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“Bohemian Rhapsody” perché no

Nonostante sia lodevole il dato di una raggiunta immedesimazione fisica nel grande performer, nelle movenze, negli scatti sul palco, nella gestualità pomposa, non altrettanto possiamo rilevare nella mimica facciale o nell’espressività del volto di Malek, irrimediabilmente intralciata dai “denti di Freddie”. Per tutta la visione del film il paradosso della inadeguatezza del protagonista si scontra con il desiderio fandom di lasciarsi coinvolgere dalla storia, e nonostante le interpretazioni al limite dell’imitazione degli altri Queen (Ben Hardy un azzeccatissimo Roger Taylor, Joseph Mazzello/John Deacon, Gwilym Lee un vero e proprio “sosia” di Brian May) e la musica coinvolgente della storica band, l’effetto è irrimediabilmente straniante.

“Bohemian Rhapsody” perché sì

La nascita di hit stritolaclassifiche come We Will Rock You o Another One Bites the Dust è raccontata con una naïveté che se non si è puristi e si vuole bene al gruppo non mancherà di conquistare. Al centro sempre lui, guidato da un talento mostruoso ma anche da una forma di autodisgusto che parte dall’aspetto fisico (i denti sporgenti che nascondeva con la mano durante le interviste) e continua col rifiuto da parte dei genitori, l’iniziale difficoltà ad accettare le proprie inclinazioni sessuali, la paura di perdere per questo la compagna dei primi anni Mary Austin. “Essere umani è una condizione che richiede qualche anestetico” le dice in riferimento ad alcool e cocaina ma alla sua stessa spinta creativa, al suo approccio dolce e triste, da vecchia diva alle scene (adorava Viale del tramonto e la Minnelli di Cabaret) e alle metamorfosi stilistiche del gruppo, la rincorsa monetaria delle mode come sublimazione del desiderio umanissimo e universale di venir sempre nuovamente accettati.