Speciale “Noi” di Jordan Peele – III

Peele sa perfettamente quello che vuole dire, sfruttando stilemi del genere (Haneke, su tutti), accompagnandoci nel suo (o nel nostro?) mondo grazie a un sottofondo ironico che stempera e rende più accessibile il film. La danza con lo spettatore che Noi compie è serrata, lasciando noi con un “vuoto di parola”, assorbiti da un binomio immenso e singolo: un popolo aggiogato e una donna nel suo lucido delirio. Animali delusi (e illusi), senza traccia sulla loro stessa terra, guidati, in apparenza, da uno stelo d’erba inerme, arso da un sole al neon. “Vittime, non lo siamo tutti?” direbbe Eric Draven. Ma la protagonista di Noi è Adelchi, non Ermengarda. E, nonostante il volgo disperso un nome riesce, in extremis, ad averlo, alla fine per noi, per tutti noi, non resta che far torto, o patirlo.

Speciale “Noi” di Jordan Peele – II

Se il film non brilla di originalità, resta però valido il tentativo di porre questioni fondamentali dei nostri tempi attraverso il meccanismo del genere horror, che permette di metaforizzare tematiche, quesiti e risposte. L’incontro tra Red e il suo doppelgänger simboleggia il rapporto con una generica alterità: assumendo come poli del confronto una maggioranza e una minoranza, essa può essere codificata a livello razziale (bianchi vs neri) o economico (ricchi vs poveri). Nel film di Peele questo rapporto è segnato da una fase iniziale di incontro, ostilità e paura dell’ignoto,  a cui segue un momento di affermazione – da parte dell’“altro” – della propria identità, per approdare poi ad un ribaltamento di prospettiva nell’immancabile colpo di scena finale.

Speciale “Noi” di Jordan Peele – I

Negli anni in cui l’horror d’oltreoceano attraversa un’incredibile momento di prosperità, contrapponendo blockbuster dagli straripanti successi commerciali a folgoranti ed ardite opere indipendenti, è singolare come Jordan Peele appaia costretto in un limbo collocato da questi due poli. Noi è una creatura difficilmente catalogabile, pervasa da una freschezza di messa in scena che fatica a trovare un atteggiamento parimenti temerario e compatto sul piano della logica narrativa. In un gioco che punta a disorientare, facendo perdere le coordinate dell’azione per poi tirare didascalicamente le fila in conclusione, l’esito può essere più frustrante che appagante; grande limite di un’operazione dal potenziale immenso e dal fascino innegabile, che conferma le qualità del suo artefice nei panni di abile narratore della contemporaneità.

“Noi” e le domande che vale la pena di porsi

Il film girato come fosse un home movie, piazzando la telecamera come terzo incomodo in qualunque occasione di ritrovo della famiglia Valabrega, riprende con naturalezza e verità momenti intimi, ricordi, confessioni, liti, viaggi, maratone. L’occhio della telecamera coincide con quello di una dei protagonisti della storia, Benedetta Valabrega (la regista), la più giovane di tre sorelle, discendenti di una famiglia di ebrei deportati ad Auschwitz. I suoi bisnonni, Leone e Anita Valabrega, nel settembre del ‘43, all’indomani dell’Armistizio, imposero ai figli di andar via da Roma per fuggire dai nazisti: in seguito i genitori caddero vittime dell’olocausto, mentre Ugo (22 anni) e Bruno (16 anni) riuscirono a mettersi in salvo, in una fuga a piedi da Roma a Napoli dove incontrarono gli Americani.