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Blue is the warmest colour in “Blue My Mind”

Quel che più colpisce di Blue My Mind – Il segreto dei miei anni è l’angoscia che lo avvolge, che è quella di Mia e del suo incubo. Come in Aronosfsky, lo strappo del crescere e del comprendere chi si è passa anche per la mutilazione e lo sfregio dei corpi, ancora più disturbanti che nel Cigno nero perché inferti a chi da poco è uscito dall’infanzia. L’inquietudine di Mia, disperata e confusa, il suo senso di estraneità a se stessa, alla famiglia e ai coetanei trasmettono tutta la minaccia dell’età acerba, caricandola di tinte di profondo turbamento. Anche per questo rasserena e insieme inquieta che, fra genitori invisibili come quelli immaginati da Gus Van Sant per i ragazzi di Elephant, sia proprio l’amica di Mia, abbandonata dalla madre, a farsi carico della radicale trasformazione della ragazza e ad accompagnarne il risolutivo sbocciare.  

“Rolling Thunder Revue” di Martin Scorsese e il camouflage del documentario

Proprio per contribuire al velo di mistero che da sempre avvolge il menestrello di Duluth, Scorsese camuffa la realtà, introducendo nella storia personaggi inventati: Van Dorp, il regista che tenta di realizzare un film sul tour non è mai esistito e la testimonianza di Sharon Stone è pura fantasia. Il produttore del tour, anch’esso un personaggio fittizio, diventa invece il villain di turno, che preferirebbe trasformare il Rolling Thunder Revue in una macchina da soldi, piuttosto che in un’esperienza intima e riconciliante. Il tour di Dylan – come è lui stesso a dichiarare sul finale – fu finanziariamente disastroso. Ma dal punto di vista umano divenne un trionfo. Il musicista donò ai giovani quello che cercavano: un senso di comunità e di unione nel quale ritrovare se stessi. 

“Dicktatorship”, un sondaggio sul patriarcato italiano

“L’Italia è un Paese ossessionato dal pisello. Tutto ruota attorno a quello”. Dicktatorship ci fa vedere come il nostro passato sia stato prettamente patriarcale e come questo sia tutt’ora incarnato nella mentalità di femmine e maschi. Di come, nonostante le battaglie femministe degli anni Settanta, ancora oggi un padre sia reticente a far giocare suo figlio con una Barbie. O ancora, delle grandi polemiche suscitate dalla richiesta dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini di cambiare l’articolo determinato da “il” presidente a “la” presidente. Gustav e Luca non si limitano a interpellare esperti di sociologia o psicologia, ma anche personaggi famosi, quali Rocco Siffredi o Michela Murgia, e persone comuni di età e sesso diverso incontrate per strada. È un vero e proprio sondaggio sul pensiero italiano e sul ruolo che donna e uomo dovrebbero avere nella nostra società.

“Rocketman” assolto con formula piena

Rocketman ci mostra come spesso il processo creativo si nutra dei dolori dell’uomo. Più il suo successo cresce, più la sua vita privata sprofonda. Il dolore per il protagonista diventa la conditio sine qua non per poter esprimere il suo folgorante talento artistico. Quello vissuto da Elton è un dolore espanso, totalizzante, ramificato in ogni sfera del privato: famiglia, amore, amicizia. Un disperato bisogno d’affetto che per anni combatte a colpi di autodistruzione. Dalla bulimia al sesso compulsivo, all’abuso di alcol, droghe e psicofarmaci, non c’è una strada per l’autodistruzione che Elton John non abbia percorso con caparbia determinazione.

“Rocketman” e il biopic musicale

Il regista Dexter Fletcher, già dietro alla macchina da presa in Bohemian Rhapsody, abbandona i canoni classici del film biografico a favore di un racconto che vira verso l’introspezione, tentando di catturare il vero Elton John, quello nascosto dietro ai glitter e ai costumi sfavillanti. In questo senso la pellicola prende vita attraverso varie forme narrative: in alcune sequenze, come quella in cui compare il brano Saturday Night’s Allright for Fighting, lo stile si avvicina ad uno staging appartenente alla tradizione del musical theatre. La stessa tendenza è riscontrabile all’inizio della pellicola, quando I Want Love diventa un brano corale in cui i membri della famiglia Dwight e il piccolo Reginald esprimono insoddisfazioni e inquietudini. La sequenza ricorda, nei toni e nella messa in scena, la versione teatrale del film Billy Elliott e la connessione non appare casuale, dato che il musical era sorretto da brani scritti da Elton John.

“Selfie”: Napoli e le periferie del mondo

Il fatto che le immagini siano prodotte dagli stessi protagonisti in maniera relativamente spontanea è forse ciò che permette al film di catturare al meglio la positività e la bellezza che esiste all’interno del quartiere e al contempo le contraddizioni di un mondo dove l’istituzione è assente o negligente e nemmeno i genitori hanno gli strumenti per aiutare i propri figli. Un mondo circondato da mura ideali, che paiono invalicabili, al di là delle quali, con la forza di volontà e un po’ di immaginazione si può riuscire a vedere oltre. 

“Il traditore” tra cacciatori e prede

Il traditore possiede una cifra stilistica quasi desueta nel panorama italiano, quella di intrattenere e appassionare il pubblico. Bellocchio, spesso attento alla storia del nostro paese, si era cimentato su un periodo altrettanto tragico, quello del sequestro Moro, in Buongiorno, notte, ma con toni intimisti e tormentosi. Qui invece è sontuoso e avvolgente anche se, nell’usare con profluvio svariati registri, crea un complesso non del tutto omogeneo. Il traditore centra però perfettamente il ritmo di fughe e pause, alcune scene memorabili (il riposo notturno sul tetto, gli insoliti postumi di un matrimonio, l’ultimo viaggio di Giovanni Falcone) e possiede la non comune virtù di superare la fascinazione del potere criminale non sminuendola

“Il traditore” tra codice e mitologia

In questo film in superficie impersonale maneggia per la prima volta il mafia movie e sembra quasi non tenere conto di tutta la tradizione del genere: non solo non c’è alcuna possibilità di restare affascinati dal male, perché rappresentato in maniera efferata oppure ridicola da gente ignorante e squallida, ma spicca anche una centralità della morte davvero angosciante, dai tentati suicidi e le manie di persecuzione passando per i caffè sospetti fino alle esecuzioni e agli attentati. Della mafia a Bellocchio interessa il codice, non la mitologia: la festa iniziale, con quel nipote eroinomane in riva al mare, è già una cerimonia funebre. Il traditore dimostra quanto Bellocchio sia il più grande regista italiano vivente.

“Il corpo della sposa” e la politica dei corpi

Opera d’esodio di Michela Occhipinti -già autrice di numerosi documentari – Il corpo della sposa risente degli stilemi tipici del documentario ma sfrutta i meccanismi della fiction per narrare una storia che non si esaurisce entro i confini della testimonianza etnografica. Pare, piuttosto, un pretesto narrativo per veicolare significati universali, una riflessione che attraversa la contemporaneità e che coinvolge tanto il mondo orientale quanto quello occidentale. Invero, la narrazione si colloca all’interno del panorama mediatico post femminista, accarezzata da una sensibilità che caratterizza la rappresentazione di genere nel cinema, in accordi con alcuni topoi stabili: tra questi, la femminilità come proprietà corporea, l’autodisciplina, la libertà di scegliere, la tensione verso l’empowerment.

“Bangla” e come scavalcare uno stereotipo

Che cosa è uno stereotipo? Per gli psicologi rientra in questa definizione qualunque opinione precostituita e generalizzata su persone o gruppi sociali priva di un riscontro basato sull’esperienza diretta. Phaim Bhuiyan, regista (attore e sceneggiatore) ventiduenne al suo esordio cinematografico con Bangla (distribuzione Fandango) ha avuto una fulminea intuizione: portare il suo stereotipo (quello del figlio di immigrati che cerca di integrarsi con la cultura del Paese ospitante) sul grande schermo, in modo autobiografico, e scavalcarlo, o domarlo a seconda dei punti di vista, attraverso l’uso di un linguaggio cinematografico e di uno slang giovanile che lo riafferma, incorporando in sé stesso la sua medesima matrice popolare.

“Dolor y Gloria”, il cinema e il tempo che passa

Ci stupisce questo film, che nello stile non sembra quasi appartenere ad Almodóvar ma che è completamene fatto di lui e del suo cinema. Ci inchioda alla sedia della sala questa narrazione asciutta, sobria, matura, quasi trattenuta che si veste dei suoi soliti sgargianti colori – su tutti il verde, il rosso e l’azzurro – ma senza il sovraffollamento barocco a cui ci ha abituati. Ci incanta questo racconto che cita continuamente le pellicole passate e la sua vita presente, ma che travalica il dato biografico per diventare riflessione sul tempo che passa e in fondo anche sul cinema, sulla sua genesi e sul suo mutare. 

“Dolor y Gloria”, cinema che genera cinema

Arrivato a settant’anni, che compirà fra qualche mese, Pedro Almodóvar si sente fragile, nel corpo e nella mente, e anche per questo desideroso di ricordare il suo passato, celebrare l’amore per sua madre e quello che da lei ha ricevuto, ringraziare il pubblico, i suoi attori, il cinema e l’uomo della sua vita. Scrive un film su di sé, in bilico fra autobiografia fedele e verosimile, si fa interpretare dall’attore più rappresentativo del suo cinema (Banderas), e affida il ruolo della mamma di Pedro bambino all’attrice che lui più di tutti ha contribuito a far sbocciare (Penelope Cruz). In un moltiplicarsi irregolare di proiezioni di sé, dietro cui nascondersi e mostrarsi come mai prima, si accomoda sul lettino dell’analista e svela in una seduta dall’andamento circolare i suoi acciacchi, la depressione, le ferite e le scoperte dell’infanzia, l’omosessualità e il potere del cinema.    

“Tutti pazzi a Tel Aviv” e il gioco del racconto

Zoabi gioca con l’arte del racconto, alternando – anche a livello visivo – due stili diversi per delineare i confini di due mondi narrativi: quello proprio della soap (con la fotografia “smarmellata”, le opposizioni nette, la recitazione sopra le righe) e quello della realtà, con approfondimento psicologico dei personaggi, evoluzione nei rapporti interpersonali, performance attoriali sobrie anche se caratterizzanti. Semplicità versus complessità, verrebbe da dire. Ma questo è il punto di partenza del discorso alla base del film: tanto i palestinesi, produttori e sceneggiatori della serie, quanto gli israeliani che la guardano e che – nella persona del comandante Assi – vogliono contribuire a cambiarne l’orientamento, sanno benissimo che persino un prodotto come Tel Aviv on Fire è in grado di veicolare un messaggio politico, “antisemita” o “sionista” a seconda dei punti di vista. 

“Normal” e il campo di battaglia degli immaginari

La Tulli fotografa una realtà per certi versi invisibile o anche abbastanza lontana da chi vive, ad esempio, contesti in cui l’informazione e gli studi sul genere risultano ormai standardizzati. Se da un lato si assiste alla nascita di nuovi ed eterogenei immaginari femministi – recente è l’uscita del manifesto xenofemminista del collettivo Laboria Cuboniks, tradotto da Clara Ciccioni, “antinaturalista” perché contesta i limiti biologici, intersezionale e queer – dall’altro l’aria che si respira è stantia, vecchia e significativa, in questo senso,  è la sequenza in cui un manipolo di donne prossime al matrimonio ascolta i consigli di una signora che sembra piombare direttamente dall’America degli anni ‘50/60, sulla necessità di non lasciarsi andare, prendersi cura del marito, dei bambini, della famiglia.

Un cinema di relazioni: conversazione con Roberto Minervini

Italiano naturalizzato americano, classe 1970, Roberto Minervini è considerato uno dei più interessanti e originali documentaristi internazionali. Film come Bassa marea, Stop the Pounding Heart e Louisiana hanno raccontato facce nascoste dell’America contemporanea, il volto più intimo e fragile di un Paese le cui ferite raramente sono state mostrate con tanta disarmante sincerità. In occasione dell’anteprima bolognese del nuovo Che fare quando il mondo è in fiamme?, l’ha incontrato per noi Lapo Gresleri, autore del saggio Spike Lee. Orgoglio e pregiudizio nella società americana (Bietti, 2018) recante la prefazione dello stesso Minervini.

“Stanlio e Ollio” tra malinconia e backstage

Era il 1921 quando Stanlio e Ollio si incontrarono sul set del loro primo film insieme, si chiamava Cane fortunato e i due attori, che si conoscevano appena, si rincorrevano per tutto il corto impersonando un tenero vagabondo (Stan) e un malfattore (Oliver). In questa pellicola, di cui Stanlio era l’assoluto protagonista, troviamo solo un’esile reminiscenza di ciò che in seguito sarebbe diventata la tipica caratterizzazione comica della coppia: il furbo, secco, mattacchione e il saccente, corpulento, pacioccone. Stanlio e Ollio. Sarà poi negli anni ‘30 che la coppia comica conoscerà un enorme successo grazie alle produzioni di Hal Roach con cui girerà quasi 80 dei 106 film insieme, fino alla rottura con il produttore. Ed è a questo punto della storia (vera) che inizia la trama del film Stanlio e Ollio di Jon S. Baird.

“John McEnroe – L’impero della perfezione” e l’anatomia del movimento

Un’operazione sì di montaggio ma soprattutto un saggio critico, perché lavora sul prezioso materiale filmato da Gil de Kermadec nella stagione di gloria di McEnroe. Dove sta la differenza tra le riprese di questo ex tennista divenuto cineasta e le registrazioni televisive, “ufficiali” dei match? Nello sguardo. Anche perché nel momento in cui si sceglie l’oggetto di un documentario, la sua realtà viene automaticamente modificata dalla presenza della macchina da presa. Artefice di film didattici incentrati sulle posture dei tennisti, de Kermadec non si limitò a censire l’esistente ma s’impegnò ad osservare McEnroe in azione. Se è vero che il cinema rivela l’impossibilità di replicare, il metodo si articola cercando di rivelare le verità nascoste nell’anatomia del movimento per spiegare l’imprevedibilità del gesto, rallentando le immagini al fine di esaminare il segreto del gioco, sollecitando nello spettatore l’ipotesi che il tennista stia giocando addirittura contro se stesso.

“Ancora un giorno” e il documentario di guerra animato

È iniziata una nuova era per il cinema. Quella del documentario di guerra animato, un genere capace di mescolare il reportage bellico con una rilettura simbolica della realtà, resa possibile dalla creatività delle animazioni. Ne avevamo avuto un saggio a Cannes con il bellissimo film di Stefano Savona, La strada dei Samouni, giustamente premiato con l’Oeil d’Or come miglior documentario, che mescolava le riprese dal vero ad animazioni a graffito in bianco nero per raccontare la guerra tra Israele e la striscia di Gaza. Ne abbiamo conferma oggi con Ancora un giorno il “militante” film di Raúl de la Fuente e Damian Nenow, che focalizza la sua attenzione su un altro capitolo di storia recente colpevolmente trascurato dal flusso mediatico (freneticamente concentrato sull’attualità quotidiana) e misconosciuto dai più: la guerra civile in Angola.

La Marvel è cinema – Speciale “Avengers: Endgame” III

Classica o no, l’esperienza-Endgame resta cinema. E di cinema si nutre, come sempre in casa Marvel. La fantascienza per esempio, nell’accezione shelleyana che mette in guardia dall’arroganza del Genio-miliardario-Playboy-Superuomo, è sempre tornata utile a un universo che ha per codice morale il Gruppo, e teme l’individualità quando questa non sa rientrare in una logica collettiva. Alien, Terminator, Jurassic Park, La Cosa, King Kong, Men in Black, Star Wars e Frankenstein hanno tutti fatto capolino nel corso degli anni per ricordarcelo. Ma oggi è tempo di nostalgia, e forse in effetti ci andiamo negli anni ’50: è tempo di Ritorno al futuro. Nominato e rivisitato innumerevoli volte, del capolavoro di Zemeckis basta il titolo a rendere a perfezione l’idea di nostalgia futuribile, di andare avanti guardando indietro, che permea tutto Endgame

Cinefilia MCU – Speciale “Avengers: Endgame” II

Il MCU è la prova tangibile che un cinema supereroistico diverso è possibile. È la prova che si può essere autori anche scrivendo i dialoghi di un procione parlante o inserendo un cammeo di Jerzy Skolimowski che tenta di torturare la Vedova Nera. Perché il MCU ha dimostrato che si può amare La ragazza del bagno pubblico e allo stesso tempo sentire i brividi quando “Io sono Iron Man” apre e chiude il più grande miracolo cinematografico mai concepito, esattamente come un bambino che divora i fumetti nella sua cameretta, al buio, con la torcia sotto le coperte. Un bambino che crescerà e ritornerà piccolo film dopo film, fino a che le luci non si accendono e si rende conto che non ci sono più scene dopo i titoli di coda (perché il MCU ha cambiato anche questo nell’educazione della sala: il rimanere letteralmente fino alla fine), fino a rendersi conto che questa saga, nel bene e nel male, la amerà per sempre a tremila.