whatshot In evidenza: Bohemian Rhapsody Roma Nanni Moretti

Nanni Moretti reale, sociale, umanista

Giammai “imparziale”, come rivendica lo stesso regista nell’unico fotogramma in cui passa davanti alla telecamera, precisando la sua posizione con uno degli intervistati, uno dei malos dei “cattivi” appartenenti alla milizia di Pinochet. Moretti gira con estrema naturalezza questo film, come fece 28 anni fa con La cosa, documentario che illustrava il dibattito interno tra i militanti comunisti all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Lo fa puntando la telecamera fissa sui volti di “persone che parlano”, perché, ammette, “non volevo esibirmi, non volevo fare una occupazione militare del fotogramma come fa Michael Moore, volevo restarmene garbatamente al mio posto”.

“Santiago, Italia” e l’etica della memoria

Il regista lascia che i volti e le parole riempiano la scena, alternati solo da immagini di repertorio e ritaglia per se un ruolo defilato, mai invadente, mai protagonista, sempre pudico, da testimone sensibile e partecipe. Solo in una occasione, ma determinante, sceglie di esserci, palesandosi dentro al documentario. Mentre intervista un militare, che pretendeva di difendere le ragioni di quel golpe, si sente dire che vorrebbe che la sua intervista venisse usata all’interno di un discorso imparziale su quegli avvenimenti. Qui Moretti decide di rompere la programmatica discrezione del suo documentario, la sua presenza/assenza fin lì mantenuta, che poi riprenderà poco dopo, perché ritiene sia necessario prendere una posizione chiara. Non si può raccontare un tentativo di sopravvivenza ad una dittatura e restare nell’ombra mentre qualcuno pretende di mettere sullo stesso piano le ragioni di chi scappa e quelle di chi toglie la libertà, diffonde il terrore e uccide.

“Un giorno all’improvviso” e lo sguardo genuino

Trattare la malattia mentale non è operazione semplice e unirla al ruolo genitoriale complica ulteriormente le cose. Il cineasta lo fa con garbo, il suo sguardo è imparziale, grazie anche alla messa in scena essenziale che lascia libero spazio a madre e figlio, senza interventi di sorta. Si limita a seguire il decorso del loro rapporto senza strizzare l’occhiolino allo spettatore con trovate buoniste per lacrime facili. D’Emilio va oltre la maternità, oltre la malattia. Invita riflettere sulle difficoltà del divenire e dell’essere adulti, con dolore ma instancabile tenacia. Lo fa riuscendo ad evitare gli stereotipi, altra pregevole capacità dei nuovi autori del piccolo cinema italiano che non smette di proporci talenti meritevoli di attenzione.

L’incerto limbo di “Ride”

Restiamo quasi impassibili davanti allo scorrere del film, distaccati e confinati in un incerto limbo che ci abbandona in bilico tra un singhiozzo abortito e un sorriso appena accennato per via delle battute non sempre convincenti del copione. Un copione che, infine, avrebbe potuto essere interamente interpretato dallo stesso Mastandrea, al quale un merito va di certo riconosciuto: è stato capace di infondere il suo imprinting recitativo a tutti gli interpreti del film senza distinzione di sesso o età, tutti misurati e asciutti come lui, ironici nella sofferenza e sofferenti nell’ironia. Nel bene e nel male. Una ridondanza eccessiva per un primo film da regista, forse. Oppure una vera traccia di autorialità? Nell’incertezza attendiamo gli sviluppi di un talento che potrà forse meglio esprimersi al prossimo tentativo di regia.

 

“Troppa grazia” e il breviario del cinema italiano

Guardare la storia del cinema italiano contemporaneo è osservare gli ultimi atti di un naufragio: gemme come Alaska di Cupellini e Dogman di Garrone affiorano a fatica dal mare magnum di commedie in cui si susseguono, non senza una certa stanchezza, i volti dei vari Cortellesi, Pieraccioni, e Papaleo. I principali problemi del sistema produttivo nostrano sembrano essere l’alto grado di autoreferenzialità e la scarsa cura che contraddistingue molti prodotti: innumerevoli opere distribuite al di fuori dai circuiti d’essai si limitano ad impilare clichè narrativi sostenuti a fatica da una regia stanca, per la dubbia felicità di un pubblico lento a migrare verso lo streaming. Alla luce di un discorso simile, la presenza di Troppa grazia all’interno di una finestra sul cinema mondiale come la Quinzaine des Réalisateurs di Cannes non può che farci rimanere perplessi.                 

Gipi, il ragazzo più felice del mondo

Il bello delle opere di Gipi – siano esse graphic novels, corti o lungometraggi – sta nell’immediatezza del linguaggio, nel sincero amore per l’immagine e per la parola. Chi lo conosce già come acclamato fumettista, entra in sala e si gode il giocoso scherzare con le costruzioni cinematografiche, la comicità del suo estro rispetto ai toni più filosofici e cupi dei fumetti. Chi, invece, si approccia a lui per la prima volta, ha la possibilità di apprezzare un nuovo autore del piccolo cinema italiano che, senza pretese da grand maître del cinema, fa ridere molto e riflettere anche. Pur con alcuni difetti di sceneggiatura, tra ingarbugliamenti eccessivi di trama e battute naïf nei momenti in cui il linguaggio si fa serio, Gipi riesce a comunicare il suo mondo e mostrarsi, come sempre, autentico e leggero, pur nella sua complessità.

“La lucina” tra scrittura e recitazione

Di scrittori che diventano attori sullo schermo non se ne vedono molti. Con indimenticata presenza scenica poi, ancora meno (nel panorama italiano, torneremmo a Vitaliano Trevisan in Primo amore di Matteo Garrone, del 2004). La lucina, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Moresco del 2013, vede quest’ultimo oltre che co-sceneggiatore anche curiosamente protagonista, nei panni di un uomo ritiratosi in una casa immersa nel bosco che, dopo aver vissuto in completa solitudine, scorge una notte una piccola luce sull’altro lato della vallata. Non sapendosene dare una spiegazione, e dopo aver chiesto invano spiegazioni in paese, decide di raggiungere quel luogo faticoso e vi trova un bambino (Giovanni Battista Ricciardi) che vive solo come lui, sbrigando i lavori di casa e andando a scuola.

L’autenticità in discussione di “Notti magiche”

Virzì, con il supporto alla scrittura di Francesco Piccolo e Francesca Archibugi, realizza un progetto che aveva in mente da tempo: raccontare quel momento della storia del cinema di casa nostra a cavallo tra il vecchio e il nuovo, fotografando la fine dell’universo dorato dei grandi produttori, dei grandi registi, ma soprattutto dei grandi sceneggiatori. Un branco di leoni “vecchi, stanchi e che non c’hanno voglia di fare un cazzo”, pronti a catturare e spremere fino al midollo i loro giovani “negri”. Tra tante apparizioni e camei, Herlitzka fa l’intellettuale neorealista, Bonacelli il verso a De Concini, Andrea Roncato (il più misurato nel tratteggiare il suo personaggio) un regista contestatore sprofondato nell’indigenza. Peccato che siano tutti siparietti che non riescono ad acquistare quasi mai un vero spessore, una sfilata di figurine bozzettistiche che non graffiano, non criticano, non condannano ma nemmeno assolvono.

La precaria adolescenza di “Zen sul ghiaccio sottile”

La regista Margherita Ferri trova per il suo film d’esordio un tono peculiare, difficile da riscontare nel cinema italiano. Ambientando la vicenda tra le nevi dell’Appennino emiliano, e mettendo in scena uno sport insolito – almeno per la nostra penisola – come l’hockey su ghiaccio, riesce a dare respiro e universalità alla storia. I modelli della giovane regista, che il film l’ha anche scritto, sembrerebbero quelli del cinema indipendente americano: la storia di Zen potrebbe tranquillamente essere ambientata nel Wyoming o in Canada, e presenta non pochi punti di contatto con gli altri film presentati a Roma, da Boy Erased a La diseducazione di Cameron Post, che cercano di raccontare la sofferta scoperta, e l’altrettanto difficile difesa, della propria identità sessuale. 

“In viaggio con Adele” e il cinema agrodoloce

In In viaggio con Adele Alessandro Capitani, alla sua opera prima, tenta una rappresentazione dell’agrodolce della vita ma, pur avendo l’ambizione di delineare dei personaggi al di là dei classici tipi della commedia all’italiana, non riesce a renderne pienamente la complessità. Se il tema dell’incontro-scontro emotivo fra due protagonisti di solito ce li presenta agli antipodi, l’uno solido ma compresso nelle regole sociali e l’altro portatore di slancio vitale ma bisognoso di stabilità affettiva, Capitani ha il pregevole merito di sparigliare le carte portando in scena due individui entrambi in balia della difficoltà di vivere (la lezione de La pazza gioia di Paolo Virzì è lì da qualche parte sullo sfondo). Peccato che un tema archetipico, se non sostenuto da soluzioni narrative adeguate e originali, rischi di diventare semplicemente abusato.

“Il vizio della speranza” e l’evidenza delle parabole

Con il suo nuovo film Il vizio della speranza, scritto insieme a Umberto Contarello e presentato in anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma, il regista di Indivisibili Edoardo De Angelis torna a raccontare le zone d’ombra di una Campania povera e dimenticata, andando alla ricerca di un ultimo tizzone ardente di luce in un fuocherello di umanità che sembra assuefatta alla disperazione. La nascita, evento comune e straordinario, diviene la scintilla creatrice di in una famiglia affettiva fatte di “brave persone”, in cui non conta tanto il legame di sangue quanto l’aver mantenuto una purezza di fondo, faticosamente difesa in un mondo dove per disperazione si può vendere tutto, anche la propria vita. Una natività da presepe contemporaneo, a cui dà forza la colonna sonora di Enzo Avitabile. 

Stefano Savona e la responsabilità dello sguardo

“Nel 2009 sono riuscito ad entrare a Gaza e avevo con me solo la mia testardaggine e la telecamera. Non ero un giornalista, riprendevo semplicemente ciò che accadeva. Ne è risultato Piombo Fuso. Quando ho montato quelle immagini mi sono reso conto di quanto fossero naïf, erano immagini di morte e distruzione che raccontavano una storia già conosciuta ma non reale”. Come si racconta la guerra? Stefano Savona conosce bene i rischi della narrazione e ha già sperimentato l’amaro misconoscimento di Piombo Fuso. L’evoluzione del regista da Piombo Fuso alla Strada dei Samouni, vincitore dell’Oeil d’Or al Festival di Cannes 2018, è un percorso tutt’altro che agevole, che lo ha portato a confrontarsi con la delicata funzione demiurgica dell’arte e della relativa influenza (spesso sottovalutata) del cinema sull’immaginario collettivo.

La guerra senza filtro

Il film è costruito in una oscillazione tra passato e presente (il passato animato dai disegni), che lentamente prepara lo spettatore alla “guerra in diretta” vista dall’occhio del mirino, dopo una lenta introduzione empatica in quelli dei protagonisti. Attraverso i racconti della loro vita, le nenie, le preghiere, i poveri pasti, i desideri per il futuro e le speranze (sì, le speranze, perchè l’uomo non finisce di sperare nemmeno attraversando morte) lo spettatore è messo nelle condizioni di “entrare nei loro panni”, vivere una identificazione totale con i protagonisti e dunque sperimentare la più inaccettabile ed agghiacciante realtà da loro vissuta nel momento in cui vengono sterminati. Savona usa le immagini degli attacchi ricostruite dal punto di vista di un drone in volo sopra la strada dei Samouni, per farci vedere la guerra nel momento stesso in cui accade.

“La strada dei Samouni” e l’umanesimo degli individui

La strada dei Samouni prescinde dalla politica e racconta l’umanesimo di individui, parole, tradizioni e legami familiari. Savona non si prende la briga, per suscitare maggiore empatia, di stemperare gli aspetti della cultura palestinese più lontani dai valori degli spettatori occidentali: matrimoni combinati dalle famiglie, svilimento della figura femminile, pervasività della religione musulmana. Non ne ha alcun bisogno. Gli basta seguire Amal, una bambina rimasta quasi uccisa quella notte e sopravvissuta per giorni accanto ai cadaveri dei suoi familiari. Una narratrice che all’inizio dice di non ricordare e di non saper raccontare le storie, ma poi lo farà coi suoi modi e tempi, dando l’avvio e il passo a uno sviluppo filmico circonvoluto, ellittico, pudico di fronte al grande dolore.

“L’amica geniale” tra neorealismo e fiaba

Come l’Eroe campbelliano, tornano a casa con la ricompensa, l’elisir magico che, per Lila e Lenù, assume la forma di un libro prezioso, allegorica speranza di un futuro diverso e possibile. Il lavoro di ricostruzione del Rione concorre alla sensazione di artificio fiabesco: ventimila metri quadrati di set, quattordici palazzine, cinque set di interni, una chiesa e un tunnel. Sembra un mondo a sé stante, grazie ad un lavoro di geografia visiva ed una ricerca attenta, che si evince grazie alle scelte ponderate dei colori e dalla ricchezza dei riferimenti: da Mamma Roma di Pasolini, alle immagini evocative e intense che omaggiano Antonioni. Bit dopo bit, scena dopo scena, tutto è perfettamente statico ma instancabilmente in movimento. Un quadro armonioso sostenuto da un tappeto sonoro immersivo ma mai invadente.

“Sembra mio figlio” e l’incontro di tre vite

Questo è il primo film al mondo a narrare la vicenda di due profughi hazara ma la regista col suo racconto va oltre la tematica etnica, civile, di denuncia. “Sembra mio figlio – ha infatti dichiarato Costanza Quatriglio – vuole raccontare una storia europea, riguarda tutti noi che abbiamo saputo fare i conti con il nostro passato”. Ed è questo in effetti il cuore pulsante del film, il fulcro narrativo dai cui si dipanano le vicende di Ismail, di Hassan e di Nina. Ai dialoghi rarefatti – e spesso affidati alla freddezza metallica di conversazioni telefoniche – agli sguardi dolenti e sperduti, ai rari e improvvisi sorrisi che timidi squarciano lo schermo, la regista affida la complessità, la profondità e la pesantezza di un passato spaventoso. Di un passato con cui i protagonisti sono chiamati a fare i conti per poter sopravvivere.

“What You Gonna Do When the World’s on Fire?” di Roberto Minervini

Si pone nel titolo la domanda della vita: What You Gonna Do When the World’s on Fire? ovvero “cosa fare quando il mondo è in fiamme?”. Il mondo ovvero l’America, seconda patria del regista marchigiano, raccontata dall’interno, secondo un approccio immersivo solo superficialmente affine a quello di Wiseman. Come, d’altronde, accadeva nei precedenti film di Minervini, nei quali l’autore sta addosso alla realtà per poi ripensarla al montaggio. E, come in altri film presentati a Venezia (l’antologia televisiva dei Coen, la catena di volti nella semi-installazione di Tsai Ming-liang), anche questo s’interroga su cosa sia oggi un film, sui limiti e confini di un concetto espanso, dilatato, revisionato, messo in crisi.

“I diari di Angela” di Yervant Gianikian a Venezia 2018

Attraverso la voce di Gianikian che legge, dai diari di Angela, alcuni commenti, impressioni e descrizioni, ci si addentra, col loro consenso, nella riservatezza di momenti quotidiani ed eccezionali e di sorprendenti amicizie: come quella con Walter Chiari. Così Angela e Yervant rendono lo spettatore partecipe sia di intimi momenti di calma e quiete tra le coltivazioni, gnocchi fatti in casa e il mosto dei contadini, sia di ciò che hanno visto fuori da quella pace. C’è molto delle loro opere in questi essenziali minuti di film, ma si vorrebbe vedere di più. Angela che disegna, o che si fa riprendere mentre gioca col compagno, o che è visibilmente affranta davanti all’orrore della trincerata Sarajevo, ma in cui riesce a scorgere, con sguardo fanciullesco, un albero in fiore: qualcosa di bello contrapposto alla brutalità della natura umana. 

“Un giorno all’improvviso” di Ciro D’Emilio a Venezia 2018

Opera prima, adolescente, disagio. Non proviamoci nemmeno a calcolare il numero di volte che abbiamo visto film fondati su queste tre caratteristiche. Aggiungiamoci anche il luogo, la provincia campana, ed ecco che il repertorio è al completo. Per fortuna, sulla carta Un giorno all’improvviso è più banale di quanto effettivamente non sia sul grande schermo, nonostante il manierismo dietro l’angolo. Al primo lungometraggio dopo quattro corti, Ciro D’Emilio segue l’antica convinzione che all’esordio si debba parlare di temi vicini dei quali si conosce abbastanza.

“Arrivederci Saigon” di Wilma Labate a Venezia 2018

Arrivederci Saigon è un film di una donna che racconta le vicende di altre donne. Nello specifico la storia di un complesso musicale, Le Stars, composto da giovani ragazze che dalla provincia toscana si sono trovate ad allietare le giornate dei soldati americani nel sud del Vietnam, nel 1968. Tutto è successo in maniera involontaria, quasi a loro insaputa. Il promotore che le seguiva firmò un contratto che assicurava una tournée in un Paese del sud est asiatico non precisato. Questo paese si rivelò essere il Vietnam e le giovani donne dovettero rimanere “in guerra” per tre mesi. Il documentario presenta una struttura molto classica, composta da immagini di repertorio e interviste alle dirette protagoniste che all’epoca dei fatti erano poco più che adolescenti.

“Ricordi?” di Valerio Mieli a Venezia 2018

Sono trascorsi nove anni da Dieci inverni. Troppi. Oggi Mieli torna e perfora i cuori scegliendo sì la figura più importante per il racconto di un amore fallito – il ricordo – ma sottolineandone la natura crudele, il suo apparire all’improvviso determinando umori, dolori, gioie, rabbie, incomprensioni. Può sembrare banale, eppure Ricordi? si regge tutto su questa idea, con la complicità fondamentale del montaggio scomposto, non cronologico, oserei dire arcalliano, di Desideria Rayner, che segue il flusso soggettivo dei protagonisti procedendo per sensazioni, suggestioni, ricatti emotivi inflitti dalla memoria. Per un cinema abituato a spiegare le riflessioni, che non dà sempre fiducia all’intelligenza emotiva dello spettatore e guarda al passato più come rifugio sicuro che insidiosa trappola, il secondo film di Mieli offre un azzardo notevole.