Carlo Delle Piane, una faccia cubista

Come fai a dimenticarla, una faccia come quella di Carlo Delle Piane. E la gobba del naso, gli occhi stralunati, la statura minuta. Un’immagine cubista, quasi una caricatura che ha preso vita. Il caratterista per eccellenza. Allora ribaltiamo il discorso: ce l’abbiamo noi, quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, quando vediamo sullo schermo Carlo Delle Piane. Perché di fronte a una faccia tanto unica, un’espressione al contempo sperduta, maliziosa e malinconica, possiamo saltare da una reazione all’altra: ridere d’istinto, squadrare dall’alto della nostra opinabile convinzione d’esser più benfatti oppure provare quel moto d’affetto che reclamano i diversi o, all’opposto, un senso di repulsione.

Due o tre cose su Pupi Avati

Nelle sue tante diramazioni, Avati ha realizzato un cinema che non somiglia a niente, dimostrando la propria intelligenza d’autore anche quando, prima di altri, ha visto nella televisione una nuova possibilità per raccontare una storia. Pensiamo alle miniserie semi-autobiografiche Jazz Band, Cinema!!! e Dancing Paradise, che realizza tra il 1978 e il 1982 mentre la sua attività cinematografica è ancora felicemente schizoide. L’Avati degli anni Settanta, infatti, è una scheggia impazzita, un talento forse sì alla ricerca di un’identità precisa ma soprattutto svincolato, esaltante, scatenato. Esplora le derive più impreviste del fantastico dentro generi sempre rinnovati, privilegiando il sovrannaturale nello scandagliare un orizzonte di perdenti. La tendenza eccentrica la recupera un po’ negli anni Novanta, quando alterna passato e presente, arcani incantatori e amici d’infanzia, il biopic leggendario di Bix e quello ipotetico di Festival.