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“Yesterday” e il mondo senza Beatles

Tutto nasce da un soggetto scritto da Jack Barth intitolato Cover Version che, dopo varie peripezie, finisce nelle mani del nume tutelare della commedia romantica inglese, Richard Curtis. La penna che ha firmato successi commerciali quali Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill e Il diario di Bridget Jones decide di ri-manipolare la storia di Barth omettendone le parti più ciniche col beneplacito di Danny Boyle. Il risultato è un intrattenimento zuccheroso, scandito naturalmente dalla musica degli “assenti eccellenti” e da equivoche incongruenze che offrono il destro a un umorismo (fin troppo) immediato. Curtis e Boyle estremizzano la sacra devozione nei confronti dei Beatles confezionando una commedia musicale che cavalca appena tardivamente l’onda e il clamore commerciale di biopic come Bohemian Rhapsody e Rocketman, offrendo un diversivo dalla scrittura e dalla messa in scena eccessivamente pop.

“Vivere” e il racconto della rinuncia

Scegliendo la rappresentanza (sia del potere sia del ceto medio) anziché la rappresentazione, Vivere non riesce a trovare una cifra se non nella prospettiva di un racconto mancato e manicheo. Quasi per eludere il problema, si dedica al ménage di una coppia in sfacelo, con una donna stanca in apnea nel traffico della capitale e un uomo-bambino incapace di empatia. Ci mette dentro una bambina cagionevole, un ragazzino cocainomane, un medico premuroso, un vicino di casa solo al mondo. Individua un filtro nello sguardo della studentessa irlandese ospitata dai protagonisti per un anno. In origine, Vivere si sarebbe dovuto chiamare Un anno in Italia: una rinuncia che sembra una dichiarazione d’impotenza.

“Burning” tra ricerca e pedinamento

Tra gli autori più influenti di quella che fu la New Wave sudcoreana, Lee Chang-dong rimane ancora oggi un autore devoto a un impegno sociale, fatto di cronaca contemporanea ma anche di lotta di classe. Il racconto della Corea del Sud è, infatti, ben contestualizzato, attuale e nitido; ambientato inoltre ai confini con la Corea del Nord. Una realtà ferita dalle disuguaglianze sociali sempre più evidenti, messe in scena dai tre protagonisti: i tre centri nevralgici del film. Tre classi sociali diverse, collocate in tre luoghi fisici ben differenti. Da una parte la casa dismessa ai margini della città, in una campagna quasi disabitata dove vive il giovane laureato e disoccupato Jon-su. Dall’altra lo stretto appartamento dalle piccole finestre, dentro il quale il sole entra in brevi momenti fortunati, luogo di Hae-mi, giovane ragazza emarginata e totalmente incompresa

Il bighellonaggio cinefilo – Speciale “C’era una volta a… Hollywood” IV

Tarantino, dopo gli esiti artistici incerti di The Hateful Eight, decide di ripartire proprio da lì, dalla convinzione incrollabile che, almeno per il tempo in cui lo spettatore è in sala, il cinema tutto possa e tutto sia in grado di dare. Che i protagonisti siano poi un isterico attore di serie B sul viale del tramonto (Leonardo DiCaprio) e uno stuntman gioviale quanto stolidamente facinoroso (Brad Pitt), che storditi dalle droghe non capiscono nemmeno il ruolo cui stanno assurgendo, è un’idea niente male. Ammettiamolo, si tratta sulla carta di una operazione pressoché irresistibile, in grado di convogliare le simpatie sia del grande pubblico in cerca di gratificazione e divertimento, sia, svolta con l’inventiva e il carisma di un grande regista, degli eruditi cultori della settima arte.

“I migliori anni della nostra vita” e la memoria delle immagini

Lelouch ritorna agli abbracci (e ai selfie) in riva al mare e alle corse, lente, perché nessuno aveva né ha tuttora fretta, in macchina e contro il tempo che sembra andare di pari passo insieme a loro, in un cortocircuito in cui le storie incrociate di Un uomo, una donna rivivono in Trintignant e Aimée che ne vestono i panni sfioriti, mentre il ricordo di Jean-Louis e Anne è lo stesso del film del 1966, nitido come nitida rimane la sequenza in riva al mare nel ricordo dello spettatore. Partire, ricordare, ritornare e riconoscersi; riconoscersi nelle voci dal timbro sempre uguale, nel gesto con cui Anne si sposta i capelli. E nello stesso momento il ricordo (del) cinema trapela nella memoria di Jean-Louis e in quella dello spettatore. I migliori anni della nostra vita rivela che non c’è né potrai mai esserci una fine in queste storie perché continuano a costellare l’immaginario di chi le ha create ed esperite.

Le porte girevoli della storia e del cinema – Speciale “C’era una volta a… Hollywood” III

Tarantino usa il meccanismo di Sliding Doors e fa prendere un’altra direzione a quella che è stata la Storia, velandola di malinconia e costellandola di continue citazioni e rimandi alla storia del cinema ed a i suoi protagonisti. Ecco così che C’era una volta a… Hollywood diventa il ritratto ingiallito di un’epoca finita, un sogno utopistico che si è poi trasformato in un incubo e che nel film finisce in gloria: il lanciafiamme da oggetto di scena usato da Rick per uccidere in massa i nazisti trasforma il suo ruolo e in quella realtà viene usato per uccidere le bestie di quel diavolo che si dipingeva come il Redentore. Tarantino non cela la sua conclamata cinefilia bensì la mostra più sfacciatamente che mai arricchendola di tutta la sua nostalgia per il cinema del passato e trasmettendola ai suoi spettatori.

Nostalgia “unchained” – Speciale “C’era una volta a… Hollywood” II

Tutto, in C’era una volta a… Hollywood, è forgiato su questa nostalgia. I due bellissimi personaggi di Rick Dalton e Cliff Booth, il bravo attore che non ce l’ha mai davvero fatta e la sua controfigura, amico rilassato e incoraggiante; il ricordo di un’epoca in cui le insegne delle sale cinematografiche si illuminavano romanticamente al tramonto (e Tarantino bambino ne rimaneva ammaliato, a spasso in macchina per Los Angeles con il patrigno, e cominciava a filmarle); la storia d’amore e cinema di Sharon Tate e Roman Polanski, vissuta sulle note di Mrs. Robinson. La macchina da presa di Tarantino raccoglie grata il patrimonio e gli rende omaggio proiettando sullo schermo – e sugli schermi, delle tv, drive-in e cinema che si susseguono nei 160 veloci minuti del film – le pellicole di quell’epoca e le serie tv di quegli anni. Ma reinventati o consegnati alla gloria di cui spesso non hanno mai goduto.

Una storia hollywoodiana in purezza – Speciale “C’era una volta a… Hollywood” I

C’era una volta a… Hollywood: esplicitamente alla maniera di Sergio Leone, che nelle sue elegie terminali non raccontava la verità ufficiale ma quella mediata, ripensata, reinterpretata dal cinema. Quentin Tarantino è uno che ha sempre fatto un cinema dentro il cinema, cinefilo nella misura in cui l’amore feticista per i film s’incrocia con l’operazione romanzesca di recuperare il tempo perduto che essi rievocano. E quindi esplorarlo, ribaltarlo, possibilmente rivoluzionarlo. Quella dell’ultimo film dell’autore è una “Hollywood story” in purezza: una parabola che si muove in un contesto dove la messinscena è una chiave d’accesso alla realtà perché i suoi abitanti ragionano secondo la logica della finzione. 

Il mélo sanguigno di “La vita invisibile di Eurídice Gusmão”

Euridice e Guida si adorano, si cercano, e dopo anni di lontananza trasformano il simulacro dell’altra in una voce interiore con cui misurare i propri fallimenti personali. Non sono due modelli antitetici di femminilità, la ragazza madre e la massaia oculata: sono piuttosto due disgraziate in carne e ossa, pulsanti di rabbia e rammarico, complementi oggetti di una violenza familiare inscritta nelle concezioni stesse di regola e decoro. Gli uomini, di contro, restano figurine sbiadite e inconsistenti, impercettibili come il sistema che ne sancisce il controllo assoluto sui corpi delle figlie, mogli e madri. Ma sono veri il sangue e il sudore, così come gli umori corporei che abitano le sequenze più brutali e dolorose, squarci di un cinema che sa essere tanto sottile quanto crudele.

“Vox Lux” e le ombre della musica pop

Classe 1988, Corbet dimostra di avere le idee chiarissime sull’industria culturale e sul cinema. Il film è strutturato in un preludio (esplicito riferimento musicale), due atti e un epilogo. C’è anche il coro, come in una tragedia greca: la voice over di Willem Defoe ci narra gli eventi da un punto di vista privilegiato di narratore onnisciente che anticipa, commenta, rivela. Non tutto infatti è visibile nel film, ma in questo caso non è una mancanza dell’opera: quando si tratta di mostrare, Corbet filma senza indugio (la violenza dell’episodio iniziale, che richiama la strage di Columbine). É ciò che c’è dietro il mondo di Celeste (Raffey Cassidy da giovane, Natalie Portman da adulta) ad essere invisibile agli occhi e pertanto alla macchina da presa.

“Il regno” corrotto dei politici di Spagna

A un anno dall’uscita in patria ed in contemporanea con la presentazione alla Mostra del cinema di Venezia del suo ultimo lungometraggio, Madre, arriva in sala Il regno, del trentacinquenne regista spagnolo Rodrigo Sorogoyen, vincitore lo scorso febbraio dei premi Goya a regia, sceneggiatura, montaggio, musica, sonoro ed interpreti. All’appello manca solo il riconoscimento al miglior film. Che l’Academia spagnola abbia temuto l’immagine della Spagna e dei suoi politici delineata da Sorogoyen, anche autore della sceneggiatura con Isabel Peña? O che abbia in un certo senso punito il pur bravissimo regista per essersi limitato a confezionare un assillante, perfetto meccanismo d’azione senza elevarlo ad altro?

“Mademoiselle”, dal desiderio di vendetta alla vendetta del desiderio

La potenza narrativa di Park Chan-wook è insita nella trama che lega le sue storie, tasselli di un’unica opera magna; una vera e propria fenomenologia della vendetta che gradualmente cambia i connotati: a partire dalla “trilogia della vendetta”, il regista descrive una curva discendente dal maschile al femminile, dai toni hardcore di Mr. Vendetta e Old Boy, dettati dal desiderio di vendetta, alla vendetta orientata al desiderio che, da Lady Vendetta a Mademoiselle, si fa via via più softcore, sino ad assumere i contorni di una fiaba. Le eroine di Chan-wook sono giovani donne dal passato e presente doloroso, costellato di perdite e privazioni: separate dal femminile materno e in contrasto con un maschile traditore al quale, paradossalmente, anelano. Il loro è un viaggio iniziatico, redentivo, atto a riparare ciò che è stato danneggiato. In Mademoiselle le due amanti giungono allo stadio finale del loro peculiare percorso di formazione: la possibilità di riconnettersi al femminile e guarire la ferita del maschile. 

“Effetto domino” e la fascinazione dell’abbandono

Cupissimo, ineluttabile, Effetto domino è anche un inno all’attrazione/repulsione per il disfacimento e la morte. La fascinazione per i luoghi in abbandono, che ha dato vita a file crescenti di urban explorers, è qui al suo apogeo: accarezzata da una luce fredda ed esatta, la bellezza dei vecchi edifici in disuso è innegabile e struggente nelle armoniose composizioni visive generate dal caos – e da un ottimo occhio per l’inquadratura e la messa in scena. Pur con qualche dialogo filosofeggiante di troppo, il progetto di un manipolo di esseri umani di distruggerli per ricostruirli nuovi e splendenti, come se i precedenti non fossero mai esistiti, è il perfetto rispecchiamento di un anelito del nostro tempo a non invecchiare e morire mai più, di qui a una manciata di anni. 

“La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco a Venezia 2019

Franco Maresco nel 2017, a 25 anni dalle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, decide di iniziare le riprese di un nuovo film. Al centro di La mafia non è più quella di una volta ci sono le stragi di Capaci e via D’Amelio viste attraverso due figure molto diverse tra loro e che rappresentano due fronti opposti. Da un lato c’è Letizia Battaglia illustre fotografa italiana nota soprattutto per i suoi scatti sulle guerre di mafia, dall’altro lato si trova Ciccio Mira già protagonista nel film precedente di Maresco Belluscone. Una storia siciliana. Letizia Battaglia è delusa, ma non cinica, come invece è Maresco, e guarda alle persone con la speranza di chi non può credere che una tale strage, un tale incubo, sia caduto nell’indifferenza da parte della società siciliana.

“Blinded by the Light” e la poetica del Boss

Tratto dalla vera storia del fan Sarfraz Manzoor, figlio di pakistani immigrati a Leyton negli anni Ottanta, il film di Gurinder Chadha è un racconto di formazione il cui processo scaturisce dall’impatto con la musica del rocker, considerata dai giovani inglesi ormai desueta, ma capace ancora di ispirare ed emozionare il ragazzo, spronandolo a credere e lavorare ai propri sogni. Chadha è brava nel modellare la materia springsteeniana a favore della sua storia, con alcune scelte stilistiche azzeccate (la folgorazione di Javed all’ascolto di Dancing In the Dark e Promised Land o l’assolo di sax di Jungleland sul pestaggio del padre da parte dei naziskin) e altre più kitsch sullo stile di Bollywood (la serenata all’amata Eliza su Thunder Road o Born to Run cantata a squarciagola per le strade della cittadina inglese).

“Martin Eden” di Pietro Marcello a Venezia 2019

Pietro Marcello come in La bocca del lupo cerca anche per Martin Eden uno sguardo che catturi l’intimità, i pensieri e le azioni del protagonista conservandone una grandiosa potenza. Evitando gli eccessi compone un’opera intrisa di “un appassionato realismo”, come lo è il Martin Eden di London, e costruisce un personaggio in cui tutti possono vedere se stessi. Guardare il signor Eden nella sua disfatta fisica e psichica è doloroso, anche se Pietro Marcello nel suo film avrebbe potuto approfondire ulteriormente questa seconda parte con le immagini piuttosto che con le parole. Infatti Martin Eden è davvero un racconto per immagini, un insieme di quadri che mostrati allo spettatore, dal primo all’ultimo, lo affascinano per la sua perfezione ed il suo realismo.

“L’ospite” fragile delle coppie instabili

Visto che la condanna all’incertezza e a nuovi decorsi sentimentali pare ineludibile, Chiarini invita a fare dell’instabilità virtù, accogliendone i risvolti positivi e le possibilità. I quasi-adulti di L’ospite, sideralmente lontani anche dal magnifico quarantenne Nanni Moretti uscito dalla generazione di mezzo fra quelle di Guido e dei suoi genitori, vanno ai concerti rock, si incontrano su Tinder, soffrono d’ansia cronica e sognano di lavorare oltreoceano, in attesa di una maturità dura da guadagnare, ma alle prese come apripista, poveri loro, con una instabilità affettiva dalle conseguenze tutte da sperimentare.

“Anthropocene” e l’impatto sul pianeta

Sempre più sensibili alla plastica negli oceani e all’inquinamento, Anthropocene ci vuole mostrare come molte altre nostre azioni, solitamente pensate come tecnologiche e moderne, abbiano avuto un impatto non indifferente sul nostro pianeta e abbiamo contribuito a cambiarlo profondamente. E così inizia il nostro viaggio. La prima tappa in Russia e Massa di Carrara sino ad arrivare in Cile, per scoprire le conseguenze dell’estrazione di vari materiali utili all’uomo. In Germania vediamo la terraformazione: la trasformazione della terra per fini umani. E ancora, nella discarica di Dandora, in Kenya, scopriamo cosa sono i tecnofossili: oggetti creati dagli uomini (come la plastica) che restano e si infiltrano nella terra. Il nostro viaggio continua attraverso trafori e miniere, sino ad arrivare al cambiamento climatico e concludersi con l’estinzione di alcune specie animali.

“Vita segreta di Maria Capasso” e il ritorno di Salvatore Piscicelli

Quello di Maria è un amore spropositato per sé stessa, un desiderio forte di auto-rivendicarsi, di riconoscersi, affermarsi, in questo sì, molto vicina all’essenza di Filumena Marturano. Siamo naturalmente portati ad apprezzare parecchio questo tipo di egoismo femminile, di autostima esasperata, in un contesto che dimostra quotidianamente quanto ancora ci sia da fare per liberare le donne dall’egemonia maschile. Siamo convinti che il messaggio del film, se ha ancora un senso parlare di message, ancorché travestito da una patina di maledettismo noir, sia molto forte e positivo. Proprio perché, una volta tanto, è una donna a prendere in mano la sua vita e a rifiutare ciò che altri, o un destino infame e sfortunato, hanno previsto per lei. La vita segreta di Maria, insomma, non ci indigna e ci piace assai.

“Too Old to Die Young”, il veleno e la cura

Refn mette in atto un lavoro sull’attesa. L’immagine, in Too Old to Die Young, indugia, precede. Precede un omicidio, una sparatoria, un inseguimento o, anche, solamente un dialogo. Quello che restituisce è un forte realismo dei tempi che, mescolato ad un estetica al neon, saturata, porta alla sinterizzazione di un’opera in bilico tra surrealismo e grottesco. Le lunghe carrellate e panoramiche, inoltre, contribuiscono ad imporre tempi dilatati e a restituire una lentezza ipnotica, quasi rituale. Tra le tante realtà, infatti, c’è anche quella magica/sciamanica, c’è una “sacerdotessa della morte” e ci sono i tarocchi, con i loro significati e con i loro nomi che danno i titoli ai dieci episodi.