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“Undine – Un amore per sempre” fra le onde ricorsive del destino 

Undine – Un amore per sempre, del regista tedesco Christian Petzold, racconta come l’amore dovrebbe essere e come lo sogniamo, divincolandosi dalle catene, che il regista soffre come limitanti, della sua mitologia di partenza. Ma insinua anche con ironia e un’insolita nota di tensione quanto siamo tutti potenziali vittime di allucinazioni di varia natura nel momento della fine di una relazione, e quanto ci raccontiamo favole romantiche per sostenere il trauma. Il sospetto che, dopo l’apertura al tavolo della caffetteria, Undine intraprenda un viaggio fantastico nei suoi desideri, avulso dalla realtà -che paradossalmente è proprio quella del mito- è il più sottile prestigio orchestrato da Petzold nei 90 minuti del film, e non ci si stacca mai di dosso.

Il thriller mentale di “Sto pensando di finirla qui”

Sto pensando di finirla qui è strutturato come un tipico sogno d’ansia, in cui si vuole arrivare da qualche parte (tipicamente a casa propria), ma accade sempre qualcosa, anche di incredibile e bizzarro, che non lo permette. Il tono emotivo è quello di certi fugaci momenti di frustrazione e imbarazzo, per qualche silenzio non voluto, una parola sbagliata, o un occasionale eccesso di verità, allungati alla durata apparentemente insostenibile di 134 minuti. La tensione prolungata che ne deriva è da vero e proprio thriller psicologico, un “thriller della mente”. 

“Il meglio deve ancora venire” e la tradizione del buddy movie

Tutto ciò che Il meglio deve ancora venire rappresenta in termini di discorso filmico e pratica testuale viene direttamente dalla negoziazione rigorosa col suo prototipo, o meglio ancora dalla consapevolezza di esserne la formula. Se Quasi amici ha avuto un impatto a prova di immaginario sull’industria culturale francese, avendo rielaborato a sua volta le connotazioni del buddy e del road movie, il modello che ha proposto non ha mai cessato di produrre surrogati. Due persone che si scoprono unite al di là delle incompatibilità caratteriali, che poi si respingono e riconciliano, non è soltanto il punto di partenza per il film della coppia Delaporte/La Patellière ma ne è il significato assoluto.

“Nuevo orden” e le strutture della violenza

Gran premio della giuria a Venezia 77, Nuevo orden è un singulto violento senza controllo e senza tregua. Tra le critiche mosse alla pellicola, che vede Michel Franco in stato di grazia circa il controllo della scena, ricorrono una mancanza di coraggio nel marcare una linea narrativa nitida e un’esibizione eccessiva del sadismo che non lascia spazio a riflessioni di sorta. Se da un lato ciò è condivisibile, bisogna ribadire che Nuevo orden è un “helter skelter” che vuole evidenziare le strutture nascoste dietro la violenza più manifesta e riconoscibile. Non le “ragioni” della violenza, ma i corsi e ricorsi storici che conducono alla sua orchestratissima arbitrarietà: un circolo vizioso che rievoca antiche dittature militari e nuovissime manipolazioni.

“Alps”. L’uomo nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Lo spazio è un circuito chiuso, il tempo non ha durata e non sono concesse verticalizzazioni, né profondità di campo. Gli ambienti in cui si muove la macchina da presa sono sale di tortura fisica e psicologica in cui i personaggi diventano silhouette senza vita al centro dell’esperimento di un sadico che si chiede cosa ci sia di autentico in questo mondo congelato. Lanthimos realizza così un claustrofobico dramma surreale carico di humour nero, ambientato in un tempo senza social in cui le interazioni tra gli esseri umani si riducono a corpi da indossare e da vivere.

“Le sorelle Macaluso” e la potenza della sincerità

Qual è il tema cardine di questa amara sinfonia di dramma e ilarità? L’inesorabilità dell’incedere cronologico, che non si arresta di fronte alle difficoltà umane, ai rimpianti insanabili e all’azione opprimente della memoria che grida imperterrita il proprio dolore senza trovare pace. Mirato alla rappresentazione di questo fenomeno Le sorelle Macaluso è un film dolorosamente spietato nella sua volontà di non voler concedere alcun appiglio consolatorio. E a chi considera riprovevole il fatto che le protagoniste vengano mostrate solamente nei loro momenti di massima vulnerabilità, il racconto pare voler ribattere con tono aggressivo che la rappresentazione enfatica e reiterata del dolore può trascendere il facile manierismo ed aspirare, cose in questo caso, ad essere un’onesta e puntuale riflessione su esperienze che troppo spesso tendono ad essere represse.

“Notturno” e la fenditura del reale

Non c’è un modo semplice di osservare e restituire realismo e veridicità a realtà e popolazioni molteplici che hanno subito ingiustizie e ingerenze pluridecennali. Il regista sceglie di affrancarsi da qualsiasi giudizio, non assolve, non discerne, cerca di non porsi come un’autorità insindacabile tra la realtà e la scena, anche quando il soggetto filmato non è evidentemente un attore, né tenta di esserlo (ma rischia di diventarlo). Rosi trova abilmente una fenditura in cui sottrae le considerazioni; lo fa pur rimanendo in prossimità del soggetto che filma, anche quando il soggetto non è un soggetto ma è un carcere, anche quando da carcere si fa teatro di un ospedale psichiatrico, anche quando l’elemento di confine, il concetto di frontiera è occupato da una madre yazida, un cacciatore in barca e una maestra elementare che fa terapia di classe.

“Guerra e pace”. La visione multiforme di D’Anolfi e Parenti

Come nel precedente Spira mirabilis, in concorso a Venezia nel 2016, in questo nuovo film di D’Anolfi e Parenti a padroneggiare è la divisione in storie, luoghi e individui, tra loro lontani e sconosciuti. Se prima il discorso era organizzato per elementi (terra, acqua, aria…) a cui erano legati gesti (scultura, ricerca, creazione di uno strumento…) che si interscambiavano amalgamandosi in un discorso spirituale ed esistenziale, in Guerra e pace tutto è diviso in quattro capitoli: netti, sequenziali e caricati di un forte senso temporale (passato remoto, passato prossimo, presente e futuro), intenti a riflettere sulla guerra ieri e oggi, sulla pace come assenza/conseguenza di essa e sull’immagine come unico punto di incontro/scontro.

“Assandira” affresco ambizioso e onnivoro

Quello di Assandira è un affresco ambizioso e onnivoro, che mira (non senza qualche scricchiolio nelle giunture) a far convivere insieme varie tradizioni letterarie e cinematografiche: grande melodramma familiare sul fallimento rovinoso di un sogno di emancipazione nella modernità imprenditoriale, lo attraversa una chiara venatura verghiana, filtrata forse attraverso il primo Visconti di La terra trema (1948); è anche una detective story in odore di noir, dove alle scene ambientate nel presente in cui un ispettore interroga Costantino Saru sul misterioso rogo all’agriturismo “Assandira” che ha provocato la morte di suo figlio, si alternano quelle di flashback in cui lo stesso Costantino rivisita gli eventi passati, commentandoli con inconfondibile sapore hard boiled.

“Semina il vento” tra autocritica sociale e speranza per il futuro

Daniele Caputo riesce con Semina il vento a depositare una grande quantità di messaggi positivi, di speranza, ma anche di rimprovero, senza mai cadere in facili vittimismi. Semina il vento va dritto al cuore, perché nella semplicità raffinata delle sue immagini ci costringe ad una autocritica sociale, e ci pone di fronte ad una domanda: “La malattia degli alberi è il sintomo di qualcosa di più grande. La malattia l’hanno portata i pidocchi, ma perché gli alberi si ammalano?”. Se l’inquinamento è soprattutto ormai nella testa delle persone, è da lì che bisogna ripartire. Riallacciando un sentimento di appartenenza alla propria terra, rimettendo in comunicazione la testa con i piedi, le chiome degli alberi con le radici, le radici con l’acqua. Possibilmente pulita.

“Dogtooth” e la pedagogia dell’orrore  

Proprio come in un esperimento scientifico, Lanthimos costruisce un incubo domestico in modo programmatico, azzerando il sentimento familiare, seguendo la logica della coazione a ripetere – di gesti, neologismi, vuoti cerimoniali – e basando il potenziale eversivo dell’affresco paranoico sulla semplice coordinata dentro-fuori: all’interno delle mura domestiche vige l’ordine e la disciplina, fuori imperversa il regno del disordine e della corruzione. Del tutto privi di giudizio critico sono i tre figli, due femmine e un maschio, a causa del metodo (dis)educativo che reinventa per loro una nuova lingua, modifica i significati delle cose e annulla il concetto di empatia sociale.

“Lacci” e le menzogne del quieto vivere

Luchetti restituisce il disagio dell’animale sociale imprigionato nella sua condizione di ricucitore. L’atmosfera cupa e tensiva non risparmia nessuna delle parti in causa, ma sono le intense interpretazioni dei protagonisti a rivelare il prezzo da pagare quando si rimettono insieme i cocci: il bilancio è spietato, le anime lacerate. In un’epoca in cui la parola “famiglia” diventa scudo di valori troppo spesso generici e fumosi, Luchetti decide di mettere l’occhio al buco della serratura, svelando il fallimento che sta alla base di un’ideale civile e sociale ancora troppo distante dal fattore umano. Fedeli al proprio ruolo, sì. Ma a che prezzo?

Il cinema come vero Protagonista – Speciale “Tenet” III

Come sempre in Nolan, c’è molto di più di quel che appare: se è vero che alcuni personaggi vengono ridotti a semplici funzioni della storia, lo è altrettanto che, anche grazie a questa scelta, il regista è in grado di tracciare in filigrana una riflessione sul senso stesso del ruolo del protagonista, sulla  sua capacità di prendere in mano la propria vita, di diventarne appunto Protagonista e dunque di intervenire nella storia per cambiarla. L’elemento umano, e la capacità del singolo di farsi carico di una responsabilità e di un rischio per una collettività (“perché lui può sopportarlo” diceva il commissario Gordon nel secondo Batman di Nolan) è un tratto distintivo in molte sue pellicole, ma mai lo era stato in una chiave così teorica. Un personaggio che ha nel nome il suo destino.

Non pensare troppo – Speciale “Tenet” II

Per una buona metà Tenet si trascina a fatica fra lunghissime spiegazioni e dialoghi interminabili il cui scopo si esaurisce dopo pochi minuti in scene d’azione a metà fra Mission impossible e 007. Da un certo punto il film si risolleva, non tanto perché questo schema viene alterato, quanto perché si insiste maggiormente sul potenziale spettacolare degli effetti temporali, vero centro d’interesse del film. Come di Inception ricordo solo i palazzi che si contorcevano su sé stessi, così a poche ore dalla visione di Tenet non mi viene in mente il nome di un singolo personaggio ma solo delle automobili in retromarcia.

Adrenalina senza vita – Speciale “Tenet” I

Il blockbuster di Nolan, ad oggi il più oneroso della sua filmografia, costituisce un ottimo riassunto della strategia adottata dalle grandi produzioni americane per salvare i tent pole movies minimizzando i rischi: superato il reboot, ci si dirige silenziosamente verso il patchwork, brandelli di narrazioni logore tenute assieme da un’idea apparentemente innovativa. Piuttosto che investire realmente sulla rappresentazione di nuove storie, individualità e problematiche, la scelta dei produttori è ingegnarsi per rendere appetibile al pubblico uno spettacolo alla base sempre uguale, eseguito però con maestria quasi ineccepibile. D’altronde, come ci insegna il Protagonista di Tenet, per salvare il futuro bisogna rivolgersi al passato.

“Non conosci Papicha” e le altre ragazze di Algeri

La quarantaduenne regista algerina Mounia Meddour esordisce con Non conosci Papicha nel lungometraggio di finzione, dedicato eloquentemente alla memoria di un uomo, suo padre. Presentato nel 2019 nella sezione Un Certain Regard del festival di Cannes e vincitore lo scorso febbraio del premio Cesar per la migliore opera prima, il film è liberamente ispirato a vicende che l’hanno coinvolta direttamente, alle quali rivolge uno sguardo deciso, oltre che partecipe. Se il crescendo di tensione della storia si avverte scandito in modo meccanico dalle esplosioni di rabbia della sua brava protagonista, la carismatica Lyna Khoudri, il film convince nel tratteggiare il cameratismo e la solidarietà del gruppo di ragazze, di cui Nadjma è cardine sensibile e determinato.

“Monos” e l’adolescenza violenta

Monos è un racconto corale, un’elegia adolescenziale nel suo stato più bestiale, intrappolata in una logica di violenza. Come gruppo è capace di una violenza ricorrente, con un codice di condotta draconiano, crudele e sadico; l’incontro e lo scontro tra i corpi è persistente, al centro di Monos c’è la carne, adoperata come corpo contundente, come parte dell’indottrinamento, di un senso di appartenenza. La carne è parte di un rituale, primitivo, ancestrale, che li lega inesorabilmente l’uno all’altro, come un nodo stretto da un patto di sangue; è parte della loro sessualità che sfugge dalle gerarchie perché è dissoluta, aperta, libera. Monos è un racconto sensoriale, una favola apocalittica che seduce, ipnotizza e inquieta.

Poetica dell’Afropop. “Black Is King” di Beyoncé

Nato come rielaborazione visiva della colonna sonora The Lion King: The Gift, il film di Beyoncé si allontana dall’universo disneyano, ampliando i contenuti delle canzoni e approfondendo le tematiche del film, facendone un racconto universale fortemente connesso al concetto di blackness. Minuziosamente curato sul piano visivo – con continui rimandi alla cultura africana rielaborati in chiave pop, con incursioni nell’afrosurrealismo e afrofuturismo, nell’R&B, hip-hop e afrobeat – il risultato è una dichiarazione d’amore verso l’Africa e la sua storia dimenticata, quella degli antenati fondatori delle antiche civiltà di cui l’odierno popolo nero è al contempo erede e testimone.

“Galveston”. In fuga dalla morte e dalla vita

Galveston, il film diretto da Mélanie Laurent e tratto dall’omonimo romanzo di Nic Pizzolatto, inizia con una scena analettica dominata da due elementi narrativi che ricorrono fino alla fine: la tempesta e la casa vuota, allegoria sia di temi affrontati nel film, la minaccia e l’abbandono, sia di un’atmosfera incombente che promette solo guai e solitudine. Da subito il film risulta molto fedele al romanzo da cui è tratto: la sceneggiatura è stata infatti scritta a due mani dallo stesso Nic Pizzolatto – romanziere e sceneggiatore famoso come creatore della serie televisiva True Detective – e da Mélanie Laurent – attrice, regista e cantante francese, indimenticabile Shosanna in Bastardi Senza Gloria di Tarantino. Nei credits però non troviamo il nome di Pizzolatto che, probabilmente non soddisfatto dal risultato finale, firma la sceneggiatura con lo pseudonimo Jim Hammett.

“Greyhound” d’altri tempi

Difficile portare sullo schermo le strategie militari in mare aperto e restituire l’ingegnosità di attacchi e contrattacchi, quando nell’assenza di riferimenti visivi si fa complicato rendere scenicamente persino i cambi di direzione delle imbarcazioni. Il regista Aaron Schneider rimedia come può, con adeguata efficacia e senza troppa inventiva, filmando direttamente dei disegni riassuntivi delle posizioni delle forze in campo e affidando la creazione della suspense ai dialoghi concitati e alle espressioni di trattenuto sgomento dei suoi interpreti. In tal senso non avrebbe nuociuto, in fase di sceneggiatura firmata dallo stesso Hanks, dare un po’ più di coloritura ai personaggi secondari senza concentrarsi solo sul protagonista interpretato da lui medesimo.