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Tornando su Yılmaz Güney

Nonostante i dodici anni trascorsi dietro le sbarre, i due di servizio militare e i tre d’esilio, Yılmaz Güney (1937-1984) ebbe una carriera prolifica seppur breve. Romanziere e figura leggendaria dell’attivismo politico turco, partecipò a 111 film come attore, regista, sceneggiatore e produttore. Da ragazzo portava i rulli di pellicola nei cinema di Adana, la sua città natale. L’amore per i film lo condusse infine a Istanbul, dove lavorò come comparsa. Il suo primo ruolo da protagonista in Alageyik (Il daino, 1959) di Atıf Yılmaz gli valse l’elogio della critica, ma la sua ascesa verso la celebrità fu interrotta dal primo di una serie di guai giudiziari. Tra il 1961 e il 1963 scontò una pena carceraria per un racconto scritto quando era studente. Tuttavia la grande svolta giunse nel 1965, quando fu protagonista di ventuno dei duecentoquindici film girati quell’anno. Sovvertendo l’immagine dominante del divo avvenente, fu soprannominato “il re brutto”.

Intervista a Jeanne Pommeau del Národní filmový archiv

In occasione del Cinema Ritrovato 2018 sono state fatte tre proiezioni con materiale proveniente dal Národní filmový archiv (NFA). Ho avuto il piacere di intervistare Jeanne Pommeau, che si occupa di restauro presso l’archivio. “Prima della proiezione di Shoulder Arms ho chiesto al pubblico se avesse visto dei veri film imbibiti e tutti hanno alzato la mano. Mi sono molto stupita, ma poi mi sono resa conto, assieme a Mariann Lewinsky, che non tutti avevano chiaro cosa avessi chiesto. Probabilmente molti di loro avevano visto dei desmetcolor o restauri digitali, ma non delle vere imbibizioni. Molti spettatori non hanno ben chiara la differenza e non sanno cosa stanno effettivamente vedendo”. 

“Wolves of Kultur”: Leah Baird e le eroine senza paura del serial queen melodrama

Wolves of Kultur appartiene alle produzioni del e sul primo conflitto mondiale. La protagonista, la serial queen Leah Baird, lotta, sanguina, si lancia da finestre alte più di cinquanta metri e sconfigge “il male”, esattamente come gli eroi melodrammatici maschili. Una breve digressione sul melodramma: il genere affonda le sue radici nei feuilleton francesi del 1800, di grande successo. Il termine non suggerisce romanticismo, ma situazioni estremamente dinamiche, nelle quali avviene l’incontro e lo scontro tra polo positivo e polo negativo (il Male contro il Bene): il Cattivo del melodramma non ha spessore morale, deve essere rappresentativo del male sociale. E l’eroe maschile ha l’obbligo morale di sconfiggerlo.

“L’esorcista” di Friedkin come epopea del sound design

Almeno su un punto L’esorcista sembra mettere tutti d’accordo: lo straordinario uso del sonoro. C’è tutta un’aneddotica sulla realizzazione di certi effetti, come lo scricchiolio delle ossa del collo di Regan, ottenuto stritolando un portafoglio di cuoio pieno di carte di credito, o lo scalpiccio in soffitta, creato sovrapponendo graffi di unghie, una sega a nastro e il rumore di porcellini d’India in corsa su una tavola coperta di carta vetrata. Leggendario, poi, è il training di Mercedes McCambridge, che per trovare un timbro di voce da posseduta si era fatta legare a una sedia, aveva ripreso a bere e a fumare e ingoiò mele acerbe e uova crude in quantità.

“La hora de los hornos” di Solanas e Getino al Cinema Ritrovato 2018

La sezione Cinemalibero del Cinema Ritrovato 2018 chiude, come aveva aperto, con un film argentino: La hora de los hornos.  Si tratta di un documentario diviso in tre parti diretto da Fernando E. Solanas e Octavio Genino (tra i fondatori del movimento Cine Liberaciòn), ma a Bologna si è vista solo la prima parte: Neocolonialismo y violencia. Le altre due parti sono Acto para la liberación ‒ a sua volta suddiviso in due grandi sezioni Crónica del peronismo (1945-1955) e Crónica de la resistencia (1955-1966) ‒ e infine Violencia y liberación. Il film è stato girato clandestinamente tra il 1966 e il 1968, periodo nel quale l’Argentina era sotto la dittatura di Juan Carlos Onganía, ed è dedicato alla memoria di Ernesto Guevara.

Speciale “Grease” III. L’età dell’innocenza perduta

Risulterebbe perciò riduttivo leggere Grease come uno spensierato teen movie, a base di feste scolastiche e pruriginose diatribe tra giovani machi impomatati e le loro promettenti controparti femminili. A ben guardare, infatti, proprio l’ossessione sessuale dei personaggi viene a rompere gli schemi preposti del genere. Abbandonati i complessi esistenziali de Il selvaggio e Gioventù bruciata (richiamati dall’abbigliamento dei personaggi quanto dalla passione per i motori, con tanto di gara di velocità a sancire il più “uomo” di tutti), Kleiser identifica la manifestazione di una naturale pulsione erotica adolescenziale come elemento forte della generazione anni Cinquanta. Lontani dagli asettici ritratti à la Happy Days che la pellicola evidentemente parodia, Danny Zuko e compagnia sono l’incarnazione di una sfrontata giovinezza che comunica disinibita i propri turbamenti corporali. 

Speciale “Grease” II. L’universo finzionale e lo stupore

Ciò che è riuscito a rendere la pellicola così trasversale, in grado di parlare ai pubblici di tutto il globo, è però il vitalismo degli attori, che donano alle coreografie di Patricia Birch una forza rara: tra un ammiccamento e un colpo d’anca è difficile non restare sedotti dai balli su Grease lightnig o We go together. Il cast è inoltre costruito con un gusto sopraffino, a partire dalla folla varia e colorata dei supporting characters. Ognuno dei T-Birds e delle Pink Ladies spicca per scelte di abbigliamento, tono di voce e fissazioni, e la loro forza è tale da mantenere la narrazione coinvolgente anche quando ci si allontana dalla coppia John Travolta/Olivia Newton-John, uno dei binomi più azzeccati della storia del musical. Grease, a decenni di distanza dalla sua release, continua ad emozionare e stupire. 

Speciale “Grease” I. The “I don’t really like musicals but…” effect

We know all the songs, we want all the costumes, we still join in to watch this classic. To close this year’s Cinema Ritrovato Film Festival in Piazza Maggiore, we are invited to a screening of Grease. When it came out it hit fast and globally, making it the movie musical with the highest box office success to this day. Much like Singing in the Rain, Grease is one of those movies we hear people refer to as “I don’t really like musicals, but…”. Audiences are hopelessly devoted to it. Part of the story is sad to tell, as it deals the conflict many teenagers face when they need to adapt different sides of their personality to fit in. 

Two American Noir Films at Cinema Ritrovato 2018

Only five years apart, we get two noir movies intertwined with romance. While in In a Lonely Place we get a classic black and white noir, in the projection of Stahl’s fragile print we get to see the first film of the same genre to be shot in technicolor. The first is Leave Her to Heaven, in 1945. Richard and Ellen meet on a train. She’s reading his book and is caught by the man’s resemblance with her beloved father. They later find out that they are headed to the same destination and it only takes a few days for the two to get married. In In a lonely place, the neighbors Dixton and Laurel are the star crossed lovers. 

“Il bigamo” e gli archetipi della commedia classica

La commedia era il genere prediletto dal pubblico del dopoguerra, desideroso di dimenticare in fretta gli orrori della guerra e ottimista verso la ricostruzione. Il bigamo da un lato partecipa a questa festa di aspirazioni, ma dall’altro è un’opera molto più consapevole, caratterizzata da una sapiente rilettura della commedia classica, scandita da un calibrato meccanismo di azione/reazione, paradosso/realtà, apparire/essere. L’imprevedibile intreccio dei fatti, come gli efficaci dialoghi sono il frutto di un curato lavoro di sceneggiatura, operato da Vincenzo Talarico, Francesco Rosi, Agenore Incrocci, Furio Scarpelli.

Il 1918 di Chaplin e Lubitsch al Cinema Ritrovato 2018

Der Fall Rosentopf e Shoulder Arms (o Charlot Soldato), due film coevi, prodotti nel 1918, diretti e interpretati uno da Ernst Lubitsch e l’altro da Charles Chaplin; non è forse un caso che siano stati inseriti nella stessa programmazione e nella sezione “Cento anni fa: 1918 – Ritrovati e Restaurati”: entrambi hanno in comune più di quanto si possa credere. Innanzitutto fanno ridere. Tanto. E c’è anche da dire che è la fine della Grande Guerra. Tant’è che, nonostante questo “piccolo” particolare, Lubitsch e Chaplin scelgono di continuare a lavorare sulle produzioni comiche. Lubitsch serve l’antipasto di quel che sarà il suo Lubitsch touch poco tempo dopo: il suo investigatore Sally è già deliziosamente irriverente.

“In a Lonely Place”: un luogo dell’anima

Nicholas Ray, grazie alla superba interpretazione di Humphrey Bogart, mette in scena un personaggio ambiguo, del quale lo spettatore non saprà mai nulla fino in fondo, se non un’innata brutalità. Dixon è un personaggio in cerca di una stabilità risolutiva che però gli è costitutivamente preclusa. Non si tratta di un uomo alla ricerca di un’identità – che è invece ben definita, seppure scissa e anormale, tipica di chi soffre di un disturbo psicologico – bensì alla ricerca di una stabilità esterna capace di arginare i suoi feroci squilibri e di alleviare dolori ignoti di un ego violento. In a Lonely Place è un luogo dell’anima, dove ci si ritrova a fare i conti con se stessi, con i propri dubbi, i timori e le incertezze. 

“Carosello napoletano” e le scatole cinesi di Giannini

Insieme a poche altre pellicole dell’epoca, I Pompieri di Viggiù (1949) Mario Mattoli, Luci del Varietà (1950) Fellini-Lattuada, Viva la rivista (1953) di Enzo Trapani e Gran Varietà (1954) di Domenico Paolella, Carosello Napoletano ha il merito indiscutibile di rappresentare un documento prezioso di un mondo scomparso, quello della rivista e dell’avanspettacolo, che fu una sorta di serbatoio inesauribile per il cinema italiano: fu il varietà ad ospitare gli esordi di alcune delle più grandi stelle del grande schermo a cavallo tra gli anni ‘40 e i ‘50: Totò, Walter Chiari, Vittorio De Sica, Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Renato Rascel, Erminio Macario.

 

Oswald antenato di Topolino al Cinema Ritrovato 2018

Oswald il coniglio fortunato, un caro vecchio antenato di Topolino, torna sullo schermo – per la prima volta fuori dalla Norvegia – con due film ritrovati. Empty Socks è stato rinvenuto nelle collezioni della Biblioteca nazionale norvegese, nel 2014 da Kjetil Størenssen e David Gerstein. Empty Socks, purtroppo incompleto, vede il coniglio Oswald alle prese con il Natale e dei piccoli coniglietti orfani che invece di dormire, per errore, danno fuoco all’intero orfanotrofio. Mentre nel 2007 David Gerstein e Gunnar Strøm hanno scoperto al Norsk Filminstitutt una copia sempre incompleta di Tall Timber. Quest’altra avventura vede Oswald in gita in quelle che dovrebbero essere le sue normali condizioni di vita. Il coniglio, in questo esilarante episodio, si caccia sempre nei guai e finisce per lottare con una mamma-orso molto inferocita e dai denti aguzzi.

Due Keaton restaurati al Cinema Ritrovato 2018

Lo spaventapasseri fa di Buster Keaton un “architetto dadaista”, così lo definisce Gilles Deleuze. Ciò in cui si esibisce, insieme al gigante coinquilino, il piccolo uomo è una specie di orchestrazione degli elementi casalinghi come se fossero una perfetta macchina a motore. Keaton rifiuta gli standard, ogni oggetto presente nella casa ha una doppia, o tripla funzione. Una casa che è composta da una sola stanza, ma che muta d’ambiente quando gli oggetti cambiano la loro funzione: il giradischi è anche un fornello, la libreria è anche un frigo, il divano è anche una vasca da bagno, e così via. Il numero di gag possibili all’interno di quella scatola dalle quattro pareti – come aveva già dimostrato nel precedente Una settimana – è pressoché infinto. Lo spaventapasseri è così scandito da un ritmo incalzante che, senza soffermarsi troppo su un dettaglio o quell’altro, confeziona una perfetta storia comica con lo spazio necessario ad un’avvincente happy end.

Il colore nei film di Hitchcock al Cinema Ritrovato 2018

Stop the colors! I can’t stand it! Tra i cinefili in paradiso al Cinema Ritrovato ci sono anche gli amanti della pellicola Technicolor. Ogni anni infatti la Cineteca di Bologna riceve in prestito per il festival preziose bobine vintage a colori, proiettate nel contesto protetto del Cinema Arlecchino. Messa da parte la più banale nostalgia del passato, la pellicola Technicolor regala una visione calda e restituisce una ricca gamma cromatica. Tra i film in pellicola Technicolor che sono stati protagonisti quest’anno, spiccano due titoli di Alfred Hitchcock, entrambi dominati dalla presenza dell’algida Tippi Hedren. Si tratta di The Birds e Marnie, realizzati dal regista tra il 1963 e il 1964. Senza avanzare la pretesa di analizzare per intero l’uso simbolico del colore fatto da Hitchcock in queste due pellicole divenute classici, ci concentriamo su un aspetto che cattura certamente l’attenzione: gli abiti indossati da Hedren nei due film. 

“The Last Movie” di Dennis Hopper e la fede dell’uomo moderno

Ritirato dalla circolazione poco dopo l’uscita del 1971 per il sovversivismo del suo linguaggio, il capolavoro di Dennis Hopper The Last Movie torna a splendere sugli schermi per la prima volta dopo il restauro in 4K. Film-monumento, opera meta-cinematografica e chiaro esempio di una contro-cultura filmica erede di Easy Rider, The Last Movie è ciò che Hopper avrebbe voluto che fosse: “a new-new-New Testament in film”. Le parole di Henry Hopper, figlio del regista, così riassumono intenti ed esiti di un’opera che travalica i propri confini. Sebbene la definizione non sia da intendersi in senso strettamente religioso, è innegabile che il lascito hopperiano affronti, tra i numerosi temi, anche il rapporto dell’uomo moderno con la fede.

“Otec Sergij” di Jakov Protazanov al Cinema Ritrovato 2018

Sofferenza e patimento interiore sono da sempre temi centrali della letteratura russa e Otec Sergij di Protazanov, tratto da un romanzo di Tolstoj, ne è un classico esempio. Figura centrale del racconto è il Principe Kasatskij, un uomo fiero e bizzoso che serve Nicola I come comandante delle guardie. La sua tranquilla vita di ufficiale viene stravolta quando scopre che la donna che ama è stata amante del suo imperatore. Decide allora di abbandonare tutto e diventare frate col nome di Padre Sergio. La sua conversione non sarà però esente da tormenti interiori: continuamente verrà tentato dal peccato, in particolare da quello carnale, costringendolo presto a trasferirsi in una città isolata e vivere come eremita.

“Banya Titka” e “Revolutionens Datter” al Cinema Ritrovato 2018

La rivoluzione è stato uno dei temi centrali del programma muto del Cinema Ritrovato che si è concretizzato in particolare con due film: Banya Titka, serie ungherese in due parti, e il danese Revolutionens Datter. L’ottobre del 1917 e l’avvento dei soviet in Russia, aveva irrimediabilmente colpito l’immaginario collettivo, aumentando la paura che la rivoluzione potesse espandersi a macchia d’olio in altri stati europei. I due film, pur sviluppandosi in maniera molto diversa, sono molto simili tra loro: una donna prende la direzione di una miniera o fabbrica e viene ingiustamente additata come colpevole di angherie compiute in realtà da altri. Gli operai sono scontenti e si rivoltano attentando alla vita della ragazza. Entrambe vengono però salvate da un uomo che le aiuterà a riprendere felicemente il controllo della situazione.

“Evviva Giuseppe”, racconto biografico tra cinema e poesia

Figlio del grande poeta e fratello minore del grande regista, Giuseppe ha imparato l’alfabeto dell’arte da loro e – senza copiare e senza odiare – ha sviluppato un modo originale di esprimersi combinando lettere e parole. L’amore per il cinema scoppia quando fa da aiuto regista a Bernardo in La strategia del ragno e smette di essere soltanto uno studioso e un militante. Di qui a Berlinguer, ti voglio bene e la scoperta e definitiva celebrazione della verve comica di Roberto Benigni il passo è breve. In un attimo siamo sul tetto di un palazzo, con Mario Cioni che dichiara il suo amore viscerale per Enrico Berlinguer e spiega che dovrebbe semplicemente andare in un salotto televisivo, salutare i presenti, salutare i compagni e gridare “via!” per dare il via alla rivoluzione. Qui siamo ben oltre la soglia della tachicardia.

The anti-colonial gaze in ethnographic cinema: “Voyage au Congo” e “Marquis de Wavrin”

The ability of the camera to capture beauty and tell stories presented irresistible opportunities for many fields of research at the start of the twentieth century, including for ethnography, the study of people and cultures. Here was a tool to capture what the eyes of voyagers would marvel at as they explored exotic contexts rarely witnessed by Europeans, if not by conquerors – a tool which had the potential to challenge the perspectives set up by these colonizing powers. This gaze may be recognised in the work of two pioneering filmmakers featured in the Documents and Documentaries strand of this year’s edition of Il Cinema Ritrovato: Voyage au Congo (1927) by Marc Allégret, and the ethnographic films of Marquis Robert de Wavrin, explored in a new documentary by Grace Winter and Luc Plantier, Marquis de Wavrin. Du Manoir à la Jungle (2018).