“Amarcord” e la memoria inventata

In occasione delle celebrazioni felliniane, pubblicheremo alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema. L’idea di raccoglierli in una pubblicazione è nata qualche anno fa, quando per la prima volta si mise mano ai 770 ritagli stampa sull’autore, presenti nel Fondo Giovanni Calendoli; da questa imponente raccolta sono emersi una cinquantina di pezzi di grandi firme della cultura italiana e dei quali quasi la metà non segnalati nella monumentale BiblioFellini, 2002-2004. Questo articolo si avvale in parte di questo tesoro di cui vi daremo qualche altro assaggio.

Chaplin incontra Fellini. Dialogo sopra due massimi sistemi

Se come scrive Jean Starobinski, l’altezza vertiginosa è al contempo la dimensione del clown acrobata e l’allegoria dell’atto poetico e creativo, allora, si può immaginare Fellini come un funambolo che, per attraversare l’abisso che lo separa dal suo film, mette in scena i propri incubi, fobie e desideri, compiendo metaforicamente un numero acrobatico che non ha bisogno di nessuna giustificazione al di fuori sé. Ciò che libera Fellini/Guido, ciò che lo redime è un atto d’amore nei confronti del mondo dell’arte, un atto di fiducia totale nelle infinite possibilità di combinazione della sua fantasia. Similmente Chaplin/Charlot si libera delle proprie angosce rappresentandole in forma di pura poesia visiva.

“La dolce vita” e la sua straordinaria storia produttiva

In occasione del centenario felliniano che tra le molte iniziative prevede anche l’uscita in sala della versione restaurata dalla Cineteca di La dolce vita (che a sua volta compie 60 anni dall’uscita), proponiamo in anteprima un assaggio della ricerca condotta da Barbara Corsi che, a partire dai documenti originali del fondo Giuseppe Amato, produttore del film insieme ad Angelo Rizzoli, ha ricostruito l’avventurosa storia della realizzazione del film. Ricordiamo del resto che la produzione di La dolce vita si chiuse con uno sforamento di budget clamoroso – 877 milioni di lire spesi invece di 666 – ma gli alti costi vennero recuperati grazie allo straordinario successo di pubblico che consentì al film di battere ogni record d’incasso.

 

Lettere da uno sconosciuto. La strana storia di Mariù Pascoli e Roberto Vivarelli

L’autobiografia dell’attrice bambina Maria Letizia Pascoli si chiude con un approfondimento nato dal scoperta di alcune lettere di suoi ammiratori. Nel 1941 Mariù Pascoli interpreta il ruolo di Ombretta in Piccolo mondo antico e nel giro di una notte diventa la bambina più famosa d’Italia. Piovono le lettere degli ammiratori, spesso soldati, dagli ospedali o dal fronte, più spesso bambini. Uno di questi, Roberto Vivarelli, dodici anni, ha un vantaggio sugli altri. Dice di essere il nipote di Maria De Matteis, la costumista del film di Soldati, e di essere in grado di farle avere uno dei suoi abiti di scena (lettera del 28 aprile 1941). E qui comincia una storia nella Storia, tutta da conoscere.

Il romanzo di Mariù – Parte VI

È entrato a far parte del patrimonio della Cineteca di Bologna un piccolo, ma prezioso archivio, testimonianza della carriera di attrice-bambina, della bolognese Maria Letizia Pascoli detta Mariù. Grazie alla donazione delle figlie Anna Carlotta, Chiara, Giovanna, Margherita e Maddalena, sono ora disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Renzo Renzi le sceneggiature originali, la corrispondenza, il materiale pubblicitario e le oltre duecento fotografie del fondo. Infine, la documentazione d’epoca è accompagnata dalle memorie scritte da Maria Letizia che lascia ai posteri uno spiritoso ritratto di sé bambina e uno scorcio inedito sul mondo del cinema italiano a cavallo tra il periodo bellico e post-bellico, costellato di gustosi aneddoti. Oggi la sesta e ultima puntata.

Renzo Renzi e “Il diario di Peschiera” – terza puntata

L’omaggio a Renzi prosegue su Cinefilia Ritrovata, riproponendo i ricordi dell’intellettuale bolognese (di adozione) a proposito dell’arresto e del processo per vilipendio alle forze armate che, nel 1953, lo vide – suo malgrado – protagonista insieme al critico Guido Aristarco della vicenda. La storia di L’armata s’agapò  venne raccontata per la prima volta nel volume edito da Laterza nel 1954, Dall’Arcadia a Peschiera e successivamente ripubblicata a puntate in “Il Contemporaneo” nel 1955. Nel 1985, Renzi, ripropose il Diario di Peschiera ai lettori del periodico “Bologna Incontri”, dandone una nuova versione, con l’inserimento di episodi inediti. Sono gli scritti che ora riproponiamo.

Il romanzo di Mariù – Parte V

È entrato a far parte del patrimonio della Cineteca di Bologna un piccolo, ma prezioso archivio, testimonianza della carriera di attrice-bambina, della bolognese Maria Letizia Pascoli detta Mariù. Grazie alla donazione delle figlie Anna Carlotta, Chiara, Giovanna, Margherita e Maddalena, sono ora disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Renzo Renzi le sceneggiature originali, la corrispondenza, il materiale pubblicitario e le oltre duecento fotografie del fondo. Infine, la documentazione d’epoca è accompagnata dalle memorie scritte da Maria Letizia che lascia ai posteri uno spiritoso ritratto di sé bambina e uno scorcio inedito sul mondo del cinema italiano a cavallo tra il periodo bellico e post-bellico, costellato di gustosi aneddoti. Oggi la quinta puntata.

Renzo Renzi e “Il diario di Peschiera” – seconda puntata

L’omaggio a Renzi prosegue su Cinefilia Ritrovata, riproponendo i ricordi dell’intellettuale bolognese (di adozione) a proposito dell’arresto e del processo per vilipendio alle forze armate che, nel 1953, lo vide – suo malgrado – protagonista insieme al critico Guido Aristarco della vicenda. La storia di L’armata s’agapò  venne raccontata per la prima volta nel volume edito da Laterza nel 1954, Dall’Arcadia a Peschiera e successivamente ripubblicata a puntate in “Il Contemporaneo” nel 1955. Nel 1985, Renzi, ripropose il Diario di Peschiera ai lettori del periodico “Bologna Incontri”, dandone una nuova versione, con l’inserimento di episodi inediti. Sono gli scritti che ora riproponiamo

Renzo Renzi e “Il diario di Peschiera” – prima puntata

L’omaggio a Renzi prosegue su Cinefilia Ritrovata, riproponendo i ricordi dell’intellettuale bolognese (di adozione) a proposito dell’arresto e del processo per vilipendio alle forze armate che, nel 1953, lo vide – suo malgrado – protagonista insieme al critico Guido Aristarco della vicenda. Renzi fu giudicato colpevole in quanto autore di un soggetto intitolato L’armata s’agapò – uno spaccato poco edificante dell’occupazione militare italiana in Grecia – mentre Aristarco fu condannato in quanto editore, per aver pubblicato lo scritto sul periodico “Cinema Nuovo”. La storia venne raccontata per la prima volta nel volume edito da Laterza nel 1954, Dall’Arcadia a Peschiera e successivamente ripubblicata a puntate in “Il Contemporaneo” (n. 42, 43 e 44) nel 1955. Nel 1985, Renzi, ripropose il Diario di Peschiera ai lettori del periodico “Bologna Incontri”, dandone una nuova versione, con l’inserimento di episodi inediti.

Il romanzo di Mariù – Parte IV

È entrato a far parte del patrimonio della Cineteca di Bologna un piccolo, ma prezioso archivio, testimonianza della carriera di attrice-bambina, della bolognese Maria Letizia Pascoli detta Mariù. Grazie alla donazione delle figlie Anna Carlotta, Chiara, Giovanna, Margherita e Maddalena, sono ora disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Renzo Renzi le sceneggiature originali,      
la corrispondenza, il materiale pubblicitario e le oltre duecento fotografie del fondo. Infine, la documentazione d’epoca è accompagnata dalle memorie scritte da Maria Letizia che lascia ai posteri uno spiritoso ritratto di sé bambina e uno scorcio inedito sul mondo del cinema italiano a cavallo tra il periodo bellico e post-bellico, costellato di gustosi aneddoti. Oggi la quarta puntata.

Il romanzo di Mariù – Parte IV

È entrato a far parte del patrimonio della Cineteca di Bologna un piccolo, ma prezioso archivio, testimonianza della carriera di attrice-bambina, della bolognese Maria Letizia Pascoli detta Mariù. Grazie alla donazione delle figlie Anna Carlotta, Chiara, Giovanna, Margherita e Maddalena, sono ora disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Renzo Renzi le sceneggiature originali, la corrispondenza, il materiale pubblicitario e le oltre duecento fotografie del fondo. Infine, la documentazione d’epoca è accompagnata dalle memorie scritte da Maria Letizia che lascia ai posteri uno spiritoso ritratto di sé bambina e uno scorcio inedito sul mondo del cinema italiano a cavallo tra il periodo bellico e post-bellico, costellato di gustosi aneddoti. Oggi la quarta puntata.

Il romanzo di Mariù – Parte III

È entrato a far parte del patrimonio della Cineteca di Bologna, un piccolo, ma prezioso archivio, testimonianza della carriera di attrice-bambina, della bolognese Maria Letizia Pascoli detta Mariù. Grazie alla donazione delle figlie Anna Carlotta, Chiara, Giovanna, Margherita e Maddalena, sono ora disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Renzo Renzi le sceneggiature originali,      
la corrispondenza, il materiale pubblicitario e le oltre duecento fotografie del fondo. Infine, la documentazione d’epoca è accompagnata dalle memorie scritte da Maria Letizia che lascia ai posteri uno spiritoso ritratto di sé bambina e uno scorcio inedito sul mondo del cinema italiano a cavallo tra il periodo bellico e post-bellico, costellato di gustosi aneddoti. Oggi la terza puntata.

Il romanzo di Mariù – Parte II

È entrato a far parte del patrimonio della Cineteca di Bologna, un piccolo, ma prezioso archivio, testimonianza della carriera di attrice-bambina, della bolognese Maria Letizia Pascoli detta Mariù. Grazie alla donazione delle figlie Anna Carlotta, Chiara, Giovanna, Margherita e Maddalena, sono ora disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Renzo Renzi le sceneggiature originali,      
la corrispondenza, il materiale pubblicitario e le oltre duecento fotografie del fondo. Infine, la documentazione d’epoca è accompagnata dalle memorie scritte da Maria Letizia che lascia ai posteri uno spiritoso ritratto di sé bambina e uno scorcio inedito sul mondo del cinema italiano a cavallo tra il periodo bellico e post-bellico, costellato di gustosi aneddoti. Oggi la seconda puntata.

“La camera verde” e la tenerezza truffautiana

Dagli Archivi spuntano sempre formidabili tesori legati alla critica e alla cinefilia. Nel 2011, la figlia di Franco La Polla, Susanna, ha deciso di donare alla Cineteca di Bologna un’ampia collezione di volumi appartenuti a Franco. I volumi sono stati tutti catalogati e sono disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Renzo Renzi. Recentemente, si è concluso anche il progetto di spoglio e digitalizzazione di tutti gli scritti che Franco ha realizzato per la Cineteca e per altri circoli del cinema: saggi, recensioni, articoli e monografie. L’inventario analitico e le digitalizzazioni, a cura di Carolina Caterina Minguzzi, sono ora disponibili e noi ne estraiamo (ed estrarremo anche in futuro) testi poco noti, spesso redatti per le schede di singole sale cinematografiche. Cominciamo con Truffaut. 

Il romanzo di Mariù – Maria Letizia Pascoli, la Shirley Temple italiana

È entrato a far parte del patrimonio della Cineteca di Bologna, un piccolo, ma prezioso archivio, testimonianza della carriera di attrice-bambina, della bolognese Maria Letizia Pascoli detta Mariù. Grazie alla donazione delle figlie Anna Carlotta, Chiara, Giovanna, Margherita e Maddalena, sono ora disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Renzo Renzi  le sceneggiature originali,      
la corrispondenza, il materiale pubblicitario e le oltre duecento fotografie del fondo. Infine, la documentazione d’epoca è accompagnata dalle memorie scritte da Maria Letizia che lascia ai posteri uno spiritoso ritratto di sé bambina e uno scorcio inedito sul mondo del cinema italiano a cavallo tra il periodo bellico e post-bellico, costellato di gustosi aneddoti. Ne cominciamo da oggi la pubblicazione.

“Kapò”, un’eroina senza eroismo

L’idea di Kapò, inizia a farsi strada da un soggetto di un giornalista francese, Dédé Lecaze, deportato a Mauthausen e capitatogli fra le mani un po’ per caso. Era la storia vera di un boxeur dilettante che riuscii a sopravvivere nel campo di concentramento perché i suoi match rappresentavano uno svago per gli ufficiali delle SS. S’intitolava Il tunnel. Durante la preparazione del film, Pontecorvo e Franco Solinas (suo inseparabile amico e sceneggiatore) lessero Se questo è un uomo di Primo Levi, restandone molto colpiti, soprattutto quando lo scrittore racconta che, per mantenere l’ordine, le SS si servivano di prigionieri che sapevano il tedesco e le lingue degli altri deportati. Questi ultimi venivano inquadrati nelle gerarchie dei carnefici, trasformandosi nei peggiori aguzzini dei loro stessi compagni.

“Lo sceicco bianco”, il primo film anarchico italiano

Nel 1952 Fellini non è ancora completamente Fellini e il film non viene capito. Selezionato per concorrere al Festival di Cannes accanto a Due soldi di speranza (Castellani), Umberto D. (De Sica), Il cappotto (Lattuada) e Guardie e Ladri (Monicelli-Steno), viene inspiegabilmente lasciato a casa, senza che, sembra, la commissione che dovrebbe decidere quali opere vadano ai festival internazionali, sia stata consultata. Questa commissione era stata voluta dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Giulio Andreotti ma chi aveva l’ultima parola era un uomo di fiducia del governo, Nicola De Pirro, fascista riciclato, tristemente noto durante il ventennio per le sue posizioni intransigenti e censorie. Fellini, appresa la notizia dell’esclusione del suo film, scrive subito una lettera a Blasetti e sicuro di poter contare sulla sua amicizia e appoggio, sfoga senza riserve la frustrazione dell’ingiustizia di cui si sente vittima

“Essere donne” di Cecilia Mangini. Storia di un boicottaggio

Il documentario Essere donne (1965), girato da Cecilia Mangini è stato all’epoca ingiustamente boicottato dagli stessi produttori e registi che facevano parte della Commissione ministeriale che decideva delle sorti dei medio e cortometraggi che accompagnavano la programmazione dei film nelle sale. Non ottenere l’appoggio degli esercenti e neppure il premio di qualità, significava negare  una vita sullo schermo al proprio film. Era un modo subdolo per censurare indirettamente quei documentari che affrontavano argomenti scomodi che il governo non desiderava far arrivare al pubblico. La documentazione conservata nell’Archivio di Cecilia Mangini e Lino Del Fra aiuta a capire le ragioni della sua ‘bocciatura’.

La genesi di “Miracolo a Milano”

La genesi di questo film risale a molti anni prima e coincide con l’inizio del rapporto osmotico che lega Cesare Zavattini e Vittorio De Sica per tutta la vita. Nel 1939, De Sica pone fine ai tentennamenti del regista e produttore Giuseppe Amato, comprando direttamente da Zavattini il soggetto dal titolo Diamo a tutti un cavallo a dondolo, con l’intenzione di proporlo al regista Mario Camerini. Il cantore di Luzzara, lungimirante, gli scrive: “Caro De Sica, aspetto con ansia che tutto vada bene, perché sento che per la prima volta nasce una collaborazione assolutamente eccezionale. Io credo che nessuno abbia come Voi la capacità di penetrare sino in fondo alla poesia del soggetto, rendendolo comunicativo e direi popolare”.

“Jules e Jim” e la riforma della legge sulla censura cinematografica italiana

Il ritorno in sala di Jules e Jim restaurato permette indagini storiche. Come quella sulla censura.  Così recita il testo originale del primo visto di censura negato al film: “La Commissione di revisione cinematografica (prima sezione) esaminato il film il giorno 30 maggio 1962 esprime, a maggioranza di 5 contro 2, parere contrario alla proiezione in pubblico del film stesso ravvisando, nel complesso della pellicola e soprattutto nella seconda parte di essa, un crescere di offesa al buon costume, inteso questo soprattutto sotto il profilo dell’ordine e della morale familiare. Il film, infatti, svolge la tesi d’un marito, innamoratissimo della moglie, che, pur di non perderla, acconsente e quasi predispone i congressi carnali di lei con l’amante sotto lo stesso tetto coniugale. La Commissione decreta di non concedere il nulla osta alla rappresentazione in pubblico del film”.

Una bicicletta rubata che ha fatto il giro del mondo

L’Academy tributò a Ladri di biciclette l’Oscar come miglior film straniero. De Sica di colpo venne catapultato tra i grandi cantori del Novecento, con anche il merito di aver riabilitato l’immagine del Bel Paese agli occhi del mondo. Una testimonianza d’oltre oceano, finora sconosciuta, che conferma la portata universale che questo film ha saputo esprimere, la si trova in una trascrizione radiofonica inviata per posta da un amico, Pio Campa, attore e impresario teatrale che tra gli anni Venti e Trenta aveva condiviso con De Sica il palcoscenico e alcuni set cinematografici. Dalla lettera del 24 dicembre 1949 che accompagna la trascrizione, si scopre che è il figlio di Campa, Roberto, emigrato a New York alla fine della guerra per cercare fortuna, a essere lo speaker della rubrica radiofonica “Letterine natalizie da Broadway”, poi trascritta e inviata. Leggiamola.