Il Maggiore Roy McBride, astronauta, è l’incarnazione del modello americano di perfezione umana. Ottiene ottimi risultati in ogni test psicofisico; è diligente e pronto ad eseguire ogni ordine, ma appare estraniato come il sergente maggiore Hartman di Full Metal Jacket ha sperato che diventasse il suo plotone. Tuttavia, quando gli viene affidata una nuova e rischiosa missione, qualcosa cambia.

Ad Astra è ambientato in un futuro remoto in cui andare su un altro pianeta non è più solo per gli astronauti e la Luna e Marte sono collegati come le grandi città lo sono con un treno ad altissima velocità. Il momento più interessante dell’ultimo film di James Gray è proprio l’arrivo di Roy sulla Luna e su Marte. Sul satellite la situazione è completamente fuori controllo, sembra una cupa e grigia copia della Terra. Gli stati terrestri lottano fra loro per la conquista dei territori e bande di “pirati” tentano di distruggere gli astronauti in quella che è una delle sequenze più avvincenti. Su Marte la situazione è diversa: fra i colori porpora della fotografia di Hoyte van Hoytema l’insediamento umano non è ancora così avanzato. In questo luogo Roy incontra un personaggio che si rivela cruciale per il proseguimento della sua missione.

James Gray torna nuovamente a dirigere e sceneggiare due dei suoi temi cardine: il rapporto padre-figlio e la solitudine dell’individuo. Il protagonista deve convivere con un senso di solitudine che lo attanaglia, ma rifiuta comunque di prendere gli stabilizzatori dell’umore e la macchina rilevatrice dei parametri di salute non capisce che il suo paziente non è nelle condizioni giuste per compiere la missione. La solitudine è centrale sia nei lunghi monologhi in voice over, sia nei primi piani che evidenziano la chiusura in se stesso del personaggio. Una chiusura mostrata dalla macchina da presa con un continuo ravvicinamento opprimente nei confronti del suo protagonista. Gray tratta quindi entrambe le tematiche che lo hanno reso noto dai tempi di Little Odessa (1994) e I padroni della notte (2007) con meno aggressività, come se il suo sguardo si fosse perso nella cura di altri aspetti scrutando lo spazio insieme al suo personaggio. E qui il rapporto padre-figlio non sembra funzionare molto.

 Ad Astra finisce per essere visivamente interessante per l'uso del colore e delle luci, che mutano in base all’umore del protagonista e alle sue vicissitudini, ma ridondante e ammanettato a una politica dell'autore che non ha saputo reggere il confronto con altri sci-fi recenti come Gravity di Alfonso Cuarón e Interstellar di Christopher Nolan.