Beat: colpo, battito. Tac tac sulla macchina da scrivere: prima il ritmo, poi pensieri e frasi. Una scrittura che flirta col bebop, da cui deriva musicalità e gusto per l’improvvisazione. Pull My Daisy, sprovvisto di dialoghi e presentato nella rassegna New York Stories, si affida totalmente alla voce fuori campo di Kerouac, che snocciola la trama indugiando, con compiaciuto gusto per l’oralità, su libere associazioni al limite della scrittura automatica, nonsense e ripetizioni, ammassi di citazioni più o meno consapevoli che deflagrano in “holy holy holy”, eco di Ginsberg, qui nel ruolo di se stesso.

Ovvio che il film si ponga come pietra miliare del cinema beat, visto che si avvale della collaborazione di quattro campioni della scena letteraria (oltre ai già citati Kerouac e Ginsberg, anche Gregory Corso e Peter Orlovsky). Ma c’è di più: Robert Frank e Alfred Leslie tentano di trasferire la poetica beat dalla carta alla celluloide. Read more →

 

 

Se, come il protagonista in una delle scene più famose del film, ci si mettesse sdraiati sul divano ad elencare le cose per cui vale la pena vivere, Manhattan potrebbe legittimamente rientrare, come tutto il grandissimo cinema, nella lista. Considerato, insieme a Io e Annie, il capolavoro di Allen, la pellicola racconta la tardiva educazione sentimentale di Ike, quarantaduenne newyorchese − due divorzi ed un lavoro da sceneggiatore comico per la tv − tra una relazione che vede senza futuro con Tracy, solare studentessa diciassettenne innamoratissima di lui, e l’incontro con Mary, giornalista nevrotica ed amante clandestina di Yale, professore universitario e suo miglior amico.

Un Woody Allen in stato di grazia realizza un’opera in perfetto equilibrio tra comicità (il film è lastricato di battute esilaranti, al ritmo di quasi una al minuto, alcune delle quali meravigliose), commedia romantica (iconica l’immagine di Ike e Mary sulla panchina con vista sul ponte di Queensboro), dramma introspettivo e riflessione amara sulle relazioni amorose. Read more →

In occasione dell’incontro con Kyle Eastwood la Cineteca di Bologna ripropone Gran Torino. La splendida colonna sonora minimalista è firmata da Kyle Eastwood, figlio di Clint, noto musicista jazz e compositore, e Michael Stevens (autori anche delle musiche di Lettere da Iwo Jima e Invictus). Eastwood, che in serata si esibirà al Paradiso Jazz di San Lazzaro, ha inoltre collaborato alle colonne sonore di Mystic River, Million Dollar Baby, Flags of Our Fathers e J. Edgar, composte dal padre. Nella foto, il perché del talento famigliare.

Una Gran Torino del 1972 fastback con motore cobra jet da pulire ed esibire in giardino. Tra una sorsata e l’altra di birra spunta fuori il ghigno del combattente che ha dovuto sterminare suo malgrado tanti “musi gialli” in Corea, con gli occhi ben puntati sulla bandiera americana sventolante e le mani nodose ben salde sul trofeo su ruote. Walter Kowalski non ha simpatie per il mondo e rimane confinato nuovamente in trincea, tra le barricate domestiche che lo tengono a debita distanza dagli odiati vicini di etnia hmong. Superata la paura del diverso, Walt fa amicizia con Thao e sua sorella, subito dopo aver scongiurato il furto dell’amata auto da parte di una gang di quartiere. Read more →

 

Evento tra i più importanti della XVII edizione di Human Rights Nights, 13th di Ava DuVernay ha già da tempo trovato una distribuzione attraverso Netflix. La scelta di proiettarlo al cinema, peraltro nell’ambito di una rassegna del genere, appare, però, più che encomiabile, non fosse altro per una ragione squisitamente tecnica: la qualità estetica dell’ultimo, notevole lavoro della regista di Selma.

Nel mare magnum del documentario contemporaneo, 13th, candidato all’Oscar e vincitore di vari premi internazionali, rifulge anzitutto per la messinscena di grande impatto visivo. C’è una certa cura nelle interviste dei vari attivisti, docenti, studiosi, politici, repubblicani e democratici, ripresi in piani medi, osservati di profilo, dislocati ai lati dell’inquadratura, colti in ambienti inconsueti o particolarmente significanti. Sono, questi ultimi, luoghi asfissianti, fatti di acciaio o uffici con vetrate, con qua e là qualche accenno di archeologia industriale. Accorgimenti formali per nulla banali che permettono al grande schermo di esaltare le caratteristiche di un film che sa lavorare sulla potenza delle immagini, ma che sarebbe certamente sbagliato ridurre ad un prodotto soprattutto ben confezionato. Read more →

 

Sonita Alizadeh ha quattordici anni. Come tante sue coetanee ama studiare, ha sogni, aspettative e tante esperienze ancora da vivere; coltiva le proprie passioni e in particolare quella per la musica, esercitandosi nel canto e nella scrittura di versi destreggiandosi tra un impegno e l’altro.

Ma Sonita è una profuga afghana, fuggita dalla dittatura talebana in Iran assieme alla sorella. Secondo le leggi del suo Paese, a una donna non è concesso cantare in pubblico, ma dalla verde età può essere venduta in sposa in cambio di una dote, tradizione disumana a cui la poco più che bambina non vuole sottomettersi, tanto meno per far fronte a problemi economici di cui non ha responsabilità. L’ingiustizia sociale diffusa di cui la ragazzina è testimone e vittima al tempo stesso è violentemente denunciata nel suo rap, che in breve scala le classifiche di YouTube facendo dell’interprete di Brides for Sale un caso internazionale, portando la sua vicenda a una visibilità altrimenti irraggiungibile. Read more →

 

Update! Viste le reazioni contrastanti e appassionate che Alien: Covenant sta suscitando, abbiamo allargato l’apporofondimento critico a un confronto a due. Leggiamo dunque la sfida tra Gregorio Zanacchi Nuti e Francesco Cacciatore, che disputano intorno alla bontà del film.

Dopo il ritorno al franchise di Alien con Prometheus, Ridley Scott dirige un altro prequel della saga, mescolando suggestioni dei capitoli precedenti con poca inventiva. Il gruppo di comando della navicella spaziale Covenant, inviata a colonizzare il lontano mondo Origae-6, decide di sbarcare su un pianeta sconosciuto per indagare le origini di una misteriosa trasmissione radio. Una volta a terra, i membri della spedizione si imbattono in una navicella aliena, e vengono attaccati da alieni ostili. Salvati da David, androide superstite della spedizione Prometheus, i superstiti dell’equipaggio Covenant scopriranno la verità sulla missione precedente.                                                                        Read more →

La proiezione di Antonio Gramsci – I giorni del carcere di Lino Del Fra (1977), ideato con Cecilia Mangini, ci offre la possibilità di un ragionamento critico sul rapporto tra l’uomo politico e il piccolo/grande schermo. Senza dimenticare gli attori che gli hanno prestato il volto.

Siccome siamo un Paese in grado di sontuose celebrazioni o inesorabili rimozioni, l’ottantesimo anniversario dalla morte di Antonio Gramsci rappresenta il più recente test per la nostra disposizione all’esercizio della memoria. Certo, chiunque abbia visitato la sua tomba presso il cimitero acattolico di Roma, eternata dai versi del poeta (“Non è di maggio questa impura aria…”), può testimoniare la costanza con cui viene ornata di fiori e salutata da irriducibili compagni. Ma limitiamoci al cinema e al suo potere di (ri)pensare la storia: ultimamente Gramsci 44 di Emiliano Barbucci e Nel mondo grande e terribile di Daniele Maggioni, Laura Perini e Maria Grazia Perria hanno affrontato la questione, però sono lavori purtroppo relegati alla periferia della distribuzione, proiettati specialmente in meritori eventi creati ad hoc e che, al di là del merito artistico, cercano soprattutto di mantenere viva la memoria. Read more →

Già due anni fa il pubblico del Future Film Festival aveva avuto occasione di riscoprire il mondo di Lupin III sotto la mano ruvida e spietata di Takeshi Koike con Lupin III: Jigen’s Grave Marker, doppio episodio pilota per una nuova serie spin-off sul ladro gentiluomo e i suoi amici. Lo avevamo recensito con entusiasmo e quest’anno il regista pulp giapponese padre dell’adrenalinico Redline è tornato a sporcare la Sala Scorsese del Cinema Lumière con la pioggia di sangue di Lupin III: Goemon – The Splash of Blood. Read more →

 

Continuano, e si allargano a tutte le sale italiane, le proiezioni di Manhattan restaurato. Il capolavoro di Woody Allen non solo riguadagna il grande schermo dove le luci di Gordon Willis e le note di George Gershwin possono esaltarsi al meglio, ma ci riporta anche le tante cose scritte sul film da studiosi e critici.

A Manhattan, Tracy ama Ike che ama Mary che ama Yale che è sposato con Emily ma ama anche Mary. Tracy, la diciassettenne spontanea, sognante e un po’ lenta, fa il liceo, mentre tutti gli altri, ultratrentenni e quarantenni, comunque “appartenenti ad un altro evo di idee”, fanno di mestiere gli intellettuali. Tutti, in questo film, scrivono libri (Jill, l’ex moglie di Ike, che lo ha piantato per andare a vivere con un’altra donna e sta scrivendo un libro sul loro matrimonio), si propongono di scrivere libri (Yale, che da sempre deve finire un libro su O’Neil), tentano di scrivere libri (Ike, che abbandona esasperato il proprio lavoro di autore televisivo per scrivere un libro su New York), temono di non saper scrivere libri (Mary). Read more →

Ve lo ricordate Alienween di Federico Sfascia? Un anno fa fu presentato in anteprima nazionale proprio durante il Future Film Festival e noi di Cinefilia Ritrovata eravamo presenti a difendere questo piccolo gioiello di fantascienza low-budget, tirando in ballo il felice momento che il cinema di genere italiano stava attraversando grazie ai colpi ben assestati da Il racconto dei racconti, Lo chiamavano Jeeg Robot e Veloce come il vento. Ora, un anno dopo, ci ritroviamo a parlare nuovamente di Sfascia sulle pagine di questa rivista proprio in occasione del Future Film Festival, Read more →