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“Green Book” e la definizione dell’essere

Con Green Book Peter Farrelly, per la prima volta senza la collaborazione del fratello, si cimenta in un brillante assolo, che ibrida la commedia anti-politically correct di farrelliana memoria (tra le loro opere si ricordano Tutti pazzi per Mary, Scemo e più scemo, Amore a prima svista) e un lirismo sentimentale che seduce e convince. Candidato a cinque premi Oscar e già vincitore di tre Golden Globe, il lungometraggio entra a far parte della filmografia dedicata alla cultura afroamericana. Tuttavia, l’apprezzamento di critica e pubblico anche al di fuori del suolo americano, suggerisce che ci sia altro oltre le questioni razziali. Green Book è un viaggio metaforico alla ricerca della propria autenticità che obbliga Tony e il Dottor Shirley a rispondere a domande imprescindibili: chi sono? Sono davvero ciò che credo di essere? Che cosa mi definisce in quanto essere umano? 

Farrelly, Jenkins e la questione afroamericana

Guardando il film di Peter Farrelly e quello di Barry Jenkins, anche lo spettatore meno addentro alla questione interrazziale statunitense non può non scorgere il differente stile che caratterizza le pellicole, entrambe rivolte al passato pur parlando del presente: la prima è una commedia sapientemente dosata tra humor e dramma, la seconda un melò intimista e riflessivo. Da una parte un approccio umoristico e politicamente corretto, capace di ridere di un passato dato ormai per superato, dall’altra uno malinconico e indignato, cosciente che quel medesimo tempo si ripete ancora oggi. Sono le due strutture che segnano inesorabilmente le visioni delle parti in causa, riflessi opposti della medesima immagine che l’America ha e dà di sé, dentro e fuori l’industria cinematografica, un ritratto che richiede una lettura accurata dei dettagli e delle loro molteplici sfumature.