I sogni a occhi aperti di “Cappello a cilindro”

Le musiche di Irving Berling  seguono l’andamento della trama, facendosi puntuale commento delle diverse fasi dell’innamoramento, dai solo di tip-tap di Fred Astaire fino al romantico ballo finale sullo sfondo di una Venezia arabeggiante e volutamente kitsch, luogo idealizzato in cui ambientare le frivole vicende di cuore dei personaggi e dei comprimari. In fondo, nulla in Cappello a cilindro pare da prendere troppo sul serio: una favola moderna in cui la voglia di fuga, di evasione – paradossalmente dentro una sala cinematografica – è il vero motore, capace di alimentare i sogni ad occhi aperti di numerose generazioni, ieri come oggi.

“Cabaret” e l’eterno, grottesco, meraviglioso ritorno dell’uguale

In Cabaret l’inquietudine della Germania di Weimar perde qualsiasi tipo di connotato storico, riflettendosi sulla gestualità, i costumi ed il trucco dei personaggi all’interno del Kit-Kat, in quella che è a tutti gli effetti una rinuncia alla “supposta realtà” (come direbbe La Polla) a favore di un sogno meravigliosamente grottesco che si replica sempre uguale a se stesso. In questo senso il film è spaccato a metà: quello che accade dentro il cabaret e quello che accade fuori. Un dualismo incarnato dall’inquieta figura di Sally Bowles, che preferisce al grigiore del mondo esterno l’altrettanto cupo ma pulsante di vitalità mondo del cabaret.

Cercare il nome della realtà. Gianni Toti.

Il festival MetaCinema svoltosi all’Accademia di Belle Arti di Bologna è stata l’occasione ideale per mostrare la collaborazione tra Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia (l’evento rientra nel programma della X edizione di Archivio Aperto) e La Casa Totiana; in particolare l’incontro è servito a rispolverare una storia, quella di Gianni Toti, partigiano coSmunista, come lui stesso si definiva, giornalista, poeta, regista cinematografico, scrittore etc…poco noto in Italia nonostante i numerosi riconoscimenti ottenuti soprattutto all’estero.

Intorno al cinema di Alessandro Rak

Un elemento comune nelle opere di Rak è sicuramente una fine apocalittica, perché nonostante i finali siano in qualche maniera positivisti, lasciano un sentore di malinconia e questo per il fatto di non essere mai approfonditi. Allo spettatore è concessa, più che altro, la visione delle brutalità e delle infelicità che i personaggi sopportano e quando, alla fine, sembra risolversi quel groviglio di sentimenti e sensazioni che si è creato, enfatizzato dall’uso delle colonne sonore e dei suoni, rimane il vuoto.

Intervista ad Alessandro Rak

Abbiamo approfittato della presenza di Alessandro Rak per porgli qualche domanda, consci che Gatta Cenerentola è stato uno dei film più originali e sorprendenti di questa prima parte di stagione: “La mia idea è cercare di liberare l’animazione dal gioco del target che non vuol dire necessariamente farla per adulti e basta, ma significa che chi racconta deve sentirsi libero di raccontare le istanze, le urgenze che ha dentro e non adeguarsi biecamente a un mercato o alla necessità di un mercato”.

“Vento dell’est”, critica ideologica all’estetica cinematografica

Come tutte le pellicole del gruppo Dziga Vertov, Vento dell’est è una riflessione in fieri sul cinema attraverso il cinema e si potrebbe definire un cine-saggio, che non vuole né divertire né indottrinare, ma unicamente infastidire lo spettatore, per costringerlo ad esercitare una coscienza critica. A differenza di quanto accadeva in Week-end o La cinese, in cui ricercatezza tecnica e formale erano spinte al limite, allo scopo di rivelare l’artificialità della rappresentazione, in Vento dell’est l’estetica del film è subordinata al procedimento dialettico.

Mary Astor e “Il Mistero del Falco”

Dal 1936 in poi chi guardava Mary Astor vedeva una bellezza altera e aristocratica che nascondeva in realtà una donna intelligente e spregiudicata. Un cortocircuito sinestetico che sicuramente John Huston aveva ben chiaro quando nel 1941, alle prese con la sua prima regia, le affidò – dopo il rifiuto di Geraldine Fitzgerald, impegnata in altra produzione – la parte di Brigid O’Shaughnessy ne Il mistero del Falco

Chiedi chi era Giuseppe Ferrara

La giuria del Festival di Berlino del 1987 assegnò l’Orso d’argento per il miglior attore a Gian Maria Volonté per Il caso Moro (1986), ricostruzione dei 55 giorni di sequestro dello statista democristiano. Unico italiano in concorso, il film godeva del carisma del mimetico protagonista – inattivo da tre anni, già ipotesi di Moro in Todo modo un decennio prima – e, nel raccontare uno degli eventi più traumatici degli anni di piombo con padronanza dei dati, suscitò molte polemiche nell’arco costituzionale. Tutto ciò per dire che il regista Giuseppe Ferrara non era né un auteur da festival (Berlino resta un unicum) né troppo amato in patria (i suoi film sono stati sequestrati, ritirati, censurati…).

“Aleksandr Nevskij” e l’ossessione del controllo

Dopo una serie di boicottaggi da parte della censura, Ejzenštejn porta finalmente a compimento il suo primo film sonoro, in collaborazione con Sergej Prokofiev. Aleksandr Nevskij, alla guida dell’esercito russo, trionfa sui Teutoni – e il grande condottiero Stalin è pronto ad affrontare i nazisti. Tuttavia, la celebrazione patriottica degli eroi del passato non è sufficiente ad ottenere l’approvazione dei supervisori: sia il regista che il compositore devono soddisfare i canoni formali del realismo socialista.

“Il seme dell’uomo” e la vanità delle illusioni

Se in La grande abbuffata Ferreri traduce la sua disillusione esistenziale nella logica perversa di un piacere mortifero, in questa visione utopica al negativo del mondo c’è un pessimismo radicalizzato e convergente all’interno di un’ottica in cui sembra non esserci alcun appiglio, quanto esclusivamente inquietudine avveniristica. Tra l’apparizione di una balena arenatasi sulla spiaggia, simbolico naufragio delle speranze di una società all’epilogo del Sessantotto, e l’improvvisa venuta di un’ospite, la questione che si pone fin dall’inizio Ferreri è una sola: continuare la specie o no? 

“Les Gauloises Bleues”, un film nouvelle vague

Il mio Godard di Michel Hazanavicius ha riportato all’attenzione Les Gauloises Bleues, un film quasi dimenticato di Michel Cournot. La vicenda è nota: il film di Cournot era in concorso al festival di Cannes nel 1968 quando l’affaire Langlois raggiunse la Croisette e le proiezioni vennero sospese. E Les Gauloises Bleues è l’unico tentativo alla regia di Cournot, amico di Godard e severo critico cinematografico per le pagine del Nouvel Observateur.

I Cineguf e il cinema sperimentale italiano ad Archivio Aperto 2017

Parliamo ancora di Archivio Aperto (rassegna organizzata da Home Movies che proseguirà fino al 2 dicembre) soffermandoci sull’incontro dedicato ai Cineguf, curato da Andrea Mariani (Università di Udine). Opere poco conosciute conservate all’interno delle cineteche e spesso ignorate dalla cultura istituzionale, alcune di queste pellicole sono state digitalizzate grazie al lavoro de La Camera Ottica di Gorizia; due di esse invece provengono dal Fondo F.lli Chierici e dopo il recupero di Home Movies sono entrate a far parte dell’Archivio Nazionale del Film di Famiglia.

Wiazemsky/Bresson, rivedere “Au hasard Balthazar”

Mimesi rifratta, in cui il molteplice non riecheggia come mera riproduzione, quanto nel senso di un prisma smembrato e scomposto, il cinema di Robert Bresson resta lì, assorto nella singolare attesa di un qualcosa che mai si paleserà. E quest’ambiguità, tra il bisogno di trascendenza e la constatazione dell’inevitabilità del male terrestre, si riflette, nel caso di Au hasard Balthazar, isolandoli da una compagine impietosa ma, prevedibilmente, umana, in due personaggi: Marie\Anne Wiazemsky e Balthazar, simbolicamente peccato e redenzione.

Report del convegno Avanguardia e Rivoluzione: Il cinema di Sergej M. Ejzenštejn

L’agenda culturale di questo 2017 è stata ricca di iniziative e riflessioni sulla Rivoluzione d’Ottobre, di cui ricorre il centenario. Anche la Cineteca di Bologna festeggia l’anniversario con un mese consacrato a Sergej Ejzenštejn, senz’altro uno cineasti più rappresentativi di questa straordinaria stagione storica e culturale. Oltre ad un’ampia retrospettiva, al maestro del cinema sovietico è dedicato il convegno di studi svoltosi presso gli spazi del cinema Lumière.

Il nostro Godard. “Week-end” e il potere sovversivo del paradosso

In questi tempi difficili, in cui è quasi più ricercato ridere di Godard che con Godard, pare appropriato riflettere su Week-end, a quasi cinquant’anni dalla sua uscita nelle sale, tanto più che essendo “un film perso nel cosmo” e ponendosi perciò come un reperto da (ri)scoprire, diventa un’esortazione alla cinefilia ritrovata. Apocalittico e tragicamente esilarante, è l’ultimo film che Godard affida al circuito ufficiale, prima di un rifiuto quasi totale dell’industria cinematografica che durerà più di un decennio.

Cinebox e Scopitone ad Archivio Aperto 2017

Le proiezioni organizzate da Home Movies (Archivio Nazionale del Film di Famiglia), in occasione della decima edizione di Archivio Aperto, hanno avuto inizio la scorsa settimana e proseguiranno fino al 2 dicembre, la rassegna ancora una volta spazia dal cinema sperimentale ai filmati di famiglia, mettendo in luce l’attività di ricerca e restauro di un archivio unico nel suo genere.

Audiovisione di “Shining”

Il tempo e la follia umana si annullano in quella che, a distanza di quasi quarant’anni, è ancora una delle messe in scena più potenti di tutto il cinema post-moderno. Shining torna al cinema, stavolta con montaggio diverso (una manciata di sequenza in più che Kubrick stesso decise di recidere per il mercato europeo), per travolgere ancora le platee con l’ormai famosa ”onda di terrore”. Dicitura che campeggiava sui manifesti del 1980 e che ha contribuito a consacrare il film come uno dei pilastri fondamentali del cinema horror.

Il perturbante, Freud e Kubrick. Ripensando “Shining”

Shining è un film che rientra nei canoni del genere horror affrontati in un’ottica freudiana: “Freud affermò che il perturbante costituisce l’unica sensazione che si provi con maggiore forza sia nell’arte sia nella vita. Se questo genere avesse bisogno di qualche giustificazione, credo proprio che questa basterebbe come credenziale”. (intervista rivista e approvata dal regista nel 1981 pubblicata in Kubrick, Michel Ciment, 1999) Per perturbante si intende, citando Freud, “quando appare realmente ai nostri occhi qualcosa che fino a quel momento avevamo considerato fantastico, quando il simbolo assume pienamente la funzione e il significato di ciò che è simboleggiato”.

“Il mago di Oz”, Dorothy e la child woman

Una lettura metacinematografica del Mago di Oz può chiarire che la nostalgia verso un vecchio modo di fare cinema è la chiave per comprendere il personaggio: Judy Garland segna la fine dell’epoca della child-woman, ovvero della donna che recita la parte di una bambina. Quando Judy Garland, travestita da bambina per impersonare Dorothy (e quindi perfidamente defraudata del suo potenziale erotico), intona una suadente Over the Rainbow, l’associazione tra la voce e la fonte sonora crea un bizzarro cortocircuito. 

Stanlio e Ollio, slow burn e collasso comico

Esce in questi giorni un bel libro di Gabriele Gimmelli, dedicato a Stanlio e Ollio, e in particolare a un loro bellissimo film. Distribuito nelle sale americane nella primavera del 1929, Big Business (noto in Italia come Grandi affari) è l’ultimo capolavoro muto di Stan Laurel e Oliver Hardy e uno dei titoli imprescindibili per chi voglia accostarsi alla loro opera. Abbiamo chiesto a Gabriele un estratto del volume per i nostri lettori, e lo ringraziamo per averci concesso questa pubblicazione. 

Ma gli androidi sognano il noir?

Lo sappiamo: Blade Runner partiva da un romanzo di Philip K. Dick, edito in Italia come Il cacciatore di androidi nel 1971 e poi riproposto traducendo fedelmente il titolo originale, Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?. Da questo elemento editoriale tutto nostrano, possiamo curiosamente notare le due anime del testo: il poliziesco e l’esistenzialismo. Attraverso il capolavoro di Scott, le due componenti si definiscono ancora di più adottando i connotati dell’hard boiled ed esplorando la frontiera cyborg.