La grande città nel suo delirio ufficiale. “Roma” di Federico Fellini

Nel suo saggio Camminare per la città, Michel de Certeau distingue due punti di vista per indagare lo spazio urbano: una visione dall’alto, che esprime il bisogno delle istituzioni ufficiali di controllare la città in una mappa leggibile, e una visione dal basso, a livello della strada e propria dei pedoni, che esprime invece una città in perenne movimento e che irrimediabilmente sfugge alle logiche di controllo dei pianificatori urbanistici. È indubbiamente questa seconda prospettiva che viene adottata da Fellini in Roma (1972), la cui narrazione visionaria frammenta lo spazio urbano della capitale in una serie di quadri che non si compongono mai in una sintesi finale. Al contrario, mischiando autobiografia e indagine documentaristica, questi conducono lo spettatore attraverso una città che si compiace del proprio caos, del “suo delirio ufficiale” per citare un attento testimone della vita urbana come Charles Baudelaire. 

“I clowns” e l’euforia felliniana

Per Fellini la crisi del mondo circense era reale. Il suo attaccamento ancestrale a questo mondo era più che reale, viscerale. Nel momento stesso in cui Fellini ci racconta del cinema, ammette di non sapere niente dell’argomento a lui più caro, se non di poter descrivere, per immagini, nell’unico modo a lui congeniale, il mondo di emozioni che il circo aveva suscitato in lui sin da bambino. La paura, lo stupore, il silenzio incantato, poi “il clangore delle trombe”, la folgorazione dello spettacolo grottesco, confusionario, visionario, appunto, dei pagliacci. Il circo e il cinema, ma anche, il circo è il cinema, in una osmosi continua tra le due forme di fantasia parossistica che possedevano il regista.  E infatti “il cinema, voglio dire fare del cinema, vivere con una troupe che sta realizzando un film, non è come la vita del circo”?

 

“Roma” o la necropoli di Federico Fellini

Roma è la ricerca del tempo perduto? “E basta co’ ‘sto Proust!” esclama una signora in platea all’ennesima tirata intellettuale del suo vicino. Per Federico Fellini il passato non è una terra straniera. L’emigrante riminese ricorda tutto e perciò può reinventare la sua stessa vita. Perché, d’accordo, l’esperienza personale, ma Roma è un’esperienza collettiva. E all’autofiction – che, chiaro, Fellini mica chiamava così – serve il documentario – che, chiaro, Fellini certo intendeva a modo suo – per completare una visione che è al contempo autoritratto e panoramica, fumetto e miniatura, memorialistica e aneddotica, flusso di coscienza e sentire comune. Onore a Ruggero Mastroianni, che al montaggio dà una forma al disordine del genio.

La mostra “Dreams – A Tribute to Fellini” di David Lynch

Si è molto parlato del rapporto fra Fellini e Lynch. Lynch stesso, che non parla mai troppo volentieri di sé, ha ricordato più volte i loro due incontri, l’ultimo dei quali subito prima che il maestro riminese morisse. Così come non manca mai di rilevare, come pervaso da qualche sorta di pensiero magico, come siano nati lo stesso identico giorno, il 20 gennaio (nel 1920 Fellini, nel 1946 Lynch). Entrambi hanno creato immagini della materia di cui sono fatti i sogni ma, come viene spesso evidenziato, le fantasie di Fellini sono rifugio, rimembranza, malinconica e fulgida consolazione, quelle di Lynch una discesa da incubo nell’indicibile, l’inconfessabile, il rimosso. In questo, i 12 bozzetti di Fellini in mostra, scelti personalmente da Lynch all’interno di uno sterminato archivio, sono il preciso contraltare delle litografie: colorati, opulenti, caricaturali eppur pietosi, perfetta ode alla vita e ai personaggi che la abitano.

Modesta proposta di revisione del cinema di Celentano

Ha compiuto 80 anni il 6 gennaio il ragazzo della via Gluck, il Molleggiato, l’Adriano nazionale, uno di quei rari esemplari di artista poliedrico (cantante, ma anche attore, regista, autore, presentatore televisivo) capace di collezionare successi strepitosi in più di un ambito artistico, senza cedere alle lusinghe della mediocrità. 80 anni di successi. Che cosa c’entra la cinefilia?  Quelli di Celentano sono film che ancora divertono e hanno qualcosa da dire sul fenomeno divistico, sull’Italia degli anni ’80 e soprattutto su usi e costumi del nostro Paese negli anni in cui si viveva un costante dualismo tra paninari e colletti bianchi, comunisti e democristiani, maggiorate e mogli.