Il comico dissonante. “Pane e cioccolata” tra farsa e sconfitta

Chi siamo? Questo interrogativo rappresenta la premessa che genera gli eventi di Pane e cioccolata, film del 1974 realizzato dal poco prolifico Franco Brusati che si colloca magnificamente nel filone della commedia all’italiana per la tragica ironia con cui maneggia il tema spigoloso dell’identità nazionale. Il corpo in cui si concretizza questa acuta indagine è quello di Nino Manfredi, uno tra i maggiori esponenti dell’italianità e qui chiamato invece a ricoprire il ruolo di un emigrato ciociaro in Svizzera mosso da un sentimento tutt’altro che patriottico. Una scrittura (a firma dello stesso Brusati, affiancato dalla drammaturga Iaia Fiastri e da Manfredi) attenta a coniugare il surrealismo delle gag ad una pertinente ricostruzione dei costumi e del contesto sociale.

La comicità e la fame. 100 anni di Nino Manfredi

C’è qualcosa che rende Nino Manfredi davvero unico nel novero degli interpreti della sua generazione: Manfredi ha fame. Anche quando lo troviamo borghese appagato, percepiamo sempre il bisogno fisiologico di mangiare, lo spettro della denutrizione, la forza d’animo di chi ha fatto della rinuncia un mezzo per emanciparsi. È una caratteristica che lo colloca in continuità con Totò ed Eduardo vedeva in lui una sorta di erede ideale. E crediamo assolutamente alla sua identificazione con il poverissimo, umanissimo Geppetto in quello che a tutt’oggi resta il più bello degli adattamenti de Le avventure di Pinocchio e, in parallelo, alla precisione con cui calibra l’iperrealismo nei panni del terribile, dispotico borgataro di Brutti, sporchi e cattivi: due morti di fame, sì, ma opposti.