“Il traditore” tra cacciatori e prede

Il traditore possiede una cifra stilistica quasi desueta nel panorama italiano, quella di intrattenere e appassionare il pubblico. Bellocchio, spesso attento alla storia del nostro paese, si era cimentato su un periodo altrettanto tragico, quello del sequestro Moro, in Buongiorno, notte, ma con toni intimisti e tormentosi. Qui invece è sontuoso e avvolgente anche se, nell’usare con profluvio svariati registri, crea un complesso non del tutto omogeneo. Il traditore centra però perfettamente il ritmo di fughe e pause, alcune scene memorabili (il riposo notturno sul tetto, gli insoliti postumi di un matrimonio, l’ultimo viaggio di Giovanni Falcone) e possiede la non comune virtù di superare la fascinazione del potere criminale non sminuendola

“Il traditore” tra codice e mitologia

In questo film in superficie impersonale maneggia per la prima volta il mafia movie e sembra quasi non tenere conto di tutta la tradizione del genere: non solo non c’è alcuna possibilità di restare affascinati dal male, perché rappresentato in maniera efferata oppure ridicola da gente ignorante e squallida, ma spicca anche una centralità della morte davvero angosciante, dai tentati suicidi e le manie di persecuzione passando per i caffè sospetti fino alle esecuzioni e agli attentati. Della mafia a Bellocchio interessa il codice, non la mitologia: la festa iniziale, con quel nipote eroinomane in riva al mare, è già una cerimonia funebre. Il traditore dimostra quanto Bellocchio sia il più grande regista italiano vivente.