L’omaggio della Cineteca di Bologna a Dario Argento prosegue con la proiezione di Profondo rosso, il suo capolavoro.

Giri di basso ossessivi, sintetizzatore ansimante, batteria vibrante. Poi l’irruzione improvvisa di una nenia infantile, mentre lo schermo si riempie delle immagini allucinate dell’incubo domestico. Siamo solo ai titoli di testa ma l’intro rappresenta la chiave di lettura del thriller che ha rivoluzionato i codici narrativi e stilistici del genere di riferimento. La struttura della musica nel capolavoro di Dario Argento ha una funzione ricompositiva e ricorsiva: assembla i pezzi “gialli” del puzzle sanguinario e guida lo spettatore alla ricerca della verità, gettandolo in un pathos asfissiante che si avvita in un circolo vizioso da cui è impossibile uscire indenni. Read more →

 

Porcile è un dramma in undici episodi che Pasolini ha scritto nel 1966 e che poi, nel 1969, ha trasposto nel film omonimo. In occasione della trasposizione teatrale di  Porcile diretta da Valerio Binasco, torniamo sulla pellicola.

Sul film Porcile è stato già detto tanto, fiumi di inchiostro spesi ad analizzare il significato e i motivi di quell’urlo di rivolta, tragico e accusatore, lanciato dai figli verso un sistema sociale antropofago, metaforicamente parlando e non solo, un padre putativo che fagocita l’individuo annullandone l’identità scomoda. A distanza di anni si potrebbe leggere, forse un po’ banalmente ma proprio per questo non così ingenuamente, la sentenza profetica di Pasolini che indossando simbolicamente i panni di Tiresia prende atto del proprio ineluttabile martirio e sancisce il potere dell’artista veggente celebrato da William Blake. Read more →

Contemporaneo è chi sa accordarsi col presente, interpretandolo nel momento in cui le cose accadono, chi oltrepassa la contingenza dell’essere qui e ora per imporsi come demiurgo di un discorso sempre vivo. Si può parlare di presente allacciandosi alla cronaca, osservandola mentre avviene ed ambisce a farsi storia, o individuando nel passato una chiave di lettura, un presagio oscuro, un’inquietudine, una suggestione. In questo senso, Alberto Grifi fu estremamente, tenacemente, violentemente contemporaneo.

Dopo l’esperienza di Anna (1975), il fluviale racconto della convivenza tra il coautore del film Massimo Sarchielli e una sedicenne tossicodipendente, Grifi seppe davvero cogliere l’aria del ’77 sin dall’anno precedente, quando il suo videoteppismo militante lo portò a Parco Lambro, dove la rivista Re Nudo organizzava l’annuale festival del proletariato giovanile. In poco più di un’ora scarsa, che condensa un girato di più di trenta, Il festival del proletariato giovanile al Parco Lambro espone le contraddizioni e le problematiche di una stagione. Read more →

 

Pur tenendosi lontano da qualsiasi riferimento politico e sociale, L’uccello dalle piume di cristallo (uscito nelle sale nel febbraio del 1970, due mesi dopo la strage di Piazza Fontana) può essere considerato un film emblematico di un profondo cambiamento nella società italiana: la luce, la leggerezza e l’ottimismo degli anni Sessanta lasciano definitivamente spazio ad un nuovo decennio cupo, pesante e violento. Come la vera arte esprime ed anticipa i cambiamenti sociali, così il film di Argento, con le sue strade vuote e minacciose, la musica opprimente, la tensione, il sangue ed il terrore, rappresenta lo stato d’animo dell’Italia degli anni a venire.

Strepitoso esordio alla regia di Dario Argento che, come aveva fatto Sergio Leone con il western, consacra, rivoluzionandolo, un genere (il giallo all’italiana), trascinandolo nella modernità ed aprendo una strada percorsa da un gran numero di imitatori: non si contano i film gialli italiani degli anni Settanta con un animale nel titolo. Argento ripudia il padre artistico del genere, il Mario Bava di La ragazza che sapeva troppo e Sei donne per l’assassino (da cui pur apprende e prende molto), e uccide a colpi di rasoio, tra schizzi di sangue e pulsioni sessuali, superando quello stile edulcorato, preoccupato di non urtare lo spettatore, dei film gialli precedenti. Read more →

Ancora ignari della dura legge della realtà del Vietnam e animati da un forte desiderio di redenzione ed evasione rispetto ad un microcosmo sociale tanto accogliente quanto angusto e opprimente, Michael, Nicolas e Steven godono del piacere di un attesa che vorrebbero fosse infinita. In un sabato del villaggio qualunque, la cittadina di Clairton, Pennsylvania, è colta in quei piccoli affreschi di vita quotidiana che preannunciano il matrimonio di Angela e Steven, prossimo al servizio della patria; tuttavia, già in questa calma quiete, si avvertono i prodromi della tempesta. 

Il paesaggio di Clairton è, non a caso, avvolto dal grigiore di un cielo che trasmette un senso di inquieta trepidazione e il seme di quel dolore infernale in cui Cimino calerà repentinamente lo spettatore è già contenuto nella distesa atmosfera dell’attesa. Quella di Cimino è, in tal senso, un’estetica volta a creare un indissolubile legame tra i personaggi e il paesaggio, i cui colori, grazie al lavoro sulla luce di Vilmos Zsigmond, descrivono l’opacità di un contesto naturale e cittadino spoglio e cinereo. Il suo essere così scarnificato e ridotto ad una fioca essenzialità è un riflesso degli animi che lo pullulano.  Read more →

 

 

La compresenza in sala di alcuni film dedicati al razzismo nella nazione statunitense, sia in termini storici sia considerando la società contemporanea, ci invita a proporre una riflessione di più ampio respiro sul cinema black.

Mai come oggi in America, l’attenzione verso le questioni razziali – e in particolare la realtà afroamericana – caratterizza la produzione cinematografica locale. Un fenomeno in rapida crescita, paragonabile all’interesse rivolto alle medesime tematiche durante le lotte per i diritti civili negli anni Sessanta e le cui radici sono da rintracciare nella logica dell’industria culturale statunitense, da sempre vincente connubio tra sapere “alto” e “basso”, educazione e intrattenimento, arte e mercato. Read more →

La rassegna sul cinema francofono, a Bologna, ha permesso di farsi una idea su percorsi, dinamiche e traiettorie di alcuni giovani registi, e della loto cultura transnazionale. 

Nel cinema, ciò che all’occhio umano sfugge, finisce direttamente nell’implacabile mirino della macchina da presa: un terzo occhio artificiale e artificioso che fa, come direbbe Bertolucci, del vero e proprio voyeurismo squarciando la solita e conformistica tela del reale per aprirsi verso un oltre. Ed è in questo oltre che si insinuano tali nuove, eclettiche e audaci voci del cinema francofono che hanno voluto esplorare, con parentesi gnomiche e narrazioni di respiro più ampio, dinamiche dell’io e le sue più disparate vicissitudini. Read more →

 

Troppo sbrigativamente classificato come pigro esemplare della recente ondata di drammi civili antirazzisti hollywoodiani, Loving possiede molte altre sfumature tra le righe. 

Negli anni ’50 si sono imposti dei valori standard di sensibilità delle pellicole, delle pratiche di illuminazione e dei parametri di esposizione del volto umano che sono rimasti pressoché invariati fino ad oggi. Questo ha fatto sì che per circa mezzo secolo di storia del cinema, se si volevano rappresentare nella stessa inquadratura una persona bianca e una di colore, quest’ultima sarebbe risultata una macchia scura, sotto-esposta. La strumentazione fotografica più diffusa si era plasmata sulle necessità di un pubblico bianco, e non era in grado di fornire una rappresentazione esteticamente adeguata di tutte le altre etnie. Questa semplice constatazione ha portato Richard Dyer, nel 1990, a parlare di “tecno-razzismo” e della parzialità della tecnologia, e ha anche bandito le coppie interraziali dall’orizzonte del rappresentabile del cinema americano. Read more →

 

 

La rassegna sul ’77 propone, come noto, anche film molto lontani dagli umori militanti del periodo, ma tutto concorre a ricostruire il clima culturale di un’intera fase storica, e di una generazione. Quando Eraserhead arriva come un Ufo nelle sale italiane, appare chiaro che nuove forme cinematografiche, nelle immagini e nel suono, stanno emergendo dall’underground, grazie ad artisti come David Lynch.

I suoni e i rumori di scena creati da David Lynch per Eraserhead mettono a dura prova lo spettatore e, da elementi vibranti e riproduttivi (di una realtà filmica di per sé cacofonica e ottundente), si insinuano nella materia organica rigettata a fiotti sullo schermo, sospesa a mezz’aria, in escrescenza, tra luce e ombra, in lenta putrefazione. Questo susseguirsi di mutazioni aveva iniziato a prendere forma già nei primi corti: Six Men Getting Sick, The Alphabet e The Amputee; nel mezzo, tra larve infette e misteriose apparizioni, compariva anche la prima dea salvifica dell’universo in consunzione: la nonna germinata dalla terra, riconnessione emotiva tra il mondo e i suoi abitanti. Era The Grandmother, eravamo nel 1970. Sette anni più tardi, ecco Eraserhead.   Read more →

Grande sperimentatore di linguaggi audiovisivi in forme ibride e difficilmente classificabili, Carlo Di Carlo resta ancora oggi una figura di valore – pur se quasi totalmente sconosciuta ai più – del panorama cinematografico italiano del secondo dopoguerra.

Sin dai suoi primi lavori (La “menzogna” di Marzabotto, 1961; Terre morte, 1962; Atto senza parole 2, 1966), il critico e regista di origini bolognesi dimostra una certa propensione all’innovazione delle ormai consolidate strutture tecniche e narrative del cinema, in anticipo rispetto alla realtà nazionale, ma in sintonia con il fermento culturale europeo degli stessi anni. Nei suoi film – e in particolare in quelli prodotti in Germania per la rete ZDF negli anni Settanta – letteratura, fiction, documentario e cinéma vérité si influenzano reciprocamente in una commistione di stilemi che superano gli schemi individuali in strutture nuove e ancora oggi di sorprendente efficacia. Un sistema infallibile (1975) è forse la summa di tale ricerca, quintessenza del suo cinema nonché uno degli esempi più colti e raffinati di elaborazione sonora per il cinema. Read more →