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“La scomparsa di mia madre” e l’ostilità delle immagini

Fondato su una dialettica squilibrata, il documentario (di osservazione e di partecipazione) si edifica su due elementi in apparenza distanti eppure legatissimi: il primo è il conflitto tra lo sguardo innamorato di Barrese che pedina, cattura, invade il territorio e la presenza recalcitrante e contraddittoria di Barzini che insulta, ragiona, ammicca; e il secondo è l’amore, dove le facili suggestioni edipiche sono meno interessanti dei non-detti, chiave di lettura importante dal momento che Barzini vuole far emergere il valore del non-visibile inaccessibile all’obiettivo fotografico.

Un male troppo seducente? – Speciale “Joker” IV

C’è una sorta di estasi mistica che avviluppa il pubblico dopo aver visto Joker. Un mantra impossibile da scacciare, che recita più o meno così: Joaquin Phoenix immenso/totalizzante; film necessario, specchio dei tempi, Oscar, interpretazione fisica, Taxi Driver contemporaneo. Qualcuno si potrebbe avventurare anche in “un pugno allo stomaco”, ma noi restiamo un passo indietro. Tutto molto vero, comunque. Tutto? Beh, forse non proprio tutto. Perché Joker, a conti fatti, è un film che danza un pericoloso tango con la giustificazione del male, rischiando di incagliare il suo messaggio nell’esaltazione dello sbagliato, e facendo più danni di quanti vorrebbe. Ma che cosa c’è di potenzialmente sbagliato nell’involuzione di Arthur Fleck, e perché la (quasi) pandemia statunitense rischia di essere comprensibile?

Tarantino, Pynchon e i vizi di forma

Tarantino mescola le carte di realtà e finzione – affiancando Rick e Cliff, due personaggi immaginari anche se ispirati a persone reali, a Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski – e crea una dimensione parallela, dove il vizio di forma – per dirla con un titolo di Thomas Pynchon – annulla una realtà danneggiata, corrotta e la rende pronta ad essere riscritta. E a pensarci bene, a dieci anni dall’uscita del libro di Pynchon, Tarantino ritorna, negli stessi luoghi e negli stessi anni di Vizio di forma, in quella dorata west coast che brilla alla luce aranciata del crepuscolo (magnificamente fotografata dal pluripremiato Robert Richardson), all’apice della propria bellezza ma anche alle soglie di una crudele ed inevitabile perdita dell’innocenza. E questa volta al posto dell’investigatore Larry Doc Sportello e dell’affascinante Shasta troviamo i due attori Rick e Cliff, due facce di una stessa medaglia.

Il flâneur alienato – Speciale “Joker” III

Le asperità del corpo aguzzo e l’abiezione dello spirito sono i tratti salienti di una graduale involuzione dell’outsider, autoindotta e alimentata dalle situazioni vissute ma, alla base del suo malessere, esiste comunque uno stato di malattia, un delirio patologico che lo spinge, come l’uomo della folla di Poe, a seguire i tanti soggetti di studio che affollano la sua mente – la vicina di casa, il presentatore televisivo, Thomas Wayne, il passato oscuro della madre – fino a diventare icona delle masse rivoltose, simbolo plastico del male di vivere. Come in un sonetto di Baudelaire, le apparizioni brutali in una metropoli fatiscente inducono gli shock a getto continuo nel soggetto debole, recano in sé i germi di un cataclisma sociale, accentuano le convulsioni di un corpo che non conosce stasi.

Il lato tragico della commedia – Speciale “Joker” II

“Pensavo che la mia vita fosse una tragedia, ma mi accorgo solo ora che è una commedia”: questa frase già iconica racchiude allora perfettamente il senso del film, il cui livello di complessità è innalzato da una ulteriore variabile di articolazione del senso: la televisione. È infatti solo attraverso lo schermo televisivo che può avvenire la più totale sublimazione e affermazione del personaggio, che se nelle premesse esiste soltanto quando percepito dagli altri, non può fare a meno di usare il luogo principe dell’articolazione del discorso di verità come trampolino di lancio per la sua nuova identità. Consapevole di sé e riconosciuto dagli altri, Joker è ora completo e può finalmente emanciparsi da ogni necessità percettiva, saturo già com’è di significati e implicazioni politiche. 

“Il mio profilo migliore” e i fantasmi della modernità

Il regista scomoda altissime vette del cinema – Rashomon e La donna che visse due volte – e sfuma la parola scritta di Camille Laurens, autrice del romanzo omonimo dal quale è tratto il film, nelle atmosfere evanescenti che ruotano attorno all’immagine prismatica di Juliette Binoche, ipnotica per lo spettatore e ipnotizzata ella stessa dalla liquidità di una storia sempre in bilico tra realtà e immaginazione. Se l’opera di Nebbou fosse una poesia – e tale potrebbe essere in quanto a concettualismo strutturato e sequenze sfumate – sarebbe un componimento senza “stanze” in cui ad agitarsi senza tregua, anziché la joi d’amor, è il fantasma della parola occidentale, che confonde irrimediabilmente la percezione che si ha dell’altro da sè, con l’immagine ingannevole che la donna si costruisce a tavolino, sfruttando il più banale dei desideri erotici: un corpo sinuoso e giovane, biondo e ammaliante.

L’uomo che ride e le paranoie americane – Speciale “Joker” I

Contro ogni aspettativa, la “strana coppia” costituita da Todd Phillips (Road Trip, Starsky & Hutch, Una notte da leoni) e dallo sceneggiatore Scott Silver (8 Mile, The Fighter) riesce a pescare dal fumetto poche azzeccate caratteristiche del villain, scrivendo una storia del tutto inedita che non si concentra sulla genesi del Joker, ma sulla sua trasfigurazione. Di Batman: The Killing Joke – la graphic novel di Alan Moore che ha assunto i connotati di un vero e proprio testo sacro – resta solo un vago e devoto ricordo: il profilo, tracciato con l’agile complicità di Joaquin Phoenix, ammicca tanto a L’uomo che ride di Victor Hugo quanto al corrispettivo cinematografico diretto da Paul Leni (a tutti gli effetti ispirazione primigenia del personaggio, che venne plasmato sul volto di Conrad Veidt).

“Yesterday” e il mondo senza Beatles

Tutto nasce da un soggetto scritto da Jack Barth intitolato Cover Version che, dopo varie peripezie, finisce nelle mani del nume tutelare della commedia romantica inglese, Richard Curtis. La penna che ha firmato successi commerciali quali Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill e Il diario di Bridget Jones decide di ri-manipolare la storia di Barth omettendone le parti più ciniche col beneplacito di Danny Boyle. Il risultato è un intrattenimento zuccheroso, scandito naturalmente dalla musica degli “assenti eccellenti” e da equivoche incongruenze che offrono il destro a un umorismo (fin troppo) immediato. Curtis e Boyle estremizzano la sacra devozione nei confronti dei Beatles confezionando una commedia musicale che cavalca appena tardivamente l’onda e il clamore commerciale di biopic come Bohemian Rhapsody e Rocketman, offrendo un diversivo dalla scrittura e dalla messa in scena eccessivamente pop.

“Vivere” e il racconto della rinuncia

Scegliendo la rappresentanza (sia del potere sia del ceto medio) anziché la rappresentazione, Vivere non riesce a trovare una cifra se non nella prospettiva di un racconto mancato e manicheo. Quasi per eludere il problema, si dedica al ménage di una coppia in sfacelo, con una donna stanca in apnea nel traffico della capitale e un uomo-bambino incapace di empatia. Ci mette dentro una bambina cagionevole, un ragazzino cocainomane, un medico premuroso, un vicino di casa solo al mondo. Individua un filtro nello sguardo della studentessa irlandese ospitata dai protagonisti per un anno. In origine, Vivere si sarebbe dovuto chiamare Un anno in Italia: una rinuncia che sembra una dichiarazione d’impotenza.

“Burning” tra ricerca e pedinamento

Tra gli autori più influenti di quella che fu la New Wave sudcoreana, Lee Chang-dong rimane ancora oggi un autore devoto a un impegno sociale, fatto di cronaca contemporanea ma anche di lotta di classe. Il racconto della Corea del Sud è, infatti, ben contestualizzato, attuale e nitido; ambientato inoltre ai confini con la Corea del Nord. Una realtà ferita dalle disuguaglianze sociali sempre più evidenti, messe in scena dai tre protagonisti: i tre centri nevralgici del film. Tre classi sociali diverse, collocate in tre luoghi fisici ben differenti. Da una parte la casa dismessa ai margini della città, in una campagna quasi disabitata dove vive il giovane laureato e disoccupato Jon-su. Dall’altra lo stretto appartamento dalle piccole finestre, dentro il quale il sole entra in brevi momenti fortunati, luogo di Hae-mi, giovane ragazza emarginata e totalmente incompresa

Il bighellonaggio cinefilo – Speciale “C’era una volta a… Hollywood” IV

Tarantino, dopo gli esiti artistici incerti di The Hateful Eight, decide di ripartire proprio da lì, dalla convinzione incrollabile che, almeno per il tempo in cui lo spettatore è in sala, il cinema tutto possa e tutto sia in grado di dare. Che i protagonisti siano poi un isterico attore di serie B sul viale del tramonto (Leonardo DiCaprio) e uno stuntman gioviale quanto stolidamente facinoroso (Brad Pitt), che storditi dalle droghe non capiscono nemmeno il ruolo cui stanno assurgendo, è un’idea niente male. Ammettiamolo, si tratta sulla carta di una operazione pressoché irresistibile, in grado di convogliare le simpatie sia del grande pubblico in cerca di gratificazione e divertimento, sia, svolta con l’inventiva e il carisma di un grande regista, degli eruditi cultori della settima arte.

“I migliori anni della nostra vita” e la memoria delle immagini

Lelouch ritorna agli abbracci (e ai selfie) in riva al mare e alle corse, lente, perché nessuno aveva né ha tuttora fretta, in macchina e contro il tempo che sembra andare di pari passo insieme a loro, in un cortocircuito in cui le storie incrociate di Un uomo, una donna rivivono in Trintignant e Aimée che ne vestono i panni sfioriti, mentre il ricordo di Jean-Louis e Anne è lo stesso del film del 1966, nitido come nitida rimane la sequenza in riva al mare nel ricordo dello spettatore. Partire, ricordare, ritornare e riconoscersi; riconoscersi nelle voci dal timbro sempre uguale, nel gesto con cui Anne si sposta i capelli. E nello stesso momento il ricordo (del) cinema trapela nella memoria di Jean-Louis e in quella dello spettatore. I migliori anni della nostra vita rivela che non c’è né potrai mai esserci una fine in queste storie perché continuano a costellare l’immaginario di chi le ha create ed esperite.

Le porte girevoli della storia e del cinema – Speciale “C’era una volta a… Hollywood” III

Tarantino usa il meccanismo di Sliding Doors e fa prendere un’altra direzione a quella che è stata la Storia, velandola di malinconia e costellandola di continue citazioni e rimandi alla storia del cinema ed a i suoi protagonisti. Ecco così che C’era una volta a… Hollywood diventa il ritratto ingiallito di un’epoca finita, un sogno utopistico che si è poi trasformato in un incubo e che nel film finisce in gloria: il lanciafiamme da oggetto di scena usato da Rick per uccidere in massa i nazisti trasforma il suo ruolo e in quella realtà viene usato per uccidere le bestie di quel diavolo che si dipingeva come il Redentore. Tarantino non cela la sua conclamata cinefilia bensì la mostra più sfacciatamente che mai arricchendola di tutta la sua nostalgia per il cinema del passato e trasmettendola ai suoi spettatori.

Nostalgia “unchained” – Speciale “C’era una volta a… Hollywood” II

Tutto, in C’era una volta a… Hollywood, è forgiato su questa nostalgia. I due bellissimi personaggi di Rick Dalton e Cliff Booth, il bravo attore che non ce l’ha mai davvero fatta e la sua controfigura, amico rilassato e incoraggiante; il ricordo di un’epoca in cui le insegne delle sale cinematografiche si illuminavano romanticamente al tramonto (e Tarantino bambino ne rimaneva ammaliato, a spasso in macchina per Los Angeles con il patrigno, e cominciava a filmarle); la storia d’amore e cinema di Sharon Tate e Roman Polanski, vissuta sulle note di Mrs. Robinson. La macchina da presa di Tarantino raccoglie grata il patrimonio e gli rende omaggio proiettando sullo schermo – e sugli schermi, delle tv, drive-in e cinema che si susseguono nei 160 veloci minuti del film – le pellicole di quell’epoca e le serie tv di quegli anni. Ma reinventati o consegnati alla gloria di cui spesso non hanno mai goduto.

Una storia hollywoodiana in purezza – Speciale “C’era una volta a… Hollywood” I

C’era una volta a… Hollywood: esplicitamente alla maniera di Sergio Leone, che nelle sue elegie terminali non raccontava la verità ufficiale ma quella mediata, ripensata, reinterpretata dal cinema. Quentin Tarantino è uno che ha sempre fatto un cinema dentro il cinema, cinefilo nella misura in cui l’amore feticista per i film s’incrocia con l’operazione romanzesca di recuperare il tempo perduto che essi rievocano. E quindi esplorarlo, ribaltarlo, possibilmente rivoluzionarlo. Quella dell’ultimo film dell’autore è una “Hollywood story” in purezza: una parabola che si muove in un contesto dove la messinscena è una chiave d’accesso alla realtà perché i suoi abitanti ragionano secondo la logica della finzione. 

Il mélo sanguigno di “La vita invisibile di Eurídice Gusmão”

Euridice e Guida si adorano, si cercano, e dopo anni di lontananza trasformano il simulacro dell’altra in una voce interiore con cui misurare i propri fallimenti personali. Non sono due modelli antitetici di femminilità, la ragazza madre e la massaia oculata: sono piuttosto due disgraziate in carne e ossa, pulsanti di rabbia e rammarico, complementi oggetti di una violenza familiare inscritta nelle concezioni stesse di regola e decoro. Gli uomini, di contro, restano figurine sbiadite e inconsistenti, impercettibili come il sistema che ne sancisce il controllo assoluto sui corpi delle figlie, mogli e madri. Ma sono veri il sangue e il sudore, così come gli umori corporei che abitano le sequenze più brutali e dolorose, squarci di un cinema che sa essere tanto sottile quanto crudele.

“Vox Lux” e le ombre della musica pop

Classe 1988, Corbet dimostra di avere le idee chiarissime sull’industria culturale e sul cinema. Il film è strutturato in un preludio (esplicito riferimento musicale), due atti e un epilogo. C’è anche il coro, come in una tragedia greca: la voice over di Willem Defoe ci narra gli eventi da un punto di vista privilegiato di narratore onnisciente che anticipa, commenta, rivela. Non tutto infatti è visibile nel film, ma in questo caso non è una mancanza dell’opera: quando si tratta di mostrare, Corbet filma senza indugio (la violenza dell’episodio iniziale, che richiama la strage di Columbine). É ciò che c’è dietro il mondo di Celeste (Raffey Cassidy da giovane, Natalie Portman da adulta) ad essere invisibile agli occhi e pertanto alla macchina da presa.

“Il regno” corrotto dei politici di Spagna

A un anno dall’uscita in patria ed in contemporanea con la presentazione alla Mostra del cinema di Venezia del suo ultimo lungometraggio, Madre, arriva in sala Il regno, del trentacinquenne regista spagnolo Rodrigo Sorogoyen, vincitore lo scorso febbraio dei premi Goya a regia, sceneggiatura, montaggio, musica, sonoro ed interpreti. All’appello manca solo il riconoscimento al miglior film. Che l’Academia spagnola abbia temuto l’immagine della Spagna e dei suoi politici delineata da Sorogoyen, anche autore della sceneggiatura con Isabel Peña? O che abbia in un certo senso punito il pur bravissimo regista per essersi limitato a confezionare un assillante, perfetto meccanismo d’azione senza elevarlo ad altro?

“Mademoiselle”, dal desiderio di vendetta alla vendetta del desiderio

La potenza narrativa di Park Chan-wook è insita nella trama che lega le sue storie, tasselli di un’unica opera magna; una vera e propria fenomenologia della vendetta che gradualmente cambia i connotati: a partire dalla “trilogia della vendetta”, il regista descrive una curva discendente dal maschile al femminile, dai toni hardcore di Mr. Vendetta e Old Boy, dettati dal desiderio di vendetta, alla vendetta orientata al desiderio che, da Lady Vendetta a Mademoiselle, si fa via via più softcore, sino ad assumere i contorni di una fiaba. Le eroine di Chan-wook sono giovani donne dal passato e presente doloroso, costellato di perdite e privazioni: separate dal femminile materno e in contrasto con un maschile traditore al quale, paradossalmente, anelano. Il loro è un viaggio iniziatico, redentivo, atto a riparare ciò che è stato danneggiato. In Mademoiselle le due amanti giungono allo stadio finale del loro peculiare percorso di formazione: la possibilità di riconnettersi al femminile e guarire la ferita del maschile. 

“Effetto domino” e la fascinazione dell’abbandono

Cupissimo, ineluttabile, Effetto domino è anche un inno all’attrazione/repulsione per il disfacimento e la morte. La fascinazione per i luoghi in abbandono, che ha dato vita a file crescenti di urban explorers, è qui al suo apogeo: accarezzata da una luce fredda ed esatta, la bellezza dei vecchi edifici in disuso è innegabile e struggente nelle armoniose composizioni visive generate dal caos – e da un ottimo occhio per l’inquadratura e la messa in scena. Pur con qualche dialogo filosofeggiante di troppo, il progetto di un manipolo di esseri umani di distruggerli per ricostruirli nuovi e splendenti, come se i precedenti non fossero mai esistiti, è il perfetto rispecchiamento di un anelito del nostro tempo a non invecchiare e morire mai più, di qui a una manciata di anni.