“I figli di nessuno” al Cinema Ritrovato 2021

Forse perché si veniva dal famoso biennio rosso del ‘19/’20 culminato con l’occupazione delle fabbriche, forse perché le idee politiche stavano cambiando, con I Figli di nessuno si assiste a uno strano mischione melenso, con protagonista Leda Gys, in cui l’insegnamento di fondo è sostanzialmente: va bene protestare ma continuate a lavorare perché i padroni sono buoni e sapranno ascoltarvi. Vista la marcia su Roma del 1922 e il significato che il termine “balilla” andrà ad acquisire, fa un certo effetto vederlo spiattellato come soprannome di un personaggio. Il riferimento era in realtà ad un giovane genovese che verso la fine del ‘700 aveva dato inizio, secondo la tradizione, ad una rivolta contro gli asburgici diventando poi simbolo del giovane impegnato e ardito. 

“L’ultima tappa” al Cinema Ritrovato 2021

Il campo di concentramento di Auschwitz non era più in uso da appena tre anni quando la regista Wanda Jakubowska decise di tornare nel luogo in cui era stata imprigionata per girare L’ultima tappa, che sarebbe poi diventato il suo film più celebre nonché uno dei primi sul tema dell’olocausto. Oltre alla regista anche diversi degli interpreti e la sceneggiatrice Gerda Schneider vi erano stati rinchiusi, e per ricercare ulteriori elementi di veridicità furono usate come costumi delle vere divise dei prigionieri. Le azioni dei personaggi sono orientate in due direzioni: la sopravvivenza quotidiana e la ricerca di una via di fuga. Alla regista, infatti, interessa soprattutto mostrare la tenacia delle donne internate, che cercano di organizzarsi internamente al campo ma anche di tenere d’occhio lo stato della guerra sul fronte orientale, poiché la loro più concreta possibilità di salvezza è l’avanzamento dell’esercito sovietico.

“Vivere in pace” e lo spirito neoralista

Fabrizi è il centro nevralgico della vicenda, il vero capofamiglia della civiltà contadina (in casa vivono anche i nipoti che per lui sono come figli, proprio come Franco, il ragazzo che è fuggito dall’arruolamento), ma qui non emerge in quanto Aldo Fabrizi, bensì come protagonista dalla storia: si lascia guidare da Luigi Zampa (che lo dirigerà ancora nel 1951 in Signori, in carrozza!) senza mai andare sopra le righe, anzi trovando in certi momenti (specialmente nei dialoghi con il soldato tedesco o con il segretario fascista) un’economia recitativa che gli rende possibile esprimere mille sfumature di carattere e di pensiero senza esagerazioni. Ciò è perfettamente coerente con il tipo di uomo che gli sceneggiatori (tra i quali lo stesso Fabrizi) hanno descritto e con la mentalità della società in cui si svolge la vicenda: il titolo Vivere in pace ne rappresenta infatti sia la filosofia di vita sia l’auspicio che alla fine della guerra ogni conflitto sarà risolto. E difatti dopo i drammi e gli scombussolamenti torna la voce narrante a illustrarci una situazione nuova, dove in fondo l’unico cambiamento sta nel succedersi delle generazioni.

“Ali au pays des merveilles” al Cinema Ritrovato 2021

Il documentario di Djouhra Abouda e Alain Bonnamy nasce da un forte desiderio di espressione personale, ma si realizza nel confronto con il mondo esterno, documentando il preciso contesto degli immigrati algerini in Francia negli anni ’70. I registi scelgono di riprendere in strada, nelle fabbriche e nei cantieri, cogliendo le immagini di centinaia di lavoratori sfruttati, e la voce narrante che ci accompagna in questo film appartiene proprio a questi immigrati, che si raccontano senza alcuna mediazione da parte degli autori. In questo modo viene dato uno spazio all’espressione demoralizzata di questi cittadini, che lamentano di doversi accontentare dei lavori più umili e sfiancanti, di non poter avere accesso alle professioni per cui sarebbero formati, di essere divisi dalle proprie famiglie e dal proprio paese natale, di vivere in baracche e in condizioni sanitarie disastrose, oltre ad essere sempre denigrati e declassati in quanto arabi.

Essere donna e spia. “Gli amori di una spia” al Cinema Ritrovato 2021

 Gli amori di una spia è una commedia di spionaggio, dove i meccanismi del genere sono sfruttati per movimentare l’obbligatoria trama sentimentale. Il soggetto del rifugiato ucraino Leo Birinski e la sceneggiatura di Herman Mankiewicz danno al film un ritmo sostenuto e anche divertente, ma tutt’altro che farsesco. Guerra, spionaggio e controspionaggio sono giochi seri e pericolosi, ma lo è anche l’amore – come impara a sue spese Mata Hariche che fuori campo tradisce il suo lavoro per un uomo e ne paga le conseguenze.

L’amore ai tempi della guerra fredda. “Signoret & Montand/Monroe & Miller”

Realizzando una meticolosa ricerca d’archivio, Sylvain Bergère si propone di ricostruire “le storie incrociate delle coppie Montand-Signoret e Monroe-Miller” attraverso documenti video e audio degli stessi protagonisti e degli avvenimenti storici e culturali che influenzarono le vite dei quattro artisti dal 1958 al 1960. Bergère si concentra sull’arco di tempo che copre la frequentazione della coppia con la convivenza nei bungalow Beverly Hills Hotel a Los Angeles sul set di Facciamo l’amore (1960) di George Cukor. Sarà su questo set che si consumerà il tradimento di Montand e Monroe.

“Bhumika” e “Kummatty” al Cinema Ritrovato 2021

Gli anni Settanta furono un periodo difficile per l’india: iniziati con la guerra contro il Pakistan, attraversati da forti repressioni governative che portarono alla sconfitta elettorale di Indira Gandhi, al potere da oltre dieci anni, e con essa un ulteriore periodo di incerta transizione. A modo loro sia Bhumika (The Role) che Kummatty (The Boogeyman) sono figli di quei tempi ansiogeni e riflessioni sul valore della libertà. Bhumika è basato sull’autobiografia dell’attrice Hansa Wadkar, in attività per oltre trent’anni e conosciuta prevalentemente per le sue interpretazioni in lingua marathi.

“È simpatico, ma gli romperei il muso” e la casualità dell’amore

Il ritmo di César et Rosalie è caratterizzato da un continuo avvicendarsi di colpi e contraccolpi; non si è mai a un epilogo – la struggente inquadratura finale nient’altro è che il prodromo di un qualcosa destinato a durare e a ripetersi eternamente – né a una fine che si adatti ai bisogni dei singoli personaggi o alla tensione drammaturgica. Tensione che non finisce mai perché nel momento in cui ci sembra che Sautet definisca lo spazio per una breve armonia è proprio in quel momento che le scelte dei suoi personaggi la vanno a distruggere. E si ricomincia da capo. 

Demolizione dello spazio narrativo. Rivedere “Un chien andalou”

la logica onirica di Un chien andalou è solo un pretesto. Non un escamotage per spalancare le porte alle infinite possibilità della mente, ma per chiuderle in faccia alla ricerca ossessiva di una spiegazione psicologica, razionale, antropologica, o più genericamente “culturale”, nel senso tyloriano del termine. E più che sigillarla, socchiuderla, quella porta, quasi a voler aspettare il momento giusto per stringere violentemente una mano nello stipite. La lama che nel racconto ambisce a tagliare l’occhio a Simone Mareuil non vuole lasciare spazio ad altro che alla violenza stessa della scena. E la didascalia del “c’era una volta” cede il posto a “otto anni prima”, “alle tre del mattino”, “in primavera”, in modo che la mente dello spettatore non abbia il tempo di rimandare l’immagine ad altro.

“Dancers in the Dark” al Cinema Ritrovato 2021

Il film è tratto dalla pièce teatrale Jazz King di James Ashmore Creelman. Dancers in the Dark di David Burton è una commedia senza grandi pretese e la sceneggiatura firmata da Herman J. Mankiewicz è contraddistinta da un umorismo piuttosto greve e inelegante. Gli episodi di cui si compone la narrazione principale non riescono a suscitare un grande interesse poiché, già dalla presentazione dei protagonisti, le svolte narrative sono tutte eccessivamente prevedibili. Inoltre le domande che rimangono senza risposta sono troppe ed è impossibile non dare peso a queste mancanze. L’intreccio fra Duke, Floyd e Gloria, interpretata da Miriam Hopkins, tende ad un finale piuttosto ordinario, ma divertente.

“Vita da cani” e il fascino nostalgico dell’avanspettacolo

La storia produttiva di Vita da cani si intreccia in maniera indelebile con quella di un altro film sul mondo dell’avanspettacolo, il primo in cui Fellini vide il suo credito come regista insieme al maestro Alberto Lattuada, ossia Luci del varietà. All’epoca gli spettatori non apprezzarono troppo l’uscita così ravvicinata di due film tanto simili nella trama che seguivano pressappoco lo stesso canovaccio: le avventure nella provincia italiana del capocomico di una scalcinata compagnia di varietà, furtivamente illuminate dalla “polvere di stelle” del successo, prima inseguito come sogno irraggiungibile e poi subito riconsiderato come moneta con un prezzo troppo alto da pagare in termini di moralità. Eppure oggi siamo grati al cinema per aver avuto la lungimiranza di immortalare l’essenza di un mondo che è ormai scomparso, e che se allora era considerato come squallido e da dimenticare, oggi noi vediamo come romantico e ormai perduto.

“Una bella grinta” di Giuliano Montaldo. La Nouvelle Vague italiana e il lato oscuro del boom economico

L’opera di Montaldo arriva prima della contestazione sessantottina (“prima della rivoluzione”, per usare la citazione di Talleyrand che introduce l’omonimo film di Bertolucci), anticipando le tematiche e i tempi come solo i grandi registi sanno fare, ma se vogliamo è anche attualizzabile all’economia neo-capitalista di oggi, confermandosi come un classico che sa essere specchio del suo tempo ma anche estensibile ad altri contesti. Se Vittorio De Sica metteva alla berlina il successo economico ne Il boom, con Alberto Sordi, in un film sospeso fra il drammatico e il grottesco, Una bella grinta è un film nerissimo e disperato, anche politically uncorrect se vogliamo, che sfocia quasi nei territori del noir: è l’urlo di un borghese rampante che soffre di una specie di bulimia capitalista, ma anche la presa di coscienza degli operai, e la sofferenza di una moglie ingabbiata in un mondo che le va stretto e al quale però risulta impossibile ribellarsi.

“La caduta della casa Usher” al Cinema Ritrovato 2021

Dice Jean Epstein: “In preparazione di un film di Poe, l’obiettivo primario è quello di mettere insieme (non senza difficoltà) una tecnica immensa e singolare. Avendo raggiunto questo, e con le immagini a disposizione per dare senso, si può vedere che, così come per Poe, oggi la tecnica può giacere quasi completamente tra le immagini”. L’opera cardine di Epstein, La caduta della casa Usher del 1928, ispirata all’omonimo racconto dell’orrore di Edgar Allan Poe, è un’esperienza sensoriale totalizzante. Chi scrive ha avuto la fortuna di fruire il film senza l'”aiuto” e il sostegno di un accompagnamento musicale registrato o dal vivo. Una colonna sonora era stata effettivamente pensata da Epstein e in seguito divenuta realtà grazie al lavoro di montaggio compiuto dalla sorella Marie poco dopo la morte del regista.

“Sambizanga” al Cinema Ritrovato 2021

Tratto dal romanzo La vita vera di Domingos Xavier di Josè Luandino Vieira che fu tradotto in francese da Mario De Andrade, primo presidente del MPLA (Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola), nonché compagno di vita della regista Sarah Moldoror, Sambizanga si presenta anche come un film molto intimo e personale infatti, come sottolineato dalla figlia Annouchka De Andrade, sembra che la vicenda di Maria e la vita di Sarah si intreccino, “la coscienza politica; la lotta da sola con i suoi figli, la morte del compagno per ragioni politiche; ma soprattutto la perseveranza, il continuo avanzare malgrado gli ostacoli”. Siamo di fronte ad un’opera sostanziosa e importante sia da un punto di vista tematico che estetico, poiché in soli 96 minuti riflette alla perfezione le dinamiche che ruotavano attorno a quei duri anni di cambiamento e sofferenze.

“Avanti c’è posto…” e l’uomo oltre la maschera

È naturale che per il suo debutto al cinema Aldo Fabrizi decida di puntare sul sicuro, anche per non sprecare l’occasione offertagli in piena guerra (siamo nel 1942) dal produttore Peppino Amato. L’attore romano prende quindi le redini della situazione: si cuce addosso una sceneggiatura che gli permetta di rielaborare uno dei ruoli tipici dei suoi spettacoli degli anni trenta (il bigliettaio sul tram) e che valorizzi le sue ammirate e comprovate doti recitative, per farsi poi guidare dall’occhio del più esperto Mario Bonnard. Eppure non si può, nel lodare la buona riuscita del film, tralasciare l’apporto alla sceneggiatura di un giovane Fellini (accreditato come “Federico” nei titoli di testa), che proprio l’amico Fabrizi volle al suo fianco nell’operazione: il tocco felliniano è ben visibile nel tono generale del film che, pur centrato sulla presenza scenica di Fabrizi e sulla sua prorompente vitalità, si lascia infondere di incredibile dolcezza sfiorando la malinconia.

“Giochi di notte” e il coraggio di Mai Zetterling

Il più lusinghiero riconoscimento conferito a Nattlek (Giochi di notte), opera seconda di Mai Zetterling, fu probabilmente l’invettiva di Shirley Temple in occasione della sua proiezione al San Francisco International Film Festival, in cui definì il film “pornografico” e indegno di essere mostrato ad un festival. Altrettanto soddisfacente per l’autrice deve essere stato quando, in occasione del Festival di Venezia, il suo film venne mostrato privatamente ai giurati poiché considerato troppo crudo per l’esposizione al pubblico. Quando si scrive e dirige un’opera così dissacrante ed esplicita, reazioni tanto scomposte e allarmistiche valgono ben più di ogni elogio da parte della critica specializzata.

“L’Arlésienne” al Cinema Ritrovato 2021

Con L’Arlésienne Antoine sembra portare sul grande schermo i valori della semplicità della vita agreste contrapposti a quelli della vita mondana di città. Eppure sembra a tratti esserci una rottura o un giudizio personale negativo da parte di Antoine. Uno dei personaggi, quando si paventa l’ipotesi di celebrare comunque il matrimonio tra Frédéri e la ragazza di Arles, arriva a dire che preferisce di gran lunga la morte del ragazzo al disonore che tale situazione avrebbe portato. La morte avviene ma non si mette in dubbio la sua giustizia o meno. I valori hanno di fatto vinto ma il prezzo è stato la morte di un giovane che, come un novello Icaro, si è avvicinato troppo alla vita di città finendo per precipitare.

Un cinema costruito sui corpi. “Gli amori di Carmen” di Raoul Walsh

Quello di Walsh è un film costruito sui corpi, e il più importante è sicuramente quello di Carmen, proporzionato e scattante, maliziosamente esposto in favore della cinepresa. Il punto più dolente dell’opera risiede proprio nell’eccessivo indugio di Walsh sul corpo della del Rio, che in certi momenti spezza il ritmo della narrazione per selezionare e sottolineare i dettagli più allusivi del suo fisico. Per quanto a lungo andare le insistenti attenzioni della cinepresa-voyeur risultino stucchevoli, va riconosciuto che contribuiscono a generare un’efficace estetica erotica della sospensione, una logorante promessa di piacere che non si concretizza, vero fulcro del potere persuasivo di Carmen. 

“Il lavoro” (di Visconti) e le sue contraddizioni

A livello formale, un lungometraggio formato da diversi episodi è già una contraddizione in termini, ma, rimanendo nei confini de Il lavoro, non si può non evidenziare come la forma del kammerspiel scelta per l’episodio sia di impianto profondamente teatrale. Inoltre, se Visconti tende inizialmente a leggere la sua opera come un giudizio morale su un certo tipo di donna moderna, la macchina da presa racconta un’altra storia che si fonda sull’ammirazione per Romy Schneider, colta in tutta la sua luminosità artistica. Le inquadrature sono spesso condivise da Schneider/Milian, con movimenti di macchina a stringere su entrambi a sottolinearne la posizione paritaria.

L’avventura viene dal mare. “Frenchman’s Creek” di Mitchell Leisen e la contaminazione dei generi

Indiscutibile che la linea principale del romantico melodramma sia visitata da momenti comici, musicali (la ciurma non fa altro che cantare) e di azione. Ma è più interessante la messa in scena sgargiante, assecondata dal vivace technicolor, di un regista che ha iniziato la sua carriera come costumista e scenografo, e qui il suo contributo è evidente: gli abiti aristocratici della protagonista sono divertenti da guardare, tanto quanto le decorazioni quasi eccessive di ogni interno che vediamo. Leisen è un esteta consapevole e si ferma poco prima della linea che separa l’intrattenimento dal kitsch.

Sentire il tempo. “L’amante” di Claude Sautet

Oggi è difficile immaginare un cinema come quello di Claude Sautet che si reggeva su una capacità di osservazione disarmante e sulla forza di sequenze che fluivano senza una direzione o un obiettivo definiti, con dei personaggi che sembravano quasi dimenticare di essere davanti a una macchina da presa. La durata di una sequenza o di un campo controcampo è sempre qualcosa di importante ai fini dell’etica/estetica del cineasta. In questo senso, potremmo definire suoi epigoni proprio Kechiche, Garrel o Dumont (e Bresson prima di tutti), per l’appunto tutti autori che hanno fatto proprio il senso e la complessità della durata non come esercizio di stile ma come mezzo per acquisire limpidezza.