzo di Ken Kesey.

Sogni di rock’n’roll: “Konkurs”

Il valore della componente musicale nel cinema di Miloš Forman risulta fondamentale fin dal suo primo lungometraggio Konkurs, uno dei più validi sguardi sulla generazione coetanea del regista, riflessione dolce-amara delle aspirazioni di una gioventù che non nasconde la propria contrapposizione ai costumi dei padri, non tanto per scelta ideologica, quanto piuttosto per natura. Un’opposizione spontanea che per la prima volta negli anni Sessanta trova, in tutto il mondo occidentale, la via di esprimersi collettivamente attraverso una cultura “altra” che rompe con il passato, risultando per questo incomprensibile e inaccettabile alla maggioranza degli adulti.

Antonioni, Vanessa e Verushka

In occasione della giornata dedicata a Blow-up, dedichiamo alcune riflessioni al film, partendo da punti di osservazione laterali e imprevisti.

Vivere la vita senza pensarci: “Uccellacci e uccellini”

Nuovo approfondimento su alcuni aspetti della carriera di Totò, indiscusso protagonista del cinema d’antan che in questi giorni ha suscitato, nei cinefili riuniti in questa redazione e non solo, nostalgie e risate di gioia; il cinquantenario della sua scomparsa è servito a ristabilire un contatto ideale con un attore classico e atipico nella stessa misura. Totò, oggi, continua a riempire i palinsesti portando avanti quella che in vita è stata la sua vocazione, verrebbe da definirlo ironicamente un companatico televisivo, non per sminuirne la forza ma per evidenziare l’inesauribile comicità di un personaggio che si considerava poco più di un cantastorie al servizio del pubblico, verso il quale ha sempre dimostrato sincera gratitudine.

Hippie a Central Park: “Hair”

 Era il 1967 quando la controcultura, di fatto già evolutasi in moda, arrivò in teatro grazie a Hair. E Miloš Forman era tra il pubblico. The American Tribal Love-Rock Musical era in linea con i tempi che raccontava: un seducente pot-pourri di amore libero, pacifismo, droghe e coscienza cosmica.

“Gli amori di una bionda”: dall’idea al film

    Come tutti i grandi film spontanei e ignari che sarebbero stati ancora visti dopo molti decenni, Gli amori di una bionda ha avuto una genesi composita e interessante. Recuperiamo alcune fonti critiche per conoscere retroscena storiografici e realizzativi.  Miloš Forman giunse con questo lungometraggio a firmare la sua terza opera, insieme al proprio gruppo artistico ormai collaudato, in cui lo affiancarono i futuri cineasti Ivan Passer e Jaroslav Papoušek, il direttore della fotografia...