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“Il posto” e il destino straniante degli inclusi

Svuotamento delle campagne, intensa urbanizzazione delle città, sviluppo repentino di Milano come grande polo produttivo: se Rocco e i suoi fratelli, dell’anno precedente, ci narra quel periodo dalla parte degli esclusi, Il posto riflette sul destino quasi altrettanto straniante degli inclusi. Racconta di un passaggio storico ormai sedimentato e di uno stupore nel quale stentiamo a riconoscerci, quello della fascinazione sgomenta per un nuovo mondo luccicante e troppo grande, dove l’acquisto di un caffè al bar è ancora qualcosa di emozionante e in grado di far sentire persone di una certa importanza. Olmi fa posare lo sguardo di Domenico, abituato a dormire in una piccola brandina in cucina, su magniloquenti edifici di design, lunghi corridoi dalle mille porte chiuse, grandi stanze composte con precisione geometrica: strutture più forti delle persone.

“I gangsters” a Venezia Classici 2018

Dietro a I gangsters ci sono John Huston e Richard Brooks, sceneggiatori non accreditati assieme ad Anthony Veiller, unico riconosciuto. E se del primo, reduce dalla codificazione del genere de Il mistero del falco, non è difficile individuare il gusto dell’enigma dentro una struttura a flashback di inattaccabile coerenza, il contributo del secondo – regista tra i più eclettici e sottovalutati della Hollywood classica ed oltre – si rintraccia nel disegno di personaggi titanicamente sull’orlo del baratro. Burt Lancaster, qui all’ineccepibile debutto, deve a Brooks il suo unico, meritato Oscar (Il figlio di Giuda); Ava Gardner, indimenticabile femme fatale felina, bugiarda, doppiogiochista ed infine capace di terrificante cinismo infantile, è una figura in bilico tra le problematiche donne di Brooks e le rapaci creature di Huston.

“Morte a Venezia” di Luchino Visconti a Venezia Classici 2018

Adattare il riverbero costante di parole, pensieri e lucubrazioni di Aschenbach sullo schermo è risolto da Visconti rendendo il protagonista un compositore, anziché scrittore, ed è opinione diffusa che si sia ispirato proprio a Gustav Malher. Due elementi, infatti, concorrono a rendere così elegiaco, struggente e brutale un dissidio prima esperito attraverso le parole: le musiche e il portamento e la mimica di Dirk Bogarde. Malher sublima il percorso di autodistruzione del protagonista fin dalle prime battute del film, e Beethoven risuona in due parentesi distinte ma speculari: sia Tadzio che la prostituta Esmeralda – vista in un flashback – suonano, in solitudine, Für Elise. Momento rivelatorio in uno spazio e un tempo silenziosi e tesi, dalla carica erotica fortissima, una sensualità che Visconti lascia dispiegarsi solo tramite gli sguardi e una gestualità minima.

“La città nuda” a Venezia Classici 2018

Come altri autori e film del periodo (1948) a La città nuda e al suo regista non fu riservato un trattamento troppo dolce. Jules Dassin fu uno di quei registi la cui carriera venne pesantemente condizionata dal maccartismo e dalla conseguente caccia alle streghe, mentre il film non andava troppo a genio al produttore, Mark Hellinger, che decise di metterci mano e rimontarlo. Probabilmente si deve a questo intervento esterno la voce narrante, che da più parti critiche è stata considerata il punto debole di un film che sarebbe potuto essere un grande capolavoro. Alla visione odierna sembra invece che la scelta di utilizzare un commento esterno e onnisciente riesca a conferire ulteriore particolarità alla pellicola, in quanto a volte pare fungere da coscienza dei personaggi, consigliando la strada migliore da percorrere. Questa voce spesso sarà ignorata dai personaggi, regalando un lato ironico alla narrazione.

“Essi vivono” a Venezia Classici 2018

Occhio ai titoli di testa. Muro di mattoni, binari d’acciaio, nerboruto hobo cammina sacco in spalla lungo le rotaie. Non c’è doppiofondo in Essi vivono. Nemmeno per un secondo prova a imbastire un vero (organico) discorso politico. Da Hawks il giovane Carpenter ha imparato l’arte della firma di lusso, dell’autorialità come brand; soprattutto, un cinema che è gesto, moto di oggetti nello spazio, logica di propagazione fisica. “Azione” nel senso più letterale del termine, Essi vivono va esattamente alla velocità del suo working-class hero John Nada (Roddy Piper). Rilassato, mani in tasca, vagabondando nel tempo libero dal lavoro in cantiere. Solo lievemente scosso dal torpido cielo arancio scuro e dai bisbigli.

“Il portiere di notte” a Venezia Classici 2018

Prescindendo per un attimo dall’interpretazione psicanalitica del rapporto inscenato da Charlotte Rampling e Dirk Bogarde, quest’opera, quella per cui la regista – che sarà insignita del Leone d’oro durante la Mostra del Cinema di Venezia – viene quasi sempre ricordata, sonda i limiti di un territorio ormai reso umbratile e sbiadito, distorcendone i limiti e la nostra percezione e creando sullo sfondo dell’Olocausto una vicenda d’erotismo malato e invasato, osando e scandalizzando come la maggior parte dei cineasti di quel periodo. Era il 1974 quando la pellicola uscì nelle sale, l’ombra lunga del Sessantotto, «trasgredire era importante», come affermava Bertolucci e la Cavani si insinua perfettamente in questo raggio d’azione.

“La volpe folle” di Tomu Uchida a Venezia Classici 2018

I boss della Toei Company, per cui Tomu Uchida girò nel 1964 anche questo suo penultimo film, non speravano in un successo internazionale. A frenarli era la doppia difficoltà di un racconto con salde radici nella tradizione orale, filmica e teatrale giapponese ma insieme colmo di uno sperimentalismo che per molti versi sorvola quello di un epoca già tanto audace. A quanto sembra sbagliavano, o almeno, la critica europea non mancò di riconoscere la grandezza di quest’opera e a Venezia La volpe folle fu insignito del Leone d’oro; per questo, sollevati di poter in qualche mondo familiarizzare con un oggetto per certi versi ancor più alieno oggi di quanto non fosse allora, a 56 anni di distanza possiamo parlare di ritorno a casa.

“A qualcuno piace caldo” a Venezia Classici 2018

Le storie, gli aneddoti e i rumors che hanno gravitato attorno a questa opera sono molteplici, dal presunto amore/odio tra Marilyn e Curtis, all’ammirazione della diva verso Jack Lemmon con la dichiarazione “Isn’t Jack Lemmon the funniest man in the world?alle difficoltà recitative della stessa Monroe, ma ovviamente sono la vitalità e la sottile intelligenza a rendere A qualcuno piace caldo i giusti riconoscimenti. E gli ingredienti sono, come sempre quando si parla di capolavori, la combinazione straordinaria di personalità geniali. Scrittura, regia e recitazione rasentano la perfezione, il grandissimo estro degli interpreti maschili conferisce un ritmo quasi unico alla narrazione, ma la presenza di Marilyn sembra essere il reale valore aggiunto. Nonostante le difficoltà a ricordare le battute e l’esasperazione durante le riprese, Wilder stesso affermò che superata la difficoltà la resa sullo schermo era straordinaria, e lo è ancor’ oggi.

“Nothing Sacred” di William Wellman a Venezia Classici 2018

Sotto un fuoco di fila di Screwball deviante – le peripezie dell’uomo preso per il naso dalla donna pallide a confronto col gigantesco fondale dipinto della macchina mediatica – cadono radio, giornali, enti di beneficenza, la stessa Hollywood; New York “regina dei grattacieli” come pinnacolo di un’addiction tutta a stelle e strisce per autonarrazione e gratificazione, soddisfatta dai media a forza di robuste iniezioni di pietismo. Parlano il titolo originale, ben diverso dal nostro frivolo “niente di serio”; e il nome della protagonista, la sfortunata Lombard scintillante in una parte perfetta: Hazel come “haze” cioè foschia, annebbiamento. Flaggs come “flag” – bandiera.

“La notte di San Lorenzo” a Venezia Classici 2018

Nell’anno della scomparsa di Vittorio Taviani, Venezia Classici coglie l’occasione di ricordarlo proponendo La notte di San Lorenzo, diretto naturalmente assieme al fratello Paolo e restaurato dall’Istituto Luce con la Cineteca Nazionale. È suggestivo rivedere oggi il più famoso e forse amato tra i film dei fratelli toscani, premiato a Cannes 1982 con il Grand Prix dalla giuria presieduta da Giorgio Strehler. Non tanto per la dimensione poetica e il suo apparato simbolico, certo l’aspetto più affascinante di un racconto popolare filtrato dagli occhi innocenti dei ragazzini, come quelli dei registi all’epoca dei fatti, quanto proprio per la complessità storiografica dell’episodio rievocato.

Venezia Classici 2018: “L’ascesa” di Larisa Shepitko

Restauro curato da Mosfilm, che nella scorsa edizione della Mostra presentò Va’ e vedi, L’ascesa è uno dei quattro film di Larisa Shepitko, regista sovietica prematuramente scomparsa nel 1979, due anni dopo aver vinto l’Orso d’Oro a Berlino con questo dramma antimilitarista, a cui proprio Va’ e vedi deve più di qualcosa. Tratto dal racconto Sotnikov di Vasilij Bikov, è la storia, in forma di odissea, di due partigiani con i nazisti alle calcagna, prima rifugiati presso un capovillaggio collaborazionista e poi nella casa di una povera madre di tre figli, dove vengono catturati dal nemico e condotti nel quartier generale tedesco.

Venezia Classici 2018: “Desideri nel sole” di Jacques Rozier

Jacques Rozier pensò a questo film fin dal 1959 pertanto durante la guerra d’Algeria, e a cinque anni dal suo inizio. Al ritorno dal fronte di un ragazzo amico di Michel, i parenti di quest’ultimo – in un fugace momento com’è distintivo nel cinema di Rozier – tentano di fargli parlare del conflitto, ma senza ottenere un resoconto del suo vissuto, poiché egli tronca all’istante ogni possibilità di discorso. Dell’orrida guerra coloniale che sta avvenendo durante il film non se ne parla, è solo un incubo a cui, per ancora poco tempo, si può sfuggire. Infatti il personaggio di Rozier, che non vuole essere un eroe, ma solo un ragazzo comune, decide di partire per la Corsica prima di andare forzatamente incontro quella che potrebbe rivelarsi la sua fine.