“Macbeth” di Roman Polanski in un labirinto di specchi

Nel Macbeth di Polanski il cinema non è un modo per guardare le proprie ossessioni ma solo per perdersi dentro di esse, come in un labirinto di specchi. Il farmaco che l’uomo deve darsi da solo forse esiste, ma Polanski non ci crede o non lo conosce. La storia si afferma sull’arte ma solo piegata al desiderio: nel finale Donalbain, che fu storicamente re dopo Malcom, torna dalle streghe. Questo è l’unico vero tradimento a Shakespeare, il cui testo, anche se reso con naturalezza non teatrale, è seguito fedelmente. Il sigillo del regista sulla sua opera: la storia domina sulla finzione artistica e il finale positivo di Shakespeare è superato dal ciclico affermarsi del desiderio.

“Vampyr” di Dreyer o la verità sullo strano caso di Mister Gray

Dreyer costruisce la storia con una sorta di tableaux vivants, situazioni paratattiche e giustapposte dove la consecutio logica e temporale è soltanto accennata, per dare vita a sensazioni eteree, funeree e sepolcrali – in un certo senso, vedere Vampyr è un po’ come leggere una macabra poesia, dove i rapporti di causa/effetto non seguono la logica comune. Certo, un andamento narrativo c’è, ma la diegesi sembra affidata soprattutto al fluire degli incubi, al magma dell’inconscio, a un precipitare da un mondo all’altro proprio come accade nei sogni, il che fornisce al film un coté altamente evocativo e affascinante.

“La prima notte di quiete” come melodramma queer. A 50 anni dal capolavoro di Zurlini

Gran successo di pubblico del 1972, La prima notte di quiete di Valerio Zurlini viene solitamente rappresentato dalla critica come un iconico melodramma dell’eterosessualità. All’enfasi melodrammatica contribuiscono la colonna sonora e le numerose citazioni letterarie romantiche: dal verso di Goethe, metafora della morte, che dà il titolo al film al romanzo di Stendhal, Vanina Vanini, che presta il nome alla giovane protagonista femminile ed evoca un triste destino per gli innamorati. Ma vale la pena andare più a fondo per trovare nuovi sguardi e nuove analisi di questa celebre opera con Alain Delon. 

Chiedi chi era Sidney Poitier  

Difficile esprimere meglio l’impatto che Sidney Poitier ha avuto nel panorama statunitense dagli anni Cinquanta, quando coi suoi personaggi ha contribuito a scardinare gradualmente i presupposti iconografici hollywoodiani legati ai neri. Come Jackie Robinson per il baseball, Poitier è stato il primo attore afroamericano a rivestire ruoli da protagonista a Hollywood. La star nera per antonomasia del cinema nazionale, premiato da un successo duraturo e trasversale che ha superato la barriera del colore quale espressione di quel pensiero progressista che negli stessi anni stava prendendo piede nella società e nella cultura americana.

Le classifiche dei redattori

Anche quest’anno – dopo aver pubblicato la classifica generale – offriamo le triplette (in ordine di preferenza) dei nostri collaboratori. Si ribadisce l’estrema volatilità dell’offerta cinematografica di quest’anno. In ogni caso, le preferenze espresse dai redattori di Cinefilia Ritrovata possono fungere anche da guida appassionata per una stagione cinematografica di cui si può dire tutto tranne che sia stata omologata e prevedibile. 

“Prima pagina” e il senso di Billy Wilder per la commedia

Prima pagina è la terzultima opera di Wilder, prima di Fedora e Buddy Buddy, un’epoca in cui il regista ha già abbracciato definitivamente il colore, mantenendo una cura certosina nella fotografia dal gusto vintage: un film significativo innanzitutto nella misura in cui testimonia la caparbietà del regista nel non farsi influenzare dalle correnti della New Hollywood, sempre più dominanti nel cinema americano degli anni Settanta, per proseguire con successo una riproposizione – anche se rinnovata – dei modelli classici.

I migliori film del 2021

Annata complicata, ancora una volta. Le sale cinematografiche nel 2021 non sono state aperte per tutto l’anno, tuttavia – rispetto al 2020 e pur con un cupo finale di 2021 – le cose sono assai migliorate. Ovviamente la classifica dei contributori ha tenuto conto anche dei film usciti direttamente in piattaforma poiché – piaccia o non piaccia – ormai si tratta di prime visioni a tutti gli effetti. Ma, come vedrete nella top ten, alla fine i titoli che hanno almeno per qualche settimana visto la luce del grande schermo rappresentano l’interezza della nostra classifica. Dove trionfa un autore giapponese che fino a quest’anno non era mai stato distribuito in Italia, Ryusuke Hamaguchi con il suo Drive My Car. 

Tra epica e realismo. Il bilancio dell’universo Gomorra

Gomorra – La serie è l’incontro più contemporaneo tra epica e realismo, come testimonia già dalla prima stagione l’episodio ispirato all’omicidio di Gelsomina Verde. Ma il successo della formula non è di stampo documentario, tutt’altro. Anzi, si può dire che risieda proprio nell’aspetto epico della saga familiare, dove “familiare” sta per sangue, eredità che si può tradire e difendere. Piramidi solo all’apparenza patriarcali che subiscono un continuo capovolgimento dei ruoli, laddove si sfruttano conformità e convinzioni per far saltare piani e strutture. Patti labili stipulati in nome di interessi, somiglianza, inganno, dove se la lealtà è richiesta non è mai prevista.

In ricordo di Lina Wertmüller. Il cinema, l’Oscar e lo statuto dell’Autore

Cerchiamo di fare ordine, oggi che Lina non c’è più. L’Academy la celebrò nel 2019 per l’incidenza culturale di quattro film realizzati tra il 1972 e il 1975, tuttora molto amati: Mimì metallurgico ferito nell’onore, Film d’amore e d’anarchia, Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto e Pasqualino Settebellezze. A Wertmüller fu riconosciuto quello statuto d’autore negatole in Italia solo quando la critica americana si innamorò del suo talento iconoclasta e dello spirito selvaggio con cui raccontava i conflitti sociali, i turbinii sentimentali, il sesso, la politica, il passato oscuro della nazione. E certo all’epoca destava stupore che a realizzare questi film fosse una donna.

“Tange Sazen and the Pot Worth a Million Ryo” e la scoperta dei capolavori dimenticati

Tange Sazen and the Pot Worth a Million Ryo di Yamanaka Sadao fu realizzato nel 1935 a Kyoto. Del regista, morto ad appena 29 anni, ci sono rimasti solo tre film dei 26 da lui realizzati, tutti afferenti al genere jidai-geki (film in costume, da noi più conosciuti come film di samurai), in cui però possiamo notare l’interesse per la rappresentazione della quotidianità delle persone nel periodo Edo. Sorprende infatti osservare le abitudini di vestizione e pulizia, di intrattenimento nei locali della città, di usi e costumi dell’antichità messi in scena dai guerrieri, rigattieri, donne di casa e imprenditrici presenti tra i protagonisti di Tange Sazen and the Pot Worth a Million Ryo.

La sfarzosa summa dell’immaginario fantastico di Fellini

La psicologia (o, per l’esattezza, la psicanalisi) non è intesa da Fellini come una scienza esatta, quanto piuttosto una continuazione, un trait d’union, col mondo della magia e del soprannaturale, per cui lo spiritismo, i sogni e i ricordi sono come facce della stessa medaglia, di quel mondo “altro” che lui si proponeva di indagare non solo attraverso i suoi film, ma anche nella vita quotidiana. Ebbero un’ampia influenza su di lui le teorie dello psicanalista junghiano Ernst Bernhard, ma anche esperienze più estreme: l’uso controllato di LSD, l’avvicinamento alla magia, ai tarocchi, alle sedute spiritiche. Alla luce di questo, è quindi palese la primaria importanza che Giulietta degli spiriti costituisce non solo per il suo modo di vedere il cinema, ma anche per la sua interpretazione della realtà.

Zerocalcare autore totale. “Strappare lungo i bordi” e la generazione invisibile

I problemi dei “giovani d’oggi”, il precariato, gli amori confusi, la sensazione di essere mille passi indietro rispetto a chi riesce a concretizzare rapidamente le proprie aspirazioni, il futuro indefinito, la morte e il suicidio sono solo alcuni dei numerosi aspetti che Zerocalcare analizza con brutale schiettezza, calandoli uno per uno in ciascun episodio e incatenandoli a una trama orizzontale, quale percorso di crescita e di formazione dello Zerocalcare uomo e personaggio, dall’infanzia e dall’amicizia, all’età adulta e all’esperienza dell’elaborazione del lutto. La forza e il successo di Zerocalcare, autore totale, non risiedono solo nel talento artistico, immaginifico e produttivo, ma nel raccontare la nostra realtà per quella che è davvero, mai perfetta come vogliamo far credere.

Nascita del poliziesco italiano di impegno civile. “La Confessione” di Damiano Damiani

Il cinema di Damiani – parliamo di quello che va dalla Confessione ad altre pietre miliari come Perché si uccide un magistrato, Io ho paura e L’avvertimento, fino agli epigoni – è un cinema basato su un compromesso, su un’armoniosa intersezione fra cinema “alto” e cinema “popolare”, fra “autore” e “genere”, definizioni ormai ridotte a etichette che lasciano il tempo che trovano. Perché Damiani, con un pugno di film, è stato in grado di unire un tipo di cinema poliziesco e spettacolare con acute indagini sui fenomeni più scottanti dell’Italia di allora, e che trovano un’inquietante corrispondenza anche in quella di oggi

Una certa (grande) idea dell’America. “City Hall” di Frederick Wiseman

In occasione dell’uscita di City Hall di Frederick Wiseman, distribuito dalla Cineteca di Bologna, ospitiamo un’analisi molto acuta di Antoine Guillot (France Culture) sul valore civico e cinematografico di questo capolavoro contemporaneo: “City Hall è di fatto, come impone il suo soggetto, costantemente attraversato dai grandi temi politici che impegnano la società americana contemporanea, e cioè, in ordine sparso: matrimoni omosessuali, legalizzazione della cannabis, costo delle cure sanitarie, omicidi di massa, tensioni tra polizia e popolazione, discriminazioni delle minoranze, quali che esse siano, presenti e passate”.

Il limbo in tempo di guerra. I trent’anni di “Mediterraneo”

Per celebrare il trentesimo anniversario di Mediterraneo, il Lucca Film Festival ha organizzato una proiezione d’eccezione, introdotta da tre dei protagonisti: Claudio Bigagli, Claudio Bisio e Vasco Mirandola. Il film di Salvatores supera illeso i tre decenni perché, al pari di ogni grande opera, riflette su dinamiche perennemente attuali dell’esperienza umana. Attraverso la storia dell’occupazione di un’isola greca da parte di una sgangherata compagnia di militari italiani durante la Seconda guerra mondiale, Salvatores imposta una riflessione lucida e al contempo romantica sulla necessità dell’estraniarsi.

La cinefilia che fagocita. Vent’anni di “Moulin Rouge!”

La vera grande firma che struttura e anima il corpus dei film diretti da Luhrmann è infine questa sua esplicita cinefilia capace di fagocitare al suo interno il teatro, la pittura e la musica del passato e della modernità. Alla stregua di maestri della narrazione classica hollywoodiana come Douglas Sirk e Vincente Minnelli, in cui il linguaggio verbale passava in secondo piano rispetto al valore del setting, della colonna sonora e dei colori, le opere del regista australiano sono accomunate dallo sviluppo dell’idea di un cinema in cui il manierismo predilige i codici visivi e musicali.

“Fino all’ultimo respiro” e la critica

L’uscita in sala della versione restaurata di Fino all’ultimo respiro ci consente di proporre – come di consueto nel caso del progetto Cinema Ritrovato al Cinema – un’antologia critica d’epoca e fino ai nostri anni. Affascinante, tra gli altri, l’approccio di Jean-Claude Izzo, grande scrittore di noir, che ha scritto: “Quando ha la meglio sulla poesia la realtà si traduce così: in variazioni sulla morte. Insomma, fino all’ultimo respiro. Non rivedere questo film (per la seconda o la centesima volta) sarebbe, come è stato scritto allora, privarsi di emozioni tra le più belle e forti che il cinema abbia proposto in questi ultimi tempi”.

Melvin Van Peebles, l’alfiere nero che diede scacco al re bianco

Scomparso nei giorni scorsi, Melvin Van Peebles è stata una delle più poliedriche e significative figure del cinema afroamericano, secondo per notorietà solo a Spike Lee e John Singleton che paradossalmente devono proprio a lui parte della loro fortunata carriera, debitori entrambi al guerrilla style delle sue opere divenuto un modello valido ancora oggi per molti autori neri emergenti. Pittore, attore, sceneggiatore, regista, produttore, montatore, musicista e scrittore, fautore di un cinema politico e orgogliosamente indipendente: i suoi personaggi politicamente scorretti, violenti e poco istruiti hanno contribuito tanto alla creazione di un nuovo modello di afroamericano, non edificante ma vero.

Cronaca di un’estate portoghese. “Aquele Querido Mês de Agosto” di Miguel Gomes

A metà tra il documentario e la fiction, Aquele Querido Mês de Agosto appare fin da subito un lavoro cinematografico insolito, che condivide nelle intenzioni e nelle suggestioni un certo modus operandi, sperimentato nei capolavori della Nouvelle Vague e nel cinema portoghese contemporaneo più innovativo. Premiato in numerosi festival internazionali ed accolto positivamente a Cannes 2008 nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, il film di Gomes risulta un’anomalia cinematografica, una visione – prestata – alla macchina da presa poiché restituisce allo spettatore i dati di una potenziale inchiesta etnografica che plana, tuttavia, sulle ali di “un’estetica della superficie”.

Corpo contundente, anima infiammabile. Un ricordo di Mariangela Melato

Mariangela Melato è stata un’interprete spiazzante e spericolata: dea d’una vulnerabilità ancestrale e al contempo maschera della modernità, corpo contestatario e spirito che affonda le radici nella tragedia greca, affabulatrice indefessa e trasformista. Milanese di ringhiera con tutto ciò che ne consegue nel modulare un pratico disincanto all’altezza dell’incanto surreale, danzatrice per studio e poi passione riemergente con tutto ciò che ne consegue nell’attitudine a dare tridimensionalità coreografica ai personaggi, teatrante di scuola ronconiana con tutto ciò che ne consegue nella reinvenzione di un vocabolario che si incarna nella voce e nell’atto che si fa parola, Melato ha rivoluzionato il cinema italiano dando vita a un tipo di donna che, sic et simpliciter, prima di lei non esisteva.

Patrizia Vicinelli e il trauma dell’universo

La poetica di Patrizia Vicinelli spazia attraverso influenze ed espressioni poetico-visive con prodotti artistici esposti in tutto il mondo. Vicinelli incontrò anche il cinema attraverso Tonino De Bernardi, Mario Gianni, Alberto Grifi e Claudio Caligari. Con Caligari entrò nel cast di Amore Tossico nel 1983 interpretando una pittrice (lei che era in realtà una poetessa) del Gruppo 63. Come parte degli attori scritturati per l’esperimento di Caligari anche Patrizia Vicinelli morì di AIDS nel 1991. Nello spettacolo In transito l’immagine della poetessa, la sua voce e le sue parole sono state accompagnate dalla tromba di Paolo Fresu in una sonorizzazione inedita.