whatshot In evidenza: Aspettando il Cinema Ritrovato

Bergman 100. Aspettando il Cinema Ritrovato

Bergman 100- La vita, i segreti, il genio individua il 1957 come annus horribils/mirabilis in cui possiamo ritrovare, portate all’eccesso, tutte gioie e i dolori che hanno caratterizzato e caratterizzeranno la vita di Ingmar. C’è il Bergman regista, che firma due dei suoi più grandi capolavori, Il Posto delle fragole e Il settimo sigillo, il Bergman uomo di teatro, capace di portare sul palcoscenico il Peer Gynth di Ibsen, dramma colossale il cui allestimento dura ben cinque ore, e il Bergman uomo, diviso tra la moglie, le amanti e gli innumerevoli figli, dei quali stenta a ricordare il numero preciso. Ad affiancare l’attività frenetica ed incessante, emerge un colossale groviglio di nevrosi, divenute poi il carburante delle sue pellicole migliori.

“I compagni” compie 55 anni

Nel 1963 Monicelli incappò in un fiasco al botteghino quando raccontò di uno sciopero a oltranza da parte di operai di una fabbrica tessile guidati da un professore socialista in una Torino di fine Ottocento. Questo film compie quest’anno 55 anni e – a dispetto dell’insuccesso al suo debutto – si ritaglia un posto d’onore tra le commedie amare più riuscite di Monicelli. Sicuramente la più partigiana, a partire dal titolo: I compagni. Proprio da qui, dal titolo, viene suggerita una coralità narrativa che Monicelli aveva già inseguito, senza riuscirci, ne La grande guerra, dove l’intenzione era inizialmente di raccontare le disavventure di un intero plotone che va a combattere, ma alla fine ad emergere sono i due protagonisti interpretati da Vittorio Gassman e Alberto Sordi. 

“La ragazza in vetrina” e la censura. Aspettando il Cinema Ritrovato

Oltre ai brutali tagli della censura che hanno alterato la trama de La ragazza in vetrina, come quel “no kiss” pronunciato dalla prostituta ed eliminato snaturando il significato del finale del film, il direttore dello spettacolo presso il ministero propone a Emmer venti milioni (di allora) per rigirare una scena: “Suggeriva di lasciare apparire Marina Vlady completamente nuda e forse di mostrare l’amplesso al posto della castissima scena da me girata. A condizione che dopo l’amplesso lei scorgesse su un giornale la fotografia del giovane minatore, con la notizia che era rimasto sepolto nella miniera per tre giorni resistendo alla disperazione (…) la ragazza allora doveva mettersi a piangere, dicendo ad alta voce ‘Tu sei stato un eroe io sono una miserabile prostituta’. Per la chiesa cattolica il peccato della carne è il più venale – quello che conta e non si può infrangere è l’ipocrita moralismo”.

Marcello, come here!

Quella del cosmopolita Mastroianni è una parabola irripetibile tra gli attori italiani: ha recitato per e con chiunque in più o meno centocinquanta film tra i quali è difficile trovare qualcosa di davvero imbarazzante ed è forse l’unico tra i grandi del suo tempo ad aver chiuso la carriera con suprema dignità. Per dire, negli ultimi dieci anni di attività si è tolto lo sfizio di lavorare in mezzo mondo con nuove leve (Giuseppe Tornatore, Francesca Archibugi) e venerati maestri (Robert Altman, Manoel de Oliveira, Raul Ruiz, Theo Angeolopulos), schizzando ritratti memorabili (Oci ciornie, Verso sera, Sostiene Pereira).  E allora, sì, ha senso ritrovare Marcello Mastroianni, specialmente ora che non c’è alcun particolare anniversario tondo da onorare. Diciamolo, è rincuorante che si riesca tuttora a percepire quanto il connubio abbia saputo determinare un’epoca, attraverso atti che non hanno perso un briciolo della loro potenza dinamitarda come La dolce vita e soprattutto 8 ½.

“L’isola dei cani” e la filosofia dell’animale

Plutarco, nel trattato Del mangiare carne, aveva riconosciuto le virtù degli animali contrapponendole alla natura viziosa dell’uomo, attaccandone l’antropocentrismo, visione egoistica che priva gli altri esseri viventi della propria soggettività considerandoli incapaci di apprendere e di modificare il proprio comportamento in base all’esperienza. Secondo Democrito, invece, il debito dell’uomo nei confronti del mondo animale è immenso,  dal ragno avrebbe imparato a tessere, dalla rondine l’architettura, dal cigno e dall’usignolo il canto, per non parlare delle abilità chirurgiche degli elefanti che estraggono le armi conficcate nel corpo dei compagni feriti. Nel film di Wes Anderson troviamo tutto questo, l’animale giocattolo, il pet, che la stop motion trasforma in un puppets restituendogli il soffio vitale e la dignità tanto agognata. 

“1968 A White (and Black) Album” per Cinema e Sessantotto

Come il titolo suggerisce, 1968 A White (and Black) Album è una vera e propria collezione di immagini in movimento, talvolta organizzate talvolta mescolate, proprio come quando a distanza di molti anni si vanno a riordinare le vecchie fotografie, e nella selettività della memoria le si accosta più per affinità e rimando, che per effettivo ordine cronologico. Fulvio Baglivi sa bene come farle parlare in un modo che sia più evocativo che conclusivo, sebbene alcune riflessioni personali non manchino. Baglivi tratta naturalmente gli snodi di cronaca fondamentali di quegli anni: le contestazioni degli studenti californiani, dai quali la protesta iniziò già nel 1964, e degli studenti del nostro paese, le manifestazioni degli afroamericani contro la discriminazione, gli omicidi di Martin Luther King e di Robert Kennedy, la guerra in Vietnam, i movimenti operai, l’uomo nello spazio in procinto di atterrare sulla luna. 

“Fragole e sangue” per Cinema e Sessantotto (II)

Ciò in cui Hagmann riesce meglio è proprio nel non eccedere sul versante del dogmatismo ideologico, anzi di giocarci amabilmente rendendo il senso delle umane contraddizioni: divertenti sono le scene in cui essere arrestati è un diversivo da raccontare ai genitori, si finge di essere stati picchiati dai poliziotti per acquisire popolarità, i reazionari si trasformano in contestatori quando diventa di moda, e gli eroi del movimento ricevono come ricompensa del sesso orale; più abrasive le sequenze dei poliziotti denudati e umiliati al parco giochi, perché “la violenza per la cultura americana è come il chewing gum”, della fotocopiatrice che nessuno dei grandi oratori è in grado di far funzionare, nonostante si sia solo allentata la spina, e dello scontro col gruppo di ragazzi afroamericani, proprio coloro per i quali formalmente è iniziata la protesta.

“Fragole e sangue” per Cinema e Sessantotto (I)

The Strawberry Statement, ovvero ‘la dichiarazione delle fragole’: poco importano, al preside, le rivendicazioni studentesche, “Dirgli che abbiamo un’opinione nostra è come dirgli che ci piacciono le fragole”. Da qui il titolo del libro di James Simon Kunen e quello della pellicola di Stuart Hagmann, tradotti da noi, con licenza poetica, come Fragole e sangue.  Con un tempismo perfetto rispetto all’attualità del periodo – basti pensare agli episodi della Kent State e della Jackson State University -, nei cinema statunitensi il 1970 è un anno di rivolte studentesche, dato che, oltre a Fragole e sangue, escono in sala L’impossibilità di essere normale di Richard Rush e R.P.M. di Stanley Kramer (ai quali si potrebbe aggiungere, sia per le sue scene iniziali che per il legame con la Metro Goldwyn Mayer, anche Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni).

Ermanno Olmi, Vittorio Taviani e il cinema fino alla fine

La cosa più commovente è che Vittorio Taviani e Ermanno Olmi hanno lavorato finché hanno potuto. Molti cineasti se ne vanno con l’amarezza di non aver trovato i fondi per il film al quale più tenevano (a proposito: la sceneggiatura mai messa in scena de Il sergente nella neve, scritta con Mario Rigoni Stern, è lì a ricordarci il cruccio di Olmi) o semplicemente per dare vita ad un ultimo spettacolo. Pensiamo alle pensioni forzate di Federico Fellini, Billy Wilder o David Lean. Già provati, Taviani e Olmi, invece, hanno avuto la fortuna – e l’affettuosa complicità di amici produttori – di congedarsi poco dopo le ultime esperienze di lavoro. E curiosamente i loro ultimi film di finzione toccano entrambi la guerra, vista da ragazzini e ripensata da anziani, come a voler chiudere un cerchio su un tema caro: pensiamo giusto a due grandi successi come La notte di San Lorenzo o Il mestiere delle armi.

“Hollywood Party” per Cinema e Sessantotto

Hollywood Party è puro ritmo, divisibile in più tempi, che si avvia verso un crescendo vorticoso e frenetico per poi chiudersi quietamente. Una scansione temporale, metricamente perfetta, proveniente da una narrazione che procede per gag al cui centro c’è sempre Peter Sellers nei panni dell’indiano Hrundi, rispettoso e impacciato, che non riesce a trovare il suo posto nell’ambiente che lo circonda. Un personaggio che tenta di mescolarsi agli altri, ma che, non riuscendoci perché puro come un bambino, porta all’inevitabile collasso quel mondo: composto da gente fasulla ed irrispettosa, interessata solo al denaro, che Hrundi, per un disguido o per l’altro, smaschera continuamente. Si pensi ai parrucchini degli ospiti maschili alla festa ed alle parrucche indossate dalle donne: tutti mascheramenti che vengono svelati più volte (dal personaggio più “mascherato”).

Angelo Novi e l’inconscio fotografico dei film

Novi è uno dei tanti protagonisti che ha reso possibile, immortalandolo nel suo originalissimo fotoromanzo, “l’edificazione del Grande Sogno Collettivo” del Cinema, svelandone la realtà fatta di “tecnici, macchinisti, elettricisti, sarte e carpentieri”, e ovviamente attori, tutti sotto la direzione del regista; professioni differenti  che trovano nella comune artigianalità del mestiere affinità con “i muratori, i marmisti e i manovali, che nel Medioevo costruivano le Cattedrali”. Lui che “è l’unico altro ‘autore’ presente sul set, oltre al regista, nel senso che è l’unica altra figura della troupe a godere di una autonomia e di una sovranità creativa illimitate” (Giuseppe Bertolucci).

“Il mucchio selvaggio” per Cinema e Sessantotto

Il discorso sull’uomo di Peckinpah non prescinde dalle situazioni e dal momento storico. Il mucchio selvaggio è in realtà anche un film sulla guerra, in cui si avvertono gli echi del Vietnam: nella rappresentazione di un potere che non ha pietà, che delega il lavoro sporco di uccidere ad altri, ma lo fa con assoluta discrezionalità e tiepidi rimorsi per i malcapitati sulla sua strada; nello sbeffeggio della stupidità e insensatezza umana di fronte alla volontà di potenza e all’ebbrezza di dominare sugli altri, come illustra la scena della mitragliatrice, da antologia; nella riflessione sull’inevitabilità della catena della violenza, dove un solo atto di aggressione conduce al conflitto senza possibilità di scelta, che le parti in gioco lo vogliano oppure no, come mostra la resa dei conti conclusiva.

“Nostra Signora dei Turchi” per Cinema e Sessantotto

Adattamento del suo omonimo romanzo del 1966, Nostra Signora dei Turchi è il primo lungometraggio di Carmelo Bene nonché l’inizio, a parte un paio di corto e mediometraggi, della sua breve ma significativa incursione nel linguaggio cinematografico a partire dal 1968, che si concluderà in soli cinque film nel 1973. Per la sua opera prima, Bene porta sullo schermo scene criptiche e indecifrabili, che a voler far rientrare in uno schema narrativo assomigliano al flusso di coscienza di uno scrittore intellettuale. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 1968, vinse il Leone d’Argento ma questo non accontentò Bene, convinto di meritare il premio della critica. In un clima generale di contestazione pesantissimo, il suo sdegno eclatante contribuì a sollevare un polverone, che portò il festival dall’anno successivo a divenire, per qualche edizione, non competitivo. 

Antonioni a Marienbad

L’etichetta di cinema dell’incomunicabilità, dell’alienazione “quella che va de moda oggi”, commentava con sarcasmo Vittorio Gassman nel film Il sorpasso (1962) a proposito della visione de L’eclisse, risulta essere una definizione superficiale e usurata dal tempo e viene duramente contestata da Robbe-Grillet che riconosce in questi film un “cinema dell’evidenza svelata”, in cui la comunicazione è “appassionata, passionale, infinitamente più concreta di tutti i dialoghi triti e verbosi che ingombrano i nostri schermi. Sulle rovine di questa pretesa comunicazione attraverso la parola, sotto i nostri occhi distratti si va costruendo uno scambio più intenso, più segreto, meno razionale e, al contempo, meno vano. A volte, quando si fissa un punto (un oggetto, una persona), si diventa il punto in questione; e ciò che conta, è il movimento di passaggio verso l’altro”. 

“Easy Rider” tra Cinema e Sessantotto

Pensato dal regista Hopper e dal produttore Fonda come un western, coi nomi dei due protagonisti che rimandano direttamente a Wyatt Earp e Billy The Kid,  Easy Rider conserva la capacità di mitizzazione del genere, ma sa rielaborarla con una retorica del tutto nuova: l’epica degli affreschi paesaggistici e della moto come simbolo si accompagna a una colonna sonora rock potentissima  e dialoghi sconclusionati ma emotivamente evocativi, in parte improvvisati dagli stessi attori sotto l’effetto di droghe. Affianca a un passo del racconto maestoso e per molti versi classico, anche momenti di montaggio serrati, violenti, ricchi di inusuali flash-forward, e una scena nel cimitero da cinema sperimentale. Easy Rider è un film sulla libertà come apertura alle possibilità, ma anche come senso di inappartenenza alla realtà dominante. 

“1997: Fuga da New York” o dell’essenzialità

Uno degli elementi più significativi del film è sicuramente l’assoluta simbiosi tra il film e la sua splendida colonna sonora, composta dallo stesso Carpenter (con la collaborazione di Alan Howarth), nel dare vita a quella che si potrebbe definire un’opera minimalista: poca trama, pochi dialoghi, pochissima psicologia, pochissimi strumenti musicali (principalmente sintetizzatore e tastiera), poche note (e, non per scelta artistica, pochi soldi). La musica di Carpenter è, come il film, essenziale, semplice, serrata e adrenalinica. Rumore di elicotteri, ossessive note basse ripetute, cupe note fisse su cui si innestano brevissime melodie suggestive (che rimanda a certe frasi musicali scritte da Vangelis per Blade Runner), improvvisi passaggi ritmici di batteria elettronica: tutto il sonoro contribuisce a creare un’atmosfera ansiogena e angosciante.

“C’era una volta il West” tra Cinema e Sessantotto

Morricone è il co-autore del film: il tema di Jill è caratterizzato da un “andamento grandioso” ed esattamente come Jill (e l’America) guarda al futuro, al cambiamento, a una nuova forma. Quello di Armonica, invece, riguarda due personaggi (lo stesso Armonica e il villain Frank) ed è legato a doppio filo con il concetto di vendetta, si lega al passato, alla violenza gratuita ed ingiustificata che uomini come Frank hanno perpetrato sadicamente. Il terzo tema è quello di Cheyenne, più ironico e giocoso, così come è la natura del personaggio. Al brano è legato un aneddoto curioso: Morricone non riusciva a capire a fondo la natura del personaggio e tutto quello che componeva non soddisfaceva l’esigentissimo Leone il quale, per far comprendere precisamente al musicista cosa volesse, paragonò il bandito al Biagio del film Disney Lilli e il vagabondo. Solo in quel momento Morricone cominciò a comporre il leitmotiv del personaggio-simbolo di tutte le contraddizioni americane.

“Ready Player One” e la rivoluzione nerd

Sarebbe bello sapere cosa ne pensano i cinefili di questa visione oscura che investe la loro più grande passione. Sarebbe bello, anche se a essere onesti le due scene di apertura e chiusura sono indicative: in quella iniziale tutti i cittadini sono immersi nei loro visori di realtà virtuale; in quella finale è il mondo di gioco a venir chiuso il martedì e il giovedì. Tuttavia, a pensarci bene, le due scene reggerebbero anche sostituendo i videogiochi con i film o, perché no, con i libri. In quel caso, probabilmente, cinefili e lettori storcerebbero il naso, noterebbero una stonatura rispetto all’aura tipicamente positiva che circonda cinema e letteratura. Se si tratta di videogiochi, invece, l’alienazione si dà per scontata. E invece no: i nerd dovrebbero ribellarsi allo stereotipo.

What a Feeling. Tornando su “Ammore e malavita”

In un genere che non fa mistero del suo essere finzione, i Manetti instaurano un cortocircuito socio-visivo che ironizza sui disagi sociali di certe zone geografiche del Sud Italia, facendo riflettere sull’impatto del successo di certi fenomeni letterari e televisivi sullo stato delle cose. Alla base di un’operazione come Ammore e malavita si può leggere una profonda fiducia nel cinema italiano e nella sua possibilità di svincolarsi dai dettami del mainstream USA per mostrare al pubblico e alla filiera cinematografica che l’industria nostrana può rappresentare ed esprimere profondamente la nostra identità non solo nei piccoli film d’autore a basso budget, ma anche quando si tratta di generi, balli e tante comparse.

“Un sogno chiamato Florida” e la casa di bambole troppo grande

L’utopia è ottenere, attraverso il ridimensionamento del sistema, la legittimazione di una statura economica inferiore. Sembra essere questa la traiettoria sottintesa di Un sogno chiamato Florida. Nel film di Sean Baker, il motel Magic Castle è una casa di bambole troppo grande, sproporzionata come il chiosco a forma di gelato gigante, tanto che la piccola Moonee, contesa tra inquadrature ad altezza bambino e grandangolari alienanti, è vittima, più che protagonista, di una distorta scenografia da live action in cui la dimensione degli edifici è talmente imponente da marginalizzarla. Ed ecco che Disneyworld appare il nocciolo di una fantasia di ridimensionamento, il luogo, immaginario e metaforico, in cui Moonee tenta di riconquistare una dimensione propria dell’infanzia, minacciata, oltretutto, da una madre kidult che rischia di usurparle il ruolo di principessa.

“Il delitto del Signor Lange” e la vocazione umanista

Siamo nel 1935 e nel cinema di Renoir vige una sorta di vocazione umanista della quale solo quattro anni dopo, alla vigilia dello scoppio della guerra, non troveremo più traccia in quell’impietoso affresco dell’alta borghesia francese – ma la meschinità dei servitori non è da meno – che è La regola del gioco. Se del profetico monito sulla disfatta politica e morale che di lì a poco avrebbe investito il Paese in questo film non c’è ancora traccia, sul piano stilistico Il delitto del Signor Lange anticipa di fatto tutte le innovazioni stilistiche che faranno grande il cinema di Renoir: dalla profondità di campo – di cui di lì a poco faranno largo uso Orson Welles e William Wyler – al rigetto del décupage tipico del cinema classico e la predilezione per i piani sequenza o meglio il long take perché ancora si parla di più inquadrature.