“Rocketman” assolto con formula piena

Rocketman ci mostra come spesso il processo creativo si nutra dei dolori dell’uomo. Più il suo successo cresce, più la sua vita privata sprofonda. Il dolore per il protagonista diventa la conditio sine qua non per poter esprimere il suo folgorante talento artistico. Quello vissuto da Elton è un dolore espanso, totalizzante, ramificato in ogni sfera del privato: famiglia, amore, amicizia. Un disperato bisogno d’affetto che per anni combatte a colpi di autodistruzione. Dalla bulimia al sesso compulsivo, all’abuso di alcol, droghe e psicofarmaci, non c’è una strada per l’autodistruzione che Elton John non abbia percorso con caparbia determinazione.

“Rocketman” e il biopic musicale

Il regista Dexter Fletcher, già dietro alla macchina da presa in Bohemian Rhapsody, abbandona i canoni classici del film biografico a favore di un racconto che vira verso l’introspezione, tentando di catturare il vero Elton John, quello nascosto dietro ai glitter e ai costumi sfavillanti. In questo senso la pellicola prende vita attraverso varie forme narrative: in alcune sequenze, come quella in cui compare il brano Saturday Night’s Allright for Fighting, lo stile si avvicina ad uno staging appartenente alla tradizione del musical theatre. La stessa tendenza è riscontrabile all’inizio della pellicola, quando I Want Love diventa un brano corale in cui i membri della famiglia Dwight e il piccolo Reginald esprimono insoddisfazioni e inquietudini. La sequenza ricorda, nei toni e nella messa in scena, la versione teatrale del film Billy Elliott e la connessione non appare casuale, dato che il musical era sorretto da brani scritti da Elton John.