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“L’uomo che uccise Don Chisciotte” racconto errante e picaresco

Don Chisciotte, consapevole della ragione della propria esistenza, incarna la fede nella giustizia, nonostante l’incessante ricerca della verità sia ostacolata da una fervida immaginazione che lo fa apparire completamente pazzo, non può in alcun modo venir meno alle proprie convinzioni; “la sua avventura sarà una decifrazione del mondo: un percorso minuzioso per rilevare sull’intera superficie della terra le figure che mostrano che i libri dicono il vero”. Gilliam si serve delle allucinazioni del suo cavaliere errante per dare vita a un racconto picaresco d’altri tempi che affonda le proprie radici in una contemporaneità caotica e contraddittoria dove uomini potenti privi di scrupoli, amanti del lusso sfrenato e cafone, dettano legge in nome dei loro più biechi interessi, decretando la morte della morale donchisciottesca.

“L’uomo che uccise Don Chisciotte” tra Cervantes e Twain

Dopo tanto patire, L’uomo che uccise Don Chisciotte giunge finalmente in sala. E, sorpresa, non è materiale di cui bisogna parlar bene a prescindere per lodarne lo sforzo. Fondendo elementi del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes con una trama sulla scia di Un americano alla corte di Re Artù di Mark Twain, Gilliam sostituisce il paradosso temporale del secondo, l’uomo contemporaneo scaraventato nel passato (che inizialmente favoriva), con l’incontro/scontro tra un regista presuntuoso e un vecchio che crede di essere Don Chisciotte. Gilliam dona al suo regista – un Adam Driver nella sua miglior performance – un’epifania felliniana che lo riporta nei luoghi in cui 10 anni prima aveva girato un cortometraggio su Don Chisciotte, il tutto mentre questi cerca di superare un blocco creativo durante la lavorazione di un orrido spot… a tema Don Chisciotte.