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“Momenti di trascurabile felicità” e il pedinamento cinefilo

La cosa che più colpisce di questo film è l’uso del tempo che, attraverso l’impiego di costanti transizioni, all’inizio è ben scandito, ma più ci si avvicina alla fine più il montaggio diventa caotico e ciò che ne risulta è un’esemplare fusione di passato, presente e futuro sognato. Paolo si muove all’interno della propria vita e del suo mondo come se guardasse se stesso attraverso gli occhi dello spettatore, così i ricordi tornano in maniera assillante e più vividi che mai. La patina che nella sua realtà separa il passato dal presente è solo un’illusione, Paolo può infatti manovrare le sue memorie come preferisce. Pensieri, questioni e aneddoti sono così reali e umani da risultare familiari alla maggioranza del pubblico e, adattati al protagonista, sono stati direttamente tratti dai libri di Francesco Piccolo: Momenti di trascurabile felicità e Momenti di trascurabile infelicità.

L’effetto cinema e l’effetto Léaud

Nel 1966 Jean-Pierre Léaud lavorava già da qualche tempo sul set con Godard, prima come tuttofare e poi come assistente alla regia; era già noto al pubblico del grande schermo per essere stato l’irrefrenabile “monello” de I 400 colpi. Quando Godard, che in un primo momento per il ruolo del protagonista ne Il maschio e la femmina aveva pensato a Michel Piccoli, cambiò idea e propose la parte al suo assistente Léaud, ebbe inizio il secondo periodo nella carriera dell’attore, che si affrancò così dall’identificazione con Antoine Doinel e contestualmente anche dalla figura di alter ego di Truffaut. Truffaut non perdonerà mai all’amico Godard di avere trasformato il suo Léaud/Doinel in un personaggio triste e sfortunato; fu quello l’inizio di un processo di allontanamento tra i due registi della nouvelle vague che culminerà nella decisiva rottura nel 1973.

“Jules e Jim” e lo sguardo delle statue

La statua di Catherine abita il paesaggio della malinconia, è un reperto archeologico che emerge da un passato remoto, tra le varie riproduzioni di sculture proiettate con la lanterna magica, quel volto sembra distinguersi perché non è stato corrotto dalle ingiurie del tempo. Lo stesso accade ai protagonisti del film, l’invecchiamento fisico non li tocca, sono le opere di Picasso appese alle pareti, l’evoluzione del suo stile, a scandire il tempo; questo espediente sembra collocarli in una realtà contemplativa, un’esistenza verso cui tendere a costo di giocare con la sostanza della vita. La scelta di Picasso è probabilmente dettata anche dalla biografia di Roché il quale aveva frequentato l’ambiente artistico parigino entrando in contatto con l’artista che, tra l’altro, aveva presentato a Gertrude Stein e aveva fatto conoscere agli americani.

“I villeggianti” feriti dalla vita

Che cosa pensare del matrimonio/farsa tra Elena e il marito Jean, dell’amore simil-adolescenziale tra il cuoco di famiglia e Nathalie, tanto estranea quanto invischiata nelle ambiguità del corso degli eventi? O delle occasionali apparizioni-visioni di Marcello, il fratello di Anna ed Elena, morto in circostanze dolorose (esattamente come Virginio Bruni Tedeschi, scomparso nel 2006) che intima alla sorella di non sviluppare il film che ha in progetto. E corpi scheggiati dal tempo, mutati in tracce di cellulite e rughe, volgari se paragonati alla giovinezza di una modella in lingerie su un pannello pubblicitario. Una riflessione, dunque, sul corpo che invecchia e sulla morte. “Cos’è la vita senza l’Amore / È come un albero che foglie non ha più” cantava Nada nel 1969, versi che qui Bruni Tedeschi e Golino convertono in inno, in un duetto dove la voce di entrambe fatica ad uscire, è uno sfogo, una confessione tra sorelle ferite dalla vita.

“Una squillo per l’ispettore Klute” e le paranoie di genere

Come Jane Fonda in Five Acts (2018), anche Una squillo per l’ispettore Klute (1971), primo film di Alan J. Pakula della cosiddetta “trilogia della paranoia” completata da Perché un assassinio? (1974) e Tutti gli uomini del Presidente (1976), si apre con un registratore che ci dice che Jane Fonda è nei guai. Nel documentario è il Presidente Nixon in persona, il cui stile di presidenza contribuì a diffondere nella società americana la paranoia di essere sottoposti ad una sorveglianza continua, che controlla l’attrice per il suo impegno politico proprio nell’anno in cui girò Klute. Il ruolo di Bree fruttò a Jane Fonda il primo Oscar, validandone una rinnovata immagine divistica in cui l’erotismo pop dell’esploratrice spaziale Barbarella evolveva in una sensualità meno giocosa e più esplicitamente politica, orientata alla messa in discussione delle tradizionali dinamiche di genere, maschile/femminile, e del genere noir secondo una prospettiva femminista.

“Jules e Jim” e la critica

Come al solito, grazie al progetto Cinema Ritrovato al cinema, possiamo approfittarne per recuperare un po’ di fonti critiche, d’epoca e non. Il caso di Jules e Jim si presta particolarmente bene, visto che è il film di un ex critico, regista cinefilo, che si confronta con varie forme di intervento critico, cinefilo, militante, tradizionale, e così via. Come scriveva nel 1962 Jean de Baroncelli: “Il film di Truffaut è il contrario d’un film scabroso, d’un film ‘parigino’. Jules e Jim non sono mai ridicoli, e se Catherine è talvolta irritante, non è mai odiosa. Una sorta d’innocenza, di profonda purezza, preserva tutti e tre dalla bassezza. Qualsiasi cosa ne possano pensare gli ipocriti, la loro storia è una bella e dolorosa storia d’amore. Il merito essenziale di Truffaut è d’averci fatto credere a questa innocenza e a questo amore”.

“Sois belle et tais-toi” e la questione femminile

Sois belle et tais-toi: sii bella e stai zitta. Delphine Seyrig, volto indimenticato del cinema francese da L’anno scorso a Marienbad in poi, solo nella scelta del titolo del suo documentario si permette di commentare le 23 interviste ad attrici cinematografiche che davanti alla sua cinepresa analizzano il loro ruolo nel sistema produttivo e culturale. Per il resto Seyrig, dopo un’introduzione di sapore nouvelle vague con una mano a mostrare in sequenza  le foto delle protagoniste e una voce fuori campo a declamarne il nome, si limita a porre domande e a lasciar fluire liberamente pensieri, considerazioni ed aneddoti. C’è, in questa scarnificazione stilistica da camera fissa, un evidente intento programmatico a procedere senza fronzoli confidando nella forza della parola.

“Gloria Bell” tra originale e replica

C’è una scena in Gloria di Sebastian Lelio in cui la protagonista, quasi sessantenne, si avvicina seduttiva al suo amante dentro una camera d’albergo vestita solo di una camicia sbottonata, in segno di sfida e di fiducia. E c’è una scena in America oggi di Robert Altman (1993) in cui un personaggio femminile, vestito solo di un’elegante blusa bianca, confessa al marito un tradimento del passato, con fare colpevole e narciso. Protagoniste dei due coraggiosi full frontal Paulina Garcia in Gloria e Julianne Moore in America oggi. Sebastian Lelio nel suo Gloria Bell, calco statunitense del precedente cileno Gloria, sceglie di non ripetere quel nudo nel passaggio di testimone fra la sua prima protagonista e la nuova, proprio Julianne Moore, così come di rendere più caste tutte le scene di impietoso erotismo che mostravano il corpo pulsante, ma non più giovane, della Garcia in Gloria, e coprono invece di un velo di pudore quello ben più attraente della Moore in Gloria Bell.

“Non si uccidono così anche i cavalli?” e l’incandescenza di Jane Fonda

Grazie all’interpretazione di Jane Fonda, Gloria è uno dei personaggi più incandescenti del cinema hollywoodiano. Disincantata ma non cinica, alla ricerca di una rivincita personale e indisponibile a scendere a compromessi. Niente può scuoterla, nemmeno la sirena che mai come qui è un presagio di morte. Forse solo la lucidità che la scopre impreparata ricordandole il suo destino. “Se ne andava alla deriva ascoltando le sue canzoni preferite: così finiva”, bofonchia il partner, caricato sulle sue spalle perché schiantato dalla gara, mentre le racconta la trama di un film. E lei, che sente il peso ma non lo dà a vedere, si chiede, riconoscendosi: “neanche un po’ di dolore? probabilmente è una balla”. C’è già tutto, qui.

Essere Jane Fonda

In Jane Fonda in Five Acts, Susan Lacy mette in scena l’attrice americana in un’intervista monumento che non risparmia temi scomodi come la malattia mentale e il suicidio della madre, i tradimenti del padre e dei tre mariti, i disturbi alimentari di cui Fonda ha sofferto fin da adolescente e la relazione controversa con la figlia Vanessa. La Fonda dell’ultimo atto emerge sicura, elegante, militante e nuovamente diva: non a caso, il prologo coglie Jane al trucco nella sua elegante residenza prima della cerimonia dei Golden Globes per Youth (2015) di Sorrentino. Il trucco sembra preparare l’attrice per il film della sua vita, per tutti i diversi ruoli ricoperti nel passato montati sapientemente con pezzi di interviste e fotografie sui titoli di testa: figlia d’arte, sex symbol ribelle, militante per i diritti civili delle minoranze, angelo del focolare del capitalismo aziendale.

“Gloria Bell” che cantando respira e respirando vive

Se avete come l’impressione di avere già visto questo film, non vi state sbagliando, perché Gloria Bell è il remake americano di Gloria, il film cileno (produzione, ambientazione, regia) che nel 2013 portò a casa l’Orso d’argento per la miglior interpretazione della sua protagonista Paulina García. Sebastián Lelio, il regista, premio Oscar nel 2018 con Una donna fantastica (primo cileno della storia nella categoria), a soli sei anni dunque dall’ottimo confezionamento del primo ritratto di Gloria che esaltò pubblico e critica, torna sui suoi passi e gira un remake shot for shot altamente celebrativo del personaggio. Con un vero e proprio atto d’amore per questa donna, per la sua nuova interprete, Julianne Moore, e forse anche per la donna in generale che potremmo azzardare qui essere ritratta come esempio di libertà (intesa come autonomia e capacità di autodeterminazione) ed energia vitale senza pari.

“Jules e Jim” e la riforma della legge sulla censura cinematografica italiana

Il ritorno in sala di Jules e Jim restaurato permette indagini storiche. Come quella sulla censura.  Così recita il testo originale del primo visto di censura negato al film: “La Commissione di revisione cinematografica (prima sezione) esaminato il film il giorno 30 maggio 1962 esprime, a maggioranza di 5 contro 2, parere contrario alla proiezione in pubblico del film stesso ravvisando, nel complesso della pellicola e soprattutto nella seconda parte di essa, un crescere di offesa al buon costume, inteso questo soprattutto sotto il profilo dell’ordine e della morale familiare. Il film, infatti, svolge la tesi d’un marito, innamoratissimo della moglie, che, pur di non perderla, acconsente e quasi predispone i congressi carnali di lei con l’amante sotto lo stesso tetto coniugale. La Commissione decreta di non concedere il nulla osta alla rappresentazione in pubblico del film”.

Dancing Queer: il corpo maschile nei musical di Stanley Donen

Nonostante le rassicurazioni del suo autore, i musical di Donen realizzati per la MGM con il contributo decisivo di tantissimi artisti omosessuali che lavoravano nella Freed Unit evidenziano una spettacolarizzazione camp del corpo maschile che diventa un oggetto esibito di desiderio, occupando la stessa posizione che Laura Mulvey ha polemicamente descritto per il corpo femminile sotto lo sguardo maschile. Conseguentemente, questi film operano una decostruzione narrativa delle gerarchie binarie maschile/femminile, eterosessuale/omosessuale, virile/effeminato alla base delle tradizionali relazioni di genere mostrandone l’artificiosità, spesso infatti cogliendo i personaggi in set cinematografici o palcoscenici all’interno del film stesso in una costante mise-en-abîme che rifiuta progressioni narrative e chiusure normative.

Cecilia Mangini e il Vietnam

Durante il festival Visioni Italiane è stato presentato il documentario Le Vietnam sera libre (2018) di Cecilia Mangini e Paolo Pisanelli, un’occasione unica per vedere il reportage realizzato dalla Mangini in Vietnam nel 1964-65. Queste fotografie, spiega Cecilia, sono state dimenticate, nascoste quasi consciamente perché i dolori si rimuovono, l’amarezza di un’occasione perduta, rinunciare a un film sul Vietnam a causa dell’intensificarsi dei bombardamenti americani che costringe lei e il compagno, di strada e di vita, Lino Del Fra ad abbandonare il progetto dopo il ritorno in Italia. Le Vietnam sera libre era il titolo del soggetto, scritto anche in francese perché l’intenzione era quella di mostrare il documentario ad Hanoi; questa è una costruzione a posteriori, scaturita dal rinvenimento di due scatole di negativi e provini che non erano stati utilizzati e con gli anni dimenticati, fotografie che testimoniano l’attività della Mangini

“Noi” e le domande che vale la pena di porsi

Il film girato come fosse un home movie, piazzando la telecamera come terzo incomodo in qualunque occasione di ritrovo della famiglia Valabrega, riprende con naturalezza e verità momenti intimi, ricordi, confessioni, liti, viaggi, maratone. L’occhio della telecamera coincide con quello di una dei protagonisti della storia, Benedetta Valabrega (la regista), la più giovane di tre sorelle, discendenti di una famiglia di ebrei deportati ad Auschwitz. I suoi bisnonni, Leone e Anita Valabrega, nel settembre del ‘43, all’indomani dell’Armistizio, imposero ai figli di andar via da Roma per fuggire dai nazisti: in seguito i genitori caddero vittime dell’olocausto, mentre Ugo (22 anni) e Bruno (16 anni) riuscirono a mettersi in salvo, in una fuga a piedi da Roma a Napoli dove incontrarono gli Americani.

Visioni italiane 2019: un bilancio

Nella conferenza stampa di apertura, la promessa era che questa edizione del festival avesse come particolare obiettivo quello di far emergere le varie modalità di espressione che compongono la nostra cinematografia, la maggior parte delle quali non trova una propria collocazione all’interno del mercato. A manifestazione conclusa, possiamo tranquillamente affermare come queste premesse siano state rispettate, consci di avere una visione più lucida e veritiera delle forze operanti nel nostro paese. La varietà dei linguaggi è stata certamente la cifra che ha caratterizzato la sezione principale del festival, dedicata ai corti ed ai mediometraggi di finzione, in cui è stata racchiusa un’eterogenea moltitudine di generi, forme e tematiche. Una varietà che trova la sua adeguata esemplificazione nell’eterogenea gamma dei film premiati dalla giuria principale (composta da Stefano Consiglio, Leonardo Guerra Seràgnoli, Federica Illuminati, Guido Michelotti ed Alice Rohrwacher).

“La casa di Jack” e l’inferno di Lars von Trier

La casa di Jack (visto in versione integrale) è un film che racconta l’odissea criminale di un’anima sporca, confessata, specularmente a Seligman, da una guida (Bruno Ganz, alla sua ultima interpretazione) che lo accompagnerà fino alla sua metamorfosi in everyman dantesco rovesciato e sprofondato negli inferi. Per comprendere meglio il “metodo Lars” potremmo citare Cartesio che, parlando delle passioni dell’anima, sostiene che per annientare la sorpresa derivante dalla paura “non c’è niente di meglio che usare la premeditazione, in modo da prepararsi per bene a tutti gli avvenimenti”. Se fuori il chaos regnat è bene allora ordinare preventivamente la materia horror: costruire un casa e creare cinque capitoli (incidenti) che abbiano l’obiettivazione come effetto della paura: l’uomo, anziché sfuggire allo spavento, lo guarda dal di fuori. 

“The Fifth Point of the Compass” e l’appartenenza perduta

Martin Prinoth racconta una storia a lui molto vicina, quella di Markus, suo cugino, nato in Brasile nel 1985, anno in cui crollò la dittatura militare e le frontiere si aprirono ad adozioni internazionali selvagge ed irregolari. Dal 1980 al 1990 circa diciannovemila bambini abbandonarono il Brasile senza quasi lasciare traccia. Tra questi c’erano anche Markus e suo fratello George che furono adottati da una famiglia di Ortisei, paesino di montagna in Val Gardena sulle Dolomiti. La vita dei due bambini trascorse felice grazie alle amorevoli cure della famiglia adottiva, ma non senza difficoltà di integrazione dei due brasiliani in un contesto sociale piuttosto chiuso e arcaico, dominato dalle ideologie autonomiste di partiti come la Stella Alpina, oggi vicini alla Lega Nord.

“Likemeback” e la sofferenza sottile

C’è, nell’opera seconda di Leonardo Guerra Seragnoli dopo Last Summer, l’intento evidente di un racconto morale che vuole farsi anche insight generazionale. E, nonostante qualche schematismo di troppo, Likemeback riesce nei suoi intenti in maniera convincente e sottilmente dolente, con un senso di angoscia che non abbandona neanche dopo ore dalla visione. E ci riesce soprattutto perché rifugge dalla facile rappresentazione dei device elettronici come l’origine di ogni male, e li usa invece come catalizzatori e detonatori di un malessere esistenziale che sarebbe lì in ogni caso, connaturato in qualsiasi essere umano sulla soglia dell’età adulta, senza ancora un posto nel mondo.

“In questo mondo”, fuori dal mondo

Riconnettersi col primordiale, conoscere la bestialità dell’uomo e l’umanità delle bestie. Scendere a patti con la natura, sublime e misteriosa. Amarla tutta e renderla casa. Essere donne e madri del mondo e rispettarlo, lontane dalla vita cittadina, immerse nel silenzio affettato delle montagne con le mandrie e il loro belare come unico compagno sonoro. Tutto questo e molto di più è In questo mondo, l’opera prima di Anna Kauber, evento speciale del Festival Visioni Italiane 2019. Il documentario ci guida nell’atipica e sconosciuta realtà delle donne pastore italiane. Attraverso un viaggio lungo due anni e migliaia di chilometri affrontati, lo sguardo presente/assente di Kauber mostra una vita rurale, in via di estinzione, che non fa sconti, pregna di vita e morte, di sangue, liquidi e materia viva, spesso putrescente ma per questo incredibilmente potente.  

“Mamma Roma” e lo sfogo di Pasolini

Appena uscito per le Edizioni Cineteca di Bologna e Cinemazero, il volume su Mamma Roma curato da Franco Zabagli contiene moltissime rarità e tanti documenti interessanti. A cominciare da questo, che Pier Paolo Pasolini pubblicò nel 1962 su “Vie Nuove”. Un articolo in cui si parla anche di critica in modo molto attuale: “Anzitutto, la condizione di gran parte della critica cinematografica italiana, la cui preparazione culturale è penosa. Non c’è nessuno che non si senta autorizzato a scrivere di cinema, e io non so che criteri seguano certi direttori dei giornali nell’affidare la critica cinematografica… Ora, nel mio caso, succede che tale provvisorietà della competenza, sia specifica che generale, riesca più chiara: per il fatto che il giudizio su me, regista, implichi un giudizio, più o meno diretto, su me scrittore, o implichi almeno il riferimento a una storia stilistica che comprende una serie di opere letterarie”.