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“Sodràsban” di István Gaál a Venezia 2019

Esordio nel cinema di finzione di István Gaál, con cui storicamente si fa iniziare la new wave ungherese, Sodrásban (“La corrente”, 1964) imbastisce sul delicato bozzetto impressionista dei primi minuti un coming of age di straordinaria concisione e forza espressiva, quella che a volte troviamo anche in certo cinema giapponese, capace con poche pennellate di svergognare le più laboriose costruzioni concettuali e lambire direttamente l’Assoluto. Inizia dal pomeriggio estivo in riva al fiume di un gruppetto di studenti diciottenni: nuotano, corrono, giocano a calcio, tentano un approccio amoroso. A un certo punto scattano una fotografia, dove – tutti coperti di fango, con smorfie divertite in faccia e bastoni in mano – potrebbero sembrare Peter Pan e il suo codazzo di Bimbi Sperduti. Neanche un’ora e mezza dopo, quando quella foto viene di nuovo inquadrata, a riguardarla sembrerà passata una vita.

“Ema” di Pablo Larraín a Venezia 2019

Più di uno spettatore qui a Venezia ha creduto di vedere in Ema una sterzata nel cinema di Pablo Larraín, tentazione comprensibile perché per una volta il regista cileno non mette in scena apertamente nè la Storia nè la biografia, e sostituisce al suo stile consueto, quell’inconfondibile ibrido semi-documentaristico che si ingrigiva mimetizzandosi da materiale di repertorio per toccare ancor più con mano i contesti esplorati, un elegante tocco arthouse che fa proprio in senso ampio il concetto di performance (danza, teatro, street art ecc) e lo pone apparentemente più nelle vicinanze del Suspiria di Guadagnino che non di Post Mortem o Tony Manero

“Panama Papers” di Steven Soderbergh a Venezia 2019

Da quando si è rimangiato l’annunciato ritiro dalle scene, il regista americano non è solo protagonista di una fase di estrema fertilità creativa (quattro film in più o meno tre anni) ma continua a ragionare sulla macchina-cinema con la statura di un intellettuale cinefilo capace di saltare con disinvoltura e libertà da un genere all’altro per ripensarlo e studiarlo. Qui sceglie lo spirito della “commedia didattica sulla finanza” nello stile di La grande scommessa, consapevole della necessità di dover dare una forma plastica a una storia fatta di numeri con troppi zero e società offshore, materia certo più facile da maneggiare in un reportage, come quello firmato dal Pulitzer Jake Bernstein che è all’origine della sceneggiatura scritta da Scott Z. Burns. Soderbergh riesce a dare un volto al male, servendosi delle brillanti interpretazioni di Gary Oldman e Antonio Banderas, sulfurei quanto irresistibili nei panni dei cattivi che nell’ombra speculano su tutto, comprese le disgrazie.

“Fellini fine mai” di Eugenio Cappuccio a Venezia Classici 2019

Nonostante l’impeto dell’onirismo autobiografico che la contraddistingue, quella di Fellini resta ancora oggi una figura ammantata dal mistero; un autore dalla poetica tanto cristallina nella definizione del suo immaginario di riferimento, quanto imperscrutabile nel proprio processo di elaborazione e creazione artistica. Un contrasto che accentua il fascino del regista riminese, consentendogli di rimanere un soggetto ricco di zone d’ombra meritevoli di essere indagate. L’opera di Eugenio Cappuccio tenta di inserirsi nel coro di voci che definiscono e compongono il mosaico felliniano, sfruttando un punto di vista intimo e personale. Indagando la travagliata gestazione dei progetti troncati e mai trasposti su schermo come Viaggio a Tulum e Mastorna, il documentario concede la possibilità di sondare l’aspetto più scaramantico e irrazionale dell’autore, ammantandolo del sopracitato e imprescindibile alone di mistero e tralasciando la volontà di voler trovare una risposta univoca agli interrogativi sollevati. Come una sagoma che si staglia su uno sfondo nebbioso e per questo intrigante, i racconti su Fellini non possono avere fine perché illimitate sono le dimensioni esplorate da quest’uomo per cui la vita necessitava di rimanere un enigma, una forza non distorta dall’artificiosa conoscenza umana, ma libera di potersi espandere secondo logiche inconcepibili dalla razionalità degli uomini.

“Maria Zef” di Vittorio Cottafavi a Venezia Classici 2019

Maria Zef rivela la sua dimensione di romanzo di formazione. Aspro come il dialetto friulano che qui suona come una musica inaccessibile. Realistico non solo per la sintonia con il corso delle stagioni ma soprattutto per la verità che trasuda il dramma umano di personaggi dimenticati da Dio. Tratto dal romanzo scritto da Paola Drigo nel 1936, Maria Zef è una delle operazioni più audaci della televisione italiana: tre puntate in una lingua incomprensibile e sottotitolata, un cast di sconosciuti presi dalla vita, una storia che non ha nulla di bucolico, per certi versi non rifiuta d’essere sgradevole e comunque si mantiene lontana dal gusto contemporaneo. Penultimo lavoro di Vittorio Cottafavi, che in sede di sceneggiatura si è fatto affiancare dal poeta friulano Siro Angeli (impegnato anche nel ruolo di Barbe). Maestro del melodramma, qui lo lascia affiorare nei colori bruni di una miseria sia sociale che umana, nelle crepe di case rotte per gli effetti devastanti della natura, nei volti affaticati di gente che la speranza non sa nemmeno se appartiene a questo mondo. Cinema rigoroso, purissimo.

“Snack Bar Blues” di Dennis Hopper a Venezia Classici 2019

Hopper grazie a questo personaggio tratteggia alcuni degli animi americani dei primi anni Ottanta, e lo fa con una violenza alla Peckinpah, descrivendo il disagio che la vita offre a un ceto sociale inferiore che ha come unica soluzione possibile la morte: il tramonto dei cowboy fantasmi che ostinati si aggirano per quelle città come il tassista di Taxi Driver di Martin Scorsese e i personaggi de Il ritorno dei morti viventi di Dan O’Bannon. I personaggi del film sono infatti dei dimenticati o, meglio, ignorati dalla società e dalle sue regolamentazioni. Così i ragazzini subiscono la ferocia del paese che li vede come un inutile peso e le loro proteste non conducono a prospettive migliori se non alla via della tragedia ovvero quella di uccidere i padri, le madri e sé stessi.  Snack bar blues è ancora oggi aggressivo come i tagli di montaggio netti di Hopper e la sua camera che spesso si muove velocemente per seguire gli sbalzi d’umore e il ritmo frenetico della vita della sua giovane protagonista. Hopper ha messo quindi sotto i riflettori i problemi di quell’America e lo ha fatto servendosi degli occhi di una giovane ragazza distrutta dai suoi familiari, dalle sue frequentazioni e dalla società che la ignora.

“The End of Love” di Keren Ben Rafael a Venezia 2019

Sin dalla prima inquadratura Julie e Yuval sono mostrati esattamente come vengono visti dal partner. Quindi, a parte una sola sequenza, mai insieme. In questo modo la separazione tra i due coniugi diventa una separazione reale, quasi fisica, anche per lo spettatore. La scelta registica diventa un’efficace presa di posizione concettuale e un modo per coinvolgerci emotivamente e psicologicamente: assistiamo al film come ad una serie di soggettive in cui si alternano i punti di vista di Yuval e di Julie. L’assenza di contatto si fa sensazione psicologica. Mentre ai dialoghi è affidata la progressione narrativa (per lo più non vediamo succedere le cose, le sentiamo raccontare dalle parole dei protagonisti, quasi a sancire la non-vita della relazione), la composizione delle inquadrature è studiata per trasmettere l’incomunicabilità in cui la coppia precipita gradualmente. Keren Ben Rafael ha giustamente parlato di “nuovo linguaggio delle relazioni” riferendosi alle videochiamate e al modo in cui vengono utilizzate nel film. Pur legati dal filo sempre più esile di un contatto visivo virtuale, Yuval e Julie, costretti a non avere altro del partner se non l’immagine, si ritrovano paradossalmente a guardare sé stessi più del compagno (o della compagna), a porsi domande sui propri desideri non solo sessuali ma di vita, di futuro. 

“Seberg” di Benedict Andrews a Venezia 2019

Seberg usa l’emblematica vicenda dell’attrice per definire l’orizzonte politico e sociale dell’America tra i Sessanta e i Settanta: la stagione del Vietnam e di Nixon, dominata dalla cultura del sospetto. La dimensione paranoica, infatti, rappresenta l’intuizione più felice di un film che cerca di rincorrere il passo teso del thriller, riuscendo a essere piuttosto intrigante quando cavalca le ossessioni della protagonista: lo scotch sugli infissi per capire se le spie sono entrate in camera, la distruzione del telefono, la camera messa a soqquadro. Tuttavia, al netto della sentita prova di Kristen Stewart che, tuttavia, sembra percepire l’assenza di un regista all’altezza, Seberg risulta inerte, poco equilibrato nel dosare il dolente privato della star con la trama spionistica appaltata a Jack O’Connell e tutto sommato incapace di dire qualcosa di inatteso su un personaggio tanto intrigante. Peccato, perché il biopic è tra i non-generi del cinema americano che negli ultimi anni ha meglio dimostrato di poter essere non solo contenitore di una storia personale ma di un coacervo di linee narrative anche imprevedibili.

“Lo sceicco bianco” di Federico Fellini a Venezia Classici 2019

Pare incredibile ma nel 1952 la pellicola non suscitò gli entusiasmi della critica: la narrazione delle (dis)avventure di una coppia di sposini in luna di miele a Roma fu da alcuni giudicata grezza e grossolana. Oggi nella semplicità di quella storia possiamo leggere un’anticipazione di tutto l’universo felliniano che si arricchirà nei film successivi. Ne Lo Sceicco bianco troviamo interpreti (Alberto Sordi, Giulietta Masina), personaggi (Cabiria) e luoghi (Roma) che ritorneranno molte volte nei capolavori di Fellini. E, soprattutto, individuiamo già l’esplorazione di alcuni temi cari al regista: il mondo dello spettacolo come realtà parallela, la malinconia della felicità, il rapporto tra arte e vita. Storia di uno smarrimento esistenziale trattato con leggerezza ma non con superficialità, Lo sceicco bianco ci fa riflettere sulla perenne capacità del mondo dello spettacolo di assorbirci completamente e anche sulla nostra incapacità di opporci a questa attrazione, guidati – consapevolmente o meno – dal nostro desiderio di perderci in un altrove fantastico.

“Radiazioni BX: distruzione uomo” di Jack Arnold a Venezia Classici 2019

Radiazioni BX: distruzione uomo è spesso considerato l’esempio più ragguardevole di quell’esistenzialismo fantascientifico anni Cinquanta che si esplica nell’estraniamento della dimensione del quotidiano e del domestico. Più ancora di L’invasione degli Ultracorpi (Don Siegel, 1956), da cui lo distingue l’assenza di infiltrati e piani di conquista, fattori scatenanti ancora isolabili per quanto profondamente innestati nell’ordine sociale, è infatti questo il film che traccia una linea diretta fra il malessere del protagonista e la sua quotidianità, fra i disagi e pericoli che affronta e la conformazione – in sé immutabile eppure progressivamente sempre più inquietante – dell’ambiente domestico.  Impercettibilmente, il film scivola dalla perdita di contatto col mondo conosciuto (ma anche grigio, scontato, qualunque) della prima parte, a quella che potremmo definire la “redenzione avventurosa” di quel mondo nella seconda, che ancora proprio nella casa, fra i suoi oggetti quotidiani restituiti a una dimensione di scoperta e applicazione di pensiero, ambienta un vero e proprio percorso di riappropriazione dell’humanitas, culminante in un finale del pari scientista e misticheggiante in cui Carey, riconosciuta come l’uomo del Rinascimento la vicinanza fra l’incommensurabilmente grande e l’incommensurabilmente piccolo, ed avendo concluso con Protagora che “la mente umana è misura di tutte le cose”, si annulla in un atto di pacifico mutuo riconoscimento, fondendosi letteralmente con l’universo.

“L’ufficiale e la spia” di Roman Polański a Venezia 2019

Anziché concentrarsi sulle estreme ed immeritate sofferenze della vittima ingiustamente accusata di tradimento, Polański costruisce il proprio film attorno ad un personaggio che fu inerte testimone della condanna inflitta al capitano Alfred Dreyfus. Una scelta non indifferente che si ripercuote su vari strati dell’opera, a partire dalla focalizzazione dello sguardo che sin dall’inizio smentisce ogni intenzione da parte dell’autore di identificarsi con la vittima. L’innocente punito senza ragioni esiste ma, nonostante la sua presenza riecheggi in ogni scena, è relegato sullo sfondo. I riferimenti all’attualità sono presenti e  talvolta clamorosamente attuali ma, nel delineare una minuziosa ricostruzione degli accadimenti storici che segnarono la vicenda, la riflessione sui torti subiti e sul processo di ricostruzione della verità assume una portata ampia e generalizzata, non più riconducibile alle questioni personali del regista. Un percorso sconnesso e dall’esito amaro, che rinviene nell’incessante tentativo di ricerca della giustizia il proprio centro tematico, nonché la forza propulsiva dell’azione.

“Il sindaco del Rione Sanità” di Mario Martone a Venezia 2019

Autore che nell’ultimo decennio si è dedicato al ripensamento del nostro passato tra storia risorgimentale e rivoluzioni culturali mancate, Mario Martone torna per il secondo anno consecutivo in concorso a Venezia con un film che in apparenza si distacca radicalmente dalle sue ultime prove. In una certa misura, tuttavia, Il sindaco del Rione Sanità potrebbe anche essere letto come un’appendice a quella ricerca del tempo perduto condotta in questi anni dal regista. All’origine, infatti, c’è il testo scritto nel 1960 da Eduardo De Filippo, incardinato sul ritratto di un personaggio che ben esprime un certo orizzonte sociale legato a un altro secolo: il capo che si è fatto da solo e interviene dove la giustizia ufficiale nulla può. L’aggiornamento anagrafico dei personaggi, dovuto al legittimo desiderio performativo di un Di Leva assai calato nella parte fino ai limiti del gigionismo, forza il testo nell’ambito di un’operazione che intende contaminare il classico con l’estetica, il décor, i colori di Gomorra. Nessuno è intoccabile, se si adatta Shakespeare perché non si dovrebbe mettere mano a Eduardo? Ma – e qui sta il problema – se il racconto della criminalità nel Sindaco del 1960 trovava una sua dimensione nel mutamento della stessa camorra in quel periodo, con il tramonto dei guappi paternalisti forse legati solo alla mitologia locale, al Sindaco del 2019 – arrivato dopo molti o troppi film sul temi analoghi – si riesce a credere fino a un certo punto.

“Ad Astra” di James Gray a Venezia 2019

James Gray torna nuovamente a dirigere e sceneggiare due dei suoi temi cardine: il rapporto padre-figlio e la solitudine dell’individuo. Il protagonista deve convivere con un senso di solitudine che lo attanaglia, ma rifiuta comunque di prendere gli stabilizzatori dell’umore e la macchina rilevatrice dei parametri di salute non capisce che il suo paziente non è nelle condizioni giuste per compiere la missione. La solitudine è centrale sia nei lunghi monologhi in voice over, sia nei primi piani che evidenziano la chiusura in se stesso del personaggio. Gray tratta quindi entrambe le tematiche che lo hanno reso noto dai tempi di Little Odessa (1994) e I padroni della notte (2007) con meno aggressività, come se il suo sguardo si fosse perso nella cura di altri aspetti scrutando lo spazio insieme al suo personaggio. 

“Irréversible – Inversion intégrale” di Gaspar Noé a Venezia 2019

Il rimontaggio del film in ordine cronologico presentato alla 76a Mostra del Cinema di Venezia (ricordiamo che l’originale era strutturato con una progressione anti-cronologica, à la Memento di Christopher Nolan) ne costituisce una vera e propria rielaborazione. Chi assiste alla proiezione non è più guidato dalla curiosità di scoprire quale sia la causa di un determinato effetto: si ritrova invece proiettato in un crescendo impressionante di violenza, in una spirale di istintività. Ora il tempo, anziché rivelare, “distrugge tutto”: è quanto sentenzia uno dei personaggi. A distanza di diciassette anni, con l’obiettivo-pretesto di dissolvere eventuali enigmi del film originario, Noé approfondisce la sua riflessione sulla violenza insita nell’uomo e coordina tematiche e stile in una spirale di puro sbandamento spettatoriale, realizzando un nuovo tassello del suo “cinema sensoriale” che quest’anno aveva già arricchito con lo straordinario Climax.

“Storia di un matrimonio” di Noah Baumbach a Venezia 2019

La voce di Charlie (Adam Driver), introduce Nicole (Scarlett Johansson), il primo personaggio visivamente presente del film. Uno dopo l’altro, marito e moglie raccontano i pregi del proprio compagno rivelando il grande amore che li ha spinti a sposarsi. Successivamente, il tono ironico e incantato iniziale lascia spazio al rammarico e alla crisi esistenziale che Nicole e Charlie stanno vivendo, a causa del loro imminente divorzio. Noah Baumbach tenta di proporre al suo spettatore uno sguardo diverso da quello feroce di Kramer contro Kramer di Robert Benton e del suo Il calamaro e la balena. In questa storia, Baumbach cerca la storia d’amore che resiste e cambia forma all’interno di un processo complicato come il divorzio. Il cineasta pone al centro della narrazione l’importanza dei rapporti umani e l’umorismo situazionale alla Woody Allen e, soprattutto, gli stessi Stati che portano alla separazione di Annie e Alvy in “Io e Annie”: New York e la California. Tuttavia, Charlie e Nicole devono andare oltre le loro personalità egocentriche e ai monotoni uffici trovando il modo di “guardarsi allo specchio” per il bene del figlio e, dunque, della loro famiglia. 

“Le verità” di Hirokazu Kore’eda a Venezia 2019

Il gioco tra cinema e realtà trova nel suo corpo, nel volto che turba, incanta, ammalia da oltre mezzo secolo, la più suprema delle espressioni ma, al contempo, mette in luce la facilità del meccanismo scelto dall’autore. Alla prima prova internazionale dopo la consacrazione di Un affare di famiglia, Hirokazu Kore-eda sembra non voler rischiare molto, inserendosi nel solco di un cinema cinefilo tanto affascinante quanto furbo nel comporre le rime tra film e vita. Per l’umanista Kore’eda, la verità è sempre un’interpretazione dettata dall’intelligenza del cuore. E il suo cinema resta pieno di grazia ma, forse avvinto dalle personalità di Deneuve e Juliette Binoche nel ruolo della figlia, suggerisce senza enfasi quella purezza che potrebbe trovare nello sguardo incantato della nipotina, preferendo le schermaglie tra le due donne alla necessaria resa dei conti e gli andirivieni in una memoria alla quale si dà sempre troppa fiducia.

“Vive le cinéma”, il panorama francese e la critica

La quarta edizione del festival Vive le cinéma ha offerto in quattro intensi giorni di proiezioni e incontri una panoramica articolata sulla produzione cinematografica in lingua francese, proiettando temi e situazioni da sempre cari al cinema d’oltralpe come il dialogo tra le diverse culture, l’affermazione sempre più ineludibile di un meticciato culturale e sentimentale contro la pesante eredità del colonialismo, l’indagine minuziosa e intimista dei sentimenti, l’inquietudine che si cela dietro la provincia borghese. Con la proiezione di chiusura dedicata a Varda par Agnès di Agnès Varda, Vive le cinéma ha reso un commosso omaggio alla cineasta recentemente scomparsa celebrandone l’innovazione del linguaggio cinematografico e ricordando l’eredità culturale della Nouvelle Vague.

Jane Campion, tempesta e impeto

La voce di Ada è un invito a vedere e un invito a perdersi nel marasma neozelandese che è pur sempre un’estensione del proprio patrimonio intimo. Estensione e amplificazione del turbinio di sensazioni che delinea il conturbante di Lezioni di piano e che riporta alla cruda e reale entità del sublime romantico, anche in merito alla dissonanza tra istinto da un lato e prescrizioni sociali dall’altro: “Pensavo che questo paesaggio selvaggio fosse adeguato alla mia storia perché il romanticismo è stato mal compreso dalla nostra epoca, in particolare nel cinema. È diventato qualcosa di grazioso e amabile. Si dimentica la sua violenza, il suo lato oscuro”, ha dichiarato più volte la regista. 

Un film di fantasmi. “Street Angel” di Frank Borzage e la dimensione spirituale

Street Angel pare avere una concezione dei sentimenti e della felicità, per così dire, fatalista a livello strettamente terreno, dove pare inevitabile scontare la propria condizione di partenza più che i propri errori, e che trova il proprio compimento ad un livello più spirituale e metafisico. Non anticipiamo, per evitare i lamenti delle vestali dello spoiler, qual è la soluzione narrativa che permette di evitare la tragedia finale aprendo le porte al lieto fine e alla definitiva redenzione, dei singoli e della coppia; basta accennare che c’entra un quadro dalla tematica religiosa che ha avuto un ruolo decisivo nella storia del rapporto.

Buster Keaton e la morale della gag

Tra una gag e l’altra basate principalmente sull’equivoco, quella che rimane più impressa è sicuramente la scena in cui Keaton è a tavola con tutti gli enormi parenti della donna. Questi si abbuffano come il piccolo uomo non ha mai visto fare prima, mentre lui, ovviamente, rimane a bocca asciutta. Al momento del caffè il suo genio comico esplode, il personaggio non riesce più a trattenersi e nel vedere uno dei cognati che continua a riempire il suo caffè di zucchero Keaton gli prende la tazzina e con prepotenza rovescia il caffè direttamente nella zuccheriera. Un’altra gag memorabile, che probabilmente Blake Edwards ha visto e riproposto in Hollywood Party, è quella in cui Keaton sbadatamente aggiunge troppo lievito alla birra, fatta in casa dalla moglie, così la schiuma della bevanda nel momento clou dell’azione riempie la cucina e invade altre stanze della lussuosa abitazione.