Un male troppo seducente? – Speciale “Joker” IV

C’è una sorta di estasi mistica che avviluppa il pubblico dopo aver visto Joker. Un mantra impossibile da scacciare, che recita più o meno così: Joaquin Phoenix immenso/totalizzante; film necessario, specchio dei tempi, Oscar, interpretazione fisica, Taxi Driver contemporaneo. Qualcuno si potrebbe avventurare anche in “un pugno allo stomaco”, ma noi restiamo un passo indietro. Tutto molto vero, comunque. Tutto? Beh, forse non proprio tutto. Perché Joker, a conti fatti, è un film che danza un pericoloso tango con la giustificazione del male, rischiando di incagliare il suo messaggio nell’esaltazione dello sbagliato, e facendo più danni di quanti vorrebbe. Ma che cosa c’è di potenzialmente sbagliato nell’involuzione di Arthur Fleck, e perché la (quasi) pandemia statunitense rischia di essere comprensibile?

Il flâneur alienato – Speciale “Joker” III

Le asperità del corpo aguzzo e l’abiezione dello spirito sono i tratti salienti di una graduale involuzione dell’outsider, autoindotta e alimentata dalle situazioni vissute ma, alla base del suo malessere, esiste comunque uno stato di malattia, un delirio patologico che lo spinge, come l’uomo della folla di Poe, a seguire i tanti soggetti di studio che affollano la sua mente – la vicina di casa, il presentatore televisivo, Thomas Wayne, il passato oscuro della madre – fino a diventare icona delle masse rivoltose, simbolo plastico del male di vivere. Come in un sonetto di Baudelaire, le apparizioni brutali in una metropoli fatiscente inducono gli shock a getto continuo nel soggetto debole, recano in sé i germi di un cataclisma sociale, accentuano le convulsioni di un corpo che non conosce stasi.

Il lato tragico della commedia – Speciale “Joker” II

“Pensavo che la mia vita fosse una tragedia, ma mi accorgo solo ora che è una commedia”: questa frase già iconica racchiude allora perfettamente il senso del film, il cui livello di complessità è innalzato da una ulteriore variabile di articolazione del senso: la televisione. È infatti solo attraverso lo schermo televisivo che può avvenire la più totale sublimazione e affermazione del personaggio, che se nelle premesse esiste soltanto quando percepito dagli altri, non può fare a meno di usare il luogo principe dell’articolazione del discorso di verità come trampolino di lancio per la sua nuova identità. Consapevole di sé e riconosciuto dagli altri, Joker è ora completo e può finalmente emanciparsi da ogni necessità percettiva, saturo già com’è di significati e implicazioni politiche. 

L’uomo che ride e le paranoie americane – Speciale “Joker” I

Contro ogni aspettativa, la “strana coppia” costituita da Todd Phillips (Road Trip, Starsky & Hutch, Una notte da leoni) e dallo sceneggiatore Scott Silver (8 Mile, The Fighter) riesce a pescare dal fumetto poche azzeccate caratteristiche del villain, scrivendo una storia del tutto inedita che non si concentra sulla genesi del Joker, ma sulla sua trasfigurazione. Di Batman: The Killing Joke – la graphic novel di Alan Moore che ha assunto i connotati di un vero e proprio testo sacro – resta solo un vago e devoto ricordo: il profilo, tracciato con l’agile complicità di Joaquin Phoenix, ammicca tanto a L’uomo che ride di Victor Hugo quanto al corrispettivo cinematografico diretto da Paul Leni (a tutti gli effetti ispirazione primigenia del personaggio, che venne plasmato sul volto di Conrad Veidt).

“Joker” di Todd Phillips a Venezia 2019

“Un fiore bellissimo nato sull’asfalto” è la metafora utilizzata dall’autore, la quale sintetizza efficacemente lo scontro tra l’anima tormentata del protagonista e il contesto brutale con il quale è costretto a scontrarsi. Qui, tra sorrisi pronti a tramutarsi in smorfie, Arthur comprende come le proprie spalle siano troppo esili per reggere il peso opprimente della cattiveria che lo pressa senza tregua. La follia allora diventa l’unica strada da intraprendere per instaurare un dialogo con la realtà, le irrefrenabili risate perdono l’asfissiante timbro gutturale ed esplodono in una straripante e malsana ilarità che trasforma il dramma in una commedia talmente tetra da risultare più dura e cupa della tragedia stessa. Una discesa senza possibilità di ritorno, coraggiosissima nel precludere ogni spiraglio di redenzione a un personaggio dalla massiccia carica empatica. Phillips tiene le redini col polso fermo di chi ha ben chiaro l’esito per il quale si sta adoperando e sfrutta la grottesca corporeità di Phoenix per enfatizzare le fasi salienti con sprazzi di terrificante poesia. La tensione è calibrata con sapiente maestria fino ad un atto finale in cui la potenza del racconto divampa in un climax ascendente di concitazione, efferatezza ed eleganza stilistica.