“The Nose or the Conspiracy of Mavericks” ad Annecy 2020

Liberamente ispirato al racconto Nos (1836) di Nikolaj Vasil’evič Gogol trasposto poi in opera buffa in tre atti da Dmitri Shostakovich nel 1930, l’ultima fatica dell’animatore russo Andrey Khrzhanovsky si presenta semplicemente come “una combinazione di eventi storici, biografie e capolavori di artisti, compositori e scrittori dell’avanguardia russa e del totalitarismo”. Insomma, a prima vista una carrellata celebrativa, un carnevale russo immerso nella storia contemporanea del  Ventesimo secolo. The Nose or the Conspiracy of Mavericks (che ha ricevuto il premio della giuria) non sembra seguire un’estetica uniforme: alterna tecnica mista, live-action, animazione CGI, figurine di carta, ritagli di giornale, collage digitale, colori a pastello e carboncino con un succedersi di folle, persone e personaggi ricorrenti della storia contemporanea.

Biografia (educativa) di Miles Davis

Osare o non osare? Questo è il dilemma… Parafrasando Shakespeare è possibile evidenziare il limite di Miles Davis: Birth of the Cool, episodio della storica serie American Masters sui grandi nomi dello spettacolo e della cultura statunitense, ultimo lavoro del documentarista afroamericano Stanley Nelson Jr., autore sempre rivolto al glorioso passato nero (Jonestown, Freedom Riders, Black Panthers). L’eccessiva riverenza, pur doverosa verso una figura quale Miles Davis, emblema del jazz moderno e anticipatore delle sue molteplici evoluzioni, la cui eredità è un bagaglio culturale enorme per tutto il mondo, fa mancare quello slancio, quel rischio in più che deve essere corso in questi casi, pena l’uniformare un lavoro accattivante alla tipologia standard dell’edutainment televisivo.

“F for Fake” e la verità del falso

F for Fake intreccia un numero di temi wellesiani imponente: dal rapporto ambiguo con Hughes dai tempi di Quarto potere (la seconda personalità che si agitava sotto la prima, Hearst, nel personaggio di Kane) al piacere del vero/falso (It’s All True), all’ossessione per la magia e l’inganno o, meglio, per il cinema come arte della contraffazione poetica. Giustamente i critici hanno segnalato la paradossale bandiera iraniana sotto cui batte la produzione di F for Fake non meno assurda di quella marocchina per Otello. Potere del montaggio, cinema come stato della mente, disancorato dai set, dagli studios, dai teatri di posa. Si ribadisce dunque la forza provocatoria del progetto di Welles, ancora oggi impareggiabile esempio di teoria del falso anche prima della esplosione comunicativa postmoderna.

“The Vast of Night” e i misteri della notte americana

The Vast of Night – L’immensità della notte, disponibile dal 29 maggio su Amazon Prime, è un film minimale, elegante e sorprendente. Presentandolo al Toronto Film Festival, il regista Andrew Patterson ha spiegato al pubblico come due elementi fossero per lui dei presupposti essenziali: voleva fare un film che prendesse il genere seriamente e che si potesse ascoltare come se si trattasse di un racconto radiofonico o di un podcast. Entrambi gli aspetti risultano chiaramente dalla visione dell’opera prima del regista, che è alcontempo un’operazione di minuzioso citazionismo storico ed estetico e una prova di abilità affabulatoria, grazie all’utilizzo del dialogo e della narrazione, che rendono The Vast of Night un misterioso, piccolo gioiello cinefilo.

“Kill It and Leave This Town” di Mariusz Wilczynski ad Annecy 2020

Con Kill It and Leave This Town Mariusz Wilczynski fa del cinema d’animazione uno strumento per chiudere a chiave in un cassetto e in qualche modo conservare il proprio dolore e il trauma della perdita. Wilczynski disegna con una matita, come farebbe un bambino, un mondo tutto suo in cui il concepibile della mente umana diventa tangibile. Un mondo immaginario, quindi? Mica tanto. Wilczynski mette insieme tasselli della propria infanzia e crescita citando i fumetti pop, omaggiando e menzionando grandi nomi della cultura popolare polacca (sono un esempio le musiche di Tadeusz Nalepa e le voci di Daniel Olbrychski e Andrzej Wajda), oppure facendo risorgere su della carta da bloc-notes i genitori e il migliore amico di una vita scomparsi troppo presto.

Ripensando “Fino all’ultimo respiro”: la rivoluzione formale

Ripensiamo a una delle scene più analizzate di Fino all’ultimo respiro, in cui il rapporto causa/effetto che caratterizzava i personaggi nella narrazione classica si dissolve. La sequenza è ambientata in una camera dell’hotel de Suède, dove Michel e Patricia avviano un discorso che va a toccare amore, filosofia e letteratura. Gli scambi tra i due non sono tradotti per mezzo del tradizionale campo e controcampo, ma attraverso inquadrature in cui Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo appaiono simultaneamente dalla stessa prospettiva. Godard incoraggiò gli attori ad estraniarsi dai personaggi e liberarsi degli artefici, così da rendere la scena estremamente spontanea. Nonostante lo spettatore sia consapevole di assistere ad un film – Godard d’altronde lo ricorda continuamente – allo stesso modo la purezza delle azioni di Belmondo e Seberg li fa sembrare protagonisti di un documentario sulla loro vita.

“Da 5 Bloods” e i conti aperti con il passato

Sulla scia dell’esplosivo BlacKkKlansman, il regista di Atlanta torna a rivangare il passato recente d’America in cerca delle radici dei grandi problemi irrisolti nel contesto nazionale contemporaneo. La vicenda dei quattro veterani afroamericani, che tornano in Vietnam alla ricerca delle spoglie di un quinto commilitone e di un tesoro sottratto anni addietro al governo americano e ai Lahu per sostenere la causa nera, ha una doppia funzione. Da una parte affrontare una pagina troppo poco conosciuta della storia statunitense, ovvero il contributo afroamericano alla causa bellica, dall’altra lanciare una critica feroce all’odierno spirito americano incarnato dal modello trumpiano, la cui avidità e prepotenza stanno logorando dall’interno il tessuto sociale, mettendo tutti contro tutti in uno scontro fratricida le cui conseguenze sono ormai evidenti.

Conosciamo davvero Alberto Sordi?

Siamo tutti convinti di conoscere Alberto Sordi, non fosse altro per la determinante incidenza sull’immaginario collettivo, per la frequenza con cui rivediamo i suoi film, per l’affetto di alcuni estimatori rassicurati dallo specchio deformato pari solo al disprezzo di altri modellato sulla superficie della filippica di Nanni Moretti. E tuttavia tendiamo sempre a ricordarlo quasi solo per il ritratto dell’italiano medio, certo la sua operazione più importante specialmente nell’ambito della nostra stagione di massima gloria. A cent’anni dalla nascita la retorica rincorre il ricordo, immemore dello spirito di Rodolfo Sonego (il “cervello” di Sordi), e la pigrizia dell’omaggio, come sempre modulato sulle marcette di Piero Piccioni (il “corpo” di Sordi), si accompagna al burocratico disbrigo della celebrazione fine a se stesso.

La strada di Renzi e Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di Renzo Renzi (1919-2004), di cui la Cineteca di Bologna ha festeggiato i 100 anni a dicembre dell’anno scorso. Intellettuale di grande levatura culturale e morale, fu tra i più illuminati e acuti critici cinematografici italiani. Capì e difese il cinema di Fellini sin dai sui esordi, come dimostra questo articolo II clima del ’40, pubblicato su Il Contemporaneo, il 23 aprile 1955. In La strada (1954), la dimensione mitica, onirica e stralunata dei personaggi calati in un paesaggio italiano desolante, sollevò un putiferio di polemiche e stroncature. Dov’era finita la lezione del Neorealismo, si chiedevano quelli di sinistra e i cattolici potevano mai accettare che gli emarginati, gli ultimi, non venissero salvati dalla Provvidenza?

“Svengali” e l’espressionismo americano

Svengali (Archie Mayo, 1931, con John Barrymore) è uno dei più importanti film americani degli anni Trenta. Incredibilmente risulta inedito in Italia, se non in DVD fuori catalogo, e poco citato dagli studi sui film hollywoodiani. Si tratta di un caso davvero raro. Ci troviamo di fronte a un film ibrido e particolare, che concentra in sé le caratteristiche del miglior cinema muto, in particolar espressionista, e gli elementi di maggior funzionalità del cinema americano, compresi collaboratori e attori. A ben pensarci, infatti, questa storia di sopraffazione e plagio sembra uscita dal perfetto manuale del buon Espressionista. Come il Caligari, come il rabbino creatore del Golem, come lo scienziato della Maria di Metropolis, come Faust, anche Svengali è un uomo irrazionale e dominante, che punta a soggiogare le proprie vittime attraverso magia nera e trucchi ottici.

Benvenuti nel David Lynch Theater

Cosa ci fa un artista ricercato come David Lynch su Youtube, una delle piattaforme più mainstream al mondo? La risposta a questa domanda, che in molti si sono posti a partire dallo scorso maggio, è eccentrica quanto il quesito stesso ed il suo protagonista: bollettini meteorologici. Dall’undici maggio scorso l’artista americano ha infatti cominciato a proporre brevi video (intorno ai 35 secondi) a cadenza giornaliera in cui guarda fuori dalla finestra e descrive le condizioni meteorologiche di Los Angeles. A parte qualche variazione sullo stesso tema, il canale gestito da Lynch stesso ospita anche due brevi video in cui parla di bricolage e un cortometraggio del 2015 da lui diretto.

Chi ha “Paura” di Richard Wright?

Paura (1940, in originale Native Son) di Richard Wright fu il primo romanzo di un autore afro-americano ad essere selezionato, seppur dopo pesanti tagli, dal prestigioso Book-of-the-Month Club, diventando l’archetipo per il genere del romanzo di protesta sociale che tanti autori afro-americani seguiranno e da cui altrettanti prenderanno le distanze. In meno di un secolo di vita, il romanzo di Wright ha interessato registi come Welles, Rossellini e Carné e ispirato ben tre riduzioni filmiche, prova dello sguardo particolarmente cinematografico del suo autore e dell’attrazione, mista a repulsione, che il romanzo esercita sulla cultura afro-americana e americana. L’uccisione del cittadino afro-americano George Floyd da parte della polizia e la conseguente eruzione di disordini razziali ci dimostra quanto l’indagine di Richard Wright della società americana sia ancora rilevante.

“Doppio sospetto” e lo specchio del perturbante

Il lavoro di Olivier Masset-Depasse pullula di immagini del doppio: dapprima insiste sul tema dello specchio, e poi ne mostra implacabilmente le crepe. Richiama manifestamente un immaginario noto: è Douglas Sirk – il suo Technicolor fiammeggiante, le sue eroine borghesi sconquassate dalle passioni – il riferimento a cui rifarsi, lo stile da emulare e poi, post-modernamente, trasformare in maniera. Come nei melodrammi del maestro austriaco, tanto più la tragedia si fa lacerante quanto più si allarga un abisso raccapricciante tra la materia narrativa e la forma, che non rinuncia alla magniloquenza sfavillante, al barocchismo irriguardoso. E si allunga anche l’ombra di Hitchcock.

“In viaggio verso un sogno” e l’America della pietas

In viaggio verso un sogno rischia di passare fra le maglie cinefile come un feel-good movie qualunque. Eppure è un film che sceglie di avere un cuore d’oro ma non vuole essere buonista, e tratta il tema dell’handicap più attraverso l’attenzione all’individualità che ai riguardi irreggimentati del politically correct. E che mette in scena la sua storia con tale semplicità e delicatezza, verso i sentimenti dei personaggi e degli spettatori stessi, da divenire qualcosa di cui ogni tanto si sente proprio il bisogno: cinema classico in purezza, fatto della materia di cui sono fatti i sogni. In questo viaggio fra le sideways del vecchio Sud degli U.S.A., i registi e sceneggiatori Tyler Nilson e Michael Schwartz inseriscono accenni che risuonano a fondo nella cultura statunitense.

L’enigma laico di “Bar Giuseppe”

In Bar Giuseppe, si impone uno stile di regia assolutamente innovativo, che affianca ad una fotografia hopperiana (il bar nell’area di servizio, le luci gialle dei lampioni nella notte, gli avventori seduti come spalmati sui muri del locale, le inquadrature suddivise geometricamente dalle architetture), movimenti di macchina continui (carrelli in avanti, indietro, in senso opposto rispetto alla marcia dell’oggetto seguito, in chiave di allontanamento), panoramiche e carrellate circolari ad esprimere il senso di spaesamento del protagonista. Questa impostazione ossimorica del film induce a mantenere una distanza che impedisce di non percepire un certo scollamento tra le immagini e la storia. 

Fight the Power! “Queen & Slim” e la conseguenza delle azioni

Alla luce del brutale omicidio dell’afroamericano George Floyd per mano di un poliziotto bianco in Minnesota, Queen & Slim – primo lungometraggio di Melina Matsoukas, uscito in Italia a ridosso del lockdown e ora disponibile in Blu-ray – assume ulteriore valore e aggiunge un altro importante tassello nel processo di emancipazione iconografica del nuovo cinema nero statunitense. Se con Moonlight (2016) e Se la strada potesse parlare (2018) Barry Jenkins ha avviato la decostruzione di ingombranti cliché legati alla rappresentazione del ghetto nero e dei suoi abitanti, Matsoukas ne segue l’esempio applicandolo a un’altra immagine cinematografica legata all’afroamericano, ovvero la vittima inerme della violenza della polizia. 

“Georgetown”: chi è la vittima?

Quando gli autori di un film ci dicono troppe volte che le vicende narrate non si riferiscono a fatti realmente accaduti o che i personaggi non sono da confondere con persone veramente esistite, diventiamo subito sospettosi e abbiamo voglia di indagare. Nel caso di Georgetown il disclaimer è addirittura doppio, all’inizio e alla fine del film, rispettivamente prima e dopo una scena di onori militari che ci sembra subito improbabile, quasi una citazione cinematografica da Lawrence d’Arabia. Realtà e narrazione cinematografica si confondono volutamente. Esordio alla regia di Christoph Waltz, che, interpretando anche il protagonista maschile Ulrich Mott, aggiunge un’ulteriore caratterizzazione alla sua galleria di inquietanti seduttori, il film ricrea fedelmente la vicenda, prima sentimentale e poi processuale, di Albrecht Muth e Viola Herms Drath.

“Cuphead” e l’animazione classica

Nel 2017 il mondo del gaming si vide sorpreso dall’arrivo di un nuovo videogioco, anticipato da numerosi trailer aventi protagonisti due curiosi omini con la testa a forma di tazza: Cuphead, un game run ’n’ gun in 2-D, creato e sviluppato dai fratelli Chad e Jared Moldenhauer per lo studio indipendente MDHR. L’innovazione che Cuphead ha portato sul mercato dei videogiochi è la sua contestualizzazione in un’epoca del passato, per cui il giocatore si trova immerso in pratiche e modalità di visione puramente “vecchio stile”. Ispirati dalle opere di Ub Iwerks e Walt Disney, Cuphead e Mugman ricalcano nello specifico la fisionomia del primo Mickey Mouse e di Oswald the Lucky Rabbit

Lo stillicidio emotivo di “Honey Boy”

Ci si potrebbe affannare sulle valenze compensatorie del film per LaBeouf, visto che la sceneggiatura è stata concepita mentre l’attore si trovava in riabilitazione, come parte della sua terapia psicologica, e vista la decisione di interpretare – peraltro ottimamente – il proprio padre. Eppure, nonostante un autobiografismo disarmante, una creazione così ombelicale non ha per fortuna portato all’autocompiacimento: Honey Boy intelligentemente sfugge la tentazione di tracciare un arco narrativo di dannazione o redenzione del protagonista rispetto al proprio passato, e mette in scena il dolore nel minimalismo di una resa dei conti quotidiana e inesausta, sia da bambini che una volta diventati adulti.

“Magari” e le buone intenzioni tra infanzia e formazione

L’Italia è un Paese in cui, se fa un film la nipote di Gianni Agnelli, finisce per fare più notizia la disamina genealogica dell’autrice che la sostanza del film. Per questo cercheremo di non soffermarci troppo sul lignaggio della regista di Magari, che di cognome fa Elkann (Ginevra Elkann), ed è la terza dei tre figli di Margherita Agnelli, sorella di John e Lapo. Magari è dunque il debutto alla regia di una over forty, che a diciannove anni era assistente alla regia di Bernardo Bertolucci per L’assedio (1998) e un anno dopo era al fianco di Anthony Minghella sul set de Il talento di Mr. Ripley (1999). Per poi fondare nel 2012 la casa di distribuzione cinematografica Good Films, insieme a Francesco Melzi d’Eril, Luigi Musini e Lorenzo Mieli. Ora è in esclusiva su RaiPlay. 

Monsieur Cinéma

Icone, star, divi e dive . . . sono diverse le espressioni che usiamo per descrivere gli attori e le attrici a noi più cari: nel caso di Michel Piccoli, la sua carriera è qualcosa di più ancora: un viaggio attraverso 170 film nelle diverse terre della cinefilia che lo rende interprete del cinema stesso e delle sue evoluzioni dagli anni 50 ai giorni nostri. Dai film di genere a quelli d’autore, dai toni meta-cinematografici della Nouvelle Vague al surrealismo di Buñuel e al grottesco di Ferreri, Michel Piccoli è Monsieur Cinéma, sinonimo della finzione cinematografica e della settima arte, che l’attore ha incarnato nel film di Agnès Varda Cento e una notte (1995), omaggio al centenario della nascita del cinema.