whatshot In evidenza: Aspettando il Cinema Ritrovato

“Storie del dormiveglia” e i dettagli dell’esistenza

“Io non sono il mio corpo sono qualcos’altro…sono il buio e la luce nello stesso momento, esisto e basta”. Inizia con queste parole il bellissimo film documentario di Luca Magi Storie del dormiveglia, vincitore di una Menzione Speciale al 49° Visions du Réel International Film Festival e ora al Biografilm 2018, nato dalla quinquennale esperienza del regista come operatore nella struttura di accoglienza notturna per senza tetto Rostom, nella periferia di Bologna. La pellicola scorre per 67 minuti formalmente perfetti, grazie all’approccio espressionista ottenuto dalla dialettica di luci e ombre, e dalle loro stesse ombre, grazie a fasci di luce netti e taglienti, emergono i profili più intimi e nascosti dei protagonisti.

Bergman 100. Aspettando il Cinema Ritrovato

Bergman 100- La vita, i segreti, il genio individua il 1957 come annus horribils/mirabilis in cui possiamo ritrovare, portate all’eccesso, tutte gioie e i dolori che hanno caratterizzato e caratterizzeranno la vita di Ingmar. C’è il Bergman regista, che firma due dei suoi più grandi capolavori, Il Posto delle fragole e Il settimo sigillo, il Bergman uomo di teatro, capace di portare sul palcoscenico il Peer Gynth di Ibsen, dramma colossale il cui allestimento dura ben cinque ore, e il Bergman uomo, diviso tra la moglie, le amanti e gli innumerevoli figli, dei quali stenta a ricordare il numero preciso. Ad affiancare l’attività frenetica ed incessante, emerge un colossale groviglio di nevrosi, divenute poi il carburante delle sue pellicole migliori.

“I compagni” compie 55 anni

Nel 1963 Monicelli incappò in un fiasco al botteghino quando raccontò di uno sciopero a oltranza da parte di operai di una fabbrica tessile guidati da un professore socialista in una Torino di fine Ottocento. Questo film compie quest’anno 55 anni e – a dispetto dell’insuccesso al suo debutto – si ritaglia un posto d’onore tra le commedie amare più riuscite di Monicelli. Sicuramente la più partigiana, a partire dal titolo: I compagni. Proprio da qui, dal titolo, viene suggerita una coralità narrativa che Monicelli aveva già inseguito, senza riuscirci, ne La grande guerra, dove l’intenzione era inizialmente di raccontare le disavventure di un intero plotone che va a combattere, ma alla fine ad emergere sono i due protagonisti interpretati da Vittorio Gassman e Alberto Sordi. 

“Il clan dei ricciai” come rivendicazione di dignità

Mai come in questi anni alcune sparute voci della politica e della società civile hanno cercato di avviare una riflessione sul “senso del carcere”, denunciando le condizioni spesso indecorose di molti istituti di pena e schierandosi dalla parte dei detenuti costretti a sopravvivere al di là della decenza. Non di rado sfugge a molti che la reclusione, in quanto privazione della libertà dell’individuo, è sì una pena, ma anche l’occasione per il carcerato di entrare in un percorso di riabilitazione per reintegrarsi nella società. Nella stagione in cui sono tornate di moda la giustizia privata e la sfiducia nel sistema giudiziario e sempre di più latitano valori quali il rispetto del prossimo e la tutela dei più deboli, Il clan dei ricciai arriva come un’inattesa e necessaria rivendicazione di dignità.

“La ragazza in vetrina” e la censura. Aspettando il Cinema Ritrovato

Oltre ai brutali tagli della censura che hanno alterato la trama de La ragazza in vetrina, come quel “no kiss” pronunciato dalla prostituta ed eliminato snaturando il significato del finale del film, il direttore dello spettacolo presso il ministero propone a Emmer venti milioni (di allora) per rigirare una scena: “Suggeriva di lasciare apparire Marina Vlady completamente nuda e forse di mostrare l’amplesso al posto della castissima scena da me girata. A condizione che dopo l’amplesso lei scorgesse su un giornale la fotografia del giovane minatore, con la notizia che era rimasto sepolto nella miniera per tre giorni resistendo alla disperazione (…) la ragazza allora doveva mettersi a piangere, dicendo ad alta voce ‘Tu sei stato un eroe io sono una miserabile prostituta’. Per la chiesa cattolica il peccato della carne è il più venale – quello che conta e non si può infrangere è l’ipocrita moralismo”.

“Almost Nothing”, il CERN e una democrazia quasi irreale

Cattedrale della conoscenza, dove i reattori rappresentano la comunione d’ingegni tra gli architetti e i fisici (“un’estetica tonda e simmetrica… il limite della bellezza”), lo spirito del CERN secondo ZimmerFrei si trova nella caffetteria, che, nei racconti dei protagonisti, si staglia quale luogo fondamentale e formativo, nonché il posto dove pare sia stato inventato il protocollo HTML. Lasciando sullo sfondo le appassionanti cerimonie dedicate alla comunicazione delle scoperte, ci si concentra su questa anticamera dello studio in cui discutere, confrontarsi, chiarirsi (“è confortante avere risposte”), rappresentazione di un mondo senza conflitti cosciente di essere il modello di una comunità autosufficiente dal “livello di democraticità quasi irreale”.

Marcello, come here!

Quella del cosmopolita Mastroianni è una parabola irripetibile tra gli attori italiani: ha recitato per e con chiunque in più o meno centocinquanta film tra i quali è difficile trovare qualcosa di davvero imbarazzante ed è forse l’unico tra i grandi del suo tempo ad aver chiuso la carriera con suprema dignità. Per dire, negli ultimi dieci anni di attività si è tolto lo sfizio di lavorare in mezzo mondo con nuove leve (Giuseppe Tornatore, Francesca Archibugi) e venerati maestri (Robert Altman, Manoel de Oliveira, Raul Ruiz, Theo Angeolopulos), schizzando ritratti memorabili (Oci ciornie, Verso sera, Sostiene Pereira).  E allora, sì, ha senso ritrovare Marcello Mastroianni, specialmente ora che non c’è alcun particolare anniversario tondo da onorare. Diciamolo, è rincuorante che si riesca tuttora a percepire quanto il connubio abbia saputo determinare un’epoca, attraverso atti che non hanno perso un briciolo della loro potenza dinamitarda come La dolce vita e soprattutto 8 ½.

Aspettando il Cinema Ritrovato 2018

Quando arriva il Cinema Ritrovato ci schieriamo in forze, ed ecco perché leggerete dal 23 giugno ai primi di luglio un numero enorme di articoli, vergati dalle nostre firme consuete, con l’aggiunta di alcuni guest critics, di alcuni esperti di sezioni collaterali altrimenti a rischio di oblio, e di alcune firme giovanissime per l’apposito spazio dei futuri critici. La XXXII edizione metterà a dura prova le capacità dei collaboratori, che dovranno correre da una sala all’altra per coprire in poco più di una settimana centinaia di proiezioni. Il Cinema Ritrovato è in fondo il nostro primo interlocutore, l’azionista, il contesto in cui nascemmo come testata, che pure nel tempo ha allargato il proprio raggio d’azione molto al di là delle singole attività della Cineteca di Bologna.

“Pioggia di ricordi” al Future Film Festival 2018

Tre anni dopo Una tomba per le lucciole, Takahata alza nuovamente l’asticella di un modo di fare animazione al tempo semplicemente impensabile, chi mai avrebbe sprecato matite e fogli da disegno per delle vicende così tremendamente realistiche, mature, adulte? Chi mai poteva pensare, negli anni dell’esplosione di Akira di Katsuhiro Otomo, di mettere gli strumenti più adatti all’affermazione della fantasia, al servizio di una storia fatta di persone come noi che vivono in un mondo come il nostro? È grazie a Takahata se oggi possiamo godere del prologo muto di Up di Pete Docter e Bob Peterson e del finale di Coco di Lee Unkrich e Adrian Molina. È un racconto dolceamaro che ha il sapore del cinema intimista di Yasujiro Ozu, a cui Takahata è sicuramente debitore, ma forse è con Il posto delle fragole di Ingmar Bergman che possiamo riconoscere ancor più punti di contatto.

“Unsane” al Future Film Festival 2018

Unsane stupisce per la sua capacità di rientrare in un genere senza aderire a stereotipi, consegnando allo spettatore un prodotto estremamente godibile che gioca con i fondamenti di un linguaggio senza stravolgerli. Gli sceneggiatori e Soderbergh costruiscono una trappola ipnotica, un gioco di specchi che rimbalza continuamente il pubblico tra il sano timore del persecutore e il mondo delle nevrosi private del protagonista, facendo intravedere la verità tra un’oscillazione e l’altra. Unsane costituisce un raro esempio di thriller psicologico scritto e diretto evitando i luoghi comuni del genere, un’esperienza interessante e coinvolgente che dimostra come, con un po’ di creatività, si possa instillare nuova vita in un canone oberato da produzioni mediocri.

“Les garçons sauvages” al Future Film Festival 2018

Delirante, immaginifico e dissacrante, Les garçons sauvages è costruito magistralmente: dalla definizione psichica dei personaggi al montaggio, nei passaggi dal bianco e nero al colore e nell’uso di un sonoro eclettico e quanto più vario possibile, dal classico al pop coevo passando per Nora Orlandi. Nelle traslucide sequenze sottomarine Mandico rivelerà poi tutto il suo amore per Jean Vigo, con brevi parentesi in cui uno dei protagonisti sembra quasi imitare l’espressione trasognata di Jean Dasté. Un risultato galvanizzante. Tra le allucinazioni cinematografiche (e cinefile) più belle viste al cinema quest’anno.

“La storia della principessa splendente” al Future Film Festival 2018

Al suo ultimo film, Isao Takahata firma la sua cosmicomica. Strabiliante il momento in cui la Principessa Splendente fa ritorno sulla Luna e viene evidenziato il progressivo venir meno del colore del volto acquisito sulla Terra; il bianco come colore dell’assenza e della nostalgia che attraversa tutta la pellicola. Kaguya è per natura una nebulosa, ma l’unico amore lo nutre per quei due amabili esseri umani che l’hanno cresciuta e verso cui rivolgerà un ultimo, straziante sguardo prima di confondersi nell’indeterminatezza lunare, di perdere quell’ “io” che la Terra le aveva restituito.

“Where It Floods” al Future Film Festival 2018

Inizialmente Where It Floods lascia confusi, con anche un pizzico di senso di colpa. L’itinerario fra gerghi, dinamiche e luoghi familiari è reso straniante dall’aspetto di breve (neanche cinquanta minuti) e piuttosto bidimensionale film d’animazione; un mondo che sentiamo di conoscere affiora appena dall’acqua. Marito e moglie con l’unico figlio vivono ancora nella casa di sempre nonostante un’alluvione abbia sommerso gran parte delle terre circostanti. Nei dintorni non c’è quasi più nessuno, l’unica cosa che li trattiene lì è l’ostinazione dell’uomo a non abbandonare ciò che appartiene alla sua famiglia da ben sette generazioni.

“Big Fish and Begonia” al Future Film Festival 2018

Fin dalla voce fuori campo iniziale – che accompagnerà lo spettatore nel corso di tutto il film – Big Fish and Begonia diventa un’esperienza, un percorso iniziatico, filosofico e spirituale che magnetizza l’attenzione di chi guarda tanto per l’incalzare continuo della vicenda quanto per la complessità dei concetti trattati, anche implicitamente: c’è innanzitutto dell’epica in questa storia, il peso dell’anima, il sacrificio individuale per un bene più grande, il bisogno di prender parte a qualcosa e il senso dell’avventura, la cosiddetta curiositas odissiaca e quello slancio immaginifico e trascendentale che contraddistingue molta produzione artistica orientale, unito alla necessità di ricongiungersi all’elemento naturale, motore universale.

“Insects” al Future Film Festival 2018

“Sarà il mio ultimo lungometraggio” ha detto Jan Švankmajer dando inizio al crowdfunding che gli ha permesso di portare a termine il film. Fra le cause addotte la bella età di 84 anni, l’impegno a tempo pieno richiesto dalla sua ricetta – surreale miscela di animazione che lo ha imposto come pioniere della moderna stop motion – e la sempre maggiore difficoltà a produrre e distribuire un cinema tanto di nicchia. Ciò premesso non è una coincidenza a legare l’annunciato “pensionamento” e un certo carattere autoriflessivo del film. Andrew Johnston del New York Times aveva la sua parte di ragione quando scrisse che “malgrado i riferimenti culturali e scientifici c’è nel suo immaginario un’accessibilità radicata nel linguaggio comune dell’inconscio, che lo rende egualmente gratificante per gli ipercolti e per chi semplicemente apprezza la stimolazione visiva”. L’aveva lui stesso quando teorizzò l’atemporalità del cinema di animazione, destinato a non invecchiare mai mentre gli altri film si riducono poco a poco a reperti della propria epoca. Ma Švankmajer sa anche, forse a malincuore, di rivolgersi a un’élite. E la lascia con Insects da metabolizzare.

“Love Disease” all’Asian Film Festival 2018

Il taglio che il cineasta giapponese dà alla storia è abbastanza particolare, alternando momenti di quiete e pacatezza con altri più cruenti, forti e anche disturbanti, a tratti, come la scena in cui Emiko sottomette in pubblico il ragazzo adescato nella chat online, costringendolo a mettersi a quattro zampe e a leccarle i piedi, in pubblico.  Love Disease è un’opera nuda e cruda, una parentesi impietosa sulla brutalità di un determinato spaccato sociale, con una sequenza finale montata magistralmente, mostrando, in un certo qualche modo, due diverse declinazioni della violenza e un’inquadratura conclusiva che fa da controparte all’inizio del film nel binomio vita-morte che lo attraversa integralmente.

“The Decaying” all’Asian Film Festival 2018

The Decaying non vuole essere un film politico, ma cerca di mettere in risalto ciò che affligge le Filippine. Un paese che risulta spaccato a metà, da un lato prova un’odio a tratti xenofobo verso gli americani che si atteggiano da padroni, dall’altro c’è chi proietta in loro l’idea che siano i “salvatori” a cui bisogna essere “fedeli”. Ma questo non è il solo punto su cui Calvento si concentra. Il desiderio del regista, come ha detto alla conclusione della proiezione, è mostrare la realtà filippina riflettendo sulla violenza da cui è afflitta e che ne coinvolge sia l’ambito domestico che quello pubblico. Quindi un cinema che, come ha detto Calvento, va contro ciò che la maggior parte del pubblico filippino vuole vedere quando, sporadicamente si reca al cinema.

“Malila: The Farewell Flower” all’Asian Film Festival 2018

Nella prima parte di Malila: The Farewell Flower la ricongiunzione di corpi e anime è sempre al centro del quadro, anche nei campi lunghi: quando Shane e Pitch camminano disgiunti nel bosco in un modo o nell’altro Anucha Boonyawatana, la regista, riesce ad avvicinali. Nella seconda, invece, Shane parte, insieme ad un altro monaco, per raggiungere un luogo appartato nella foresta in cui poter praticare un’intensa meditazione. Non c’è più la carnalità a legare Shane e Pitch bensì le loro anime che, nella privazione più totale e nella fusione umano-natura riescono nuovamente a congiungersi: anche se in modo granguignolesco.

“Mothers” all’Asian Film Festival 2018

Particolarmente interessante, in Mothers, è la necessità di divincolarsi da determinate categorie per costruire una storia che sappia leggere i legami familiari anche andando oltre i semplici legami di sangue, vagliando quantità di possibilità infinite tanto per la donna quanto per il figlio. Il regista dichiara implicitamente l’assunto in base al quale la famiglia non ha niente a che fare con un legame meramente biologico, quanto solo amoroso, affettivo. E lo dimostra attraverso la freddezza della messa in scena e una vuotezza scenografica che fanno correlativo – oggettivo agli stati d’animo dei protagonisti; un film dal gelo quasi documentario che, tuttavia, riesce a smuovere la coscienza di chi guarda. 

“Sea Serpent” all’Asian Film Festival 2018

Il regista Joseph Israel Laban si basa su vicende realmente accadute e su alcuni ricordi d’infanzia. Una storia che è un po’ quella di una famiglia e di conseguenza quella di un intero villaggio, ma non sono solo personaggi fittizi, poiché ciò che viene mostrato non è solo finzione. Infatti emerge tutta una cultura della pesca, della cucina, dei rituali e della vita comune che fanno somigliare alcune scene a quelle più proprie di un documentario. Gli orari di pesca, la cura delle reti e delle barche, pulire il pesce e cucinarlo fanno parte di rituali abitudinari.

“A Beautiful Star” all’Asian Film Festival 2018

Yoshida Daihachi mette in scena una storia che, tratta dal romanzo fantascientifico Stella meravigliosa di Mishima Youkio del 1962, usa l’idea del paranormale come scusa per fare un film in cui mettere in costante relazione dinamiche famigliari complesse e problemi ambientali contemporanei. Daihachi fa sì però che questa sorta di propaganda ambientalista, con innesti di inspiegabili misteri, non sia vista esclusivamente in maniera positiva, bensì essa può creare, nelle menti delle persone, anche eccessive paranoie. Il regista ha infatti una visione, o così può sembrare, estremamente pessimista verso il futuro del pianeta terrestre e, come sempre, gli alieni sono visti come una specie superiore perché scruta dall’alto l’attività umana.