“Being My Mom” e la costrizione poetica

L’opera prima alla regia di Jasmine Trinca, attrice a trecentosessanta gradi tra cinema e televisione, è un panorama (ritratto non sarebbe del tutto la definizione giusta) di due donne, madre e figlia, che non si servono di parole. Difatti, tralasciando qualche rumore di fondo e una sonora risata iniziale, non vi sono dialoghi o enunciati verbali. Potrebbe assomigliare quindi a un film muto? Secondo Trinca assolutamente sì, in quanto si ispira effettivamente alle opere buffe e alle produzioni di tanto tempo fa, confermando quanto la condivisione dei silenzi e delle parole non dette, sia molto spesso necessaria.

Intorno a Mara Cerri. L’enfasi sullo sguardo

Alla prima visione delle illustrazioni di Mara Cerri (classe 1978), considerata da Goffredo Fofi “elegante e trasognata capofila di una famiglia di disegnatori provenienti dalla più meritevole scuola d’arte di Urbino”. La rappresentazione, nelle sue opere, è immediata; ci sono però dei dettagli al loro interno che dal mero contorno iniziale assumono, proseguendo con la lettura dell’immagine, un rilievo particolare. Ci sono vere e proprie sequenze interne alle illustrazioni che ti inducono a desiderare di vederle in movimento: si percepisce lo slancio vitale verso l’animazione che lei stessa definisce “l’alito soffiato dentro un disegno, un guanto, un sasso”. Per la Cerri il cinema d’animazione è il divenire, la trasformazione, la magia. 

“Life Is But a Dream” tra fango, lamiere e preghiere

Life Is But a Dream di Margherita Pescetti ci racconta la confessione di Gedalia, nato a Minsk (ex URSS, oggi Bielorussia), emigrato negli Stati Uniti all’età di 7 anni, cresciuto in una comunità ebraica dell’Ohio. A 23 anni, disgustato della società capitalista, scelse di stabilirsi in Israele. Insieme alla moglie condusse una vita nomade fino a quando non decisero di impossessarsi di una terra nelle colline semi deserte della valle del Giordano tra Gerico e Ramallah, e di far parte degli avamposti di futuri insediamenti israeliani. Il film ha vinto l’edizione 2020 di Visioni Italiane nella sezione Miglior Documentario.

“Theodor” e il libero linguaggio del cinema

Con una naturalezza incredibile, il film non è solo il racconto su Theodor, ma con Theodor: la videocamera rudimentale che Maria gli dona per le riprese (inizialmente per gioco, poi la cosa si fa seria) è il più che spontaneo prolungamento del suo corpo frenato da un disturbo dello sviluppo psicomotorio per cui non è in grado di camminare e muoversi in libertà. E allora Theodor colma questa mancanza con una visione del suo mondo mai banale, del tutto semplice ma costruttiva, per mezzo di una camera a mano, strumento comunque impegnativo per un bambino della sua età.

“Marghe e Giulia – Crescere in diretta”. Il canale giusto.

Il lungometraggio diretto da Alberto Gottardo e Francesca Sironi racconta l’infanzia di due sorelle che vivono a Giugliano in Campania, piccolo paese in provincia di Napoli. Il titolo non è affatto banale, anzi è la sintesi perfetta del documentario: Marghe e Giulia – Crescere in diretta racconta la quotidianità di due sorelle, rispettivamente di 14 e 11 anni, che viene condivisa pubblicamente sui loro canali social.  Nonostante la tenera età, le due bambine sono diventate delle vere e proprie star dei social media: basti pensare che il loro canale Instagram presenta 184mila followers e quello Youtube (Marghe e Giulia Kawaii) ha raggiunto i 355mila iscritti. I loro video sono seguitissimi per la semplicità del loro canale comunicativo, vicino a quello dei loro coetanei, e soprattutto per quel lato veritiero del loro carattere che viene mostrato, genuino, come quello di un bambino.

La gioia senza filtri di “Luca + Silvana”

Sono due piccole glorie locali, Luca e Silvana, nel bolzanino. Entrambi con sindrome di Down, si sono conosciuti in una delle strutture assistenziali della città e si sono innamorati. Prodotto da Cooperativa 19 anche grazie a una campagna di crowdfunding, Luca + Silvana è il racconto di una storia d’amore normalissima nelle sue manifestazioni ma straordinaria nella sua intensità. Il regista Stefano Lisci, alla sua seconda prova nel documentario dopo il precedente Bar Mario, ha deciso di non puntare sul taglio più scontato, quello alla Romeo e Giulietta della lotta contro un mondo che non sa e non vuole capire, ma piuttosto sulla leggiadria di cuore che pervade la quotidianità di chi ama.

Il found footage e il cinema di famiglia. Su tre brevi film italiani.

In un’ottica attualissima di sostenibilità visiva, le “3 R” del credo ambientalista – recycle, reduce, reuse – possono ben adattarsi all’operazione svolta da chi si appropria, per declinarlo all’interno dei suoi lavori, del materiale d’archivio (mare magnum che può comprendere pellicole del muto, frammenti, documentari, notiziari, filmati di repertorio, scarti di lavorazione, riprese amatoriali, film di famiglia..). In un mondo pervaso e permeato di immagini il riutilizzo filmico da parte di cineasti, documentaristi o semplici entusiasti, pare conciliarsi perfettamente con l’idea che il recuperato, il minimalismo e la seconda (o più) mano debbano essere necessariamente adottati quali stili di vita. L’abbandonato, lo scarto, e il rinvenuto non sono spazzatura bensì fonte potenzialmente inesauribile di ricontestualizzazione.

“Theodor” e il soggetto dello sguardo

Quello che porta Maria Boldrin a Vienna per realizzare il suo film di diploma della Zelig è soprattutto un viaggio interiore. Con Theodor la giovane regista italiana ci conduce attraverso i suoi ricordi alla scoperta di un’amicizia speciale e si interroga su cosa sia rimasto di quel legame attraverso il tempo e la distanza. La Boldrin ci porta con sé sul treno che nelle prime inquadrature attraversa i paesaggi innevati fino alla casa della famiglia che l’aveva accolta durante il suo soggiorno nella capitale austriaca, tre anni prima. Qui torna a essere Momo, la ragazza che per molto tempo si era presa cura di loro figlio: Theodor.

“The Childhood Experience” e i dilemmi dell’educazione libertaria

The Childhood Experience è la volontà della regista Valentina Olivato, al suo primo lungometraggio documentario, di indagare una scelta di vita forte; raccontare uno scenario, stimolando notevolmente quesiti senza mai assolvere al dovere di rispondere. In un periodo storico come questo, in cui la scuola tradizionale è stata messa in discussione, la realtà indagata in questo interessante documentario non sembra dopotutto anacronistica. Sono Martino, Vinicio, Miranda e Ines a farci assistere alla loro “esperienza dell’infanzia”, assieme ai genitori Caterina e Alessandro, prendendoci per mano e portandoci dentro il loro mondo. Una famiglia bolognese sui generis, direbbero in molti, che ha scelto l’home schooling e i principi dell’educazione libertaria per strutturare la propria educazione.

“Omelia contadina” tra morte e resurrezione di Madre Terra

Omelia contadina con le sue immagini rosse di terra, i volti dei contadini segnati dal tempo e dal sole, ma soprattutto con l’accompagnamento sonoro della marcia funebre eseguita da una banda paesana, ci ha da subito riportato, certo inconsapevolmente, a quella stessa atmosfera tante volte vissuta durante il funerale della saracca: la seriosa commozione di un rito pagano, pronto a rivelarsi improvvisamente con la potenza della sua natura più verace e nascosta, quella di un festoso inno alla vita. In soli dieci minuti Alice Rohrwacher e JR dedicano la loro “azione cinematografica” (perché mai come in questo caso il cinema è politico) a tutti quei valori arcaici che “dovrebbero alimentare la vera ricchezza del mondo” e invece sono stati messi all’angolo dalla ricerca del profitto.

“Marisol” alla ricerca del quotidiano

Realizzato come saggio di diploma per la sede siciliana del Centro Sperimentale di Cinematografia, dedicata alla regia di documentari, Marisol si è fatto notare approdando al festival Visioni dal mondo 2019, da cui è uscito vincendo sia il concorso italiano che il premio RAI Cinema, e viene ora presentato a Visioni Italiane 2020. Camilla Iannetti, classe 1993, di questo mediometraggio di poco meno di un’ora ha curato tutto: non solo regia, ma anche soggetto, sceneggiatura, fotografia e montaggio. Iannetti, laureata in antropologia culturale, si è avvicinata ai suoi soggetti con spirito da etnografa, e si vede nella sua capacità di rendere il proprio occhio invisibile sia a chi sta al di qua, sia a chi sta al di là della sua cinepresa.

“The Observer” e la poetica di Hu Jie

Rita Andreetti, ferrarese trapiantata a Nanchino, debutta nel documentario con l’opera prima The Observer. L’osservatore al quale si riferisce nel titolo è Hu Jie, uno dei più grandi documentaristi cinesi, autodidatta non dalla tecnica perfetta ma un sapiente narratore e osservatore della realtà. I lavori di Hu Jie non sono altrettanto conosciuti all’estero quanto quelli di Ai Weiwei o Wang Bing, ma titoli come Spark o Though I Am Gone sono conosciuti nell’ambiente cinematografico indipendente, da intellettuali, da studenti, dai festival nonché dalle autorità cinesi. 

“Zigulì” tra paternità e commozione

Prodotto da Meproducodasolo e Rai Cinema, con il sostegno di Lombardia Film Commission e distribuito da Istituto Luce, Zigulì è un commovente documentario che parla di paternità e disabilità, diretto da Francesco Lagi. Classe 1977, diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia, Lagi è uno sceneggiatore e regista – autore di numerosi corti e videoclip e di un lungometraggio (Missione di pace), attualmente al lavoro sulla seconda stagione della serie Netflix Summertime  – ma è soprattutto un drammaturgo sensibile ed un uomo di teatro con una propria compagnia, la romana Teatrodilina.

“Cosa sarà” e la sportellata in faccia alla morte

Il tono del film riesce a stare in equilibrio costante tra dramma e commedia, strappandoci un sorriso inaspettato nei momenti di plausibile commozione, come quando ci fa sbellicare per una “sportellata sul naso” che il protagonista si è inflitto involontariamente e che “interferisce” con la nostra commozione nell’evento che dovrebbe essere il più drammatico, quello della diagnosi della malattia. Ed è certo questa la carta vincente di Cosa sarà, quella capacità di “ridere in faccia alla morte” di prenderla a parolacce (“col cazzo che muoio”) come avrebbe certo fatto un altro celebre autore segnato da questa malattia, il compianto Mattia Torre a cui il film è dedicato, e della cui verve sferzante e beffarda il film pare nutrirsi. 

“I predatori” e l’endoscopia del malumore

Ne I predatori tutto è regola e principio dello stesso gioco manipolatorio, qualsiasi dinamica sovvertita, qualsiasi imprevisto narrativo o colpo di scena è sintomo di farsa e misura di tragedia, nel segno di un cinema costruito sulle aderenze e sulle abiure, sulle promesse e sull’inganno. Pietro Castellitto, premiato per la sceneggiatura in Orizzonti all’ultima Mostra del cinema di Venezia, si accomoda su personaggi carichi di esasperazioni e slargature, come esige la caratterizzazione canonica del “tipo”, e poi li riempie di cortocircuiti e anomalie, così che le nostre aspettative nei loro confronti trovino a volte conferme e a volte smentite.

“La verità su La dolce vita” e il mistero della creazione cinematografica

Grazie ad un lungo e inedito carteggio del 1960 tra Federico Fellini e i suoi produttori Giuseppe Amato e Angelo Rizzoli, il documentario ricostruisce le vicissitudini produttive de La dolce vita e ne sistematizza la cronologia, dando così la misura di quando e quanto i personaggi in campo hanno dato il proprio contributo alla lavorazione di uno fra i più illustri capolavori del cinema italiano. Pedersoli ha avuto accesso ad una corrispondenza così appassionante e dettagliata che ogni lettera potrebbe essere tranquillamente una battuta di sceneggiatura (e nel film, in alcuni momenti, è proprio così), ogni telegramma un colpo di scena, ogni telefonata una nuova prospettiva di senso, come se la storia fosse già pronta per essere filmata e il materiale d’archivio facesse drammaturgia da sé.

L’enigma laico di “Bar Giuseppe”

In Bar Giuseppe, si impone uno stile di regia assolutamente innovativo, che affianca ad una fotografia hopperiana (il bar nell’area di servizio, le luci gialle dei lampioni nella notte, gli avventori seduti come spalmati sui muri del locale, le inquadrature suddivise geometricamente dalle architetture), movimenti di macchina continui (carrelli in avanti, indietro, in senso opposto rispetto alla marcia dell’oggetto seguito, in chiave di allontanamento), panoramiche e carrellate circolari ad esprimere il senso di spaesamento del protagonista. Questa impostazione ossimorica del film induce a mantenere una distanza che impedisce di non percepire un certo scollamento tra le immagini e la storia. 

“Magari” e le buone intenzioni tra infanzia e formazione

L’Italia è un Paese in cui, se fa un film la nipote di Gianni Agnelli, finisce per fare più notizia la disamina genealogica dell’autrice che la sostanza del film. Per questo cercheremo di non soffermarci troppo sul lignaggio della regista di Magari, che di cognome fa Elkann (Ginevra Elkann), ed è la terza dei tre figli di Margherita Agnelli, sorella di John e Lapo. Magari è dunque il debutto alla regia di una over forty, che a diciannove anni era assistente alla regia di Bernardo Bertolucci per L’assedio (1998) e un anno dopo era al fianco di Anthony Minghella sul set de Il talento di Mr. Ripley (1999). Per poi fondare nel 2012 la casa di distribuzione cinematografica Good Films, insieme a Francesco Melzi d’Eril, Luigi Musini e Lorenzo Mieli. Ora è in esclusiva su RaiPlay. 

“Favolacce”. La crisi e il masochismo

Gli alberi, un temporale estivo, la periferia romana, la disoccupazione e il decadente contemporaneo. Favolacce inizia pienamente assestato sui binari del cinema del reale italiano. E come tale sembra sposare la dedizione verso un racconto degli ultimi, verso uno sguardo sul marginale (dedizione già sviscerata nel precedente La terra dell’abbastanza). Ma, lo si può intuire subito, il secondo film dei fratelli D’Innocenzo (Orso d’argento per la migliore sceneggiatura alla Berlinale 2020) percorre tutta un’altra strada. L’ultima collaborazione dei registi al soggetto di Dogman, per esempio, ne era un fatto sintomatico. I due realizzano un cinema del ritorno agli sfarzi del grottesco, narrativo e poco votato al manierismo, impegnato a raccontare l’oggi.

“Buio” e le piccole donne che resistono

Opera prima di Emanuela Rossi, Buio è un film suddiviso in capitoli scanditi dalle illustrazioni di Nicoletta Ceccoli. Infatti, come afferma la stessa regista, è stata proprio un’opera di questa artista ad averla ispirata per la trama del suo film. Girato per lo più all’interno della casa in cui abitano le piccole donne, sono loro le vere protagoniste del film. Tutt’e tre vestite convestaglie “alla Wendy”, come le definisce Rossi stessa, le vediamo impegnarsi i giorni nello studio e nel fare ginnastica. In particolare, spicca tra tutte Denise Tantucci, precedentemente vista in varie fiction. Perfettamente centrata nel ruolo di sorella maggiore, dà il meglio di sé nei primi piani grazie alla forza della sua espressione facciale. Non è da meno l’attore protagonista, Valerio Binasco che, di certo non alle prime armi, sa ben incarnare il padre affettuoso e sadico allo stesso tempo.

Il filo rosso del dolore. “Rosa” e “Tornare”

“Il dolore è il gran maestro degli uomini. Sotto il suo soffio si sviluppano le anime”, così scriveva Marie von Ebner-Eschenbach. E proprio sul dolore, su un lutto, su un trauma non del tutto elaborato sono centrati due film di recente visione, tra i quali vediamo scorrere un impalpabile fil rouge intessuto delle diverse declinazioni cinematografiche che si possono dare al tema del dolore e dei percorsi alterni che le anime possono intraprendere per superarli. Le due opere prese in esame sono Rosa, esordio al lungo della documentarista Katja Colja, e Tornare di Cristina Comencini: entrambi film girati da donne, entrambi con una donna per protagonista, eppure capaci di essere agli antipodi.