Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

Suono e musica in “La forma dell’acqua”

Oltre la prevedibilità delle parole, gli ‘ultimi’ di del Toro si esprimono con corpi pulsanti di desiderio e occhi e orecchie capaci di proiettare direttamente nella dimensione di un altrove straordinario. Balletti guardati alla televisione, canzoni ascoltate su vinile, mini-sequenze da musical ricreate nell’immaginazione sognante: la musica lega e vivifica ciò che luce e colore esaltano, in una modalità di senso che supera la forma espressiva. Nella musica Elisa va oltre il suo mutismo, cantando un sentimento d’amore impossibile da comprendere in tutta la sua profondità; nella musica la narrazione acquisisce fluidità di discorso compiuto.

“Hannah”, giallo esistenziale in apnea

Hannah, personaggio e film (il personaggio è il film), è uno stato d’animo precario, inquietante, traumatizzato. Un’evanescenza corporea, una figura ectoplasmatica che vaga in interni domestici e spazi metropolitani, rivendicando continuamente il suo essere comunque parte di un mondo che la respinge. Per quanto possa sembrare strano per un film così straniante e disturbante, inospitale anche nei cromatismi di Chayse Irvin (con Pallaoro già nell’esordio Medeas), il regista sa montare con intelligenza una tensione che gli permette di penetrare nel giallo esistenziale, dentro la quotidiana convivenza con una ferita mortale.

Clint Eastwood è l’America

Che si tratti di un solitario pistolero senza nome o dell’integerrimo ispettore Callaghan, l’attore californiano ha sempre portato in scena il suo volto granitico per elevarlo a icona dell’individualismo ribelle e appassionato su cui si poggia la storia del proprio paese. Passato alla regia, l’eroe americano è diventato inevitabilmente il vate della nazione, narratore delle “magnifiche sorti e progressive” degli States così come delle sue innumerevoli zone d’ombra. Alle soglie dei novant’anni, il Maestro ribadisce la sua centralità nel cinema americano con Ore 15:17 – Attacco al treno,  opera mutaforma con cui il regista ribalta la sua conclamata classicità e porta avanti la sua personale epica dell’uomo comune.

“La forma dell’acqua” è la più alta forma d’amore

Perché la forma dell’acqua? Forse perché nel cinema vi si sono sempre sugellate le più alte forme di amore: c’è la protagonista di Lezioni di piano che per un momento aveva deciso di legarsi indissolubilmente al silenzio imperante dell’oceano, e c’è Jean Vigo, per cui l’acqua è il luogo in cui è possibile scorgere la persona amata. E non a caso è nell’acqua che Elisa e il “mostro” consumano il proprio desiderio amoroso – scandito dalle appassionate note di Alexandre Desplat, tra il languido e malinconico, idilliche e sempre incalzanti e coerenti con lo sviluppo della storia.

“Ore 15:17 – Attacco al treno”, discorso sulla nazione

Nella rievocazione dello sventato attacco terroristico su un convoglio diretto a Parigi nell’agosto 2015, Clint Eastwood porta all’estremo la dialettica tra finzione e realtà e rimette in scena la storia chiamando i tre ragazzi americani che impedirono l’attentato a reinterpretare se stessi. Non fosse altro che per questo dato, il film si presenta con una complessità teorica in cui la realtà si fa vettore di realismo dentro una narrazione nella quale gli eroi rivivono il momento che li ha resi tali. Eastwood, maestro assoluto della trasparenza, radicalizza all’estremo la mimesi ai limiti dell’autoanalisi (personale, collettiva), lasciandola collimare con un’esigenza di autenticità cosciente della potenza del cinema nel farsi luogo di un discorso sulla nazione.

“The Post” tra forma e controllo

Il trentunesimo film di Spielberg è una nuova dichiarazione d’amore alla grandezza dell’essere umano ed ha il valore aggiunto − in un periodo in cui si moltiplicano i casi Weinstein e in cui assistiamo a una rinnovata attenzione femminista al ruolo sociale della donna con i movimenti #MeToo, Time’s Up o il nostrano Dissenso comune − di eleggere ad eroe un personaggio femminile che nella magistrale interpretazione di Meryl Streep riesce a passare da una situazione di confusione e subordinazione psicologica a una determinazione e una solidità imprevedibili.

Il racconto di formazione di “Lady Bird”

Un esordio solista alla regia – nel 2008 aveva co-diretto Nights and Weekends insieme all’altro mentore Joe Swanberg – destinato a non passare inosservato come testimoniano le cinque candidature agli Oscar, quinta donna a imporsi all’attenzione dell’Accademy nella categoria miglior regia – la prima fu Lina Wertmüller nel 1977 – due Golden Globe vinti e gli ottimi incassi negli Stati Uniti dove il film è uscito lo scorso novembre. Lady Bird è un racconto di formazione, terreno cinematografico storicamente fertile per le facili retoriche ed i più imbarazzanti scivoloni sentimentalisti, curato, asciutto e scorrevole grazie a un’ottima sceneggiatura.

“The Post” e la potenza delle rotative

Nel film più prototipico sulla libertà di stampa in quel periodo, Tutti gli uomini del Presidente (1976), girato giusto una manciata d’anni dopo, il senso di pericolo imminente per chi si opponeva al potere era opprimente, in pieno accordo col clima sociale post-Watergate. The Post è un film su eventi di ieri sviluppato oggi, in cui la minaccia è burocratizzata, e passa per le aule dei tribunali in cui si rischia di venir condannati o le feste dei circoli sociali dai quali ci si ritroverà certamente esclusi. È un senso di pericolo per i nostri tempi, non caratterizzato dalla paranoia del quotidiano ma dal sentimento di esclusione verso chi detiene il controllo.

La verità, vi prego, sull’amore secondo Guadagnino

In questa esplorazione identitaria, qual è il ruolo della musica? La colonna sonora alterna brani di musica classica (Bach, Adams) a Pop anni ’80 (Bertè, The Psychedelic Furs) nel tentativo di ricomporre un puzzle sonoro che dia conto della complessa identità di Elio. Il ragazzo dedica alla musica gran parte della sua giornata: la trascrive, la esegue per i genitori e gli amici di famiglia, la ascolta con gli auricolari o alla radio, la balla, la “indossa” (una maglietta dei Talking Heads), la trasforma in uno strumento di avvicinamento ad Oliver quando per lui suona Bach alla chitarra e poi, elaborato, al pianoforte.

“The Post” e la pratica della parresia

The Post è il racconto di Davide che sconfigge Golia, del coraggio di pochi contro la mefistofelica “Ragion di Stato”e di una totale resa della verità in rapporto alle vite dei singoli, ciò che per Foucault coinciderebbe con un vero e proprio atto parresiastico: dall’etimologia greca, la parresia è la libertà di dire tutto, esporre senza censure o filtri la realtà dei fatti anche a costo della vita. E quando il filosofo accusa il sovrano dell’incompatibilità del suo potere con la giustizia sociale e universale abbiamo storie come quella rievocata da Spielberg, un cinema, specialmente nei giorni dell’America di Trump e dell’informazione imbavagliata dal timore dell’esclusione, essenziale per smuovere le coscienze.

“Chiamami col tuo nome” e la mappa dei cinque sensi

Chiamami col tuo nome non è solo il racconto romantico di un innamoramento. La potenza lirica delle immagini esalta la sublimazione catartica del turbamento che attraversa la giovinezza: ascesa all’estasi del piacere e comprensione del distacco nella malinconia del ricordo. L’idea scolpita dalla successione delle inquadrature è una declinazione contemporaneamente carnale e poetica dell’eros in cui il desiderio comunica un altrove metafisico dei corpi, regolato dalla mappa dei cinque sensi. L’istinto, quanto l’affetto, è raffigurato con aderenza costante alle movenze naturali delle mani, degli arti, dei volti, senza ricostruire la vita interiore dei due giovani ma giungendo ad essa attraverso le sfere esistenziali che li circondano.

Art City Cinema 2018: “Final Portrait” e l’arte del particolare

L’arte di essere amici è lo sgraziato sottotitolo con cui Final Portrait esce nelle nostre sale. Al di là delle opinioni, è utile perché unisce le due dimensioni sulle quali si fonda questa novella autunnale e simpaticamente anacronistica. L’arte è quella dello svizzero Alberto Giacometti, scultore, pittore ed incisore che vive, lavora, mangia, beve e gode a Parigi. L’amicizia è quella che lo lega a James Lord, scrittore americano con cui trascorre pomeriggi nei caffè o a passeggio tra le tombe dei cimiteri. Chiamato a posare per un ritratto, Lord, convinto di non perdere più di un pomeriggio, si prestò alla causa per un periodo indefinito, costretto a rimandare ogni giorno la partenza per gli States e a subire stoicamente le intemperanze dell’artista.

Dio è morto a Ebbing?

Niente. Tre manifesti a Ebbing, Missouri non ci esce dalla testa, e in redazione continuiamo ad aver voglia di approfondire. Forse “Dio è morto” e Tre manifesti a Ebbing, Missouri vuole riproporre questa tesi. Solo un male supremo, forgiato da fiamme infernali, può essere capace di stuprare un’anima innocente, a cui ha appena dato fuoco. Mildred, madre di quell’anima innocente, è un personaggio agro, che usa lo sfogo violento come emanazione anarchica dei suoi sentimenti repressi, grida e si ribella alla supremazia. Vuole farsi giustizia da sola, come se pensasse di essere protagonista di un film western. Blasfema, in un certo senso, nei confronti delle “regole della buona società” e, vista come tale, è nell’occhio di un ciclone in cui trascina anche il figlio.

“Chiamami col tuo nome” e l’apologia dell’esattezza

La macchina da presa di Guadagnino si muove con discrezione tra l’intimismo di Eric Rohmer, pensando agli affreschi d’incondizionato realismo e verità di La collezionista e l’inconfondibile voyeurismo di Bertolucci: la figura di Elio, alle prese con la lettura e la scrittura, immerso nell’atmosfera panica dei contesti naturali e negli anfratti domestici, non può non ricordare la tenera ingenuità di Liv Tyler in Io ballo da sola. Nonostante lei sia l’ospite, c’è la stessa modulata introspezione nei due personaggi, gli stessi momenti spartiacque.

I ricordi sono diapositive ingiallite: “Ella & John” di Paolo Virzì

In Ella & John lo sguardo non è sull’America in quanto tale (appare solo di striscio nel film sotto forma di un corteo di Trumpisti, o nella iconica citazione di un Easy Rider di altri tempi, nella scena in cui Ella, tenendosi stretta la parrucca con la mano, sfreccia a bordo di una Harley Davidson all’inseguimento del marito che l’ha dimenticata in una stazione di servizio), ma sulle persone intese come soggetti universali di un mondo comune in cui s’invecchia tutti e tutti allo stesso modo ci si imbatte nella dura realtà della vita, la consapevolezza inaccettabile che sarà presto finita. L’unico antidoto alla disperazione di sapersi finiti e mortali è la memoria.

“Tre manifesti a Ebbing”, spiazzante e sibillino

Non possiamo che tornare su Tre manifesti a Ebbing, Missouri: una tragicommedia con finale on the road, un revenge movie al femminile, un western atipico popolato da un bestiario grottesco di nani dal cuore d’oro, pet therapist svampite, sbirri razzisti ancora più svampiti e una madre coraggio ruvida e scorretta, decisa a far luce sulla tragica fine della figlia, raped while dying, a qualsiasi costo. Ma è soprattutto un film indubbiamente riuscito, ben scritto-ben recitato-ben girato, concepito ad hoc per accontentare tutti i pubblici.

Epico, lirico, ironico, cinico: “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

Il regista ci fa notare come i tre grandi manifesti del titolo vengano affissi su una strada secondaria del paese percorsa – dice il pubblicitario che vende gli spazi – solo da chi si è perso o si è ubriacato e i cui supporti non vengono usati da anni. “Se non ci si può fidare di avvocati e pubblicitari – risponde Mildred – cosa rimane dell’America?”. Infatti la giusta causa e la narrazione funzionano, quei tre manifesti alla fine vengono visti da tutti. Parlano a tutto il paesino e anche a noi spettatori.

Il bambino e l’ipocondriaco, il Woody Allen di “La ruota delle meraviglie”

Vocabolario di Woody Allen: il jazz e il vaudeville, la pura meraviglia del cinema, i primi amori, le locandine ingiallite, la madreperla dei lungomare. Il bambino che fu prende di prepotenza il sopravvento sul New Yorker ipocondriaco e sogna nella sala buia. Film fra i suoi più magici e sentiti, sfociano puntualmente nei risvegli più dolorosi. È così per pietre miliari come Radio Days e La rosa purpurea del Cairo. È così (nei due secondi di un occhiolino allo spettatore) per il sottovalutato La Maledizione dello scorpione di giada. È così anche per La ruota delle meraviglie.

Il sole che gravita intorno a “Wonder”

Ode alla gentilezza, Wonder è il suo protagonista. Un bambino che, per il suo volto, non può conoscere i vantaggi di fare tappezzeria, come recitava il titolo originale della precedente regia di Stephen Chobsky. Come in quel film (da noi si chiamava Noi siamo infinito), il racconto di formazione si misura con il trauma del non essere considerati, in una particolare sintesi di distacco, adesione, umorismo e sofferenza. A dispetto della struttura che scandisce la narrazione secondo quattro punti di vista (Auggie, la sorella Via, l’amichetto Jack Will, l’amica Miranda), tutto è in funzione del protagonista, un sole attorno a cui gli altri gravitano come pianeti consapevoli della sua meraviglia.

La favola esopica del Gruffalo

La storia di base contiene una critica feroce della recondita paura del diverso. E la morale di cui si fa portavoce ci insegna che non sempre ciò che appare come più “mostruoso”, lo sia poi realmente (basta soffermarsi sulla dolcezza con cui il Gruffalò si relaziona alla sua piccolina nel secondo episodio dei due). Ed è valido anche il viceversa, ossia l’apparentemente indifeso e piccolo topolino risulta infine non solo il più furbo, ma in qualche modo anche il più “spietato” della storia, approfittando della paura altrui per mettersi al sicuro. Così Il Gruffalò è un racconto che funziona, e allo stesso modo funziona la sua trasposizione cinematografica, sia grazie alla bellezza dei disegni che devono molto alle illustrazioni originarie di Axel Scheffler.