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“El Principe” a Gender Bender 2019

Opera prima del 46enne scenografo Sebastian Muñoz, El Principe arriva a Gender Bender dopo aver vinto il Queer Lion 2019 alla Settimana della Critica, durante la 76esima Mostra del Cinema di Venezia e dopo essere stato presentato nella sezione Horizontes Latinos al festival di San Sebastian. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Mario Cruz, narra la vicenda di Jaime (Juan Carlos Maldonado), giovane tormentato dall’impossibilità di esplicitare le proprie pulsioni sessuali verso il migliore amico, per il quale ha una vera e propria ossessione. Durante una serata piuttosto alcolica la situazione gli sfuggirà di mano e lo ucciderà ferendolo alla gola con i cocci di una bottiglia di birra. E proprio qui comincia il film, con l’ingresso in carcere del ragazzo che sancirà definitivamente la sua formazione umana e sessuale, grazie soprattutto a un decano chiamato El Potro (letteralmente il puledro, ma in italiano tradotto lo stallone) interpretato dal solito, impeccabile, Alfredo Castro.

“For They Don’t Know What They Do” a Gender Bender 2019

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” prega Gesù dalla Croce nel Vangelo di Luca, perdonando e, al tempo stesso, quasi comprendendo e giustificando i suoi assassini. L’uso dei versetti del Vangelo di Luca nel documentario For They Not Know What They Do di Daniel Karslake è tuttavia più ambiguo tanto da sovvertire, nel contesto narrativo a cui dà il titolo, il messaggio di perdono originario. Partendo, infatti, dall’approvazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti nel 2015, il documentario segue la spietata offensiva della destra americana e del fondamentalismo evangelico contro i diritti LGBTQ. Il film costruisce una serrata dialettica tra condanna e riconciliazione, emancipazione e senso di colpa, politica e intimismo svelando la precisa strategia discriminatoria della destra americana mascherata come tutela della Costituzione e delle libertà religiose.

“Cartoline dall’America” di Massimo Bacigalupo ad Archivio Aperto 2019

Che il cinema sperimentale di Bacigalupo abbia punti di contatto con quello di Mekas (e subisca, inoltre, l’influenza di Stan Brakhage, Gregory Markopoulos, Maya Deren, al punto di rappresentare l’esempio più puro di “underground” italiano) è piuttosto evidente. Ma in Cartoline dall’America,  che abbiamo potuto ammirare nella versione ancora “in progress” il 28 ottobre e che è stata ri-sincronizzata da Home Movies, le tecniche di saturazione dell’immagine e di sovrimpressione tipiche dell’underground lasciano il posto al grado zero del cinema, a un’estetica minimalista e zen, secondo le parole dell’autore, fatta di luce solare e colori naturali, con cui Bacigalupo sembra voler superare un momento di indecisione professionale, di tormento esistenziale.

“Yo imposible” a Gender Bender 2019

Yo imposible, Being Impossible, essere (un io) impossibile, è un film (produzione Venezuela/Colombia) che già dal titolo traduce in più idiomi il concetto di un disagio inesprimibile e irrappresentabile, quello di chi scopre, in ritardo, la propria intersessualità nascosta, negata, chirurgicamente cancellata.  La messa in scena di Patricia Ortega procede nelle tonalità grigio verdastre di un buio livido, che necessariamente richiama la disperata condizione economica del Venezuela. Il Paese infatti proprio di recente è rimasto al buio per 100 ore consecutive di black out, che hanno reso visibili al mondo la sua povertà e il collasso economico in cui versa la nazione. Una nazione che non brilla neppure nel campo del riconoscimento dei diritti delle persone LGBT.

“Cubby” a Gender Bender 2019

Scritto e diretto da Mark Blane (insieme a Ben Mankoff), Cubby è un esordio che si inserisce di diritto tra le opere prime più esplicitamente “indie” del cinema statunitense. Le motivazioni sono molteplici. Il film, prima di tutto, è nato grazie a finanziamenti da crowdfunding, così come tra i più noti  Wish I Was Here di Zach Braff. Allo stesso tempo si rifà ad uno stile chiaramente scanzonato. Il regista, infatti, affida un ruolo importante al disegno animato che interagisce con la scena (enfatizzando la creatività del protagonista, incorniciando personaggi e aggiungendo oggetti di scena improbabili) come, altrettanto, Michel Gondry con il suo cinema “a pop-up”, ma anche altri recenti esordi di inaspettato successo, come Boots Riley e il suo Sorry to Bother You. Infine, il film sfrutta alcune tematiche narrative altrettanto rilevanti, di un certo cinema “indie” più di successo, ovvero le famiglie disfunzionali e i loro effetti di disillusione.

“Kanarie” a Gender Bender 2019

Siamo nell’epoca dell’apartheid e Kanarie ben illustra la situazione psicologica di un giovane omosessuale che, spaventato alla sola idea di pronunciare la parola che identifica il suo orientamento sessuale, si trova a vivere in una situazione del tutto particolare come quella dell’esercito, dominata dal machismo e da un’influenza religiosa cattolica molto opprimente.   La via di fuga “istituzionale” per Johan è quella di essere arruolato nei cosiddetti “Kanaries”, il corpo musicale dell’esercito (South-African Defence Force Choir and Concert Group), non perché l’addestramento militare sia meno pesante, ma semplicemente perché, essendo circondato da ragazzi che hanno una maggiore inclinazione all’arte e alla musica, sarebbe sottoposto a una pressione psicologica minore. Poi una via di fuga più intima: la musica stessa.

“In the Name of Your Daughter” a Gender Bender 2019

Il documentario infatti non funziona solo perché esorta la partecipazione empatica dello spettatore alle alterne vicende di vita di queste piccole eroine (che salvano loro stesse e le loro epigone dalla barbarie della mutilazione). Portandoci a conoscenza dei singoli meccanismi emotivi che di famiglia in famiglia intrappolano le bimbe a dire di sì o a non dire di no per non essere rifiutate, abbandonate, disconosciute. Il film funziona anche nel momento di maggiore denuncia sociale, mostrandoci gruppi di uomini di queste comunità che giustificano e supportano la pratica infibulativa per un mero tornaconto economico. O perché la figlia data in sposa se infibulata vale più vacche (20) di una integra (solo 6 mucche), o perché una vera e propria micro-economia gravita intorno al cerimoniale della infibulazione

“Witkin & Witkin” a Gender Bender 2019

Joel-Peter Witkin, il cui lavoro ha più profondamente contaminato l’immaginario pop, fra l’indimenticabile video di Closer dei Nine Inch Nails e una memorabile sfilata di Alexander McQueen di inizio secolo, è un giocoso e divertente fotografo con occhiali a pois, le cui opere creano una strabiliante bellezza dalla diversità, dalla difformità, dalla sessualità e dalla morte, in un gioco opulento di rimandi raffinati e triviali all’intera storia dell’arte. Jerome Witkin è un uomo pacato e meditativo, dalla lunga barba e dalla gestualità lenta, i cui quadri possiedono una straziante forza drammatica sia negli episodi di intimo autobiografismo sia nella resa di temi universali quali l’Olocausto e il disagio sociale contemporaneo. Joel-Peter ritiene l’altro un tipo un po’ troppo formale, Jerome non sembra saper bene da dove cominciare per descrivere suo fratello.

“Clément, Alex et tous les autres” a Gender Bender 2019

Dai numerosi legami – numerosi per un piccolo lungometraggio dalla durata di poco più di un’ora – che uniscono tutti i personaggi, si può evincere quanto Clément, Alex et tous les autres sia un piccolo film, certamente poco ambizioso, sulle persone e con le persone, attento più ai singoli individui che ai complessi rapporti tra loro. Costruito come una lunga conoscenza reciproca fatta di racconti, confessioni e litigi che svelano intrecci e nodi di trama, quasi sempre antecedenti al momento filmato. Infatti, anche se ritmato da continui salti temporali, lo svelarsi delle conflittualità individuali avviene cronologicamente fuoricampo, perché è un “fare i conti con il proprio passato” come storia identitaria personale.

Dopo il “carrello”, torna in scena “Kapò”

Riprendere in mano un film del passato costituisce spesso l’occasione per ripensarlo alla luce del tempo trascorso, rendergli giustizia perché incompreso all’uscita oppure ridimensionarlo rispetto ai giudizi dell’epoca. Il caso di Kapò, restaurato in 4K da Cineteca di Bologna e Cristaldi Film, è abbastanza particolare. Secondo opus della parca carriera di Gillo Pontecorvo, buon successo di pubblico, candidato all’Oscar per il miglior film straniero, è stato negli anni un po’ trascurato, quasi dimenticato e perfino scalzato dalla fortuna di un celebre e violento intervento critico: “il carrello di Kapò” – reso immortale da un fondamentale saggio di Serge Daney così intitolato – è un’espressione entrata nell’immaginario cinefilo, al punto che anche chi non l’ha mai visto lo prende a metro di paragone per tutte quelle scene che non andrebbero spettacolarizzate.

“Where’s My Roy Cohn?” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Where’s My Roy Cohn? La domanda che fa da titolo al documentario di Matt Tyrnauer, apprezzato al Sundance e presentato alla Festa del cinema di Roma, è stata pronunciata dal presidente Trump ai tempi del Russiagate. L’invocazione di “The Donald” è ben comprensibile, dal momento che il famigerato avvocato Roy Cohn ha attraversato il peggio della storia americana, mantenendo il ruolo di eminenza grigia della politica di destra made in USA. La condanna a morte dei coniugi Rosenberg, la commissione per le attività antiamericane, i processi contro i boss delle famiglie mafiose, l’ascesa economica di Trump: il volto di Cohn appare accanto a quello dei più discussi personaggi del secondo novecento, dal senatore McCarthy all’attuale inquilino della Casa Bianca.

“Cecchi Gori – Una famiglia italiana” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Si sa, la storia del cinema italiano è talmente avventurosa, picaresca, stratificata da prestarsi a mille prospettive dalle angolazioni più disparate. Un testo aperto che è al contempo storia e leggenda, cronaca e mitologia, sogno e incubo. Concentrarsi sui produttori è una delle tante possibilità, probabilmente non tra le più coltivate per quanto esistano “episodi” molto interessanti (la monografia Dino di Tullio Kezich su De Laurentiis, i documentari su Goffredo Lombardo e Franco Cristaldi). A Simone Isola, a sua volte produttore ma anche docente universitario, va riconosciuto anzitutto il merito di proseguire su questa strada, dedicata al racconto di personalità che sapevano unire la visione di un progetto artistico e la vocazione mercantile.

“Ask for Jane” a Gender Bender 2019

C’è un momento, alla conclusione di Ask for Jane di Rachel Carey, in cui il testo di commiato elogia le donne rivoluzionarie protagoniste della narrazione, per il coraggio con il quale hanno svolto il loro lavoro, creando le condizioni affinché nessuna donna avrebbe più dovuto affrontare ciò che loro hanno affrontato. Bene. Se si getta uno sguardo sull’evoluzione politica globale degli ultimi tempi, l’ironia situazionale di quelle parole può risultare incredibilmente sconcertante. Viene da pensare, chissà se tra qualche anno non torneremo al lavoro che il Collettivo Jane iniziò a svolgere negli anni Sessanta. Oltre la sarcastica fantasia distopica, comunque, la sensazione a seguito della visione è che la storia sia più attuale che mai e meriterebbe di essere raccontata e vista dal pubblico più vasto possibile. 

“45 Dias sem Você” a Gender Bender 2019

45 Dias sem Você è una pellicola apparentemente contraddittoria, che devia ripetutamente dalla strada che sembra aver preso, proprio come il suo irrequieto protagonista, inarrestabile nelle sue peregrinazioni. Eppure sorprende come un film programmatico sull’amore si riveli in realtà un elogio dell’amicizia, Ed è un film personale. Il protagonista si chiama Rafael come il regista e come l’attore che lo interpreta. I nomi di tutti i personaggi del film coincidono con quelli degli attori e delle attrici che danno loro volti e corpi, segno da un lato dell’osmosi tra realtà e narrazione cinematografica che permea questo progetto, dall’altro della capacità di quest’opera di situarsi sul confine che esiste non tanto tra documentario e film di finzione quanto tra storie personali e categorie generali.

“Kapò”, un’eroina senza eroismo

L’idea di Kapò, inizia a farsi strada da un soggetto di un giornalista francese, Dédé Lecaze, deportato a Mauthausen e capitatogli fra le mani un po’ per caso. Era la storia vera di un boxeur dilettante che riuscii a sopravvivere nel campo di concentramento perché i suoi match rappresentavano uno svago per gli ufficiali delle SS. S’intitolava Il tunnel. Durante la preparazione del film, Pontecorvo e Franco Solinas (suo inseparabile amico e sceneggiatore) lessero Se questo è un uomo di Primo Levi, restandone molto colpiti, soprattutto quando lo scrittore racconta che, per mantenere l’ordine, le SS si servivano di prigionieri che sapevano il tedesco e le lingue degli altri deportati. Questi ultimi venivano inquadrati nelle gerarchie dei carnefici, trasformandosi nei peggiori aguzzini dei loro stessi compagni.

“Judy” alla Festa del Cinema di Roma 2019

L’inizio e la fine della carriera di Judy Garland, al secolo Frances Ethel Gumm, diventata con Il mago di Oz una star di prima grandezza e morta a soli quarantasette anni, consumata dall’abuso di alcol e pasticche. Il biopic Judy, presentato alla Festa del cinema di Roma, si muove tra questi due piani temporali, raccontando l’inizio del sogno, l’incubo che nascondeva e i suoi effetti distruttivi sulla vita della protagonista. Siamo nel 1968, e la Garland, quattro divorzi alle spalle – tra cui quello con il regista Vincente Minnelli, padre di Liza – si ritrova senza soldi e senza casa ed è costretta ad accettare una tournée di concerti nei teatri londinesi per poter rivendicare l’affido dei figli. Sono gli ultimi mesi della sua esistenza, i più difficili, schiacciati dalla cirrosi epatica, dalle dipendenze e dai fantasmi del passato.

“Le ragazze di Wall Street” e la narrazione della crisi

Nella grande narrazione già decennale della crisi finanziaria, Le ragazze di Wall Street è un tassello tra i più intriganti. Non solo perché costituisce un esaltante incrocio tra l’ascesa criminale di una ragazza del ceto medio-basso travolta dall’estasi tossica dei soldi facili e l’affresco socio-culturale di un mondo raccontato con un palpabile senso della fine, come si vede nel clamoroso momento in cui il rapper arriva nel locale lanciando banconote in aria e tutte le spogliarelliste si esibiscono appagate e compiaciute. Ma anche perché, con una notevole profondità nel definire contesti e psicologie senza moralismi né indulgenze, ha una capacità di farci immergere in un film feroce, divertente e vorticoso, fondato sulla polisemia del desiderio in un orizzonte dove gli uomini sono stupidi bancomat, violenti predatori, padri assenti.

Il ritmo forsennato di “La belle époque”

Tutti noi abbiamo sognato di poter rivivere un giorno della nostra vita, uno di quelli indimenticabili, di cui ricordiamo ogni particolare e che ha cambiato per sempre il corso delle nostre esistenze. È questo lo spunto di La belle époque di Nicolas Bedos, presentato alla Festa del cinema di Roma e in sala dal 7 novembre e. Il fumettista Victor è infelicemente invecchiato e vive con una moglie psicanalista che cerca di mantenersi giovane a tutti i costi: lui rifiuta ogni tecnologia mentre lei ha lasciato i pazienti per creare un app di analisi online.  Dopo quarant’anni di matrimonio i due sono ai ferri corti, e Victor si ritrova cacciato di casa. Decide così di accettare uno strano regalo fattogli dal figlio: un regista metterà in scena per lui un moneto del passato. L’uomo non ha dubbi: il 16 maggio 1974, giorno in cui in cui conobbe in un bar di Lione la futura moglie.

“The Irishman” e il tempo della Storia

Il tempo della storia si dispiega passo passo, invade ogni inquadratura, ed è il vero protagonista e il punto di vista primo e ultimo del film. Il tempo che trascorre inesorabile e senza emozioni sullo schermo e quello che è trascorso nella realtà, nascosto dall’impressionante ringiovanimento digitale dei protagonisti ma impossibile da cancellare dai gesti, dagli sguardi, dai corpi degli attori. Una scelta folle e meravigliosa che si carica di significati, canto del cigno di un cinema e di una generazione e disperata dichiarazione sullo spietato avanzare degli anni. Tutto sparisce, tutto viene dimenticato, niente ha più importanza. Hoffa, santo e mafioso, famosissimo “come Elvis negli anni ’50 e come i Beatles nei ‘60” diviene solo una figurina sbiadita in una foto in bianco e nero, irriconoscibile per le nuove generazioni.

“The Irishman” e la vertigine del canto funebre

Non c’è etica e non c’è epica: non c’è niente di affascinante in chi ha scelto il male perché gli altri posti erano occupati o più scomodi, non c’è la mitologia degli angeli caduti costretti alla criminalità per colpa di una società ostile, non c’è nessuna attrazione verso corpi anziani ringiovaniti artificialmente grazie a miracolosi effetti speciali. E se i volti di Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci ritrovano giovinezze perdute, i movimenti sono già quelli incerti di coloro che hanno visto scorrere troppo sangue. Spingendosi nei territori di Robert Zemeckis e Steven Spielberg dove la tecnologia è al servizio dell’umanismo, Scorsese alza la posta e porta il cinema ai confini del possibile, (re)inventando, per questo film fortemente desiderato, un passato impossibile al fine di produrre qualcosa che ai nostri occhi sembra davvero impressionante.