Alberto Arbasino e la zampata di Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di 8 e ½ e delle acute considerazioni sul film di Alberto Arbasino, scomparso il 22 marzo scorso. In questo pezzo di altissima levatura, apparso su “Il Giorno”, il 6 marzo 1963, lo scrittore sfodera tutte le armi del suo ben fornito arsenale letterario, riconoscendo a Fellini il ruolo di profeta del nuovo Verbo cinematografico. Nel testo sono presenti tutti gli elementi fortemente critici verso una tessitura narrativa tradizionalmente intesa che, nell’ottobre dello stesso anno, spinsero Arbasino stesso e altri intellettuali tra cui Umberto Eco, Angelo Guglielmi, Edorardo Sanguineti e Giuliano Scabia a fondare il Gruppo 63 con l’intento di sperimentare nuove forme linguistiche. 

Gli 80 anni di Mina e tutto il desiderio del cinema

Se la sua presenza – corpo, mani, capelli voce – è stata esaltata dall’intelligenza di un regista televisivo geniale come Antonello Falqui, che ha saputo incastonarla nella memoria e nell’immaginario (provate a rivedere le sue esibizioni di Studio Uno o Teatro 10: sostanzialmente dei capolavori), verrebbe da dire che il cinema ha contribuito non poco a mitizzare una figura già di per sé titanica. Madrina queer, suono di un’epoca, dea immortale, la neo-ottantenne Mina riempie il cinema da sessant’anni. Per quanto il suo più grande film sia quello non fatto. E non è Il padrino (sì, Francis Ford Coppola propose anche a lei il ruolo poi andato a Diane Keaton). Federico Fellini, suo grande ammiratore, la voleva, infatti, nel cast del mitologico Viaggio di G. Mastorna

Federico lost in translation a New York

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema. Dopo Italo Calvino, è la volta di Indro Montanelli che in occasione del grande successo ottenuto negli Stati Uniti da Le notti di Cabiria (1957), scrive un pezzo sull’accoglienza trionfale ricevuta da Fellini e Giulietta Masina a New York (“Il Corriere”, 29 dicembre 1957). Il cinema non è fatto solo di film. La fascinazione che esercita sul pubblico esce dai set e dalle sale cinematografiche. Per vivere ha bisogno di costruirsi una propria mitologia che si nutre delle vite dei personaggi che lo popolano. Fellini è tra i molti, simbolo, vittima e al tempo stesso carnefice per eccellenza di questo meccanismo. Montanelli ne fa un ritratto perfetto.

Italo Calvino, Federico Fellini e il transatlantico Gloria N.

In occasione delle celebrazioni felliniane, pubblichiamo alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema. Dopo il pezzo su Amarcord, costruito principalmente sull’intervista di Enzo Siciliano a Fellini e sulla vibrante recensione di Natalia Ginzburg, proseguiamo il viaggio alla scoperta dei tesori contenuti nel fondo Calendoli con un altro grande della letteratura del Novecento. Le uscite dei film di Fellini hanno sempre generato fazioni di estimatori da un lato e di detrattori dall’altro. E così è stato per E la nave va (1983). Il 24 novembre 1983, su “Repubblica”, uscirono contemporaneamente due recensioni, una contro di Giorgio Bocca e una a favore di Italo Calvino. La scelta è caduta sul pezzo di quest’ultimo, non solo perché è una brillante analisi del film, ma anche perché contiene lungimiranti chiavi di lettura sulla società attuale.

“Giulietta degli spiriti” e il fantastico

Il soprannaturale secondo Fellini è una commistione di sincronicità e di sincretismo mistico, come si evince in Giulietta degli spiriti. Se il primo artefatto magico per il regista riminese è il cinema stesso, un prodigio come lo era per Ingmar Bergman, “un nulla nel nostro nervo ottico, uno shock: ventiquattro quadratini illuminati al secondo e tra di essi il buio”, tutto quello che viene fuori dall’oscurità è fantasmagoria, metafora, allegoria suadente di luci, forme e colori, tripudio ridondante e visionario, proprio come accade in Giulietta degli spiriti, l’opera che che ci conduce in un “paese delle meraviglie” poco carrolliano e molto più debitore agli archetipi di Jung.

“Amarcord” e la memoria inventata

In occasione delle celebrazioni felliniane, pubblicheremo alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema. L’idea di raccoglierli in una pubblicazione è nata qualche anno fa, quando per la prima volta si mise mano ai 770 ritagli stampa sull’autore, presenti nel Fondo Giovanni Calendoli; da questa imponente raccolta sono emersi una cinquantina di pezzi di grandi firme della cultura italiana e dei quali quasi la metà non segnalati nella monumentale BiblioFellini, 2002-2004. Questo articolo si avvale in parte di questo tesoro di cui vi daremo qualche altro assaggio.

La passione di Fellini per le persone

Fellini ama la vita così com’è, a dispetto di tutto come Cabiria, in lui vincono la fascinazione e la pietas verso il particolarismo degli individui, a qualsiasi classe o gruppo appartengano. Non può esistere l’afflato politico come schieramento a favore degli uni contro gli altri, richiesto da una visione militante. Pur tuttavia, il suo commento sulla realtà sociale è evidente, ed è un commento non legato alle strette contingenze storiche ma a una visione più ampia dell’uomo contemporaneo che riverbera e si amplifica in tutta la sua acutezza sul presente. Quella modalità narrativa larga, quasi indolente, quell’incedere del racconto per pennellate pittoriche restano a dimostrazione della sua intuizione fulminea ed epidermica di una società dominata da una visione non più finalistica delle cose, ma da un esistere e apparire nel qui e ora.

Fellini Pop

Nella produzione del primo Fellini (1950-1960) da Luci del varietà passando per Lo sceicco bianco fino a La strada, Il bidone, Le notti di Cabiria, nella “fase” del suo cinema che fu definita da Brunetta come “realismo di costume”, vediamo i chiari sintomi di una essenza innegabilmente popolare, nel senso di film sul popolo che sono anche film per il popolo. Siamo infatti convinti che il cinema felliniano sia uno dei rari prodotti della nostra cultura, spaccata nell’eterno dualismo tra highbrow e lowbrow, che ha avuto la capacità sensazionale di unire in sé i due filoni antitetici della produzione dell’immediato dopoguerra: i film di Fellini erano infatti film d’autore, che però la gente andava numerosa a guardare al cinema. 

Fellini e la fantascienza tra Flash Gordon e “8½”

Fellini non ha mai nascosto la sua passione per Flash Gordon, space opera a fumetti di cui voleva dirigere un adattamento per il grande schermo. La pellicola fantascientifica di Guido non si farà, come il Flash Gordon felliniano, ma l’enorme rampa di lancio resta, ormai costruita, a testimoniare la sua débâcle. Promessa mai realizzata, il non-film all’interno di descrive efficacemente il ruolo che acquisiranno le produzioni degli anni Sessanta nella storia della fantascienza italiana. Il sci-fi tricolore non ha mai avuto vita facile: un mix di fattori culturali ed economici hanno impedito al nostro paese di elaborare una lettura alternativa del genere, invadendo le proprie sale con xerox di pellicole americane, film-metafora colti e sporadiche imprese.

Chaplin incontra Fellini. Dialogo sopra due massimi sistemi

Se come scrive Jean Starobinski, l’altezza vertiginosa è al contempo la dimensione del clown acrobata e l’allegoria dell’atto poetico e creativo, allora, si può immaginare Fellini come un funambolo che, per attraversare l’abisso che lo separa dal suo film, mette in scena i propri incubi, fobie e desideri, compiendo metaforicamente un numero acrobatico che non ha bisogno di nessuna giustificazione al di fuori sé. Ciò che libera Fellini/Guido, ciò che lo redime è un atto d’amore nei confronti del mondo dell’arte, un atto di fiducia totale nelle infinite possibilità di combinazione della sua fantasia. Similmente Chaplin/Charlot si libera delle proprie angosce rappresentandole in forma di pura poesia visiva.

“La dolce vita” e la sua straordinaria storia produttiva

In occasione del centenario felliniano che tra le molte iniziative prevede anche l’uscita in sala della versione restaurata dalla Cineteca di La dolce vita (che a sua volta compie 60 anni dall’uscita), proponiamo in anteprima un assaggio della ricerca condotta da Barbara Corsi che, a partire dai documenti originali del fondo Giuseppe Amato, produttore del film insieme ad Angelo Rizzoli, ha ricostruito l’avventurosa storia della realizzazione del film. Ricordiamo del resto che la produzione di La dolce vita si chiuse con uno sforamento di budget clamoroso – 877 milioni di lire spesi invece di 666 – ma gli alti costi vennero recuperati grazie allo straordinario successo di pubblico che consentì al film di battere ogni record d’incasso.

 

Cent’anni e un attimo. Fellini 100

Cent’anni e un attimo: Fellini ieri come oggi e così anche domani sarà faro, guida, maestro di generazioni infinite. Uno che ha dato il nome a cose che prima cercavano solo una definizione. È l’8 ½ di un autore, è l’Amarcord della nostra vita, è la Dolce vita del nostro tempo. Più si scandaglia l’opera dell’uomo che ha dato un nome alle cose, più ci si convince di quanto sia irrinunciabile. Per celebrarlo nell’appuntamento del centenario, proviamo a risondare le cose meno esposte di una carriera illuminata di grazia. E quindi, al di là delle pietre miliari, riprendiamo Roma, rapporto confidenziale e capolavoro nero, riprendiamo lo sbalestrato e inafferrabile Toby Dammit, riprendiamo Prova d’orchestra per filtrare nella parentesi allegorica il decennio più cupo…

“Lo sceicco bianco”, il primo film anarchico italiano

Nel 1952 Fellini non è ancora completamente Fellini e il film non viene capito. Selezionato per concorrere al Festival di Cannes accanto a Due soldi di speranza (Castellani), Umberto D. (De Sica), Il cappotto (Lattuada) e Guardie e Ladri (Monicelli-Steno), viene inspiegabilmente lasciato a casa, senza che, sembra, la commissione che dovrebbe decidere quali opere vadano ai festival internazionali, sia stata consultata. Questa commissione era stata voluta dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Giulio Andreotti ma chi aveva l’ultima parola era un uomo di fiducia del governo, Nicola De Pirro, fascista riciclato, tristemente noto durante il ventennio per le sue posizioni intransigenti e censorie. Fellini, appresa la notizia dell’esclusione del suo film, scrive subito una lettera a Blasetti e sicuro di poter contare sulla sua amicizia e appoggio, sfoga senza riserve la frustrazione dell’ingiustizia di cui si sente vittima

“Fellini fine mai” di Eugenio Cappuccio a Venezia Classici 2019

Nonostante l’impeto dell’onirismo autobiografico che la contraddistingue, quella di Fellini resta ancora oggi una figura ammantata dal mistero; un autore dalla poetica tanto cristallina nella definizione del suo immaginario di riferimento, quanto imperscrutabile nel proprio processo di elaborazione e creazione artistica. Un contrasto che accentua il fascino del regista riminese, consentendogli di rimanere un soggetto ricco di zone d’ombra meritevoli di essere indagate. L’opera di Eugenio Cappuccio tenta di inserirsi nel coro di voci che definiscono e compongono il mosaico felliniano, sfruttando un punto di vista intimo e personale. Indagando la travagliata gestazione dei progetti troncati e mai trasposti su schermo come Viaggio a Tulum e Mastorna, il documentario concede la possibilità di sondare l’aspetto più scaramantico e irrazionale dell’autore, ammantandolo del sopracitato e imprescindibile alone di mistero e tralasciando la volontà di voler trovare una risposta univoca agli interrogativi sollevati. Come una sagoma che si staglia su uno sfondo nebbioso e per questo intrigante, i racconti su Fellini non possono avere fine perché illimitate sono le dimensioni esplorate da quest’uomo per cui la vita necessitava di rimanere un enigma, una forza non distorta dall’artificiosa conoscenza umana, ma libera di potersi espandere secondo logiche inconcepibili dalla razionalità degli uomini.

“Lo sceicco bianco” di Federico Fellini a Venezia Classici 2019

Pare incredibile ma nel 1952 la pellicola non suscitò gli entusiasmi della critica: la narrazione delle (dis)avventure di una coppia di sposini in luna di miele a Roma fu da alcuni giudicata grezza e grossolana. Oggi nella semplicità di quella storia possiamo leggere un’anticipazione di tutto l’universo felliniano che si arricchirà nei film successivi. Ne Lo Sceicco bianco troviamo interpreti (Alberto Sordi, Giulietta Masina), personaggi (Cabiria) e luoghi (Roma) che ritorneranno molte volte nei capolavori di Fellini. E, soprattutto, individuiamo già l’esplorazione di alcuni temi cari al regista: il mondo dello spettacolo come realtà parallela, la malinconia della felicità, il rapporto tra arte e vita. Storia di uno smarrimento esistenziale trattato con leggerezza ma non con superficialità, Lo sceicco bianco ci fa riflettere sulla perenne capacità del mondo dello spettacolo di assorbirci completamente e anche sulla nostra incapacità di opporci a questa attrazione, guidati – consapevolmente o meno – dal nostro desiderio di perderci in un altrove fantastico.

La grande città nel suo delirio ufficiale. “Roma” di Federico Fellini

Nel suo saggio Camminare per la città, Michel de Certeau distingue due punti di vista per indagare lo spazio urbano: una visione dall’alto, che esprime il bisogno delle istituzioni ufficiali di controllare la città in una mappa leggibile, e una visione dal basso, a livello della strada e propria dei pedoni, che esprime invece una città in perenne movimento e che irrimediabilmente sfugge alle logiche di controllo dei pianificatori urbanistici. È indubbiamente questa seconda prospettiva che viene adottata da Fellini in Roma (1972), la cui narrazione visionaria frammenta lo spazio urbano della capitale in una serie di quadri che non si compongono mai in una sintesi finale. Al contrario, mischiando autobiografia e indagine documentaristica, questi conducono lo spettatore attraverso una città che si compiace del proprio caos, del “suo delirio ufficiale” per citare un attento testimone della vita urbana come Charles Baudelaire. 

“I clowns” e l’euforia felliniana

Per Fellini la crisi del mondo circense era reale. Il suo attaccamento ancestrale a questo mondo era più che reale, viscerale. Nel momento stesso in cui Fellini ci racconta del cinema, ammette di non sapere niente dell’argomento a lui più caro, se non di poter descrivere, per immagini, nell’unico modo a lui congeniale, il mondo di emozioni che il circo aveva suscitato in lui sin da bambino. La paura, lo stupore, il silenzio incantato, poi “il clangore delle trombe”, la folgorazione dello spettacolo grottesco, confusionario, visionario, appunto, dei pagliacci. Il circo e il cinema, ma anche, il circo è il cinema, in una osmosi continua tra le due forme di fantasia parossistica che possedevano il regista.  E infatti “il cinema, voglio dire fare del cinema, vivere con una troupe che sta realizzando un film, non è come la vita del circo”?

 

“Roma” o la necropoli di Federico Fellini

Roma è la ricerca del tempo perduto? “E basta co’ ‘sto Proust!” esclama una signora in platea all’ennesima tirata intellettuale del suo vicino. Per Federico Fellini il passato non è una terra straniera. L’emigrante riminese ricorda tutto e perciò può reinventare la sua stessa vita. Perché, d’accordo, l’esperienza personale, ma Roma è un’esperienza collettiva. E all’autofiction – che, chiaro, Fellini mica chiamava così – serve il documentario – che, chiaro, Fellini certo intendeva a modo suo – per completare una visione che è al contempo autoritratto e panoramica, fumetto e miniatura, memorialistica e aneddotica, flusso di coscienza e sentire comune. Onore a Ruggero Mastroianni, che al montaggio dà una forma al disordine del genio.

La mostra “Dreams – A Tribute to Fellini” di David Lynch

Si è molto parlato del rapporto fra Fellini e Lynch. Lynch stesso, che non parla mai troppo volentieri di sé, ha ricordato più volte i loro due incontri, l’ultimo dei quali subito prima che il maestro riminese morisse. Così come non manca mai di rilevare, come pervaso da qualche sorta di pensiero magico, come siano nati lo stesso identico giorno, il 20 gennaio (nel 1920 Fellini, nel 1946 Lynch). Entrambi hanno creato immagini della materia di cui sono fatti i sogni ma, come viene spesso evidenziato, le fantasie di Fellini sono rifugio, rimembranza, malinconica e fulgida consolazione, quelle di Lynch una discesa da incubo nell’indicibile, l’inconfessabile, il rimosso. In questo, i 12 bozzetti di Fellini in mostra, scelti personalmente da Lynch all’interno di uno sterminato archivio, sono il preciso contraltare delle litografie: colorati, opulenti, caricaturali eppur pietosi, perfetta ode alla vita e ai personaggi che la abitano.

Modesta proposta di revisione del cinema di Celentano

Ha compiuto 80 anni il 6 gennaio il ragazzo della via Gluck, il Molleggiato, l’Adriano nazionale, uno di quei rari esemplari di artista poliedrico (cantante, ma anche attore, regista, autore, presentatore televisivo) capace di collezionare successi strepitosi in più di un ambito artistico, senza cedere alle lusinghe della mediocrità. 80 anni di successi. Che cosa c’entra la cinefilia?  Quelli di Celentano sono film che ancora divertono e hanno qualcosa da dire sul fenomeno divistico, sull’Italia degli anni ’80 e soprattutto su usi e costumi del nostro Paese negli anni in cui si viveva un costante dualismo tra paninari e colletti bianchi, comunisti e democristiani, maggiorate e mogli.