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“Nuevo orden” e le strutture della violenza

Gran premio della giuria a Venezia 77, Nuevo orden è un singulto violento senza controllo e senza tregua. Tra le critiche mosse alla pellicola, che vede Michel Franco in stato di grazia circa il controllo della scena, ricorrono una mancanza di coraggio nel marcare una linea narrativa nitida e un’esibizione eccessiva del sadismo che non lascia spazio a riflessioni di sorta. Se da un lato ciò è condivisibile, bisogna ribadire che Nuevo orden è un “helter skelter” che vuole evidenziare le strutture nascoste dietro la violenza più manifesta e riconoscibile. Non le “ragioni” della violenza, ma i corsi e ricorsi storici che conducono alla sua orchestratissima arbitrarietà: un circolo vizioso che rievoca antiche dittature militari e nuovissime manipolazioni.

“Nomadland” tra ombra della fine e tenue speranza

Per la precisione e la spontaneità, il Leone d’Oro Nomadland è da considerarsi l’opera della maturità per Chloé Zhao, che pur mantenendo la sua impronta marcatamente estetizzante, riesce in questa occasione a smarcarsi da una scolastica concezione del dramma. Sprazzi di realtà in presa diretta, che sfociano talvolta in un atteggiamento quasi documentaristico, si alternano alla maestosa imponenza di un’America ampia e spoglia come raramente la si è potuta ammirare nelle produzioni d’oltreoceano. I primi piani della protagonista fanno da contrappunto a campi lunghi in cui il suo corpo viene ridotto ad una minuscola sagoma sovrastata dalle tinte crepuscolari degli immensi paesaggi. E malgrado l’ombra di una fine inevitabile incomba minacciosa su ogni sequenza, Nomadland riesce a conservare una sfumatura di tenue speranza.

“Wife of a Spy” a Venezia 2020

Maestro del J-Horror di inizio anni duemila (Kairo, Loft, Castigo), autore di potenti storie crime (The Cure), ma anche regista di acclamati drammi d’autore (Tokyo Sonata), fantascienza (Before We Vanish), thriller (Seventh Code). Kiyoshi Kurosawa è una vera colonna portante del cinema giapponese, e in quanto tale l’aspettativa era alta rispetto al suo Wife of a Spy, thriller spionistico ambientato nella provincia di Kobe negli anni quaranta del Novecento. Perché sul genere, per lui, sembrava fin troppo facile poter giocare. In Wife of a Spy, invece, non solo “la grande storia” rimane irrimediabilmente sullo sfondo, ma anche la parabola dei personaggi non riesce a convincere.

Il conflitto narrativo di “Hopper/Welles”

Un dialogo tra due figure emblematiche nell’industria cinematografica del proprio tempo, alla stregua dei più formali confronti tra Francois Truffaut ed Alfred Hitchcock o la più recente intervista di Olivier Assayas ad Ingmar Berman, ma con una fondamentale differenza: in questo caso non è il giovane baldanzoso che interroga il Maestro, bensì il navigato autore che dall’alto della sua levatura culturale trova un perverso piacere a problematizzare le affermazioni dell’esordiente. Il ritratto che traspare è quello di un Orson Welles disilluso, pesantemente inaridito dalle diatribe produttive, contrapposto all’ingenua spensieratezza di Hopper, stella in ascesa che ancora conserva l’illusione di poter cambiare il mondo con il potere della propria arte.

“Paolo Conte, Via con me” e il labirinto musicale dell’esistenza

Vediamo Paolo Conte, Via con me come un omaggio, dunque. Non un “ritratto”, ma un tributo. E da questo punto di vista Giorgio Verdelli — musicofilo noto per i suoi documentari e i suoi Speciali Rai dedicati prevalentemente ad artisti italiani — con la Topolino amaranto è costretto a fare un’inversione di marcia rispetto ai suoi lavori, proprio in virtù di ciò che Paolo Conte rappresenta. Paolo Conte è un monumento, ma è soprattutto un libro chiuso e al contempo apertissimo, perché ha sempre fatto parlare le canzoni. Come ama ribadire: lui è “l’avvocato difensore delle canzoni.” E tanto basta.

“Narciso in vacanza” a Venezia 2020

Narciso in vacanza è la volontà di raccontare una storia. Nient’altro. Non si esplorano i luoghi del racconto e non ci sono filmati d’archivio: chi pensava di imbattersi in un percorso documentario “canonico” e ricco di immagini inedite troverà soltanto un uomo davanti alla macchina da presa. Quell’uomo è Caetano Veloso, uno dei più grandi musicisti brasiliani (e internazionali) di sempre. Insieme a Gilberto Gil, Gal Costa e Tom Zé, Caetano fu il fondatore del Tropicalismo, un movimento d’avanguardia musicale che nasce alla fine degli anni Sessanta, poco prima del nostro racconto. È un racconto tenuto a lungo segreto, un evento che Caetano è riuscito a mettere nero su bianco solo nel 2002 (nel suo libro Verdad tropical) e che oggi è affidato unicamente alla sua personalissima rievocazione.

“Cari compagni!” senza più certezze

Konchalovsky riesce qui nel difficile compito della riduzione di ciò che è complesso, riuscendo però nel contempo a restituirne un quadro esaustivo e potente: procedendo ritmato e veloce come un treno, Cari compagni! non lascia un attimo di respiro e come strattonando lo spettatore per un braccio lo trascina con sé nella sua ricerca disperata. E se nella rappresentazione delle masse Konchalovsky decide di rimanere a debita distanza, rinunciando alla forza attrazionale dei volti, anche il ritratto di Lyudmila ha il contorno del campo lungo, ed è sempre al centro ma non è mai davvero vicina: isolata dallo sguardo del regista allo stesso modo in cui è abbandonata dai suoi “tovarish”.

“Selva Tragica” a Venezia 2020

Come tante streghe del cinema contemporaneo essa mostra inizialmente un volto inerme: quello di una ragazzina spaventata, a giudicare dal vestito di lino bianco probabilmente una domestica, che insieme ad altri due fuggitivi si inoltra nella giungla al confine fra Messico e Honduras britannico (oggi Belize) inseguita con cani e fucili dal suo padrone inglese. Col suo dualismo arcaico e misterioso, il film di Olaizola espande la già ricchissima galleria dei ritratti femminili di questa edizione della Mostra, ricordandoci che le vie per la ricodificazione dei ruoli di genere sono infinite, e se necessario possono benissimo inserirsi nel solco di concezioni apparentemente svilenti e inattuali, sfruttarne il fascino, rivendicarne per sé la potenza immaginifica.

“Le sorelle Macaluso” e la potenza della sincerità

Qual è il tema cardine di questa amara sinfonia di dramma e ilarità? L’inesorabilità dell’incedere cronologico, che non si arresta di fronte alle difficoltà umane, ai rimpianti insanabili e all’azione opprimente della memoria che grida imperterrita il proprio dolore senza trovare pace. Mirato alla rappresentazione di questo fenomeno Le sorelle Macaluso è un film dolorosamente spietato nella sua volontà di non voler concedere alcun appiglio consolatorio. E a chi considera riprovevole il fatto che le protagoniste vengano mostrate solamente nei loro momenti di massima vulnerabilità, il racconto pare voler ribattere con tono aggressivo che la rappresentazione enfatica e reiterata del dolore può trascendere il facile manierismo ed aspirare, cose in questo caso, ad essere un’onesta e puntuale riflessione su esperienze che troppo spesso tendono ad essere represse.

“Notturno” e la fenditura del reale

Non c’è un modo semplice di osservare e restituire realismo e veridicità a realtà e popolazioni molteplici che hanno subito ingiustizie e ingerenze pluridecennali. Il regista sceglie di affrancarsi da qualsiasi giudizio, non assolve, non discerne, cerca di non porsi come un’autorità insindacabile tra la realtà e la scena, anche quando il soggetto filmato non è evidentemente un attore, né tenta di esserlo (ma rischia di diventarlo). Rosi trova abilmente una fenditura in cui sottrae le considerazioni; lo fa pur rimanendo in prossimità del soggetto che filma, anche quando il soggetto non è un soggetto ma è un carcere, anche quando da carcere si fa teatro di un ospedale psichiatrico, anche quando l’elemento di confine, il concetto di frontiera è occupato da una madre yazida, un cacciatore in barca e una maestra elementare che fa terapia di classe.

“One Night in Miami” a Venezia 2020

Il debutto alla regia di Regina King (Oscar come miglior attrice non protagonista per Se la strada potesse parlare) è un film sorprendente da tutti i punti di vista. In uno spazio di pochi metri magistralmente illuminato da Tami Reiker e in poche altre selezionatissime scene di interni ed esterni, quattro prove attoriali di rara intensità rievocano un dibattito antico ed estremamente attuale da un’angolazione inedita. Conservando una struttura e un’attitudine visceralmente teatrale (come un Carnage depauperato di cattiveria), One Night in Miami riesce ad affrontare i dubbi sull’emancipazione con uno sguardo arguto, così a fuoco da risultare disarmante. Ed è questo a rendere l’evento (reale e immaginario) così contemporaneo.

“Khōrshīd” a Venezia 2020

A volte non c’è cosa più difficile che riallinearsi a uno sguardo bambino. Majid Majidi ci costringe a farlo da sempre, dai tempi di Baduk, Pedar e I ragazzi del paradiso, i cui nomi dei protagonisti (Ali e Zahra) recupera anche per Khorshid (Sun Children), il suo ultimo lavoro. Da Venezia 77, c’è già chi accusa Khorshid di accartocciarsi nel proprio sentimentalismo e questa è la conferma che per entrare nell’universo di Majidi bisogna letteralmente piegarsi, abbassarsi all’altezza di quei ragazzi e provare a tenere il tempo delle loro corse, dei loro scatti, dei loro sogni. Il sentimentalismo non c’entra niente perché Khorshid sa essere feroce: feroce, sì, perché un assaggio di tenerezza la offre, solo per privarcene subito dopo. 

“Salvatore: Shoemaker of Dreams” e la follia creativa di Ferragamo

Nel ripercorrere la storia di Salvatore Ferragamo, Luca Guadagnino sceglie di parlare sì dell’uomo, della sua biografia, ne tratteggia un’agiografia a tratti avventurosa e a tratti privata, ma tradisce il loro interesse verso questa figura soprattutto nel raccontare il suo rapporto con la storia del cinema. Nel periodo infatti in cui questo visse a Santa Barbara, nacquero e poi fiorirono i primi teatri di posa, le prime case di produzione, e soprattutto i primi divi. Ma è nell’uso delle immagini d’archivio, delle tante interviste non solo ai familiari (che tramandano, giustamente, la vulgata interna) ma proprio agli storici e agli studiosi del cinema che effettivamente esplode, come un’intuizione, la profonda relazione tra moda e divismo, estetica e narrazione

“Guerra e pace”. La visione multiforme di D’Anolfi e Parenti

Come nel precedente Spira mirabilis, in concorso a Venezia nel 2016, in questo nuovo film di D’Anolfi e Parenti a padroneggiare è la divisione in storie, luoghi e individui, tra loro lontani e sconosciuti. Se prima il discorso era organizzato per elementi (terra, acqua, aria…) a cui erano legati gesti (scultura, ricerca, creazione di uno strumento…) che si interscambiavano amalgamandosi in un discorso spirituale ed esistenziale, in Guerra e pace tutto è diviso in quattro capitoli: netti, sequenziali e caricati di un forte senso temporale (passato remoto, passato prossimo, presente e futuro), intenti a riflettere sulla guerra ieri e oggi, sulla pace come assenza/conseguenza di essa e sull’immagine come unico punto di incontro/scontro.

“The World to Come” a Venezia 2020

The World to Come di Mona Fastvold esordisce con una solenne voce fuori campo volta a descrivere i tormenti di una donna che vive con il marito in una fattoria nel Nordest degli Stati Uniti di fine Ottocento. Fin da queste primissime battute appare chiara la discrepanza tra il candido ma apatico lirismo della narrazione verbale ed il rustico calore della vivissima messa in scena. Le parole della protagonista Abigail (Katherine Waterston) scandiscono il passare delle stagioni e l’evolversi della sua condizione personale, dalla dolorosa monotonia iniziale alla dolce rifioritura favorita dall’affettuoso rapporto instaurato con la nuova arrivata Tally (Vanessa Kirby alla sua seconda notevole apparizione in questo festival), anch’essa insoddisfatta moglie di un austero fattore a cui non riesce a dare un erede.  

“Assandira” affresco ambizioso e onnivoro

Quello di Assandira è un affresco ambizioso e onnivoro, che mira (non senza qualche scricchiolio nelle giunture) a far convivere insieme varie tradizioni letterarie e cinematografiche: grande melodramma familiare sul fallimento rovinoso di un sogno di emancipazione nella modernità imprenditoriale, lo attraversa una chiara venatura verghiana, filtrata forse attraverso il primo Visconti di La terra trema (1948); è anche una detective story in odore di noir, dove alle scene ambientate nel presente in cui un ispettore interroga Costantino Saru sul misterioso rogo all’agriturismo “Assandira” che ha provocato la morte di suo figlio, si alternano quelle di flashback in cui lo stesso Costantino rivisita gli eventi passati, commentandoli con inconfondibile sapore hard boiled.

“Mandibules” a Venezia 2020

Se la maggior parte dei lavori del regista proponevano importanti riflessioni meta cinematografiche, qui Dupieux si lascia andare al totale nonsense, tralasciando la riflessione teorica senza però mai abbandonare una scrittura e una messinscena inevitabilmente cinefila e cinematografica. Il suo è pur sempre cinema, ed è sempre più cinema. Certamente non mainstream, ma allo stesso tempo sempre meno indipendente, e questo Dupieux lo sfrutta a suo favore, prima nel lavorare con attori di una certa fama (Jean Dujardin e Adèle Haenel in Doppia Pelle, o Adèle Exarchopoulos in questo caso), poi con il giocare sempre meno “attraverso” e sempre più “con” il cinema di genere: se prima era un mezzo per mettere in scena altro, ora è il vero e unico fine.

“Miss Marx” e il conflitto cinematografico per eccellenza

Quello operato da Susanna Nicchiarelli è un tradimento della messa in scena monocromatica del film storico tanto quanto della rappresentazione rassicurante della donna coraggiosa dallo spirito indomito. La tragedia collettiva del XIX secolo è posta a distanza di sicurezza: a tenere le folle di operai lontane da Eleanor non sono solo i cordoni di polizia, ma una scelta narrativa precisa che mette al centro della macchina da presa i personaggi e le loro — le nostre — astrazioni. Perché Miss Marx è un film sul conflitto cinematografico per eccellenza: l’eterna lotta tra parte razionale ed emotiva, quella che sconfessa le icone come esseri umani.

“Padrenostro” e lo sguardo dell’infanzia sulla Repubblica

I bambini ci guardano. Era vero negli anni ‘40, all’ultimo atto del Fascismo, era ancora vero nel 1976 quando il vicequestore Alfonso Noce scampò per miracolo al fuoco di mitra dei Nuclei Armati Proletari (morirono un terrorista e un agente della scorta). Oggi è suo figlio Claudio a raccontare quella storia. “Non un film sugli anni di piombo”: così qualcuno ha definito Padrenostro, con quella retorica insopportabile che vorrebbe chiudere l’arte in una campana di vetro (quante volte di Orizzonti di gloria, Apocalypse Now o La sottile linea rossa ci è toccato sentire “non un film sulla guerra, ma..”). A sviarli è lo sguardo intimo di Noce, che c’era, è per sempre coinvolto e naturalmente racconta dall’interno, pur finzionalizzandola, questa storia di tutti.

“The Furnace” a Venezia 2020

Australia occidentale, ultimi anni del XIX secolo e del regno di Vittoria. Per la prima volta si vedono dromedari solcare le dune dei deserti. Li hanno portati per la corsa all’oro i cammellieri “ghan”, dispregiativo usato dai bianchi anglosassoni in riferimento a chiunque provenga dal Medio Oriente o dal subcontinente indiano: Arabi, Indiani Sikh e Afgani come Hanif, che è riuscito a farsi accettare dagli Aborigeni e ora caccia con loro il canguro e il varano. Animali autoctoni (anzi endemici) del paese in cui vivono, a differenza di quello che cavalca e di lui stesso. Ma The Furnace di Roderick MacKay documenta uno strano caso di acclimatamento: oggi i dromedari che popolano quei deserti sono oltre un milione, e molti australiani hanno nelle vene sia sangue aborigeno che “ghan”.