“Rocketman” vs “Bohemian Rhapsody” e il personaggio ready-made

Rocketman fa un’operazione molto interessante e forse poco capita dato il riscontro al botteghino inferiore rispetto alle previsioni. Sì, perché a contrario di Bohemian Rhapsody, di cui è uscita anche la versione karaoke – ma dopo il successo planetario – questo film è in effetti proprio un musical, che nasce musical. Prende l’idea di Across the Universe (e la sua trama risibile) sostituendo il plot con la vita di Elton John, giocata in maniera molto meno fastidiosa del film sui Queen. Nessun aspetto della vita “dissoluta” di Elton è negato, gli avvenimenti non accurati scorretti sono meno invasivi e il finale non è un dato storico strumentalizzato per far piangere lo spettatore stravolgendo la storia, cosa che, come avevo scritto altrove, trovo piuttosto di pessimo gusto nella biopic dei Queen.

“Rocketman” assolto con formula piena

Rocketman ci mostra come spesso il processo creativo si nutra dei dolori dell’uomo. Più il suo successo cresce, più la sua vita privata sprofonda. Il dolore per il protagonista diventa la conditio sine qua non per poter esprimere il suo folgorante talento artistico. Quello vissuto da Elton è un dolore espanso, totalizzante, ramificato in ogni sfera del privato: famiglia, amore, amicizia. Un disperato bisogno d’affetto che per anni combatte a colpi di autodistruzione. Dalla bulimia al sesso compulsivo, all’abuso di alcol, droghe e psicofarmaci, non c’è una strada per l’autodistruzione che Elton John non abbia percorso con caparbia determinazione.

“Rocketman” e il biopic musicale

Il regista Dexter Fletcher, già dietro alla macchina da presa in Bohemian Rhapsody, abbandona i canoni classici del film biografico a favore di un racconto che vira verso l’introspezione, tentando di catturare il vero Elton John, quello nascosto dietro ai glitter e ai costumi sfavillanti. In questo senso la pellicola prende vita attraverso varie forme narrative: in alcune sequenze, come quella in cui compare il brano Saturday Night’s Allright for Fighting, lo stile si avvicina ad uno staging appartenente alla tradizione del musical theatre. La stessa tendenza è riscontrabile all’inizio della pellicola, quando I Want Love diventa un brano corale in cui i membri della famiglia Dwight e il piccolo Reginald esprimono insoddisfazioni e inquietudini. La sequenza ricorda, nei toni e nella messa in scena, la versione teatrale del film Billy Elliott e la connessione non appare casuale, dato che il musical era sorretto da brani scritti da Elton John.