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Greta Gerwig e “Il piano di Maggie”

Continuiamo nel nostro viaggio dentro la filmografia di Greta Gerwig. Scritto e diretto da Rebecca Miller, basato su un racconto di Karen Rinaldi, Il piano di Maggie è una commedia romantica che rifugge però gli stilemi più classici del genere, in quanto evita accuratamente situazioni gratuitamente agrodolci o l’happy ending accompagnato da un motivetto orecchiabile in sottofondo. I personaggi principali del film sono ben delineati, a partire dalla Maggie del titolo, interpretata da una Greta Gerwig manipolatrice e goffamente spontanea al tempo stesso. Una donna assolutamente imperfetta, piena di incertezze, ma allo stesso tempo determinata a dare una direzione alla propria vita.

“Le donna della mia vita” tra Bening e Gerwig

Il senso de Le donne della mia vita lo possiamo intuire recuperando il titolo originale del terzo film di Mike Mills. 20th Century Women mette il secolo accanto alle donne, il tempo che scorre inesorabile e dolce addosso alle persone. Se nel suo film precedente, l’indimenticato Beginners, c’era un padre che metteva alla prova il figlio, qui il rapporto è ribaltato e mette al centro una madre, che quotidianamente, ammettendo le proprie difficoltà nell’accompagnare in solitudine il ragazzo verso la vita adulta, si chiede come si faccia “a diventare un brav’uomo”. Annette Bening fuma le Salem leggere, calza le Birkenstock, indossa i pantaloni come li porterebbe Katharine Hepburn e, così apodittica, preoccupata, ruvida, umanissima (“Credo soltanto che avere il cuore spezzato sia un modo terribile per sapere come va il mondo”; “Chiedersi se si è felici è il primo passo verso la depressione”), è indimenticabile.

Greta Gerwig tra “Frances Ha” e “Lady Bird”

Riavvolgendo il nastro dal momento in cui Frances Ha scrive il suo nome sulla cassetta della posta dell’appartamento in cui andrà a vivere, instabile come sempre ma con qualche timore in meno, eccoci a Sacramento: Greta Gerwig fa un passo indietro, da New York City si ritorna dove tutto ebbe inizio, o meglio, al momento spartiacque di tutta la sua vita e lo fa affidandosi al corpo e all’anima di Saoirse Ronan. Christine “Lady Bird” McPherson è Frances dieci anni prima della turbolenta convivenza con Sophie, dei tentativi con la danza e del perenne senso di inadeguatezza che si trova ad affrontare un animo “raro” come il suo, alle prese con gli spasmi della vita newyorkese.

L’eroina apatica di “Lady Bird”

È estremamente comprensibile il motivo dell’accoglienza così calorosa verso questo film, che è apparentemente semplice e lineare. La Gerwig ha infatti creato una tela su cui disporre tematiche come l’aborto, l’omosessualità, la religione, il suicidio, e le ha abilmente intrecciate. Ha realizzato così un film che, al primo impatto, sembra narrare solo di un’adolescente e del suo rapporto controverso con la madre, ma che successivamente, se sottoposto ad uno sguardo più vigile, si fa rivelatore di altre tesi. Questioni che non vengono né approfondite, né  drammatizzate, ma che propio per questo accadono come se non potessero far altro: sono un tutt’uno con la fabula e con la sua concretezza visiva.

Il racconto di formazione di “Lady Bird”

Un esordio solista alla regia – nel 2008 aveva co-diretto Nights and Weekends insieme all’altro mentore Joe Swanberg – destinato a non passare inosservato come testimoniano le cinque candidature agli Oscar, quinta donna a imporsi all’attenzione dell’Accademy nella categoria miglior regia – la prima fu Lina Wertmüller nel 1977 – due Golden Globe vinti e gli ottimi incassi negli Stati Uniti dove il film è uscito lo scorso novembre. Lady Bird è un racconto di formazione, terreno cinematografico storicamente fertile per le facili retoriche ed i più imbarazzanti scivoloni sentimentalisti, curato, asciutto e scorrevole grazie a un’ottima sceneggiatura.