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“Essere donne” di Cecilia Mangini e lo sguardo incessante

Dopo la prima documentazione sulle donne e l’antico rituale del pianto funebre in lingua grika del Salento in Stendalì e il film di montaggio All’armi siam fascisti diretto insieme a Lino Del Fra e Lino Miccichè, il desiderio della Mangini di denuncia è inarrestabile. Infatti Essere donne non esaudì le aspettative delle aziende che le avevano permesso di intervistare le operaie nelle loro fabbriche, né quelle di chi lo aveva commissionato. Come ha successivamente scritto la regista: “La fabbrica è un feudo privatissimo e anche un luogo incontaminato dove non sono entrati né cinema, né televisione, l’accesso è per i cinegiornali che si fermano davanti ai nastri inaugurali tagliati da sua eccellenza o da sua eminenza […]”. 

Mamma Italia. “La passione di Anna Magnani”

Presentato in anteprima mondiale nella sezione Cannes Classics lo scorso maggio, vedremo al Cinema Ritrovato 2019 questo commovente omaggio ad Anna Magnani, attrice romana che potrebbe essere anche un po’ il simbolo della città, una Roma vista come Lupa e vestale, aristocratica e stracciona, tetra, buffonesca, … e potremmo continuare fino a domani mattina.  “La verità che si cerca la Magnani la offre, perché è il suo modo di essere, il suo modo di esistere. Per me quella è la cosa più importante che lei porta sul teatro, è una nuova dimensione, una dimensione reale che non è realistica però, perché Anna Magnani lavora con un mestiere molto preciso e molto competente. Non è mai sciatto o casuale quello che fa, è sempre sostenuto da un forte istinto professionale. Lei riesce ad ottenere quel miracolo raro di professionalizzare la verità” (Franco Zeffirelli).

La terra dell’abbandono. “La Cordillera de los sueños” di  Patricio Guzmán

In questo bellissimo film a dominare il racconto è la cordigliera delle Ande e la sua imponente e labirintica struttura. Un territorio quasi abbandonato quello attorno alla cordigliera che in un certo senso racchiude in se la storia del Cile e in qualche modo anche la sua memoria. Una barriera che contemporaneamente protegge e isola, difende e allontana. Così, attraverso un procedimento caro alla geometria frattale già usato negli altri due documentari, la cinepresa si avvicina sempre di più alle montagne, alla loro superficie, alle spaccature delle rocce e improvvisamente quasi non sappiamo più se ci troviamo nel regno del piccolissimo o se non stiamo invece osservando dall’alto l’intera cordigliera,  e la sua multiforme e sfaccettata andatura montuosa.  

“King of the Movies”. Henry King e il cinema americano

Così, riscopriamo la carriera di un signore che passa dalla parabola rurale La pazienza di Davide, film della consacrazione, al fatidico mélo Stella Dallas, per poi esplorare, dopo il passaggio alla Fox, il disaster movie ante litteram ne L’incendio di Chicago, il biopic politico Wilson, le sfumature dell’avventura ne Il cigno nero e Le nevi del Chilimangiaro, il western Romantico avventuriero fino ai grandi adattamenti letterari della maturità, su tutti Il sole sorgerà ancora, trasposizione da Ernst Hemingway ricordata per la struggente performance alcolica di Errol Flynn. Attraverso l’esperienza di King, il film non solo coglie l’occasione per raccontare la politica degli studios e il divismo della golden age, ma anche per studiare lo stile del regista

“Dicktatorship”, un sondaggio sul patriarcato italiano

“L’Italia è un Paese ossessionato dal pisello. Tutto ruota attorno a quello”. Dicktatorship ci fa vedere come il nostro passato sia stato prettamente patriarcale e come questo sia tutt’ora incarnato nella mentalità di femmine e maschi. Di come, nonostante le battaglie femministe degli anni Settanta, ancora oggi un padre sia reticente a far giocare suo figlio con una Barbie. O ancora, delle grandi polemiche suscitate dalla richiesta dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini di cambiare l’articolo determinato da “il” presidente a “la” presidente. Gustav e Luca non si limitano a interpellare esperti di sociologia o psicologia, ma anche personaggi famosi, quali Rocco Siffredi o Michela Murgia, e persone comuni di età e sesso diverso incontrate per strada. È un vero e proprio sondaggio sul pensiero italiano e sul ruolo che donna e uomo dovrebbero avere nella nostra società.

L’intimità disarmante di “Family Romance, LLC”

Werzog è stato ispirato da un business in crescita in Giappone, quello della fornitura di attori per interpretare figure significative nella vita di persone reali. Così si è recato nel paese e, con un budget pressoché inesistente (ha raccontato con molto orgoglio dei cambi di costume improvvisati nei bar nei dintorni) ha filmato camera a mano attori locali che recitavano in madrelingua, catturandoli molto da vicino e senza curarsi troppo di tremolii, sovraesposizioni e sottoesposizioni, con un senso della composizione dell’immagine sorprendentemente figlia dei nostri tempi.

“Kemp” e la fulgida, soave leggenda

I ballerini, quelli consumati dalla passione per l’arte come la protagonista di Scarpette rosse, non vanno in pensione ma muoiono. Così dice in Kemp, presentato a Biografilm 2019, proprio Lindsay Kemp, ritratto poco prima della sua scomparsa ad agosto 2018. Febbrile di idee e lievemente malinconico per l’aborto del suo ultimo progetto creativo, Dracula, a causa dei produttori, Kemp accoglie Edoardo Gabbriellini nella casa di Livorno dove ha vissuto i suoi ultimi anni, e racconta la sua vita di ballerino, coreografo, attore nonché creatore di mondi visivi peculiari, tramite trucchi, costumi e scenografie di sua concezione.

Herzog incontra Gorbaciov

Due grandi idealisti si incontrano, tre volte nel giro di sei mesi, per un’intervista. L’intervistatore, Werner Herzog, è un passionale più interessato alla cifra umana che all’approfondimento storico. L’intervistato, Michail Gorbaciov, è un 87enne quieto e con qualche problema di salute, nei cui occhi però ben si vedono calore carismatico e una sicurezza senza arroganza. Herzog non nasconde a nessuno il suo affetto partigiano per Gorbaciov, e definisce l’ultimo presidente dell’Unione Sovietica, colui che mise fine alla Guerra Fredda, “uno dei più grandi leader del XX secolo”, confessandogli anche apertamente i propri sentimenti. Presentato al Biografilm 2019.

La mostra “Dreams – A Tribute to Fellini” di David Lynch

Si è molto parlato del rapporto fra Fellini e Lynch. Lynch stesso, che non parla mai troppo volentieri di sé, ha ricordato più volte i loro due incontri, l’ultimo dei quali subito prima che il maestro riminese morisse. Così come non manca mai di rilevare, come pervaso da qualche sorta di pensiero magico, come siano nati lo stesso identico giorno, il 20 gennaio (nel 1920 Fellini, nel 1946 Lynch). Entrambi hanno creato immagini della materia di cui sono fatti i sogni ma, come viene spesso evidenziato, le fantasie di Fellini sono rifugio, rimembranza, malinconica e fulgida consolazione, quelle di Lynch una discesa da incubo nell’indicibile, l’inconfessabile, il rimosso. In questo, i 12 bozzetti di Fellini in mostra, scelti personalmente da Lynch all’interno di uno sterminato archivio, sono il preciso contraltare delle litografie: colorati, opulenti, caricaturali eppur pietosi, perfetta ode alla vita e ai personaggi che la abitano.

“L’uomo fedele”, un compendio di cinema e cultura

Ne L’uomo fedele Garrel è meno accorato che nel suo primo film, quanto piuttosto rilassato, divertito e compiaciuto. Già nella prototipicità dei nomi, con infiniti rimandi semiotici, denuncia la sua intenzione di mettere in scena con levità un compendio sia di cinema che di cultura francese in senso largo, mischiando commedia con dramma e aggiungendo anche qualche tocco thriller, nei dubbi che Joseph suscita in Abel sulla reale natura di sua madre. Naturalmente, si tratta di thriller in salsa d’oltralpe, e dunque una tisana sospetta suscita più la curiosità interlocutoria di Grazie per la cioccolata di Claude Chabrol che l’inquietudine sgomenta de Il sospetto di Alfred Hitchcock.

“Les confins du monde” a Rendez-Vous 2019

Se la letteratura e il cinema aprono come degli spiragli, varchi su storie o spaccati d’esistente non conosciuti, mai esplorati nelle loro verità e contraddizioni, e quindi per lo più lasciate ai margini della Storia, obnubilate dai suoi fantasmi, Les confins du monde incarna proprio questo genere di apertura. Il conflitto di cui Guillaume Nicloux parla è interiore ancora prima che bellico e la guerra in Indocina sembra essere un pretesto, come se la natura, la giungla e vegetazione infide in cui si muovono i soldati ne offuscasse l’orizzonte, smaterializzando anche lo stesso nemico di Tassen, Vo Binh: a vedersi sono soltanto gli esiti delle sue azioni – corpi mozzati, decapitati, vischiosi sulla terra arida, racconti disgustosi sui trattamenti riservati alle vittime – restando la sua una presenza incorporea, quasi mitica.

“Le invisibili” a Rendez-vous 2019

Il cinema europeo è ricco di voci valide e importanti che puntano il dito sul progressivo declino della società della giustizia e dell’uguaglianza, spesso senza l’eco che la causa meriterebbe. Ken Loach, Mike Leigh e i fratelli Dardenne sono fra i nomi più legittimamente celebrati di questo cinema, ed il giovane regista francese Louis-Julien Petit mostra senza falsi pudori nel suo Le invisibili di avere fatto propria la lezione stilistica e tematica di questi maestri. Ma anche di voler fare qualcosa che sappia discostarsi dal loro fondamentale selciato. Meno arrabbiato e pessimista dei registi menzionati, sceglie toni da commedia per raccontare in Le invisibili le vite emarginate di un gruppo di donne senza fissa dimora nella Parigi odierna. 

“Un amour impossible” a Rendez-vous 2019

È nella rappresentazione dei personaggi femminili, e nel rapporto che instaurano, che è insita la forza delle opere di Catherine Corsini. Donne al contempo potenti e fragili, complesse. Chantal, interpretata nella fase adulta dall’androgina Jehnny Beth, ricorda la Anna Barton di “Il Danno”, ancora firmato Malle. Entrambe irrimediabilmente compromesse dal nucleo familiare, sono eroine alla ricerca del riscatto. Pur nel rancore, nell’impeto distruttivo, riescono a redimersi da una condizione di abiezione sociale alla quale sembrano essere condannate. Con tocco delicato, la regista decostruisce alcuni concetti cardine dell’attuale discorso intorno alla famiglia tradizionale. Possono una madre e una figlia, in assenza di un padre, definirsi famiglia? Evidentemente sì, laddove lo scotto da pagare per conformarsi ai precetti sociali di aggregazione familiare è la perdita della propria identità.

Cecilia Mangini e il Vietnam

Durante il festival Visioni Italiane è stato presentato il documentario Le Vietnam sera libre (2018) di Cecilia Mangini e Paolo Pisanelli, un’occasione unica per vedere il reportage realizzato dalla Mangini in Vietnam nel 1964-65. Queste fotografie, spiega Cecilia, sono state dimenticate, nascoste quasi consciamente perché i dolori si rimuovono, l’amarezza di un’occasione perduta, rinunciare a un film sul Vietnam a causa dell’intensificarsi dei bombardamenti americani che costringe lei e il compagno, di strada e di vita, Lino Del Fra ad abbandonare il progetto dopo il ritorno in Italia. Le Vietnam sera libre era il titolo del soggetto, scritto anche in francese perché l’intenzione era quella di mostrare il documentario ad Hanoi; questa è una costruzione a posteriori, scaturita dal rinvenimento di due scatole di negativi e provini che non erano stati utilizzati e con gli anni dimenticati, fotografie che testimoniano l’attività della Mangini

“Noi” e le domande che vale la pena di porsi

Il film girato come fosse un home movie, piazzando la telecamera come terzo incomodo in qualunque occasione di ritrovo della famiglia Valabrega, riprende con naturalezza e verità momenti intimi, ricordi, confessioni, liti, viaggi, maratone. L’occhio della telecamera coincide con quello di una dei protagonisti della storia, Benedetta Valabrega (la regista), la più giovane di tre sorelle, discendenti di una famiglia di ebrei deportati ad Auschwitz. I suoi bisnonni, Leone e Anita Valabrega, nel settembre del ‘43, all’indomani dell’Armistizio, imposero ai figli di andar via da Roma per fuggire dai nazisti: in seguito i genitori caddero vittime dell’olocausto, mentre Ugo (22 anni) e Bruno (16 anni) riuscirono a mettersi in salvo, in una fuga a piedi da Roma a Napoli dove incontrarono gli Americani.

Visioni italiane 2019: un bilancio

Nella conferenza stampa di apertura, la promessa era che questa edizione del festival avesse come particolare obiettivo quello di far emergere le varie modalità di espressione che compongono la nostra cinematografia, la maggior parte delle quali non trova una propria collocazione all’interno del mercato. A manifestazione conclusa, possiamo tranquillamente affermare come queste premesse siano state rispettate, consci di avere una visione più lucida e veritiera delle forze operanti nel nostro paese. La varietà dei linguaggi è stata certamente la cifra che ha caratterizzato la sezione principale del festival, dedicata ai corti ed ai mediometraggi di finzione, in cui è stata racchiusa un’eterogenea moltitudine di generi, forme e tematiche. Una varietà che trova la sua adeguata esemplificazione nell’eterogenea gamma dei film premiati dalla giuria principale (composta da Stefano Consiglio, Leonardo Guerra Seràgnoli, Federica Illuminati, Guido Michelotti ed Alice Rohrwacher).

“The Fifth Point of the Compass” e l’appartenenza perduta

Martin Prinoth racconta una storia a lui molto vicina, quella di Markus, suo cugino, nato in Brasile nel 1985, anno in cui crollò la dittatura militare e le frontiere si aprirono ad adozioni internazionali selvagge ed irregolari. Dal 1980 al 1990 circa diciannovemila bambini abbandonarono il Brasile senza quasi lasciare traccia. Tra questi c’erano anche Markus e suo fratello George che furono adottati da una famiglia di Ortisei, paesino di montagna in Val Gardena sulle Dolomiti. La vita dei due bambini trascorse felice grazie alle amorevoli cure della famiglia adottiva, ma non senza difficoltà di integrazione dei due brasiliani in un contesto sociale piuttosto chiuso e arcaico, dominato dalle ideologie autonomiste di partiti come la Stella Alpina, oggi vicini alla Lega Nord.

“Likemeback” e la sofferenza sottile

C’è, nell’opera seconda di Leonardo Guerra Seragnoli dopo Last Summer, l’intento evidente di un racconto morale che vuole farsi anche insight generazionale. E, nonostante qualche schematismo di troppo, Likemeback riesce nei suoi intenti in maniera convincente e sottilmente dolente, con un senso di angoscia che non abbandona neanche dopo ore dalla visione. E ci riesce soprattutto perché rifugge dalla facile rappresentazione dei device elettronici come l’origine di ogni male, e li usa invece come catalizzatori e detonatori di un malessere esistenziale che sarebbe lì in ogni caso, connaturato in qualsiasi essere umano sulla soglia dell’età adulta, senza ancora un posto nel mondo.

“In questo mondo”, fuori dal mondo

Riconnettersi col primordiale, conoscere la bestialità dell’uomo e l’umanità delle bestie. Scendere a patti con la natura, sublime e misteriosa. Amarla tutta e renderla casa. Essere donne e madri del mondo e rispettarlo, lontane dalla vita cittadina, immerse nel silenzio affettato delle montagne con le mandrie e il loro belare come unico compagno sonoro. Tutto questo e molto di più è In questo mondo, l’opera prima di Anna Kauber, evento speciale del Festival Visioni Italiane 2019. Il documentario ci guida nell’atipica e sconosciuta realtà delle donne pastore italiane. Attraverso un viaggio lungo due anni e migliaia di chilometri affrontati, lo sguardo presente/assente di Kauber mostra una vita rurale, in via di estinzione, che non fa sconti, pregna di vita e morte, di sangue, liquidi e materia viva, spesso putrescente ma per questo incredibilmente potente.  

Il ritorno di “Totò che visse due volte”

Nel 1998 esce in sala per la prima volta Totò che visse due volte di Daniele Ciprì e Franco Maresco. Ventuno anni dopo, grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio de L’immagine Ritrovata con la supervisione del direttore della fotografia Luca Bigazzi e promosso dalla Cineteca di Bologna, il film torna in sala come evento speciale del festival Visioni Italiane. A presentarlo c’era Franco Maresco insieme al direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli. La prima volta che Totò che visse due volte venne presentato in sala, come ricorda Maresco, c’era solo Ciprì, così per questa seconda vita del film anche lui ha avuto l’opportunità di introdurlo. Totò che visse due volte è stato l’ultimo film su cui si è abbattuta la censura, vietandone in principio la visione a tutti e poi limitandone la visione ai maggiori di diciotto anni.