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“Witkin & Witkin” a Gender Bender 2019

Joel-Peter Witkin, il cui lavoro ha più profondamente contaminato l’immaginario pop, fra l’indimenticabile video di Closer dei Nine Inch Nails e una memorabile sfilata di Alexander McQueen di inizio secolo, è un giocoso e divertente fotografo con occhiali a pois, le cui opere creano una strabiliante bellezza dalla diversità, dalla difformità, dalla sessualità e dalla morte, in un gioco opulento di rimandi raffinati e triviali all’intera storia dell’arte. Jerome Witkin è un uomo pacato e meditativo, dalla lunga barba e dalla gestualità lenta, i cui quadri possiedono una straziante forza drammatica sia negli episodi di intimo autobiografismo sia nella resa di temi universali quali l’Olocausto e il disagio sociale contemporaneo. Joel-Peter ritiene l’altro un tipo un po’ troppo formale, Jerome non sembra saper bene da dove cominciare per descrivere suo fratello.

“Clément, Alex et tous les autres” a Gender Bender 2019

Dai numerosi legami – numerosi per un piccolo lungometraggio dalla durata di poco più di un’ora – che uniscono tutti i personaggi, si può evincere quanto Clément, Alex et tous les autres sia un piccolo film, certamente poco ambizioso, sulle persone e con le persone, attento più ai singoli individui che ai complessi rapporti tra loro. Costruito come una lunga conoscenza reciproca fatta di racconti, confessioni e litigi che svelano intrecci e nodi di trama, quasi sempre antecedenti al momento filmato. Infatti, anche se ritmato da continui salti temporali, lo svelarsi delle conflittualità individuali avviene cronologicamente fuoricampo, perché è un “fare i conti con il proprio passato” come storia identitaria personale.

Dopo il “carrello”, torna in scena “Kapò”

Riprendere in mano un film del passato costituisce spesso l’occasione per ripensarlo alla luce del tempo trascorso, rendergli giustizia perché incompreso all’uscita oppure ridimensionarlo rispetto ai giudizi dell’epoca. Il caso di Kapò, restaurato in 4K da Cineteca di Bologna e Cristaldi Film, è abbastanza particolare. Secondo opus della parca carriera di Gillo Pontecorvo, buon successo di pubblico, candidato all’Oscar per il miglior film straniero, è stato negli anni un po’ trascurato, quasi dimenticato e perfino scalzato dalla fortuna di un celebre e violento intervento critico: “il carrello di Kapò” – reso immortale da un fondamentale saggio di Serge Daney così intitolato – è un’espressione entrata nell’immaginario cinefilo, al punto che anche chi non l’ha mai visto lo prende a metro di paragone per tutte quelle scene che non andrebbero spettacolarizzate.

“Where’s My Roy Cohn?” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Where’s My Roy Cohn? La domanda che fa da titolo al documentario di Matt Tyrnauer, apprezzato al Sundance e presentato alla Festa del cinema di Roma, è stata pronunciata dal presidente Trump ai tempi del Russiagate. L’invocazione di “The Donald” è ben comprensibile, dal momento che il famigerato avvocato Roy Cohn ha attraversato il peggio della storia americana, mantenendo il ruolo di eminenza grigia della politica di destra made in USA. La condanna a morte dei coniugi Rosenberg, la commissione per le attività antiamericane, i processi contro i boss delle famiglie mafiose, l’ascesa economica di Trump: il volto di Cohn appare accanto a quello dei più discussi personaggi del secondo novecento, dal senatore McCarthy all’attuale inquilino della Casa Bianca.

“Cecchi Gori – Una famiglia italiana” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Si sa, la storia del cinema italiano è talmente avventurosa, picaresca, stratificata da prestarsi a mille prospettive dalle angolazioni più disparate. Un testo aperto che è al contempo storia e leggenda, cronaca e mitologia, sogno e incubo. Concentrarsi sui produttori è una delle tante possibilità, probabilmente non tra le più coltivate per quanto esistano “episodi” molto interessanti (la monografia Dino di Tullio Kezich su De Laurentiis, i documentari su Goffredo Lombardo e Franco Cristaldi). A Simone Isola, a sua volte produttore ma anche docente universitario, va riconosciuto anzitutto il merito di proseguire su questa strada, dedicata al racconto di personalità che sapevano unire la visione di un progetto artistico e la vocazione mercantile.

“Ask for Jane” a Gender Bender 2019

C’è un momento, alla conclusione di Ask for Jane di Rachel Carey, in cui il testo di commiato elogia le donne rivoluzionarie protagoniste della narrazione, per il coraggio con il quale hanno svolto il loro lavoro, creando le condizioni affinché nessuna donna avrebbe più dovuto affrontare ciò che loro hanno affrontato. Bene. Se si getta uno sguardo sull’evoluzione politica globale degli ultimi tempi, l’ironia situazionale di quelle parole può risultare incredibilmente sconcertante. Viene da pensare, chissà se tra qualche anno non torneremo al lavoro che il Collettivo Jane iniziò a svolgere negli anni Sessanta. Oltre la sarcastica fantasia distopica, comunque, la sensazione a seguito della visione è che la storia sia più attuale che mai e meriterebbe di essere raccontata e vista dal pubblico più vasto possibile. 

“45 Dias sem Você” a Gender Bender 2019

45 Dias sem Você è una pellicola apparentemente contraddittoria, che devia ripetutamente dalla strada che sembra aver preso, proprio come il suo irrequieto protagonista, inarrestabile nelle sue peregrinazioni. Eppure sorprende come un film programmatico sull’amore si riveli in realtà un elogio dell’amicizia, Ed è un film personale. Il protagonista si chiama Rafael come il regista e come l’attore che lo interpreta. I nomi di tutti i personaggi del film coincidono con quelli degli attori e delle attrici che danno loro volti e corpi, segno da un lato dell’osmosi tra realtà e narrazione cinematografica che permea questo progetto, dall’altro della capacità di quest’opera di situarsi sul confine che esiste non tanto tra documentario e film di finzione quanto tra storie personali e categorie generali.

“Kapò”, un’eroina senza eroismo

L’idea di Kapò, inizia a farsi strada da un soggetto di un giornalista francese, Dédé Lecaze, deportato a Mauthausen e capitatogli fra le mani un po’ per caso. Era la storia vera di un boxeur dilettante che riuscii a sopravvivere nel campo di concentramento perché i suoi match rappresentavano uno svago per gli ufficiali delle SS. S’intitolava Il tunnel. Durante la preparazione del film, Pontecorvo e Franco Solinas (suo inseparabile amico e sceneggiatore) lessero Se questo è un uomo di Primo Levi, restandone molto colpiti, soprattutto quando lo scrittore racconta che, per mantenere l’ordine, le SS si servivano di prigionieri che sapevano il tedesco e le lingue degli altri deportati. Questi ultimi venivano inquadrati nelle gerarchie dei carnefici, trasformandosi nei peggiori aguzzini dei loro stessi compagni.

“Judy” alla Festa del Cinema di Roma 2019

L’inizio e la fine della carriera di Judy Garland, al secolo Frances Ethel Gumm, diventata con Il mago di Oz una star di prima grandezza e morta a soli quarantasette anni, consumata dall’abuso di alcol e pasticche. Il biopic Judy, presentato alla Festa del cinema di Roma, si muove tra questi due piani temporali, raccontando l’inizio del sogno, l’incubo che nascondeva e i suoi effetti distruttivi sulla vita della protagonista. Siamo nel 1968, e la Garland, quattro divorzi alle spalle – tra cui quello con il regista Vincente Minnelli, padre di Liza – si ritrova senza soldi e senza casa ed è costretta ad accettare una tournée di concerti nei teatri londinesi per poter rivendicare l’affido dei figli. Sono gli ultimi mesi della sua esistenza, i più difficili, schiacciati dalla cirrosi epatica, dalle dipendenze e dai fantasmi del passato.

“Le ragazze di Wall Street” e la narrazione della crisi

Nella grande narrazione già decennale della crisi finanziaria, Le ragazze di Wall Street è un tassello tra i più intriganti. Non solo perché costituisce un esaltante incrocio tra l’ascesa criminale di una ragazza del ceto medio-basso travolta dall’estasi tossica dei soldi facili e l’affresco socio-culturale di un mondo raccontato con un palpabile senso della fine, come si vede nel clamoroso momento in cui il rapper arriva nel locale lanciando banconote in aria e tutte le spogliarelliste si esibiscono appagate e compiaciute. Ma anche perché, con una notevole profondità nel definire contesti e psicologie senza moralismi né indulgenze, ha una capacità di farci immergere in un film feroce, divertente e vorticoso, fondato sulla polisemia del desiderio in un orizzonte dove gli uomini sono stupidi bancomat, violenti predatori, padri assenti.

Il ritmo forsennato di “La belle époque”

Tutti noi abbiamo sognato di poter rivivere un giorno della nostra vita, uno di quelli indimenticabili, di cui ricordiamo ogni particolare e che ha cambiato per sempre il corso delle nostre esistenze. È questo lo spunto di La belle époque di Nicolas Bedos, presentato alla Festa del cinema di Roma e in sala dal 7 novembre e. Il fumettista Victor è infelicemente invecchiato e vive con una moglie psicanalista che cerca di mantenersi giovane a tutti i costi: lui rifiuta ogni tecnologia mentre lei ha lasciato i pazienti per creare un app di analisi online.  Dopo quarant’anni di matrimonio i due sono ai ferri corti, e Victor si ritrova cacciato di casa. Decide così di accettare uno strano regalo fattogli dal figlio: un regista metterà in scena per lui un moneto del passato. L’uomo non ha dubbi: il 16 maggio 1974, giorno in cui in cui conobbe in un bar di Lione la futura moglie.

“The Irishman” e il tempo della Storia

Il tempo della storia si dispiega passo passo, invade ogni inquadratura, ed è il vero protagonista e il punto di vista primo e ultimo del film. Il tempo che trascorre inesorabile e senza emozioni sullo schermo e quello che è trascorso nella realtà, nascosto dall’impressionante ringiovanimento digitale dei protagonisti ma impossibile da cancellare dai gesti, dagli sguardi, dai corpi degli attori. Una scelta folle e meravigliosa che si carica di significati, canto del cigno di un cinema e di una generazione e disperata dichiarazione sullo spietato avanzare degli anni. Tutto sparisce, tutto viene dimenticato, niente ha più importanza. Hoffa, santo e mafioso, famosissimo “come Elvis negli anni ’50 e come i Beatles nei ‘60” diviene solo una figurina sbiadita in una foto in bianco e nero, irriconoscibile per le nuove generazioni.

“The Irishman” e la vertigine del canto funebre

Non c’è etica e non c’è epica: non c’è niente di affascinante in chi ha scelto il male perché gli altri posti erano occupati o più scomodi, non c’è la mitologia degli angeli caduti costretti alla criminalità per colpa di una società ostile, non c’è nessuna attrazione verso corpi anziani ringiovaniti artificialmente grazie a miracolosi effetti speciali. E se i volti di Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci ritrovano giovinezze perdute, i movimenti sono già quelli incerti di coloro che hanno visto scorrere troppo sangue. Spingendosi nei territori di Robert Zemeckis e Steven Spielberg dove la tecnologia è al servizio dell’umanismo, Scorsese alza la posta e porta il cinema ai confini del possibile, (re)inventando, per questo film fortemente desiderato, un passato impossibile al fine di produrre qualcosa che ai nostri occhi sembra davvero impressionante.

“Downton Abbey” e lo spirito della nazione

La sceneggiatura di Fellowes è la vera colonna portante di serie e film, e dimostra tutta l’abilità dell’autore (evidente fin dai tempi dell’atmaniano Gosford Park, primo tassello della sua riflessione sul rapporto tra la servitù e i loro signori) nel gestire i racconti corali, lasciando a tutti i personaggi il giusto spazio e la possibilità di sviluppare la propria storia personale. Al cast storico si aggiunge Imelda Stanton, protagonista di alcuni imperdibili scambi al vetriolo con una grande Maggie Smith, a cui sono riservate le battute più sagaci. Schegge di umorismo british che sono l’acqua alla vita di un film capace sia di soddisfare i fan che di coinvolgere i neofiti, pur perdendo qualcosa della complessità e della capacità di analisi sociale a cui ci aveva abituato la serie TV.

“Honey Boy” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Incipit: sul set di un disaster movie, un giovane attore viene scagliato contro un palazzo in fiamme. Stacco: un attore bambino riceve una grande torta in faccia. L’attore è lo stesso, in due momenti diversi della breve carriera: è uno che subisce, accumula, incassa. Un corpo a disposizione della macchina-cinema. Si scrive Otis Lort, si legge Shia LaBeouf: un giovane attore, già baby star, affetto dal disturbo da stress post-traumatico, che, dopo un incidente avvenuto in stato di ebbrezza, viene ricoverato in una struttura per la riabilitazione. Senza reticenze né pudori, con una consapevole tensione liberatoria, Honey Boy è letteralmente il film della vita dell’antidivo maudit: un’autobiografia per immagini ma anche una rinascita.

“Scary Stories to Tell in the Dark” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Come nell’It kinghiano, sono le colpe del passato, l’avidità, la discriminazione, l’odio (nutrito dalle parole, dalle bugie raccontate e dalle verità tacitate) a creare il mostro che aleggia sulla città. E, come spesso accade nel cinema di Del Toro, è stretto il connubio tra Storia e storia, tra realtà del tempo (e del nostro tempo) e paure, non solo soprannaturali. L’anno è il 1968, sugli schermi delle vecchie TV in bianco e nero passano ripetutamente le immagini della campagna presidenziale di Richard “Tricky Dick” Nixon (che nome perfetto per un mostro da teen horror!) e il fantasma feroce e sanguinario della guerra del Vietnam spaventa più di qualsiasi casa stregata. Una scary story terribilmente reale, pronta a catapultarti in un mondo da incubo da cui è difficile tornare indietro.

“The Farewell” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Dopo il successo (ma non da noi) di Crazy Rich Asian, The Farewell costituisce un nuovo tassello della narrazione sulle minoranze rivolta alla fruizione di un pubblico popolare e trasversale. Se in quel caso c’era la commedia matrimoniale a rappresentare lo spazio in cui raccontare una comunità poco considerata dal cinema americano se non con stereotipi e macchiette, qui c’è l’universalità del family drama a favorire il coinvolgimento nell’avvicinarsi a una cultura diversa. Benché sia ambientato in Cina, il film è filtrato attraverso lo sguardo di una protagonista ormai cinoamericana alla ricerca di un equilibrio tra il sistema di tradizioni e costumi della società d’origine e l’adesione alla mentalità della terra che l’ha accolta e con cui intrattiene un rapporto complesso (lo spaesamento finale nella metropoli).

“Portrait de la jeune fille en feu” di Céline Sciamma al BFI London Film Festival 2019

Ad averci fatto avvicinare al cinema è anche la possibilità di osservare storie e vite che scorrono sullo schermo. Chi sono gli spettatori, se non inguaribili voyeur che accettano l’invito di immergersi nelle vite degli altri? È questa funzione voyeuristica del cinema che Céline Sciamma porta all’estremo in Portrait de la jeune fille en feu. La macchina da presa della Sciamma si concentra perpetuamente sulle sue protagoniste, studiandole dettagliatamente e invitando lo spettatore a fare lo stesso. Portrait de la jeune fille en feu è un lavoro di ipnotica espressività, è un film dalla potenza straordinaria, che rapisce fin dalle prime immagini e rilascia lo spettatore soltanto con la sua struggente conclusione.

“Gli anni amari” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Se il biopic è il non-genere più pericoloso da maneggiare, Gli anni amari dimostra bene quanto sia temeraria l’operazione di rimettere in scena una vita vera, specialmente se il soggetto raccontato è un personaggio cruciale per la storia italiana quanto al contempo un po’ trascurato come Mario Mieli. Tra i fondatori del movimento omosessuale italiano, autore del capitale Elementi di critica omosessuale, Mieli (interpretato dall’esordiente Nicola Di Benedetto), nato in una ricchissima famiglia di industriali ebrei, fu attivista, teorico, performer, scrittore, rivoluzionario. Per restituirne la complessità e la rilevanza culturale, sfiorando qua e là l’agiografia, Gli anni amari non rinuncia a un approccio didascalico, seguendo l’ordine cronologico degli eventi compresi tra il 1969 e il 1983, periodo rievocato ora con felici intuizioni (la precisione degli oggetti d’arredamento, canzoni per una volta non banali come quelle del Banco del Mutuo Soccorso) ora con qualche elemento posticcio di troppo.

“Motherless Brooklyn” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Il progetto di trasformare in un film il romanzo di Jonathan Lethem, Norton lo inseguiva da due decenni, arrivando dopo molti ripensamenti a scriverne la sceneggiatura, interpretarlo e curarne la regia. I debiti verso il cinema classico sono evidenti e per niente nascosti, tanto che l’azione è spostata dagli anni ’90 dei lupi di Wall Street all’America prosperosa e apparentemente felicissima del secondo dopoguerra. Un’inversione rispetto i topoi del genere Norton la cerca nelle dinamiche dei personaggi, con un detective malato tutt’altro che hard boiled e una femme per niente fatale, salvifica invece che tentatrice. La riflessione, attualissima, sul potere e sull’emarginazione, sul nuovo e perfetto che vuole sostituire il vecchio e l’imperfetto, si perde però in un diluvio di parole, nel tentativo di spiegare una storia che rimane comunque oscura e macchinosa.