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Marvel come opera mondo – Speciale “Avengers: Endgame” I

Luoghi, eventi e parole di tutti i film precedenti vengono miscelati e riproposti sullo schermo, mettendo in luce pregi e difetti di un universo narrativo che ha pochi eguali nella storia. Come per le pagelle scolastiche di fine anno, Kevin Feige vuole dare i voti alle proprie fatiche, dalle più riuscite a quelle più deludenti, con il folle obiettivo di condensare un’intera decade di cinema in un unico film. Il risultato finale è un’opera mondo che sfonda le barriere del proprio genere, calamita l’attenzione di appassionati e neofiti e restituisce al cinema la sua funzione di rito collettivo. Basterebbe vedere la lunghissima battaglia finale tra Thanos e gli Avengers per comprendere la vera forza della macchina produttiva dei Marvel Studios: la capacità di sfruttare al massimo le potenzialità del grande schermo, di intrattenere e coinvolgere il pubblico in sala senza mai limitarsi di accontentare le aspettative ma solo superandole.

“La caduta dell’impero americano”, istruzioni per rialzarsi

Con la leggerezza e la gravità che possono convivere forse solo in un ottantenne, Denys Arcand realizza un film miracolosamente in bilico tra commedia e dramma, delicatamente ondivago tra i due principali registri di interpretazione e narrazione della vita. La caduta dell’impero americano è la sua personale presa d’atto dell’epocale processo di cambiamento vissuto dalle società del ricco occidente negli ultimi vent’anni, che vede due fenomeni l’un l’altro collegati plasmare in senso regressivo le vite di nordamericani ed europei: l’accrescersi della forbice fra poveri e ricchi nell’inesorabile corrosione del ceto medio e lo svincolarsi della condizione economica dell’individuo dal suo livello di istruzione. 

“Un’altra vita – Mug” e l’identità sfigurata del cattolicesimo polacco

L’intera opera è percorsa dal leit motiv dell’incomunicabilità. Nella campana di vetro delle grette convinzioni, chi parla una lingua diversa non viene capito, chi appartiene a una classe sociale differente viene escluso, persino in famiglia chi ambisce a una vita diversa (e migliore) è considerato un outsider da disconoscere. Come un moderno Frankenstein, l’essere mostruoso diviene strumento di pericolosa conoscenza: lo rende un monito di ciò che la società è e potrebbe diventare. Libero dalle sovrastrutture sociali è potente filtro in grado di squarciare le maschere pirandelliane e rivelare l’erosione del perbenismo religioso – sedotto dalla sessualità torbida – della politica corrotta, delle ideologie ormai tramontate. Sulle macerie di un nazionalismo stantio, per salvarsi dal declino etico identitario, non resta che andarsene. 

“Sarah e Saleem” e il riscatto impossibile

La regia fresca, sobria ed elegante di Alayan e l’ottima sceneggiatura contribuiscono a mettere in scena questa storia con naturalezza, facendo emergere in modo delicato ma efficace i sentimenti dei protagonisti ottimamente interpretati: la noia di Sarah, la tristezza e la voglia di riscatto di Saleem, la voglia di vivere di entrambi, le loro paure, le loro fragilità e – a seguito degli eventi – la loro crescita umana, in un climax di inaspettata forza d’animo e di insospettabili alleanze. Non da meno la bravura dei comprimari che mettono in scena personaggi interessanti e per niente scontati, come Bisan, la dolce compagna di Saleem che negli eventi che sconvolgono la sua esistenza trova la forza di affermare la propria indipendenza dalla famiglia e dal marito, o come l’ambizioso David che vive il tradimento della moglie come intralcio alla sua carriera e crede che basti nascondere lo scandalo per cancellare i problemi.

“Torna a casa, Jimi!” e il paese diviso

Torna a casa, Jimi!, vincitore del Tribeca Film Festival, è il primo lungometraggio di Marios Piperides, produttore e regista cipriota, suo The Last Remaining Seats (2011), documentario sui tentativi di riapertura di un cinema abbandonato in un villaggio di Cipro. Qui, il Jimi del titolo è un cane, così battezzato in onore di Hendrix, fedele compagno di sventura di Yiannis, musicista spiantato. Piperides riesce a raggiungere un perfetto equilibrio in cui l’umorismo graffiante della commedia serve a mettere in scena una severa critica sociale evitando di essere pedante e didascalico, dove la fuga di Jimi attraverso la zona cuscinetto sorvegliata dalle Nazioni Unite, non è altro che un pretesto per smascherare le assurdità della vita degli abitanti di Cipro, costretti a fare i conti ancora oggi con quella linea verde che separa la Repubblica di Cipro dalla Repubblica turca di Cipro Nord.

“Dilili a Parigi” e la cultura con gli occhi dei bambini

Ocelot disegna Dilili come una sorellina ed è la più giusta descrizione per questo personaggio. Così si soffre nel vederla affrontare le difficoltà che intralciano il suo roseo destino, e ne si invidia la spensieratezza e l’innocenza alla Peter Pan, che Dilili riesce ad omologare, nel corso della vicenda, a grande saggezza, coraggio e astuzia. Ocelot torna quindi a parlare attraverso gli occhi di un bambino che, come in Kirikù e la strega Karabà, ha una saggezza d’animo più tipica dell’anziano cantastorie. Dilili è una bimba che deve molto a Victor Hugo, la sua forza d’animo nel fronteggiare le ingiustizie, razziali e sessiste, ricorda infatti quella di Gavroche, ma se quest’ultimo soccombe a Parigi e al potere, la nostra eroina capeggiando una rivoluzione intellettuale guarda al futuro con positività: un nuovo mondo in cui è possibile costruire una società migliore senza che qualcuno debba genuflettersi.

Il potente canto funebre di “Oro verde”

C’era una volta in Colombia, recita il sottotitolo dell’edizione italiana: forse a prima vista può sembrare una scelta pigra, eppure, riflettendoci, suggerisce bene l’idea dello sguardo rivolto al passato di un popolo per sottolinearne la metamorfosi, lo scarto rispetto alla realtà contemporanea. E, soprattutto, la frattura con l’immagine fortemente d’impatto che della Colombia ci ha offerto la recente serialità: pensiamo a Narcos, l’epopea criminale dei cartelli del traffico di coca. Oro verde fa un passo indietro, per risalire all’origine dell’innocenza perduta, del conflitto tra una mentalità affaristica pronta a fare affari con i gringos e l’identità primordiale che vede negli animali i referenti di presagi oscuri, legge nei sogni le coordinate del futuro e i segni dell’anima, onora i morti secondo antiche usanze affidate alle donne.

“L’uomo fedele”, un compendio di cinema e cultura

Ne L’uomo fedele Garrel è meno accorato che nel suo primo film, quanto piuttosto rilassato, divertito e compiaciuto. Già nella prototipicità dei nomi, con infiniti rimandi semiotici, denuncia la sua intenzione di mettere in scena con levità un compendio sia di cinema che di cultura francese in senso largo, mischiando commedia con dramma e aggiungendo anche qualche tocco thriller, nei dubbi che Joseph suscita in Abel sulla reale natura di sua madre. Naturalmente, si tratta di thriller in salsa d’oltralpe, e dunque una tisana sospetta suscita più la curiosità interlocutoria di Grazie per la cioccolata di Claude Chabrol che l’inquietudine sgomenta de Il sospetto di Alfred Hitchcock.

Speciale “Noi” di Jordan Peele – III

Peele sa perfettamente quello che vuole dire, sfruttando stilemi del genere (Haneke, su tutti), accompagnandoci nel suo (o nel nostro?) mondo grazie a un sottofondo ironico che stempera e rende più accessibile il film. La danza con lo spettatore che Noi compie è serrata, lasciando noi con un “vuoto di parola”, assorbiti da un binomio immenso e singolo: un popolo aggiogato e una donna nel suo lucido delirio. Animali delusi (e illusi), senza traccia sulla loro stessa terra, guidati, in apparenza, da uno stelo d’erba inerme, arso da un sole al neon. “Vittime, non lo siamo tutti?” direbbe Eric Draven. Ma la protagonista di Noi è Adelchi, non Ermengarda. E, nonostante il volgo disperso un nome riesce, in extremis, ad averlo, alla fine per noi, per tutti noi, non resta che far torto, o patirlo.

Speciale “Noi” di Jordan Peele – II

Se il film non brilla di originalità, resta però valido il tentativo di porre questioni fondamentali dei nostri tempi attraverso il meccanismo del genere horror, che permette di metaforizzare tematiche, quesiti e risposte. L’incontro tra Red e il suo doppelgänger simboleggia il rapporto con una generica alterità: assumendo come poli del confronto una maggioranza e una minoranza, essa può essere codificata a livello razziale (bianchi vs neri) o economico (ricchi vs poveri). Nel film di Peele questo rapporto è segnato da una fase iniziale di incontro, ostilità e paura dell’ignoto,  a cui segue un momento di affermazione – da parte dell’“altro” – della propria identità, per approdare poi ad un ribaltamento di prospettiva nell’immancabile colpo di scena finale.

Speciale “Noi” di Jordan Peele – I

Negli anni in cui l’horror d’oltreoceano attraversa un’incredibile momento di prosperità, contrapponendo blockbuster dagli straripanti successi commerciali a folgoranti ed ardite opere indipendenti, è singolare come Jordan Peele appaia costretto in un limbo collocato da questi due poli. Noi è una creatura difficilmente catalogabile, pervasa da una freschezza di messa in scena che fatica a trovare un atteggiamento parimenti temerario e compatto sul piano della logica narrativa. In un gioco che punta a disorientare, facendo perdere le coordinate dell’azione per poi tirare didascalicamente le fila in conclusione, l’esito può essere più frustrante che appagante; grande limite di un’operazione dal potenziale immenso e dal fascino innegabile, che conferma le qualità del suo artefice nei panni di abile narratore della contemporaneità.

“Le invisibili” a Rendez-vous 2019

Il cinema europeo è ricco di voci valide e importanti che puntano il dito sul progressivo declino della società della giustizia e dell’uguaglianza, spesso senza l’eco che la causa meriterebbe. Ken Loach, Mike Leigh e i fratelli Dardenne sono fra i nomi più legittimamente celebrati di questo cinema, ed il giovane regista francese Louis-Julien Petit mostra senza falsi pudori nel suo Le invisibili di avere fatto propria la lezione stilistica e tematica di questi maestri. Ma anche di voler fare qualcosa che sappia discostarsi dal loro fondamentale selciato. Meno arrabbiato e pessimista dei registi menzionati, sceglie toni da commedia per raccontare in Le invisibili le vite emarginate di un gruppo di donne senza fissa dimora nella Parigi odierna. 

“Dumbo” e il volo dell’iconografia Disney

La scelta di Burton appare azzeccata a partire dai temi e l’iconografia della pellicola: un protagonista che fa del suo handicap un punto di forza (Edward Mani di Forbice), la cornice sfavillante del circo (Big Fish) e la stessa figura di Dumbo, che nella sua versione 3D riesce a mescolare tenerezza e uncanniness come i pupazzi di Nightmare Before Christmas. Similmente a quanto visto in Alice nel Paese delle Meraviglie, la storia dell’elefantino viene espansa oltre i limiti del cartone animato del 1941, senza però dimenticare il testo originale che viene a più riprese omaggiato. Con la sola eccezione dei corvi, esclusi probabilmente per il loro sotto-testo razzista, tutti i personaggi e le situazioni dell’originale compaiono nel remake

“Dumbo” tra Burton e Fellini

Dumbo sembra essere, ma non è, lontano dallo stile grottesco che contraddistingue Tim Burton, pur destinato anche ai piccini. Ambientato nell’anno 1919 il Dumbo di Burton sembra riproporre alcune domande che Federico Fellini si pose per la realizzazione del suo film I clowns del 1970: “I clown di allora, di quando ero bambino dove sono adesso? Esiste ancora quella comicità violenta che dava sgomento? Quel grande chiasso esilarante e spasmodico può ancora divertire? Certo il mondo cui apparteneva, di cui era espressione non c’è più […]”. Ecco perché il circo, da arte di strada, nucleo di maschere stravolte dai fumi dell’alcool e da luci psichedeliche, sembrava il perfetto scenario per il classico Tim Burton a cui siamo soliti pensare. 

“Ricordi?” e il tempo imperfetto

Ricordi? è un film totalmente impressionista, nel quale il paesaggio assume una dignità poetica, essendo l’immediato specchio delle emozioni vissute dai suoi personaggi e dove è notevole la ricerca del regista nei confronti dell’elemento formale dell’immagine: l’uso di sovrimpressioni, dissolvenze, variazioni di fuoco, gioco di specchi, elementi grafici, ogni genere di manipolazione dell’immagine torna utile per esprimere la soggettività dei personaggi, le loro emozioni, i pensieri, le impressioni, i ricordi. A dieci anni di distanza dal suo primo film Dieci inverni, Mieli ritorna su un tema evidentemente a lui caro, e indubbiamente ricco di interconnessioni multidisciplinari (con la psicoanalisi, la filosofia, la scienza) che qui potremmo definire come il tema del tempo dell’amore. L’operazione è magnificamente sostenuta dal talento empatico dei due protagonisti

“Il professore e il pazzo”, le beautiful minds dell’Oxford English Dictionary

Il regista iraniano P.B. Shemran, già collaboratore di Gibson in Apocalypto, racconta senza particolare personalità una vicenda dalle alte potenzialità cinematografiche. Come in A Beautiful Mind, le loro intuizioni ed associazioni, che qui dirigono l’inesauribile opera di catalogazione delle parole della lingua inglese, si appoggiano su mappe intricate e rigorose, invisibili arredi delle stanze colme di libri e appunti in cui entrambi lavorano. Emerge un’idea forte, bellissima, che sarebbe stato affascinante vedere al centro delle riflessioni del film. Quella del potere emancipatore e terapeutico della parola, della celebrazione della lingua e della diffusione ecumenica del linguaggio come strumenti di libertà dell’individuo e degli Stati, di affrancamento dall’inferiorità sociale e di crescita personale nei rapporti d’amicizia o persino d’amore.

“Chaco” e il cinema della moralità

Nel 2012, Daniele Incalcaterra raccontò in El Impenetrabile le vicende scaturite dalla scoperta di aver ereditato dal padre cinquemila ettari di foresta vergine in Paraguay, la più grande del Sudamerica dopo l’Amazzonia. Grazie ad un decreto dell’allora presidente Fernando Lugo, il regista sperava di rendere quel terreno una riserva naturale, l’Arcadia, convinto di dover restituire la terra ai nativi guaranì. Oggi, sempre in tandem con la moglie Fausta Quattrini, in Chaco – premiato all’ultimo Festival dei Popoli di Firenze – riprende il filo di una storia che ha subito le conseguenze politiche della controversa caduta di Lugo, probabilmente destituito perché intenzionato a promuovere alcune riforme come quella della proprietà terriera.

“Sofia”, un ritratto di famiglia

Prendendo spunto dai suoi modelli registici, Cristian Mungiu e Asghar Farhadi su tutti, e sviluppando quei campi e controcampi colmi di significato che l’avvicinano al Kechiche di La Vita di Adele – bastano quelli a ritrarre la differenza di classe e a mappare il territorio di Casablanca lacerato da conflitti sociali endemici – la cineasta racconta l’autodeterminazione dell’individuo come reazione strategica e pianificata all’oppressione prodotta dalla comunità patriarcale. Il metodo Benm’Barek, basato su una fredda e meticolosa analisi dei contesti socio-culturali, lascia fuori campo gli psicologismi di maniera e non concede quasi mai l’enfasi emotiva e sentimentale ai suoi personaggi, demandando il compito di sottolinearne gli stati d’animo e la loro soggettività alla camera a mano.

“Dafne”, una storia resistente

Le intenzioni sono chiare fin dal titolo: Dafne di Federico Bondi è la storia di una donna inscalfibile, con un tetto ma senza legge e deflagrante in ogni momento, preminente davanti alla macchina da presa e alla vita. A interpretarla è Carolina Raspanti; non ha letto il copione perché voleva essere libera, stando a ciò che ha più volte detto l’attrice e in effetti la finzione sembra essersi totalmente adattata, plasmata sul suo vissuto personale: lavora in un supermercato sia nel film che nella vita, dice di amare il suo lavoro, di considerarlo parte costitutiva della sua identità, di sentirsi realizzata creando dal nulla la più piccola parte del prodotto che dovrà vendere cioè le etichette, come asserisce fiera a una sua collega. Davanti alla morte ci si chiede come poter trovare la forza per resistere, per le mille iniziative e gli altrettanti progetti che potrebbero non arrivare a nulla, ma nel vincere la mancanza della madre Dafne è insormontabile.

“Peterloo”, un film parlato

Il racconto si dispiega così in un susseguirsi di dialoghi e comizi, in cui la parola è ora funzionale alla coesione sociale – unire le masse, agitarle e mobilitarle alla rivolta, più o meno violenta – ora strumento di annichilimento dell’altro. Fin dallo scontro stridente di accenti di Segreti e bugie, passando per i rantoli gutturali di Turner, la riflessione di Mike Leigh sulla lingua trova qui il suo prodotto più maturo e complesso, tanto da tradursi in dispositivo drammaturgico: in un profluvio verboso di agoni retorici e arringhe motivazionali, il film è in fondo un’infinita escalation verso un unico discorso che non ci sarà dato sentire (come a dire: parlare è un diritto, ma anche poter ascoltare). La massima, naturalmente, è attualizzabile e universalizzabile: come sempre, nel cinema civile fatto con coscienza e sensibilità.