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Il monologo smisurato di “Molly’s Game”

Non si riesce ad immaginare per Molly un corpo che non sia quello di Jessica Chastain: il fisico minuto e la credibilità mimetica con cui si cala nel ruolo confermano la tensione muscolare dell’indimenticata eroina di Zero Dark Thirty. Con un background simile, Aaron Sorkin si butta a capofitto in un monologo smisurato, esaltando come al solito il potere della parola per ripensare la narrazione (auto)biografica di una donna apparentemente prigioniera della sua immagine pubblica, stampata sulla copertina del bestseller, ed intimamente desiderosa di dare fiducia a certe imprevedibili sensibilità.

“Doppio amore” e l’incarnazione del desiderio

Marine Vacth è l’incarnazione del desiderio. Lo è da sempre, per François Ozon; per cui tutto ruota intorno al corpo e alla corporeità, fin dalla timida e inquieta ripresa iniziale di Giovane e bella, seguendola su una spiaggia in riva al mare come Rohmer in La collezionista e in cui è il fratellino a osservarla da lontano, per poi spostarsi e affacciarsi guardingo sulla soglia della sua camera da letto. Un ruolo, quello di Isabelle, che sembra appositamente costruito sulla sinuosità delle forme della Vacth, sul taglio spigoloso del suo volto e uno sguardo carico di delicata lascivia, quasi angelica, divina. Frigida e sensuale come la Deneuve tra Repulsion e Buñuel, è come se Isabelle interpretasse la parabola di una meno nota “eroina” moraviana, la Desideria – non a caso – di La vita interiore, uno dei romanzi più sovversivi dello scrittore romano, inusuale ed estrema, per il periodo storico-culturale, gli anni ’70, ma sottilissima analisi dell’erotismo femminile.

“Un sogno chiamato Florida” e la casa di bambole troppo grande

L’utopia è ottenere, attraverso il ridimensionamento del sistema, la legittimazione di una statura economica inferiore. Sembra essere questa la traiettoria sottintesa di Un sogno chiamato Florida. Nel film di Sean Baker, il motel Magic Castle è una casa di bambole troppo grande, sproporzionata come il chiosco a forma di gelato gigante, tanto che la piccola Moonee, contesa tra inquadrature ad altezza bambino e grandangolari alienanti, è vittima, più che protagonista, di una distorta scenografia da live action in cui la dimensione degli edifici è talmente imponente da marginalizzarla. Ed ecco che Disneyworld appare il nocciolo di una fantasia di ridimensionamento, il luogo, immaginario e metaforico, in cui Moonee tenta di riconquistare una dimensione propria dell’infanzia, minacciata, oltretutto, da una madre kidult che rischia di usurparle il ruolo di principessa.

Il corpo della donna in “Doppio amore”

Il corpo di donna, vero fulcro organico attorno al quale si snoda l’intera narrazione, viene sondato, violato, esibito, invaso, deformato e venerato. Il film apre mostrando Chloé in un salone di bellezza alle prese con un drastico cambio di look che le modificherà la fisionomia – dai lunghi capelli castani passa ad un taglio netto alla garçonne che rende difficile non farci pensare alla Signora Woodhouse di Rosemary’s Baby – per poi catapultarci, nella sequenza successiva, nel bel mezzo di una visita ginecologica. La mente come parte integrante del corpo, la contiguità fra quest’ultimo e l’inconscio, la sessualità, gli istinti primari. Un perfetto body horror cinematografico – David Cronenberg docet – atto a innescare nello spettatore un senso si repulsione, una sensazione di violenza subita per il dover assistere inerme alle visioni recondite dei suoi luoghi fisici e alle mutazioni, autoindotte o inflitte, alle materie organiche che lo costituiscono.

 

“La casa sul mare” e l’Europa che verrà

Come sempre, Guédiguian misura il mondo secondo il metro della sua patria, Marsiglia, e per di più sceglie un titolo che indica precisamente il desiderio di accoglierci in un privilegiato universo narrativo e geografico. Benché qui non varchi quasi mai i confini di una zona piuttosto circoscritta, continua a parlare di quell’accogliente città portuale ed operaia che ormai vive solo nei suoi ricordi. Se già nel cupo e rapsodico La ville est tranquille (2001) era centrale il mutamento antropologico di una popolazione contaminata dal neofascismo, i germi del dubbio toccavano perfino gli umili e gentili proletari de Le nevi del Kilimangiaro (2011), chiamati a confrontarsi con i contraccolpi più concreti che una crisi economica può provocare in un’operosa e solidale comunità. In una stagione dominata da revanscismi e crisi ideologiche, Guédiguian mette in scena il privato per rinsaldare il suo sguardo militante e dire due o tre cose sulla famiglia, il passato, l’Europa che verrà. 

Le sonorità postmoderne di “Ready Player One”

Il film è un’opera profondamente citazionista, ma la quantità e la contestualizzazione dei rimandi è tale da (ri)costituire un universo paradossalmente compatto che più che le singole opere (cartoon, videogiochi) cita un’epoca e una cultura: quella pop culture che gli studiosi del creatore di Oasis analizzano per carpire i segreti della sua caccia al tesoro. Se non possono mancare decine di rimandi a videogames e fumetti degli anni Ottanta nelle armi, nei veicoli e negli stessi avatar, sono i vestiti, il look, le atmosfere e la musica a rievocare nei minimi dettagli quella pop-culture che fa emergere il Michael Jackson di Thriller e i Duran Duran, Prince e Billy Idol. La colonna sonora riverbera questo spirito citazionista offrendo pop-hits di quegli anni, ma esprime ancor più l’anima postmoderna del film includendo nello stesso universo sonoro Johann Sebastian Bach e Twisted Sister, Blondie e brani originali di Alan Silvestri, che richiama persino Antonìn Dvořák.

“Tonya” opposto negativo di “Rocky”

La parabola sportiva di Tonya Harding, segnata dai warholiani quindici minuti di gloria e da una ben più lunga condanna alla gogna pubblica, è segnata sul nascere dal suo essere un’anormalità al cospetto della norma. Tutto nella vita della pattinatrice è in opposizione ai dettami dell’american way of life: un nucleo familiare composto da un padre inetto e dalla terrificante madre LaVona – ruolo difficilissimo per cui Allison Janney si è guadagnata tutti i premi cinematografici della passata stagione – , un marito tanto violento quanto mediocre che ucciderà la carriera sportiva di Tonya per colpa della sua inettitudine e infine un’appeal fisico in contrasto con la bellezza stereotipata che contraddistingue il pattinaggio sul ghiaccio.

Kane, il Graal, e le chiavi per comprendere “Ready Player One”

Impossibile allora resistere al fascino della vicinanza di The Post, gemello eterozigote a cui l’ultima fatica del regista è legata specularmente. Da una parte il racconto storico ricollocato nel contingente o addirittura nel futuro. Dall’altra la distopia futuribile tesa alla ricerca, nel passato umano e iconografico, della propria identità. Un cinema “dell’omaggio” che passa per il rispolvero del proprio arsenale narrativo, e un cinema autoreferenziale (il campo da gioco sono gli anni ’80 tirannicamente dominati proprio da Spielberg) che sfocia nella celebrazione ultracitazionista di un intero e spesso “altro” mondo di fantasia. Ma siccome il gemello più grande nasce per secondo Ready Player One contiene anche da solo l’intero dualismo, euforia tecnologica e detection esistenziale, baluardo del classico e insieme punto di non ritorno della bulimia auto-ammiccante di questi ultimi anni.

“Tonya” e il lirismo grottesco

Sostenuto da ottime prove degli attori (in particolare una Margot Robbie imbruttita nella parte della protagonista e Allison Janney, che per il ruolo dell’orribile, seppur sinistramente divertente, madre ha conquistato un oscar), Tonya incrocia diversi generi, saltando tra il mockumentary, il drammatico e la commedia, per poi nella seconda parte virare decisamente verso il grottesco, tanto da ricordare per certi versi Fargo dei fratelli Coen (freddi sobborghi e criminali talmente stupidi da diventare comici), con la differenza che qui i fatti esposti sono veramente accaduti. È più che apprezzabile poi il fatto che il film non cada nella trappola tipica di molti biopic, ovvero fare un ritratto troppo indulgente della protagonista. Tonya è rozza, volgare e spesso sgradevole. È sicuramente una vittima della madre e del marito, ma lo è anche di se stessa, della sua superficialità e delle sue scelte sbagliate.

“Ricomincio da noi” e il cinema dell’accuratezza

Ricomincio da noi vuole suggerire che non c’è un tempo giusto per fare l’amore, non c’è un tempo giusto per il divorzio né per un unico grande amore. I limiti sono imposti dalla predisposizione delle persone nel farsi condizionare la vita dagli altri. È questa l’impronta che accomuna i tre protagonisti ed i loro amici del circolo di ballo. Loro, insieme, ballano, creano coreografie e organizzano uno spettacolo per una raccolta fondi, a favore delle persone anziane che muoiono di freddo. Un spettacolo che permette così all’intero corpo di ballo d’essere conosciuto. Il regista Richard Loncraine, noto soprattutto per Riccardo III (1995) e Wimbledon (2004),  torna a parlare dello sport e della competizione: nel tennis come nel ballo, ma anche in amore.

“Nome di donna” e l’ingranaggio maschilista

Al netto di un film poco riuscito, si salva l’intento morale di Giordana, sensibile nel cogliere, insieme a Cristiana Mainardi che ha scritto il film, l’urgenza di portare allo scoperto un crimine relegato troppo spesso nelle zone d’ombra della cronaca e che il movimento #metoo ha invece aiutato a far emergere, dando coraggio e solidarietà alle tante donne che ancora non riescono a parlare, e non ultimo, in qualche modo, il film ci ricorda che ogni giorno, anche senza rendercene conto, che lo accettiamo o meno, siamo tutti parte di questo ingranaggio maschilista e siamo dunque, sopratutto noi uomini, tutti coinvolti e responsabili: non uno di meno.

“Quello che non so di lei” respinge ma ammalia

Echi di Personal Shopper – Olivier Assayas è cosceneggiatore del film – risuonano nei brevi intermezzi fantasmagorici in cui entità immateriali ricompaiono dal passato, attraverso le plumbee tonalità della fotografia di Pawel Edelman, già collaboratore di Polasnki ne Il pianista, o anche nei volti spigolosi e ipnotici delle protagoniste. L’alchimia fra Seigner e Green è potente, costante, sottesa di una latente e piacevole carica erotica inespressa che interviene in soccorso di una sceneggiatura gracile e costernata di (s)velati debiti interni. La ristretta costellazione di personaggi intorno a cui ruota e si snoda la storia, ci riporta idealmente al punto di inizio del percorso artistico del regista franco-polacco, Il coltello nell’acqua.

Immaginazione e parola in “Quello che non so di lei”

A ricorrere, in Quello che non so di lei, in maniera ossessivo compulsiva è la parola immaginazione e tutti i suoi derivati, sia pure metonimicamente: immagine, immaginario, immaginifico sono le accezioni di una realtà di per sé sfuggente, svincolata da qualsiasi condizionamento con la verosimiglianza. Roman Polanski dà così vita ai paradossi e alle perversioni della mente di Delphine\Emmanuelle Seigner, una scrittrice e, non a caso, il principio costitutivo del film è l’essenza stessa della fiction, l’ambiguità intrinseca al processo creativo e la sua natura di “altro” rispetto all’apparente logica delle cose mondane: Quello che non so di lei, tuttavia, va oltre.

L’eroina apatica di “Lady Bird”

È estremamente comprensibile il motivo dell’accoglienza così calorosa verso questo film, che è apparentemente semplice e lineare. La Gerwig ha infatti creato una tela su cui disporre tematiche come l’aborto, l’omosessualità, la religione, il suicidio, e le ha abilmente intrecciate. Ha realizzato così un film che, al primo impatto, sembra narrare solo di un’adolescente e del suo rapporto controverso con la madre, ma che successivamente, se sottoposto ad uno sguardo più vigile, si fa rivelatore di altre tesi. Questioni che non vengono né approfondite, né  drammatizzate, ma che propio per questo accadono come se non potessero far altro: sono un tutt’uno con la fabula e con la sua concretezza visiva.

“Figlia mia” e il buco nero delle relazioni umane

Applaudito al Festival di Berlino 2018, dove la regista Laura Bispuri era già stata nel 2015 col suo primo lungometraggio Vergine giurata, Figlia mia è senza dubbio un film sulla maternità, ma soprattutto sull’evoluzione dell’identità. La Bispuri, autrice anche di soggetto e sceneggiatura assieme a Francesca Manieri, sembra citare i classici stereotipi femminili per poi burlarsene con grazia. Costruisce tre personaggi stratificati e compositi e li inserisce in un gioco di opposizioni e scambio delle parti, in cui risulta via via sempre più difficile capire chi stia facendo da madre a chi.

Una storia di donne: “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson

La maestria di Anderson prende forma, oltre che attraverso la sapiente regia, l’accurata sceneggiatura, la studiatissima colonna sonora, anche grazie alla fotografia e ad un uso della luce che sembra direttamente mutuato da Edward Hopper: la luce che entra dalle grandi finestre della casa è la luce radente del grande pittore americano, citato esplicitamente e improvvisamente nei rossi distributori nella stazione di benzina (Gas)  che spuntano mentre Reynolds mentre va in campagna, e richiamato indirettamente in tutti gli interni con persone chine, mute, sospese nel tempo così come nelle donne colte nell’intimità della loro sottoveste o nel Victoria Hotel che richiama le case hopperiane del New England.

“La forma dell’acqua” e il cinema come serbatoio

Per del Toro, l’acqua è il cinema stesso, che prende la forma che noi vogliamo dargli. C’è cinema ovunque, qui. Lungo i corridoi dei laboratori, con colori, facce, feticci, manicheismi, paranoie tra John Frankenheimer e Sidney Lumet. C’è un cinema mediato, iconizzato, omaggiato nella sontuosa sala vuota del cinema dove si proiettano i peplum, nei televisori che trasmettono i film classici su piccoli schermi che ne limitano il sogno. Pur di espanderlo e riportarlo nel posto che gli spetta, del Toro fa fuggire la coppia in un onirico bianco e nero: dentro quella casa – che ha già allagato la sala sottostante – accade l’unico momento in cui la protagonista emette suoni (canta) e la creatura può danzare da novello Fred Astaire.

Suono e musica in “La forma dell’acqua”

Oltre la prevedibilità delle parole, gli ‘ultimi’ di del Toro si esprimono con corpi pulsanti di desiderio e occhi e orecchie capaci di proiettare direttamente nella dimensione di un altrove straordinario. Balletti guardati alla televisione, canzoni ascoltate su vinile, mini-sequenze da musical ricreate nell’immaginazione sognante: la musica lega e vivifica ciò che luce e colore esaltano, in una modalità di senso che supera la forma espressiva. Nella musica Elisa va oltre il suo mutismo, cantando un sentimento d’amore impossibile da comprendere in tutta la sua profondità; nella musica la narrazione acquisisce fluidità di discorso compiuto.

“Hannah”, giallo esistenziale in apnea

Hannah, personaggio e film (il personaggio è il film), è uno stato d’animo precario, inquietante, traumatizzato. Un’evanescenza corporea, una figura ectoplasmatica che vaga in interni domestici e spazi metropolitani, rivendicando continuamente il suo essere comunque parte di un mondo che la respinge. Per quanto possa sembrare strano per un film così straniante e disturbante, inospitale anche nei cromatismi di Chayse Irvin (con Pallaoro già nell’esordio Medeas), il regista sa montare con intelligenza una tensione che gli permette di penetrare nel giallo esistenziale, dentro la quotidiana convivenza con una ferita mortale.

Clint Eastwood è l’America

Che si tratti di un solitario pistolero senza nome o dell’integerrimo ispettore Callaghan, l’attore californiano ha sempre portato in scena il suo volto granitico per elevarlo a icona dell’individualismo ribelle e appassionato su cui si poggia la storia del proprio paese. Passato alla regia, l’eroe americano è diventato inevitabilmente il vate della nazione, narratore delle “magnifiche sorti e progressive” degli States così come delle sue innumerevoli zone d’ombra. Alle soglie dei novant’anni, il Maestro ribadisce la sua centralità nel cinema americano con Ore 15:17 – Attacco al treno,  opera mutaforma con cui il regista ribalta la sua conclamata classicità e porta avanti la sua personale epica dell’uomo comune.