Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

“Roubaix, una luce nell’ombra” accesa da Dickens e dalla compassione

Nessun triangolo amoroso, nessun regista in crisi artistica, nessun’adunata familiare natalizia in una casa grande e ricca. Arnaud Desplechin, sessant’anni il prossimo ottobre, ha atteso di sentirsi maturo come uomo per dedicarsi da regista ai temi della povertà e dell’emarginazione, inediti nel suo cinema, ma diventati cronaca quotidiana nell’Europa della crisi economica, ora sulla soglia di un altro tracollo dai contorni indefinibili. La sua città, in Roubaix, una luce nell’ombra, è teatro al pari di molte altre di un crescente disagio sociale cui si accompagnano degrado e criminalità di strada, per i quali il regista sceglie un’iconografia di vicoli, tetti e usci che fanno pensare alla Limerick di Frank McCourt o alla Londra di Charles Dickens.

Xavier Dolan e l’affannosa ricerca di sé: “Matthias & Maxime”

Matthias & Maxime si apre sulla corsa in tapis roulant dei due protagonisti: chiara espressione metaforica del contenuto tematico e stilistico dell’intero film. L’ultima opera di Xavier Dolan è una corsa che mette in luce l’affanno provocato dalla ricerca di sé. Il percorso dei due amici verso la comprensione del reciproco sentimento che li lega è una corsa contro il tempo, scandita in capitoli che segnano l’inesorabile avvicinarsi dell’imminente partenza per Melbourne di Maxime. È proprio questo affanno che emerge dalle scelte stilistiche del regista canadese, che attraverso un uso sapientissimo del montaggio, un’attenta scelta delle inquadrature e un accurato studio del sonoro riesce a rendere alla perfezione la confusione emotiva dei due protagonisti.

Biografia (educativa) di Miles Davis

Osare o non osare? Questo è il dilemma… Parafrasando Shakespeare è possibile evidenziare il limite di Miles Davis: Birth of the Cool, episodio della storica serie American Masters sui grandi nomi dello spettacolo e della cultura statunitense, ultimo lavoro del documentarista afroamericano Stanley Nelson Jr., autore sempre rivolto al glorioso passato nero (Jonestown, Freedom Riders, Black Panthers). L’eccessiva riverenza, pur doverosa verso una figura quale Miles Davis, emblema del jazz moderno e anticipatore delle sue molteplici evoluzioni, la cui eredità è un bagaglio culturale enorme per tutto il mondo, fa mancare quello slancio, quel rischio in più che deve essere corso in questi casi, pena l’uniformare un lavoro accattivante alla tipologia standard dell’edutainment televisivo.

“The Vast of Night” e i misteri della notte americana

The Vast of Night – L’immensità della notte, disponibile dal 29 maggio su Amazon Prime, è un film minimale, elegante e sorprendente. Presentandolo al Toronto Film Festival, il regista Andrew Patterson ha spiegato al pubblico come due elementi fossero per lui dei presupposti essenziali: voleva fare un film che prendesse il genere seriamente e che si potesse ascoltare come se si trattasse di un racconto radiofonico o di un podcast. Entrambi gli aspetti risultano chiaramente dalla visione dell’opera prima del regista, che è alcontempo un’operazione di minuzioso citazionismo storico ed estetico e una prova di abilità affabulatoria, grazie all’utilizzo del dialogo e della narrazione, che rendono The Vast of Night un misterioso, piccolo gioiello cinefilo.

“Da 5 Bloods” e i conti aperti con il passato

Sulla scia dell’esplosivo BlacKkKlansman, il regista di Atlanta torna a rivangare il passato recente d’America in cerca delle radici dei grandi problemi irrisolti nel contesto nazionale contemporaneo. La vicenda dei quattro veterani afroamericani, che tornano in Vietnam alla ricerca delle spoglie di un quinto commilitone e di un tesoro sottratto anni addietro al governo americano e ai Lahu per sostenere la causa nera, ha una doppia funzione. Da una parte affrontare una pagina troppo poco conosciuta della storia statunitense, ovvero il contributo afroamericano alla causa bellica, dall’altra lanciare una critica feroce all’odierno spirito americano incarnato dal modello trumpiano, la cui avidità e prepotenza stanno logorando dall’interno il tessuto sociale, mettendo tutti contro tutti in uno scontro fratricida le cui conseguenze sono ormai evidenti.

Chi ha “Paura” di Richard Wright?

Paura (1940, in originale Native Son) di Richard Wright fu il primo romanzo di un autore afro-americano ad essere selezionato, seppur dopo pesanti tagli, dal prestigioso Book-of-the-Month Club, diventando l’archetipo per il genere del romanzo di protesta sociale che tanti autori afro-americani seguiranno e da cui altrettanti prenderanno le distanze. In meno di un secolo di vita, il romanzo di Wright ha interessato registi come Welles, Rossellini e Carné e ispirato ben tre riduzioni filmiche, prova dello sguardo particolarmente cinematografico del suo autore e dell’attrazione, mista a repulsione, che il romanzo esercita sulla cultura afro-americana e americana. L’uccisione del cittadino afro-americano George Floyd da parte della polizia e la conseguente eruzione di disordini razziali ci dimostra quanto l’indagine di Richard Wright della società americana sia ancora rilevante.

“Doppio sospetto” e lo specchio del perturbante

Il lavoro di Olivier Masset-Depasse pullula di immagini del doppio: dapprima insiste sul tema dello specchio, e poi ne mostra implacabilmente le crepe. Richiama manifestamente un immaginario noto: è Douglas Sirk – il suo Technicolor fiammeggiante, le sue eroine borghesi sconquassate dalle passioni – il riferimento a cui rifarsi, lo stile da emulare e poi, post-modernamente, trasformare in maniera. Come nei melodrammi del maestro austriaco, tanto più la tragedia si fa lacerante quanto più si allarga un abisso raccapricciante tra la materia narrativa e la forma, che non rinuncia alla magniloquenza sfavillante, al barocchismo irriguardoso. E si allunga anche l’ombra di Hitchcock.

“In viaggio verso un sogno” e l’America della pietas

In viaggio verso un sogno rischia di passare fra le maglie cinefile come un feel-good movie qualunque. Eppure è un film che sceglie di avere un cuore d’oro ma non vuole essere buonista, e tratta il tema dell’handicap più attraverso l’attenzione all’individualità che ai riguardi irreggimentati del politically correct. E che mette in scena la sua storia con tale semplicità e delicatezza, verso i sentimenti dei personaggi e degli spettatori stessi, da divenire qualcosa di cui ogni tanto si sente proprio il bisogno: cinema classico in purezza, fatto della materia di cui sono fatti i sogni. In questo viaggio fra le sideways del vecchio Sud degli U.S.A., i registi e sceneggiatori Tyler Nilson e Michael Schwartz inseriscono accenni che risuonano a fondo nella cultura statunitense.

L’enigma laico di “Bar Giuseppe”

In Bar Giuseppe, si impone uno stile di regia assolutamente innovativo, che affianca ad una fotografia hopperiana (il bar nell’area di servizio, le luci gialle dei lampioni nella notte, gli avventori seduti come spalmati sui muri del locale, le inquadrature suddivise geometricamente dalle architetture), movimenti di macchina continui (carrelli in avanti, indietro, in senso opposto rispetto alla marcia dell’oggetto seguito, in chiave di allontanamento), panoramiche e carrellate circolari ad esprimere il senso di spaesamento del protagonista. Questa impostazione ossimorica del film induce a mantenere una distanza che impedisce di non percepire un certo scollamento tra le immagini e la storia. 

Fight the Power! “Queen & Slim” e la conseguenza delle azioni

Alla luce del brutale omicidio dell’afroamericano George Floyd per mano di un poliziotto bianco in Minnesota, Queen & Slim – primo lungometraggio di Melina Matsoukas, uscito in Italia a ridosso del lockdown e ora disponibile in Blu-ray – assume ulteriore valore e aggiunge un altro importante tassello nel processo di emancipazione iconografica del nuovo cinema nero statunitense. Se con Moonlight (2016) e Se la strada potesse parlare (2018) Barry Jenkins ha avviato la decostruzione di ingombranti cliché legati alla rappresentazione del ghetto nero e dei suoi abitanti, Matsoukas ne segue l’esempio applicandolo a un’altra immagine cinematografica legata all’afroamericano, ovvero la vittima inerme della violenza della polizia. 

“Georgetown”: chi è la vittima?

Quando gli autori di un film ci dicono troppe volte che le vicende narrate non si riferiscono a fatti realmente accaduti o che i personaggi non sono da confondere con persone veramente esistite, diventiamo subito sospettosi e abbiamo voglia di indagare. Nel caso di Georgetown il disclaimer è addirittura doppio, all’inizio e alla fine del film, rispettivamente prima e dopo una scena di onori militari che ci sembra subito improbabile, quasi una citazione cinematografica da Lawrence d’Arabia. Realtà e narrazione cinematografica si confondono volutamente. Esordio alla regia di Christoph Waltz, che, interpretando anche il protagonista maschile Ulrich Mott, aggiunge un’ulteriore caratterizzazione alla sua galleria di inquietanti seduttori, il film ricrea fedelmente la vicenda, prima sentimentale e poi processuale, di Albrecht Muth e Viola Herms Drath.

Lo stillicidio emotivo di “Honey Boy”

Ci si potrebbe affannare sulle valenze compensatorie del film per LaBeouf, visto che la sceneggiatura è stata concepita mentre l’attore si trovava in riabilitazione, come parte della sua terapia psicologica, e vista la decisione di interpretare – peraltro ottimamente – il proprio padre. Eppure, nonostante un autobiografismo disarmante, una creazione così ombelicale non ha per fortuna portato all’autocompiacimento: Honey Boy intelligentemente sfugge la tentazione di tracciare un arco narrativo di dannazione o redenzione del protagonista rispetto al proprio passato, e mette in scena il dolore nel minimalismo di una resa dei conti quotidiana e inesausta, sia da bambini che una volta diventati adulti.

“Magari” e le buone intenzioni tra infanzia e formazione

L’Italia è un Paese in cui, se fa un film la nipote di Gianni Agnelli, finisce per fare più notizia la disamina genealogica dell’autrice che la sostanza del film. Per questo cercheremo di non soffermarci troppo sul lignaggio della regista di Magari, che di cognome fa Elkann (Ginevra Elkann), ed è la terza dei tre figli di Margherita Agnelli, sorella di John e Lapo. Magari è dunque il debutto alla regia di una over forty, che a diciannove anni era assistente alla regia di Bernardo Bertolucci per L’assedio (1998) e un anno dopo era al fianco di Anthony Minghella sul set de Il talento di Mr. Ripley (1999). Per poi fondare nel 2012 la casa di distribuzione cinematografica Good Films, insieme a Francesco Melzi d’Eril, Luigi Musini e Lorenzo Mieli. Ora è in esclusiva su RaiPlay. 

“I Miserabili”, training days nell’Île de France

Ladj Ly, nato in Mali 42 anni fa, esordisce nel lungometraggio di finzione con I Miserabili, estensione paterna dell’omonimo corto da lui diretto nel 2017, aggiudicandosi il Premio della Giuria a Cannes 2019. Sceglie musiche ipnotiche che ricordano le partiture di Cliff Martinez per Soderbergh, un montaggio veloce che concede rare soste di quiete e una macchina da presa enfatica e volitiva. Guarda a Victor Hugo per il suo Issa-Gavroche e a Spike Lee per sé, per stile filmico e dignità nera (impossibile non pensare agli abusi dei poliziotti bianchi sulle giovani di colore di BlackKklansman quando Chris, reattivo collega di Stéphane, ferma pretestuosamente tre ragazzine nere alla fermata del bus).

“Favolacce”. La crisi e il masochismo

Gli alberi, un temporale estivo, la periferia romana, la disoccupazione e il decadente contemporaneo. Favolacce inizia pienamente assestato sui binari del cinema del reale italiano. E come tale sembra sposare la dedizione verso un racconto degli ultimi, verso uno sguardo sul marginale (dedizione già sviscerata nel precedente La terra dell’abbastanza). Ma, lo si può intuire subito, il secondo film dei fratelli D’Innocenzo (Orso d’argento per la migliore sceneggiatura alla Berlinale 2020) percorre tutta un’altra strada. L’ultima collaborazione dei registi al soggetto di Dogman, per esempio, ne era un fatto sintomatico. I due realizzano un cinema del ritorno agli sfarzi del grottesco, narrativo e poco votato al manierismo, impegnato a raccontare l’oggi.

“Buio” e le piccole donne che resistono

Opera prima di Emanuela Rossi, Buio è un film suddiviso in capitoli scanditi dalle illustrazioni di Nicoletta Ceccoli. Infatti, come afferma la stessa regista, è stata proprio un’opera di questa artista ad averla ispirata per la trama del suo film. Girato per lo più all’interno della casa in cui abitano le piccole donne, sono loro le vere protagoniste del film. Tutt’e tre vestite convestaglie “alla Wendy”, come le definisce Rossi stessa, le vediamo impegnarsi i giorni nello studio e nel fare ginnastica. In particolare, spicca tra tutte Denise Tantucci, precedentemente vista in varie fiction. Perfettamente centrata nel ruolo di sorella maggiore, dà il meglio di sé nei primi piani grazie alla forza della sua espressione facciale. Non è da meno l’attore protagonista, Valerio Binasco che, di certo non alle prime armi, sa ben incarnare il padre affettuoso e sadico allo stesso tempo.

“Buttiamo giù l’uomo” e il rovesciamento delle attese

Diretto da due registe, Bridget Savage Cole e Danielle Krudy, Buttiamo giù l’uomo (attualmente su Amazon Prime Video) suggerisce sin dal titolo un’intenzione femminista così apologetica da esserne evidentemente anche l’immediata presa in giro. E da subito capiamo che non tutto sarà come ci si aspetta, da una scena d’apertura memorabile in stile musical, dove disposti in armoniosa simmetria gli attori cantano e fanno anche l’occhiolino alla cinepresa; solo che non vengono accarezzati dalle studiate luci glamour dell’epoca d’oro di Hollywood, ma di tratta di ispidi pescatori del Maine, inguainati in pesanti paramenti impermeabili, impegnati a trafiggere pesci in un’atmosfera gelida.

Il filo rosso del dolore. “Rosa” e “Tornare”

“Il dolore è il gran maestro degli uomini. Sotto il suo soffio si sviluppano le anime”, così scriveva Marie von Ebner-Eschenbach. E proprio sul dolore, su un lutto, su un trauma non del tutto elaborato sono centrati due film di recente visione, tra i quali vediamo scorrere un impalpabile fil rouge intessuto delle diverse declinazioni cinematografiche che si possono dare al tema del dolore e dei percorsi alterni che le anime possono intraprendere per superarli. Le due opere prese in esame sono Rosa, esordio al lungo della documentarista Katja Colja, e Tornare di Cristina Comencini: entrambi film girati da donne, entrambi con una donna per protagonista, eppure capaci di essere agli antipodi.

“All Day and a Night”. Ricordare con rabbia

Il maggior pregio di All Day and a Night (presente su Netflix), opera seconda del regista, produttore e sceneggiatore Joe Robert Cole (noto come uno degli autori di The People v. O. J. Simpson e Black Panther) è l’andare oltre i cliché del ghetto-movie pur non tradendo le dinamiche stilistiche del genere. Come già Barry Jenkins in Moonlight e Se la strada potesse parlare, Cole cerca di smontare gli stereotipi legati alla periferia americana mostrando un’alternativa valida a quella iconografia. Mostrando in flashback il passato del ragazzo protagonista e di come sia finito in carcere per omicidio, il film esce dai binari consueti del genere per farsi indagine sul contesto sociale e culturale al cui interno si forma il giovane gangster.

“Black Christmas” e il conflitto tra stereotipi

Nonostante i nobili propositi, Black Christmas di Takal non combatte le discriminazioni di genere, ma si trasforma in un conflitto tra stereotipi volutamente tranchant. Problematiche sociali mai scomparse come lo stalking, la violenza, la prevaricazione del branco, si esauriscono in un parossismo grottesco che allenta la presa critica sulle battaglie delle protagoniste. Gli espedienti si fanno sempre più bizzarri e prevedibili, e un film che mirava a esulare dal classico slasher rischia di declinare nella parodia dello stesso. Se l’atto di convertire la preda in predatore resta intrigante negli intenti, Sophia Takal decostruisce il film di Clark per confezionare un racconto contraddittorio sull’empowerment, vanificando ogni tentativo di sovvertire gli schemi.