“La Signora delle Camelie” al Cinema Ritrovato 2021

Quando si parla di La Signora delle Camelie (Camille) di Ray C. Smallwood si fa una storia della scenografia. Rielaborazione filmica del 1921 dell’omonimo romanzo di Alexandre Dumas Fils, La Signora delle Camelie sfrutta tutto il potenziale del set design di interni. Merito di Natacha Rambova, designer statunitense il cui interesse per la scenografia nasce quasi accidentalmente in Russia. In seguito a proficue collaborazioni con Cecil B. DeMille e Mitchell Leisen, Rambova incontra l’attrice Alla Nazimova e inizia a disegnare e progettare costumi, arredi e scenografie per i film della sua casa di produzione, la Nazimova Productions.

“Prima comunione” con umorismo rétro

In una trama dedicata al sacramento della comunione (non dimentichiamo che la pellicola fu prodotta dalla casa di produzione Cattolica Universalia, subito dopo il colossal cristiano/imperiale Fabiola), tradizionalmente celebrato in Italia con fasti pomposi e provinciale enfasi di confettate e vestiti di tulle bianchi e vaporosi, il film scritto a quattro mani da Blasetti e Zavattini, pare usare il soggetto più come un pretesto per parlare di altro, soffermandosi parecchio su una satira sociale e umana, che mette a fuoco differenze di classe, micro-conflitti tra sensibilità opposte (moglie/marito, cattolico/miscredente, imprenditore-padrone/servo) in un affresco puntuale e spietato delle tipiche personalità italiane.   

“Me and My Brother” e il cinema d’istinto di Robert Frank

Per gran parte del film, Robert Frank restituisce testimonianze e filmati della bohéme newyorkese degli anni Cinquanta e Sessanta, viaggi, poesie, riflessioni e diagnosi mediche. Il duo, che poi è un trio con Allen Ginsberg, si fa binomio bipolare di visioni sul mondo che, per quanto opposte, si incontrano in un incredibile numero di elementi in comune. Due allontanamenti, consapevoli e non, dalla normalità e da pre-codificati modelli sociali. Julius guarda le cose in modo particolare “lancia un’occhiata e ci gira attorno”, dice Robert Frank, e per quanto possa sembrare impossibile, il suo punto di vista traspare come il più puro ed efficacie degli allontanamenti. 

“De cierta manera” al Cinema Ritrovato 2021

De cierta manera vuole essere una panoramica sulla situazione post rivoluzionaria dei primi anni ‘70 a Cuba attraverso la storia di Mario e Yolanda e delle persone che gravitano attorno a loro nel barrìo degradato di Miraflores alla periferia de L’Havana. Il film sta a metà tra finzione e  documentario cercando di riflettere sulla marginalità sociale, sui problemi che riguardavano i progetti abitativi ed educativi, sulla delinquenza, l’analfabetismo, il divario tra classi sociali e sul machismo imperante che si ripercuote in tutte le dinamiche quotidiane. E lo fa attraverso i suoi personaggi principali, Yolanda e Mario.

Il circo della mente. “La fiera delle illusioni” tra psicanalisi ed emarginazione

Tratto dal romanzo di William Lindsay Gresham, La fiera delle illusioni (Nightmare Alley) di Edmund Goulding è uno di quei film che si contraddistingue per un invidiabile ritmo e compattezza, esaltati dallo stile asciutto, dalla fotografia espressiva e dalle interpretazioni: tutti elementi che incidono sulla riuscita generale del film più del mero sviluppo della trama. È una storia di ambizione, dimensioni dell’ego e risvolti psicanalitici collocata dove non ti aspetti: tra un circo itinerante e i night club, dai bordi della rispettabilità sociale ai luoghi dell’intrattenimento dell’alta società, in un mondo dove comunque vigono gerarchie, invidie, successi e insuccessi, e diversi gradi di emarginazione. 

“L’uomo dal cranio rasato” di André Delvaux tra cinema d’avanguardia e surrealismo kafkiano

Negli anni di Delvaux muoveva i suoi primi passi, tra Francia e Polonia, anche Roman Polanski, uno dei più grandi registi in grado di trasporre nel cinema la pazzia e la paranoia: Repulsion nasce lo stesso anno del primo film di Delvaux, ed è affascinante pensare a una reciproca confluenza fra lo stile e le modalità narrative dei due registi. L’uomo dal cranio rasato è imbevuto anche di un coltissimo sostrato letterario, più o meno diretto, dalla filiazione originale col romanziere Johan Daisne a un coté che fa pensare a Franz Kafka, il quale già tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento mostrava un gusto particolare per la messa in scena dell’assurdo e del surreale.

“Harlem” e il feticismo del coraggio

Prodotto della propaganda fascista in chiave anti-americana a sostegno delle imprese coloniali italiane, Harlem (1943) di Carmine Gallone viene restituito nella sua versione integrale, senza la censura di oltre mezz’ora operata dopo la fine della dittatura fascista, di tre mesi successiva all’uscita nelle sale. Ricostruire la versione originale e rifletterci criticamente significa andare oltre il doveroso e obbligato orrore per i dettami fascisti sulla purezza della razza e scendere più ideologicamente in profondità, consapevoli del pericolo del “fascismo che affascina”, per citare le parole del celebre saggio di Susan Sontag. Harlem non è semplicemente un documento storico, ma un monito culturale per il nostro presente.

Ricordare Enrico Caruso con “Mio cugino”

Il film è un flop al botteghino e un insuccesso di critica e viene rapidamente ritirato dalle sale. Sicuramente la delusione del pubblico è dovuta alle grandi aspettative di avere lo stesso Caruso in sala a cantare dal vivo Vesti la Giubba durante la scena de I Pagliacci: alla gente interessa sentire la voce di Caruso, un po’ meno conoscere le imprese comico-amorose di un italiano qualunque nella vasta giungla newyorkese. In ogni caso, proprio noi spettatori del 2021 possiamo ascoltare la voce di Enrico Caruso nell’aria di Leoncavallo, grazie alla più recente operazione di restauro che ha permesso di sincronizzare al meglio la sua voce con il labiale. Guardare Mio Cugino significa anche vedere la prima volta ufficiale di Little Italy protagonista sul grande schermo e l’occasione per vedere due caricature disegnate da Enrico Caruso, abilità di cui andava orgoglioso, oltre che ricordare i cento anni dalla morte del nostro grande tenore.

“I figli di nessuno” al Cinema Ritrovato 2021

Forse perché si veniva dal famoso biennio rosso del ‘19/’20 culminato con l’occupazione delle fabbriche, forse perché le idee politiche stavano cambiando, con I Figli di nessuno si assiste a uno strano mischione melenso, con protagonista Leda Gys, in cui l’insegnamento di fondo è sostanzialmente: va bene protestare ma continuate a lavorare perché i padroni sono buoni e sapranno ascoltarvi. Vista la marcia su Roma del 1922 e il significato che il termine “balilla” andrà ad acquisire, fa un certo effetto vederlo spiattellato come soprannome di un personaggio. Il riferimento era in realtà ad un giovane genovese che verso la fine del ‘700 aveva dato inizio, secondo la tradizione, ad una rivolta contro gli asburgici diventando poi simbolo del giovane impegnato e ardito. 

“L’ultima tappa” al Cinema Ritrovato 2021

Il campo di concentramento di Auschwitz non era più in uso da appena tre anni quando la regista Wanda Jakubowska decise di tornare nel luogo in cui era stata imprigionata per girare L’ultima tappa, che sarebbe poi diventato il suo film più celebre nonché uno dei primi sul tema dell’olocausto. Oltre alla regista anche diversi degli interpreti e la sceneggiatrice Gerda Schneider vi erano stati rinchiusi, e per ricercare ulteriori elementi di veridicità furono usate come costumi delle vere divise dei prigionieri. Le azioni dei personaggi sono orientate in due direzioni: la sopravvivenza quotidiana e la ricerca di una via di fuga. Alla regista, infatti, interessa soprattutto mostrare la tenacia delle donne internate, che cercano di organizzarsi internamente al campo ma anche di tenere d’occhio lo stato della guerra sul fronte orientale, poiché la loro più concreta possibilità di salvezza è l’avanzamento dell’esercito sovietico.

“Vivere in pace” e lo spirito neoralista

Fabrizi è il centro nevralgico della vicenda, il vero capofamiglia della civiltà contadina (in casa vivono anche i nipoti che per lui sono come figli, proprio come Franco, il ragazzo che è fuggito dall’arruolamento), ma qui non emerge in quanto Aldo Fabrizi, bensì come protagonista dalla storia: si lascia guidare da Luigi Zampa (che lo dirigerà ancora nel 1951 in Signori, in carrozza!) senza mai andare sopra le righe, anzi trovando in certi momenti (specialmente nei dialoghi con il soldato tedesco o con il segretario fascista) un’economia recitativa che gli rende possibile esprimere mille sfumature di carattere e di pensiero senza esagerazioni. Ciò è perfettamente coerente con il tipo di uomo che gli sceneggiatori (tra i quali lo stesso Fabrizi) hanno descritto e con la mentalità della società in cui si svolge la vicenda: il titolo Vivere in pace ne rappresenta infatti sia la filosofia di vita sia l’auspicio che alla fine della guerra ogni conflitto sarà risolto. E difatti dopo i drammi e gli scombussolamenti torna la voce narrante a illustrarci una situazione nuova, dove in fondo l’unico cambiamento sta nel succedersi delle generazioni.

“Ali au pays des merveilles” al Cinema Ritrovato 2021

Il documentario di Djouhra Abouda e Alain Bonnamy nasce da un forte desiderio di espressione personale, ma si realizza nel confronto con il mondo esterno, documentando il preciso contesto degli immigrati algerini in Francia negli anni ’70. I registi scelgono di riprendere in strada, nelle fabbriche e nei cantieri, cogliendo le immagini di centinaia di lavoratori sfruttati, e la voce narrante che ci accompagna in questo film appartiene proprio a questi immigrati, che si raccontano senza alcuna mediazione da parte degli autori. In questo modo viene dato uno spazio all’espressione demoralizzata di questi cittadini, che lamentano di doversi accontentare dei lavori più umili e sfiancanti, di non poter avere accesso alle professioni per cui sarebbero formati, di essere divisi dalle proprie famiglie e dal proprio paese natale, di vivere in baracche e in condizioni sanitarie disastrose, oltre ad essere sempre denigrati e declassati in quanto arabi.

Essere donna e spia. “Gli amori di una spia” al Cinema Ritrovato 2021

 Gli amori di una spia è una commedia di spionaggio, dove i meccanismi del genere sono sfruttati per movimentare l’obbligatoria trama sentimentale. Il soggetto del rifugiato ucraino Leo Birinski e la sceneggiatura di Herman Mankiewicz danno al film un ritmo sostenuto e anche divertente, ma tutt’altro che farsesco. Guerra, spionaggio e controspionaggio sono giochi seri e pericolosi, ma lo è anche l’amore – come impara a sue spese Mata Hariche che fuori campo tradisce il suo lavoro per un uomo e ne paga le conseguenze.

L’amore ai tempi della guerra fredda. “Signoret & Montand/Monroe & Miller”

Realizzando una meticolosa ricerca d’archivio, Sylvain Bergère si propone di ricostruire “le storie incrociate delle coppie Montand-Signoret e Monroe-Miller” attraverso documenti video e audio degli stessi protagonisti e degli avvenimenti storici e culturali che influenzarono le vite dei quattro artisti dal 1958 al 1960. Bergère si concentra sull’arco di tempo che copre la frequentazione della coppia con la convivenza nei bungalow Beverly Hills Hotel a Los Angeles sul set di Facciamo l’amore (1960) di George Cukor. Sarà su questo set che si consumerà il tradimento di Montand e Monroe.

“Bhumika” e “Kummatty” al Cinema Ritrovato 2021

Gli anni Settanta furono un periodo difficile per l’india: iniziati con la guerra contro il Pakistan, attraversati da forti repressioni governative che portarono alla sconfitta elettorale di Indira Gandhi, al potere da oltre dieci anni, e con essa un ulteriore periodo di incerta transizione. A modo loro sia Bhumika (The Role) che Kummatty (The Boogeyman) sono figli di quei tempi ansiogeni e riflessioni sul valore della libertà. Bhumika è basato sull’autobiografia dell’attrice Hansa Wadkar, in attività per oltre trent’anni e conosciuta prevalentemente per le sue interpretazioni in lingua marathi.

“È simpatico, ma gli romperei il muso” e la casualità dell’amore

Il ritmo di César et Rosalie è caratterizzato da un continuo avvicendarsi di colpi e contraccolpi; non si è mai a un epilogo – la struggente inquadratura finale nient’altro è che il prodromo di un qualcosa destinato a durare e a ripetersi eternamente – né a una fine che si adatti ai bisogni dei singoli personaggi o alla tensione drammaturgica. Tensione che non finisce mai perché nel momento in cui ci sembra che Sautet definisca lo spazio per una breve armonia è proprio in quel momento che le scelte dei suoi personaggi la vanno a distruggere. E si ricomincia da capo. 

Demolizione dello spazio narrativo. Rivedere “Un chien andalou”

la logica onirica di Un chien andalou è solo un pretesto. Non un escamotage per spalancare le porte alle infinite possibilità della mente, ma per chiuderle in faccia alla ricerca ossessiva di una spiegazione psicologica, razionale, antropologica, o più genericamente “culturale”, nel senso tyloriano del termine. E più che sigillarla, socchiuderla, quella porta, quasi a voler aspettare il momento giusto per stringere violentemente una mano nello stipite. La lama che nel racconto ambisce a tagliare l’occhio a Simone Mareuil non vuole lasciare spazio ad altro che alla violenza stessa della scena. E la didascalia del “c’era una volta” cede il posto a “otto anni prima”, “alle tre del mattino”, “in primavera”, in modo che la mente dello spettatore non abbia il tempo di rimandare l’immagine ad altro.

“Dancers in the Dark” al Cinema Ritrovato 2021

Il film è tratto dalla pièce teatrale Jazz King di James Ashmore Creelman. Dancers in the Dark di David Burton è una commedia senza grandi pretese e la sceneggiatura firmata da Herman J. Mankiewicz è contraddistinta da un umorismo piuttosto greve e inelegante. Gli episodi di cui si compone la narrazione principale non riescono a suscitare un grande interesse poiché, già dalla presentazione dei protagonisti, le svolte narrative sono tutte eccessivamente prevedibili. Inoltre le domande che rimangono senza risposta sono troppe ed è impossibile non dare peso a queste mancanze. L’intreccio fra Duke, Floyd e Gloria, interpretata da Miriam Hopkins, tende ad un finale piuttosto ordinario, ma divertente.

“Vita da cani” e il fascino nostalgico dell’avanspettacolo

La storia produttiva di Vita da cani si intreccia in maniera indelebile con quella di un altro film sul mondo dell’avanspettacolo, il primo in cui Fellini vide il suo credito come regista insieme al maestro Alberto Lattuada, ossia Luci del varietà. All’epoca gli spettatori non apprezzarono troppo l’uscita così ravvicinata di due film tanto simili nella trama che seguivano pressappoco lo stesso canovaccio: le avventure nella provincia italiana del capocomico di una scalcinata compagnia di varietà, furtivamente illuminate dalla “polvere di stelle” del successo, prima inseguito come sogno irraggiungibile e poi subito riconsiderato come moneta con un prezzo troppo alto da pagare in termini di moralità. Eppure oggi siamo grati al cinema per aver avuto la lungimiranza di immortalare l’essenza di un mondo che è ormai scomparso, e che se allora era considerato come squallido e da dimenticare, oggi noi vediamo come romantico e ormai perduto.

“Una bella grinta” di Giuliano Montaldo. La Nouvelle Vague italiana e il lato oscuro del boom economico

L’opera di Montaldo arriva prima della contestazione sessantottina (“prima della rivoluzione”, per usare la citazione di Talleyrand che introduce l’omonimo film di Bertolucci), anticipando le tematiche e i tempi come solo i grandi registi sanno fare, ma se vogliamo è anche attualizzabile all’economia neo-capitalista di oggi, confermandosi come un classico che sa essere specchio del suo tempo ma anche estensibile ad altri contesti. Se Vittorio De Sica metteva alla berlina il successo economico ne Il boom, con Alberto Sordi, in un film sospeso fra il drammatico e il grottesco, Una bella grinta è un film nerissimo e disperato, anche politically uncorrect se vogliamo, che sfocia quasi nei territori del noir: è l’urlo di un borghese rampante che soffre di una specie di bulimia capitalista, ma anche la presa di coscienza degli operai, e la sofferenza di una moglie ingabbiata in un mondo che le va stretto e al quale però risulta impossibile ribellarsi.

“La caduta della casa Usher” al Cinema Ritrovato 2021

Dice Jean Epstein: “In preparazione di un film di Poe, l’obiettivo primario è quello di mettere insieme (non senza difficoltà) una tecnica immensa e singolare. Avendo raggiunto questo, e con le immagini a disposizione per dare senso, si può vedere che, così come per Poe, oggi la tecnica può giacere quasi completamente tra le immagini”. L’opera cardine di Epstein, La caduta della casa Usher del 1928, ispirata all’omonimo racconto dell’orrore di Edgar Allan Poe, è un’esperienza sensoriale totalizzante. Chi scrive ha avuto la fortuna di fruire il film senza l'”aiuto” e il sostegno di un accompagnamento musicale registrato o dal vivo. Una colonna sonora era stata effettivamente pensata da Epstein e in seguito divenuta realtà grazie al lavoro di montaggio compiuto dalla sorella Marie poco dopo la morte del regista.