“Voglio solo che voi mi amiate”. Fassbinder e il ritorno del represso

Girato per la televisione tedesca a metà degli anni 70, Voglio solo che voi mi amiate (1976) è una parabola laica e psicoanalitica ancora molto attuale che sovverte l’etica alla base della società dei consumi e le istituzioni che la legittimano, a partire dalla famiglia tradizionale e dal patriarcato. Ispirandosi ad una storia vera documentata in un libro di interviste a condannati all’ergastolo, Rainer Werner Fassbinder mette in scena il destino amaro di un figliol prodigo rifiutato, con l’unica colpa di aver assimilato il linguaggio del consumo e del denaro per esprimere e per ricevere prima il proprio affetto di figlio e successivamente il proprio amore di marito.

“Anni difficili” e le origini del trasformismo italiano

Il fulcro dell’opera sembra essere dunque l’impotenza della gente comune di fronte agli oscuri ribaltoni del potere; quella delle persone semplici è presentata come una massa informe incapace di ribellarsi al proprio destino se non quando ormai è troppo tardi. Impossibile non interpretare questo messaggio come una forte critica al qualunquismo, al trasformismo tutto nostrano, quel senso di movimento del “gregge”, a cervelli spenti, che tanto sarà sbeffeggiato nella successiva commedia all’italiana. “Non mi riesce di trovare uno che abbia il coraggio di dire ‘Io sono stato fascista’: ma da chi era fatto questo fascismo?”, domanda al podestà il sarcastico ufficiale inglese in una scena del finale, incredulo davanti alla meschinità degli sconfitti.

“Il braccio violento della legge” e l’orrore dentro di noi

Friedkin parte da un fatto realmente accaduto e inizia a raccontarlo attraverso una narrazione realistica, fatta di routine lavorative, tensioni fra colleghi, lunghi appostamenti che sembrano condurre a nulla. La New York di questa quotidianità è una protagonista livida e violenta, ripresa soprattutto nella sua vita di strada, dove anonime vetrine fanno da collegamento fra bar frequentati da sbandati e alberghi per malviventi di buon rango. Un teatro urbano in cui si muovono i due poliziotti, assuefatti ai loro comportamenti aggressivi, come se la violenza fosse l’unico modo di sopravvivere alla criminalità in cui sono immersi. Friedkin incrocia vizi e virtù in uno sfacciato chiasmo di etichette sociali, per mostraci non solo la loro inconsistenza ma anche la loro pericolosità.

“Cane di paglia” o dell’ambiguità nel cinema

Cane di paglia è un ritratto umano aggressivo e spietato, che poteva essere realizzato solamente da un autore che utilizza l’ambiguità come materia prima. La stessa foga irrefrenabile che ha ridisegnato il western con tinte accese e quanto mai dissacranti; la mano che ha calcato le aspre pieghe del cinema bellico, insinuandosi tra le fila reiette dell’esercito tedesco rinvenendovi un’inedita umanità; o ancora la capacità di delineare degli eroi action fuorilegge tanto rudi quanto intimamente fedeli alla propria etica. Per Sam Peckinpah verità e giustizia sono principi delicati che vanno scandagliati attraverso un cinema potente, tanto cristallino nella sua giocosa patina quanto imperscrutabile nelle implicazioni tematiche.

“Harold e Maude” cinquant’anni dopo

Il secondo lungometraggio diretto da Hal Hashby, il più hippie tra i registi della New Hollywood, è un riconoscibilissimo figlio dello spirito ribellistico della controcultura dell’epoca, che viene però rappresentata con grazia, leggerezza e umorismo, creando una parabola che parte dal malessere adolescenziale del protagonista (rappresentato comunque in chiave satirica e con gusto per il grottesco) e che porta poi all’apertura verso la vita, per questo peculiare coming of age. Il film ribalta la rappresentazione di Lolita per mostrare una relazione anti stereotipica per eccellenza, dove i ruoli canonici sono scambiati, come a sottolineare che nulla nella vita segue uno statuto e che alla giovinezza ci si arriva come a uno stato interiore.

“Morte a Venezia” cinquant’anni dopo

Esattamente come l’Adagietto della Quinta di Mahler che lo accompagna, uno schiudersi lentissimo, una luce fioca che dal nero pian piano illumina tutto, così l’assolvenza che apre Morte a Venezia sfuma dal nero dello schermo verso un’alba veneziana che sembra uscita dalle mani di Turner, con un impasto di colori caldi che si disfano uno nell’altro. Percepiamo subito un sorprendente senso di inquietudine sotterranea, insinuante, come se la bellezza di quelle immagini mascherasse un’insidia, un dramma nascosto che ancora non ci è chiaro. Quando la macchina da presa si sposta su Gustav von Aschenbach, seduto sul battello che sta entrando a Venezia, capiamo dal suo sguardo che quell’inquietudine, a cui la musica di Mahler ci stava preparando, è tutta interna al protagonista.

L’ispettore Callaghan cinquant’anni dopo

In Callaghan si condensa un tipo di violenza che oscilla tra realismo, che Siegel aveva già messo in scena nel film Contratto per uccidere, e mitizzazione. Una ferocia che viene esternata anche in altri film dello stesso anno: da Cane di paglia di Sam Peckinpah, allievo di Siegel, fino ad Arancia meccanica di Stanley Kubrick. C’era chi lo accusava il film di apologia del potere della polizia e quindi vedeva in Eastwood l’incarnazione del “reazionario”; ma l’America in quel momento storico viveva le ripercussioni della guerra in Vietnam e delle rivolte studentesche. Così furono proprio lo sconforto e il clima d’incertezza americano a dare vita al famigerato antieroe nichilista.

La prospettiva ascetica di Dreyer

Composto da primi piani corti e taglienti, “labbra urlanti o sogghigni sdentati come tagliati nella massa del volto”, La passione di Giovanna d’Arco, scriveva Deleuze (la cui lezione sul film è intramontabile e sempre attuale) “è un film quasi esclusivamente affettivo”, costruito su un tipo di montaggio ed inquadrature cosiddetti “di affezione”, inquadrature che sono quasi unicamente dei primi o primissimi piani. L’affetto è qui inteso come entità spirituale complessa: Giovanna, la pulzella d’Orléans, analfabeta e ribelle è colta nella sua Passione più che nel processo, nella sua essenza di martire e vittima di una Chiesa che, più che accogliere, punisce chi si distacca troppo da certi canoni estetici e sociali.

“La verità su Bébé Donge” e la guerra dei sessi

“Ha quattro zampe, cammina in piedi, ha due teste, un cuore, un appartamento, le tasse da pagare e una vita breve…che cos’è dottore?”; “La coppia”, svela François Donge, protagonista di La verità su Bébé Donge, interpretato da un maturo Jean Gabin che con i personaggi di Simenon firmerà un sodalizio importante prestando il suo volto al Maigret dello scrittore. Il ricco industriale conciario, cinico e arrogante, pone questo indovinello al medico nel delirio della sua convalescenza in clinica, a seguito del ricovero per colpa di “un’ intossicazione”. In realtà non passerà molto tempo per avere svelata la verità. 

“Il posto delle fragole”. Il vocabolario per immagini dell’essere umano

“Mi chiesi se un ricordo è qualcosa che si ha o qualcosa che si è perduto”. Difficile fare meglio di Woody Allen per dare il senso di uno dei grandi film di Ingmar Bergman, e rassicurante affidarsi al regista newyorkese e all’ultima battuta del personaggio centrale del suo Un’altra donna per parlare di Il posto delle fragole, a più di sessant’anni dalla sua realizzazione. Non è forse Marion Post la versione femminile di Isak Borg, il grande vecchio cui Bergman consegnò nelle poche settimane di stesura della sceneggiatura del film le proprie iniziali (I. B.), la sua persona e il peso dei rimpianti che già aveva a nemmeno quarant’anni?

La memoria oltre le immagini. Su cinema e Shoah

A settantasei anni dallo svelamento della più grande tragedia umana del Novecento ci si interroga ancora incessantemente su quali siano le modalità più appropriate per interfacciarsi alla memoria in ambito cinematografico, quali siano i requisiti e quali i patti morali necessari alla sua preservazione. È l’annoso dibattito tra etico e poetico, un confronto acceso sulle modalità di ri-attualizzazione del tragico storico. Le polemiche circa le possibilità e i limiti di ricostruzione della memoria tragica non accennano a placarsi, anzi: se Claude Lanzmann, in vita, continuò a considerare Schindler’s List di Spielberg come una deformazione della verità storica, oggi il dibattito appare ulteriormente complesso.

In ricordo di Cecilia

Cecilia Mangini è andata altrove. Ci ripeteva spesso che “il mondo è per chi lo vuole”. Per lei Pier Paolo Pasolini era una persona cara, di famiglia, perché le famiglie non si subiscono, si scelgono. E lei, come il Poeta, aveva scelto di abbracciare il mondo nella sua totalità, amandolo fino in fondo. Odiava le ‘quote rosa’ perché, diceva, l’impegno civile e politico non ha un colore, non ha un genere. Lei che contro ogni previsione di buon senso, in un’Italia piena di pregiudizi, si era fatta spazio con grazia e intelligenza, lei unica donna in mezzo agli uomini. Attraverso il suo sguardo limpido ci ha lasciato molto su cui riflettere, moltissimo su cui lavorare. Un’eredità senza prezzo, spogliata di ogni vanità.

In ricordo di Michael Apted

È morto il 7 gennaio 2021, a 79 anni, Michael Apted, un regista interessato a temi progressisti come la disparità fra classi o la tutela dei gruppi etnici, eppure in grado di capire e abbracciare le esigenze dell’industria, la sua necessità di ritorni economici. Ha cercato spesso di dedicarsi a prodotti mainstream che contenessero anche istanze politiche, da Gorky Park (1983) a Conflitto di classe (1991), da Extreme Measures – Soluzioni estreme (1996) a Amazing Grace (2006). Al contempo però ha sostenuto con forza che fosse molto meglio lavorare su progetti nati per produrre rientri monetari, perché solo quelli avrebbero avuto reali possibilità di promozione e diffusione presso il pubblico.

Cecilia Mangini e le immagini del Congresso Socialista di Livorno cento anni dopo

Al Cinema Ritrovato del 2004 Cecilia Mangini presentò per la prima volta Uomini e voci del Congresso Socialista di Livorno – unica testimonianza filmata di un evento storico epocale – che documenta lo scontro interno tra l’area rivoluzionaria e quella riformista che nel 1921 portò il Partito Socialista alla scissione da cui nacque il Partito Comunista italiano. A 100 anni di distanza, la Cineteca di Bologna, presenta il documentario restaurato. Nell’archivio di Cecilia Mangini e Lino Del Fra, abbiamo ritrovato il testo scritto di quello che Cecilia ha raccontato prima della proiezione nel 2004 e che svela come questo film sia arrivato nelle sue mani.

Cinque anni senza Ettore Scola. La possibilità di un classico

Passano gli anni (cinque dalla morte) e quella di Scola è sempre più una voce nitida. Un autore che riesce, a tratti sorprendentemente, a rinsaldare il patto con il pubblico, intercettare nuove generazioni, imprimersi nella memoria degli spettatori. E questo perché tra tutti i maestri della commedia all’italiana è stato il più acuto e attento a raccontare la complessità del carattere nazionale, tant’è che molti suoi film possono costituire una sorta di sussidiario illustrato della storia italiana. Se Mario Monicelli ha raccontato l’epica dei cialtroni e i roboanti fallimenti di grandi imprese e Dino Risi è stato cinico anatomopatologo di amabili vigliacchi pieni di contraddizioni, Scola ha esplorato come pochi il contesto socio-culturale.

L’animazione di Cartoon Saloon. La forma è il contenuto

Riducendo all’osso la politica degli autori tanto cara alla critica francese degli anni Sessanta, il cinema di Tomm Moore si fa forte di un marchio di fabbrica formale e tematico. La cosa davvero sorprendente e che rende la sua Cartoon Saloon uno degli esempi d’animazione più virtuosi di questa ultima decade, è che secondo Moore forma e contenuto non sono da scindere, anzi, la forma è contenuto. Il tratto del suo cinema è immediatamente riconoscibile. Il regista lavora anacronisticamente, porta indietro le lancette del tempo per guardare a un futuro che si fa sempre più presente. Rinunciando infatti all’utilizzo della CGI o di altre tecniche digitali, il suo stile lavora su linee e forme bidimensionali, fondali evocativi, luci e ombre a cavallo tra graphic novel ed espressionismo tedesco, per dare vita a quello che potremmo chiamare cinema d’illustrazione.

Da trent’anni su una Thunderbird verde. L’anniversario di “Thelma & Louise”

Il finale è talmente iconico che persino I Simpson se ne sono appropriati per una loro puntata, in cui Marge in fuga in macchina con un’amica si getta sì nel Grand Canyon, ma plana a sorpresa su una colonna di altre vetture epigoni lì ammucchiate, senza sfracellarsi affatto come le Thelma e Louise originali al termine del loro volo liberatorio. Ché poi, in realtà, Ridley Scott e Callie Khouri mica ci fanno vedere la fine di quel volo: in Thelma & Louise, l’epico fermo immagine che immortala le due protagoniste in pieno salto nel vuoto è tutt’altro che fatale. È un film di riscatto femminile un film così? Pensiamo di sì, e non solo per contenuti e trama. 

Le classifiche 2020 dei redattori

Anche quest’anno – dopo aver pubblicato la classifica generale – offriamo le triplette (in ordine alfabetico e non di preferenza) dei nostri collaboratori. Si ribadisce l’estrema volatilità dell’offerta cinematografica di quest’anno. Alcuni film sono usciti fugacemente in sala e poi si sono persi appena richiusi i cinema, senza poi essere distribuiti altrove. Altri ancora (Soul della Pixar, per esempio) sono stati offerti solo dal giorno di Natale in poi, quando la classifica e le preferenze erano state chiuse. Insomma, nel 2020 si è perso il faro dell’uscita in sala. In ogni caso, le preferenze espresse dai redattori di Cinefilia Ritrovata possono fungere anche da guida appassionata per una stagione cinematografica di cui si può dire tutto tranne che sia stata omologata e prevedibile. 

I migliori film del 2020

Annata complicata, inutile fare finta di niente. Le sale cinematografiche nel 2020 sono state aperte per uno scorcio (pur importante) di inizio anno e poi ancora d’estate fino a inizio ottobre – non proprio il periodo più florido per i consumi, per di più distanziati. Ma poi l’inverno ha portato nuove chiusure, confermando la politica del cinema americano e globale, fermo (a parte Tenet) praticamente da dieci mesi. Ci siamo chiesti se valesse la pena offrire la nostra classifica in questa situazione, e abbiamo ben presto deciso che sì, era il caso, perché – piaccia o meno – molti ottimi film sono usciti in un modo o in un altro anche fuori dalla sala.

In ricordo di Kim Ki-duk

Viene a mancare uno dei pilastri del cinema asiatico, Kim Ki-duk. Una presenza significativa ma discreta, simile alla sua arte e, infine, alla sua dipartita. Quello che ha sempre descritto nei suoi film è un mondo imperfetto, dove la morte, la violenza e le peggiori pulsioni si esprimono sottovoce, appena percettibili, un mondo che forse non ha mai sentito veramente suo. Difficile non scorgere nelle sue prime opere un senso di inadeguatezza, di emarginazione, dello straniamento degli ultimi nei grandi contesti urbani, forse lo stesso sentimento che provò sulla propria pelle durante gli anni a Parigi, o forse solo le intuizioni di un uomo proteso oltre la decadenza materiale.

Cinema e pittura nella cultura emiliano-romagnola

Emilia-Romagna: regione di teatri, pittori e, quindi, di cinema. È pressappoco questo l’assioma che Renzo Renzi individua nel saggio Una terra di cineasti come giustificazione del gran numero di uomini di cinema nati tra Piacenza e Rimini. Se, da un lato, la tradizione teatrale emiliana, così fiorente da potersi esprimere oggi in ben centosedici teatri storici, ha modulato un imprinting di familiarità verso la dimensione drammaturgica in tutta la ricchezza delle sue componenti (scrittura, scenografia, attorialità), dall’altro è presente in Emilia Romagna un patrimonio pittorico che, come in poche altre regioni, si è espresso nel corso della propria storia in maniera variegata.