“Una squillo per l’ispettore Klute” e le paranoie di genere

Come Jane Fonda in Five Acts (2018), anche Una squillo per l’ispettore Klute (1971), primo film di Alan J. Pakula della cosiddetta “trilogia della paranoia” completata da Perché un assassinio? (1974) e Tutti gli uomini del Presidente (1976), si apre con un registratore che ci dice che Jane Fonda è nei guai. Nel documentario è il Presidente Nixon in persona, il cui stile di presidenza contribuì a diffondere nella società americana la paranoia di essere sottoposti ad una sorveglianza continua, che controlla l’attrice per il suo impegno politico proprio nell’anno in cui girò Klute. Il ruolo di Bree fruttò a Jane Fonda il primo Oscar, validandone una rinnovata immagine divistica in cui l’erotismo pop dell’esploratrice spaziale Barbarella evolveva in una sensualità meno giocosa e più esplicitamente politica, orientata alla messa in discussione delle tradizionali dinamiche di genere, maschile/femminile, e del genere noir secondo una prospettiva femminista.

“Sois belle et tais-toi” e la questione femminile

Sois belle et tais-toi: sii bella e stai zitta. Delphine Seyrig, volto indimenticato del cinema francese da L’anno scorso a Marienbad in poi, solo nella scelta del titolo del suo documentario si permette di commentare le 23 interviste ad attrici cinematografiche che davanti alla sua cinepresa analizzano il loro ruolo nel sistema produttivo e culturale. Per il resto Seyrig, dopo un’introduzione di sapore nouvelle vague con una mano a mostrare in sequenza  le foto delle protagoniste e una voce fuori campo a declamarne il nome, si limita a porre domande e a lasciar fluire liberamente pensieri, considerazioni ed aneddoti. C’è, in questa scarnificazione stilistica da camera fissa, un evidente intento programmatico a procedere senza fronzoli confidando nella forza della parola.

“Non si uccidono così anche i cavalli?” e l’incandescenza di Jane Fonda

Grazie all’interpretazione di Jane Fonda, Gloria è uno dei personaggi più incandescenti del cinema hollywoodiano. Disincantata ma non cinica, alla ricerca di una rivincita personale e indisponibile a scendere a compromessi. Niente può scuoterla, nemmeno la sirena che mai come qui è un presagio di morte. Forse solo la lucidità che la scopre impreparata ricordandole il suo destino. “Se ne andava alla deriva ascoltando le sue canzoni preferite: così finiva”, bofonchia il partner, caricato sulle sue spalle perché schiantato dalla gara, mentre le racconta la trama di un film. E lei, che sente il peso ma non lo dà a vedere, si chiede, riconoscendosi: “neanche un po’ di dolore? probabilmente è una balla”. C’è già tutto, qui.

Essere Jane Fonda

In Jane Fonda in Five Acts, Susan Lacy mette in scena l’attrice americana in un’intervista monumento che non risparmia temi scomodi come la malattia mentale e il suicidio della madre, i tradimenti del padre e dei tre mariti, i disturbi alimentari di cui Fonda ha sofferto fin da adolescente e la relazione controversa con la figlia Vanessa. La Fonda dell’ultimo atto emerge sicura, elegante, militante e nuovamente diva: non a caso, il prologo coglie Jane al trucco nella sua elegante residenza prima della cerimonia dei Golden Globes per Youth (2015) di Sorrentino. Il trucco sembra preparare l’attrice per il film della sua vita, per tutti i diversi ruoli ricoperti nel passato montati sapientemente con pezzi di interviste e fotografie sui titoli di testa: figlia d’arte, sex symbol ribelle, militante per i diritti civili delle minoranze, angelo del focolare del capitalismo aziendale.