“Paradise – una nuova vita” come parabola della ricomposizione

Fin dalle prime scene Paradise – una nuova vita si configura come un racconto surreale e (forse eccessivamente) naïve, tramite la rappresentazione dell’estraniamento e della solitudine del protagonista in una terra sconosciuta, per poi proseguire con le situazioni paradossali che accompagneranno l’incontro con il nuovo ospite dell’hotel, anch’esso proveniente dalla Sicilia. L’elemento fiabesco del racconto è sicuramente voluto e sostenuto dai tratti infantili e dall’interpretazione dell’attore protagonista Vincenzo Nemolato. Unitamente con le movenze contenute del co protagonista Giovanni Calcagno, i due reggono tutto il film come un duo comico e il loro rapporto passa dalla diffidenza al misunderstanding fino ad arrivare all’affettività.

“The Dissident” e la scatola nera dei regimi

Bryan Fogel, già vincitore dell’Oscar per Icarus, in cui denunciava il sistema russo del doping di stato, costruisce con The Dissident un documentario potente, che utilizza i fondamentali della retorica – umanizzazione dell’eroe, costruzione dell’empatia verso chi resta e lotta contro l’ingiustizia – ma non vuole eccedere nei sentimentalismi. Il suo discorso usa l’emotività come uno strumento e non come un fine, per coinvolgere lo spettatore e dirigerlo verso considerazioni socio-politiche più estese del singolo caso saudita, dall’atteggiamento degli stati sovrani verso le potenze economiche con cui intrattengono relazioni fino alle conseguenze del controllo mediatico sulla comunità internazionale.

Il “Soffio al cuore” dell’ambiguo Edipo di Louis Malle

È straniante leggere oggi come si espresse cinquant’anni fa la critica a proposito di Soffio al cuore di Louis Malle. Il film fu presentato in concorso a Cannes nel 1971 e il regista fu nominato all’Oscar l’anno dopo per la migliore sceneggiatura originale, ma nel complesso l’incesto fra madre e figlio che lo risolve non destò eccessivo scalpore. La stampa europea e quella statunitense, anzi, accolsero con atteggiamento per lo più indulgente la violazione di quel tabù, ricevendola come Malle la diresse: un rito di passaggio giocoso e indolore. Ma un incesto può davvero essere rappresentato e preso così? Molto del cinema di Malle sembra risiedere proprio in queste cesure occultate, di cui forse Soffio al cuore è il vessillo.

“Uppercase Print” e la parodia del regime

Presentato alla Berlinale, Uppercase Print e il suo autore, Radu Jude ci ricordano una volta di più quanto negli ultimi anni la Romania stia sfornando nuovi talenti a profusione, come una vena inesauribile, rendendola una delle cinematografie europee più interessanti del momento. Jude si confronta con la storia di una nazione che ancora non accettava d’essere Europa, né di allinearsi completamente alla politica Russa, scegliendo invece di crogiolarsi in un’illusione autarchica fatta di persecuzioni e filastrocche. Vengono mostrati spezzoni di programmi tv dell’epoca, alternati con messinscene asettiche e apatiche di indagini poliziesche, e null’altro. Quel che emerge è un cortocircuito fra storia e messinscena, inscindibili l’una dall’altra, i cui contorni si sfumano e amalgamano reciprocamente.

Aprire o non aprire. Questo è il dilemma

Un cinema chiuso resta un problema per tutti: per chi ci lavora, per il pubblico, per la cultura. Sostenere la cultura non dovrebbe mai significare sostenerne la chiusura, quanto fornirle una stampella per rimane aperti, per resistere e premiare lo sforzo e le scelte di alcuni appassionati, folli e innamorati lavoratori che hanno deciso di persistere in un campo alieno a qualsiasi logica di mercato ma guidato da un amore irrazionale che diventa linfa vitale per milioni di persone. Ristorare un cinema chiuso rischia, oggi, di sortire l’effetto di un chiodo piantato in una bara. Per scoperchiarla e sperare in una rinascita, in una risurrezione, bisognerebbe provare a ristorare chi anche in una simile annata trova il coraggio e la passione per aprire.

“A Rifle and a Bag” e il peso delle scelte collettive

Diretto dal NoCut Film Collective, gruppo transnazionale composto da tre registe e produttrici provenienti dall’Italia, dall’India e dalla Romania, il documentario A Rifle and a Bag ci mostra la vita di Somi e suo marito Sukhram, ex combattenti nella guerriglia maoista dei Naxaliti, che dagli anni ‘60 lotta per i diritti delle comunità tribali dell’India. Cosa rimane dopo aver combattuto una battaglia persa? Per quanto ancora i figli sconteranno quelle che per le istituzioni sono le colpe dei padri? Senza pretendere di dare risposte a tali quesiti, le registe ci mostrano soltanto l’evolversi degli eventi. 

L’erosione della democrazia. “Collective” e i meccanismi del potere

In Collective, presentato a Venezia 2019 e miglior documentario agli European Film Awards 2020, scelto dalla Romania per rappresentare il paese agli Oscar, Nanau non si appunta sul caso contingente. Non decreta né vincitori né vinti, pone l’accento sull’erosione progressiva della fiducia in un sistema democratico e su come la diffusione della responsabilità generi mostri. Nel mezzo, con continenza di esposizione e sagacia analitica, espone un triste campionario di strategie di diversione di massa: nascondere, rassicurare, insabbiare, incolpare, spandere fango e, alfine, annacquare il vero in un oceano di stimoli.

Giuseppe Rotunno inventore della luce

“Per me il cinema è luce, non può esistere senza luce. Rotunno rappresenta la luce, la salvezza del film”. Sono queste le parole con cui Federico Fellini descriveva l’apparizione salvifica di Giuseppe Rotunno in uno dei sogni fatto durante la travagliata lavorazione di La città delle donne. Quello del direttore della fotografia da poco scomparso è stato un cinema che ha lasciato un segno nella storia, un cinema “carnale” come lo definiva lui rispetto ad una televisione più “robotica”, un tipo di cinema che non potrà mai essere sostituito da mezzi più moderni perché, come gli piaceva dire, “la cinematografia rispetto alla televisione è come il vino con l’acqua: si bevono tutti e due ma sono completamente diversi e uno non può sostituire l’altra”.

“Ti meriti un amore” e l’attesa che celebra il desiderio

Con Ti meriti un amore, ora disponibile su Mubi e  Amazon Prime, la regista ha di fatto deciso di concedere tutta se stessa a un racconto di cui è protagonista dentro e fuori la finzione cinematografica, portandosi dietro tutti gli umori delle esperienze attoriali precedenti. Proiettato nella Séances spéciales del Festival di Cannes 2019, il film comincia con un esordio in media res; gli ordigni della relazione sono già saltati, le certezze dell’innamorato svanite. La narrazione prosegue configurandosi come il resoconto di una peregrinazione: la giovane e bella protagonista balza da un’esperienza amorosa a un’altra alla ricerca del senso dell’amore e forse della vita.

“I Care a Lot” interroga il lato meschino dell’America

I Care a Lot è il ritratto marcescente di un regista britannico che compie l’autopsia del decadimento americano, un racconto in cui esistono solo personaggi negativi, in cui si tenta di rendere l’amoralità annichilente che sottende ogni individuo meno terribile; l’operazione di umanizzazione riesce sino a un certo punto, considerato che con questa manager spietata è quasi impossibile empatizzare. È dura potersi sentire vicini a una protagonista che truffa individui indifesi, che colleziona insidie e trappole sospese come trofei in una bacheca di diapositive sacrificali. L’elemento attrattivo sta proprio nell’intreccio, nei cambi di trama e di registro, nei colpi di scena che Rosamund Pike è abile nel sostenere, con una recitazione che oscilla tra la black comedy e il crime. 

“Notizie dal mondo” tra scoperta e ritorno del western

Tra revivalismo e aggiornamento, tra nostalgia e sfruttamento, il western ha mantenuto il suo carattere di immortalità e il suo fascino inestinguibile pur essendo, in fin dei conti, drammaturgicamente bloccato. Notizie dal mondo è l’esempio perfetto di questa tendenza. Lo sguardo di Paul Greengrass resuscita quel mondo, ripesca quelle seduzioni e sintonizza quel plesso di segni sulle possibilità di riflessione poste in gioco dalla modernità. Che sia il riflesso del mondo post-pandemia, o l’immagine di un’America uscita a pezzi dall’era Trump, il film non riscrive la mitologia ma piuttosto ne proroga la struttura in modo che la sintomatologia di quel malessere sviluppi le stesse frustrazioni del nostro mondo.

“L’ultimo spettacolo” e il distacco malinconico da Hollywood

Due date, 1951 e 1971. Una, l’anno di ambientazione di L’ultimo spettacolo, l’altra, l’anno di uscita nelle sale. Nel mezzo, uno dei più grandi cambiamenti nella storia dell’industria cinematografica americana, la fine della Hollywood classica e l’inizio della New Hollywood. Una crisi e poi una reazione. Una rivoluzione. Certo, come ricordava Franco La Polla in Stili americani, si diceva che la New Hollywood “durò lo spazio di un mattino”, anche perché ci volle poco perché nuovi assetti produttivi si consolidassero, ma senza dubbio fu un periodo prolifico e rivoluzionario, pieno di grandi, seppur piccoli, film; e L’ultimo spettacolo, secondo lungo diretto da Peter Bogdanovich, non può che essere annoverato tra questi.

“Voglio solo che voi mi amiate”. Fassbinder e il ritorno del represso

Girato per la televisione tedesca a metà degli anni 70, Voglio solo che voi mi amiate (1976) è una parabola laica e psicoanalitica ancora molto attuale che sovverte l’etica alla base della società dei consumi e le istituzioni che la legittimano, a partire dalla famiglia tradizionale e dal patriarcato. Ispirandosi ad una storia vera documentata in un libro di interviste a condannati all’ergastolo, Rainer Werner Fassbinder mette in scena il destino amaro di un figliol prodigo rifiutato, con l’unica colpa di aver assimilato il linguaggio del consumo e del denaro per esprimere e per ricevere prima il proprio affetto di figlio e successivamente il proprio amore di marito.

“Malcolm & Marie” non parla di amore

L’irresistibile carisma dei due attori si fa carico di una scrittura dall’impianto teatrale in cui l’unità di spazio e tempo è deliberatamente appesantita da monologhi tracotanti e un po’ buffi, spesso simili a comizi, col vizio di essere meno accessibili al largo pubblico, a vantaggio di qualche compiaciuto sfoggio cinefilo. Così in poco meno di due ore si menziona un’impressionante vastità di temi, alcuni molto specifici e altri che incoraggiano una facile identificazione — l’amore di coppia, l’egoismo, la vanità, il razzismo, gli stereotipi, la cinefilia, la politica — sebbene l’interrogativo più appassionante resti uno: qual è il limite tra rappresentazione e appropriazione?
Levinson è il primo a sollevare a parole questa incertezza, ma la risposta non è chiara.

“Adolescenti” e la maschera del tempo

Adolescenti è talmente fluido e veritiero da sembrare finto. Lifshitz mette infatti la sua firma su un dramma che ha tutte le caratteristiche dei canovacci ormai più classici: amicizia, gelosia, fisicità, sessualità, divertimento, studio, lavoro, preoccupazioni, malattia. Tutto questo e anche di più viene mostrato risultando quasi stereotipato. Dimostrando non solo quanto il cinema debba alla vita e quanto poco accada il contrario, ma anche che le sensazioni e i sentimenti presenti in questo film siano così potenti da essere sprigionati a gran voce.  Siamo lontani dall’occhio voyeristico di Kechiche o dalla messa in scena temporale di Boyhood.

“Enorme” nel cinema di Sophie Letourneur

Quello di Sophie Letourneur è un cinema che non teme di confrontarsi con gli stereotipi legati al cosiddetto binarismo di genere, e che, sorprendentemente, non si fa remore neanche a mostrare, con umorismo e sfrontatezza, elementi legati al femminile che vengono di volta in volta problematizzati con leggerezza e gusto per il paradosso o sottolineati con giocosa autoironia. Se in Enorme mette in mostra la maternità, decostruendone il mito e il luogo comune piuttosto sessista legato al suo aspetto “naturale”, anche nei titoli precedenti Letourneur si rifiutava di confrontarsi utilizzando toni ombelicali e intellettualistici con aspetti delicati della propria esistenza e della vita di una donna.

L’età della coscienza. “The 40-Year-Old Version” e il cinema black femminile

Presentato al Sundance Film Festival 2020 e distribuito da Netflix, il semi-autobiografico The 40-Year-Old Version rappresenta uno dei più significativi e riusciti esordi nel panorama cinematografico americano degli ultimi anni. La regista Radha Blank, già attrice, produttrice, comica, rapper e sceneggiatrice per teatro e TV, dimostra anche sul grande schermo il suo talento, forte di una scrittura capace di affrontare con pungente ironia le grandi questioni sociali e di genere contemporanee. Uno stile molto vicino a quello del caustico Spike Lee, alla cui opera The 40-Year-Old-Version rende palesemente omaggio, in particolare a Lola Darling, primo lungometraggio del regista da lui recentemente attualizzato – anche con la collaborazione di Blank – nella serie She’s Gotta Have It.

“Anni difficili” e le origini del trasformismo italiano

Il fulcro dell’opera sembra essere dunque l’impotenza della gente comune di fronte agli oscuri ribaltoni del potere; quella delle persone semplici è presentata come una massa informe incapace di ribellarsi al proprio destino se non quando ormai è troppo tardi. Impossibile non interpretare questo messaggio come una forte critica al qualunquismo, al trasformismo tutto nostrano, quel senso di movimento del “gregge”, a cervelli spenti, che tanto sarà sbeffeggiato nella successiva commedia all’italiana. “Non mi riesce di trovare uno che abbia il coraggio di dire ‘Io sono stato fascista’: ma da chi era fatto questo fascismo?”, domanda al podestà il sarcastico ufficiale inglese in una scena del finale, incredulo davanti alla meschinità degli sconfitti.

Una riflessione sulla mortalità. “La nave sepolta” e l’archeologia del presente

Nel 1939, a Sutton Hoo, nel Suffolk, avvenne quella che è considerata una delle più importanti scoperte archeologiche della storia inglese: il ritrovamento, dentro a un tumulo in prossimità di un fiume, di una stupefacente nave funeraria degli Anglosassoni dell’Alto Medioevo, contenente numerosi manufatti e suppellettili, vera manna dal cielo per comprendere quella che sino a tal momento era stata considerata una civiltà oscura. La nave sepolta è una rievocazione di quegli straordinari eventi, diretta da Simon Stone con molte libertà e piglio personale, a partire dal romanzo storico The Dig di John Preston. La nave sepolta è più di ogni altra cosa una riflessione sulla mortalità. 

“Il braccio violento della legge” e l’orrore dentro di noi

Friedkin parte da un fatto realmente accaduto e inizia a raccontarlo attraverso una narrazione realistica, fatta di routine lavorative, tensioni fra colleghi, lunghi appostamenti che sembrano condurre a nulla. La New York di questa quotidianità è una protagonista livida e violenta, ripresa soprattutto nella sua vita di strada, dove anonime vetrine fanno da collegamento fra bar frequentati da sbandati e alberghi per malviventi di buon rango. Un teatro urbano in cui si muovono i due poliziotti, assuefatti ai loro comportamenti aggressivi, come se la violenza fosse l’unico modo di sopravvivere alla criminalità in cui sono immersi. Friedkin incrocia vizi e virtù in uno sfacciato chiasmo di etichette sociali, per mostraci non solo la loro inconsistenza ma anche la loro pericolosità.

“Cane di paglia” o dell’ambiguità nel cinema

Cane di paglia è un ritratto umano aggressivo e spietato, che poteva essere realizzato solamente da un autore che utilizza l’ambiguità come materia prima. La stessa foga irrefrenabile che ha ridisegnato il western con tinte accese e quanto mai dissacranti; la mano che ha calcato le aspre pieghe del cinema bellico, insinuandosi tra le fila reiette dell’esercito tedesco rinvenendovi un’inedita umanità; o ancora la capacità di delineare degli eroi action fuorilegge tanto rudi quanto intimamente fedeli alla propria etica. Per Sam Peckinpah verità e giustizia sono principi delicati che vanno scandagliati attraverso un cinema potente, tanto cristallino nella sua giocosa patina quanto imperscrutabile nelle implicazioni tematiche.