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“Ricordi?” di Valerio Mieli a Venezia 2018

Sono trascorsi nove anni da Dieci inverni. Troppi. Oggi Mieli torna e perfora i cuori scegliendo sì la figura più importante per il racconto di un amore fallito – il ricordo – ma sottolineandone la natura crudele, il suo apparire all’improvviso determinando umori, dolori, gioie, rabbie, incomprensioni. Può sembrare banale, eppure Ricordi? si regge tutto su questa idea, con la complicità fondamentale del montaggio scomposto, non cronologico, oserei dire arcalliano, di Desideria Rayner, che segue il flusso soggettivo dei protagonisti procedendo per sensazioni, suggestioni, ricatti emotivi inflitti dalla memoria. Per un cinema abituato a spiegare le riflessioni, che non dà sempre fiducia all’intelligenza emotiva dello spettatore e guarda al passato più come rifugio sicuro che insidiosa trappola, il secondo film di Mieli offre un azzardo notevole.

“La profezia dell’armadillo” a Venezia 2018

Il film adatta la graphic novel senza cavalcarne la dimensione fumettistica, trovando sponda nella regia del debuttante Emanuele Scaringi, più interessati a tessere un coming of age sulla ricognizione del dolore e sull’assunzione di responsabilità secondo lo sguardo di Zerocalcare che a trasferire pigramente sul grande schermo le strisce. Simbolicamente è aperto e chiuso da frammenti animati: all’inizio sembra quasi un modo per interrogare il pubblico e le sue attese, presagire un’ipotesi di film non realizzato per quanto più coerente con la fonte; alla fine, invece, chiude il cerchio riallacciandosi alle origini, lasciando alle immagini di Zero il racconto dolceamaro di certe frustrazioni generazionali.

“Camorra” di Francesco Patierno a Venezia 2018

Le preziosissime immagini provenienti dalle Teche Rai riguardano l’arco temporale che va dagli anni ’60 agli anni ’90, trentennio  in cui la criminalità partenopea, grazie anche alla permanenza di boss siciliani nelle carceri campane, impara la lezione di Cosa Nostra e comincia a divenire solida e unitaria, fino alla consacrazione definitiva che avverrà con l’avvento di Raffaele Cutolo, o’ Professore, e la sua NCO, la Nuova Camorra Organizzata, associazione che dava una bandiera sotto la quale ripararsi a tanti criminali altrimenti allo sbaraglio.  Le interviste a questo capo carismatico, spietato, ma ben istruito, dalle risposte pungenti, e provocatorie, figura rara nel mondo criminale, ricoprono un ruolo centrale nell’economia filmica.

Venezia 2018: “Il ragazzo più felice del mondo” di Gipi

Film sul fare film, Il ragazzo più felice del mondo è per certi versi l’espansione felicemente egocentrica delle pillole realizzate da Gipi per la trasmissione Propaganda: vi ritroviamo l’ossessione per l’arrembante odio in rete da parte di perfetti sconosciuti imbarbariti dal dibattito pubblico, i dialoghi surreali con personaggi troppo assurdi per non essere veri, l’utilizzo dei codici del documentario per innescare strategie narrative in bilico tra l’autobiografia e la reinvenzione del reale. A suo modo, un oggetto indecifrabile, che nell’ammettere l’ispirazione ad un fatto reale prova a ragionare sul concetto di “filmabile”, unendo attori in ruoli bizzarri (il mago, la grafologa, l’amico travestito) ed amici coinvolti come se stessi in un patchwork interessato a capire limiti e confini del mettere in scena la realtà.

Venezia 2018: “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini

Alla prima grande occasione, Alessio Cremonini recupera la tradizione del cinema civile italiano – più Marco Risi che Francesco Rosi – e la fa incrociare col recente e prolifico filone della periferia romana. Attraverso la presenza di Alessandro Borghi, in un’interpretazione fortemente mimetica al limite del Metodo, Cucchi sembra uscire da Non essere cattivo, col suo carico di disincanti e tormenti da immolare sull’altare del biopic. Ecco, volendolo inserire nel catalogo del periferia-movie, si tratta del primo film biografico del filone, in un cinema, quello italiano, che ha pressoché appaltato questo genere alla televisione (due eccezioni significative: Il giovane favoloso e Nico, 1988), sottovalutandone le infinite possibilità di rielaborazione insite nel concetto “tratto da una storia vera” (pensiamo, tra i contemporanei, a Bennett Miller).

“Storie del dormiveglia” e i dettagli dell’esistenza

“Io non sono il mio corpo sono qualcos’altro…sono il buio e la luce nello stesso momento, esisto e basta”. Inizia con queste parole il bellissimo film documentario di Luca Magi Storie del dormiveglia, vincitore di una Menzione Speciale al 49° Visions du Réel International Film Festival e ora al Biografilm 2018, nato dalla quinquennale esperienza del regista come operatore nella struttura di accoglienza notturna per senza tetto Rostom, nella periferia di Bologna. La pellicola scorre per 67 minuti formalmente perfetti, grazie all’approccio espressionista ottenuto dalla dialettica di luci e ombre, e dalle loro stesse ombre, grazie a fasci di luce netti e taglienti, emergono i profili più intimi e nascosti dei protagonisti.

“Il clan dei ricciai” come rivendicazione di dignità

Mai come in questi anni alcune sparute voci della politica e della società civile hanno cercato di avviare una riflessione sul “senso del carcere”, denunciando le condizioni spesso indecorose di molti istituti di pena e schierandosi dalla parte dei detenuti costretti a sopravvivere al di là della decenza. Non di rado sfugge a molti che la reclusione, in quanto privazione della libertà dell’individuo, è sì una pena, ma anche l’occasione per il carcerato di entrare in un percorso di riabilitazione per reintegrarsi nella società. Nella stagione in cui sono tornate di moda la giustizia privata e la sfiducia nel sistema giudiziario e sempre di più latitano valori quali il rispetto del prossimo e la tutela dei più deboli, Il clan dei ricciai arriva come un’inattesa e necessaria rivendicazione di dignità.

“Almost Nothing”, il CERN e una democrazia quasi irreale

Cattedrale della conoscenza, dove i reattori rappresentano la comunione d’ingegni tra gli architetti e i fisici (“un’estetica tonda e simmetrica… il limite della bellezza”), lo spirito del CERN secondo ZimmerFrei si trova nella caffetteria, che, nei racconti dei protagonisti, si staglia quale luogo fondamentale e formativo, nonché il posto dove pare sia stato inventato il protocollo HTML. Lasciando sullo sfondo le appassionanti cerimonie dedicate alla comunicazione delle scoperte, ci si concentra su questa anticamera dello studio in cui discutere, confrontarsi, chiarirsi (“è confortante avere risposte”), rappresentazione di un mondo senza conflitti cosciente di essere il modello di una comunità autosufficiente dal “livello di democraticità quasi irreale”.

L’allegoria senza incanto di “Lazzaro felice”

Oggetto bifido, strambo, sbilenco, il terzo opus della regista sublima – come Garrone – un fatto di cronaca degli anni Ottanta e lavora ancora sulle inenarrabili meraviglie dei corpi celesti, imponendosi per ambizione e densità nel discorso sul sacro. Che magari è solo una suggestione di chi scrive, eppure appare così sottile da risultare davvero centrale. D’altro canto quale dovrebbe mai essere la prima impressione di fronte ad un film che elegge ad eroe titolare un personaggio dal nome tanto eclatante quanto paradigmatico? Ricordiamo che il Lazzaro biblico, resuscitato da Gesù, appare nei Vangeli per testimoniare il miracolo e più avanti per annunciarne l’imminente omicidio su mandato dei Sommi Sacerdoti, in quanto discepolo del Messia. Poi basta. Più che un personaggio, quasi una funzione che innesca – o perlomeno sollecita – il destino del protagonista, cioè colui che gli ha ridato vita.

“Dogman” e lo spazio come personaggio

Nel momento in cui molti autori esplorano la periferia romana con un forte ancoraggio al realismo (Non essere cattivo, Il più grande sogno, Fiore…), Garrone l’ha trovata ai confini di Castel Volturno, sottolineando ancora una volta una sensibilità artistica unica nel sublimare la realtà al crocevia dell’immaginazione. Come Reality, che edificava il suo incubo onirico nel cuore di una decadente Napoli già principesca, e più di quanto accadesse ne Il racconto dei racconti, quasi imprigionato nei maestosi castelli dove costeggiare il formalismo dell’esercizio di stile, Dogman rende più che mai personaggio lo spazio. Ovvero l’ipotesi di una Roma marginale e disgraziata, pennellata dai pochi cromatismi dell’incredibile fotografia di Nicolaj Brüel, una terra desolata, opprimente, sudicia, ripresa spesso in campo lungo.

I fantasmi della mente in “Parlami di Lucy”

Un film di fantasmi e ossessioni, di angosce che si materializzano sotto forma di visioni, incubi così vividi da lasciare negli occhi dello spettatore, come in quelli della protagonista, l’inquietante sospetto se quanto visto fino a quel momento, sia veramente accaduto. Un film da camera, che vive attaccato al volto della protagonista. Addolora profondamente la prematura scomparsa di Giuseppe Petitto, un regista ancora giovanissimo che, dopo una bella carriera nel documentario suggellata anche da importanti riconoscimenti, con questa sua prima opera di finzione ha mostrato una grande maturità stilistica e una sensibilità non comune nell’affrontare una storia difficile e sfaccettata: a noi che restiamo, lascia il rimpianto di una voce già compiutamente autoriale che avremmo voluto ascoltare ancora molte volte. 

What a Feeling. Tornando su “Ammore e malavita”

In un genere che non fa mistero del suo essere finzione, i Manetti instaurano un cortocircuito socio-visivo che ironizza sui disagi sociali di certe zone geografiche del Sud Italia, facendo riflettere sull’impatto del successo di certi fenomeni letterari e televisivi sullo stato delle cose. Alla base di un’operazione come Ammore e malavita si può leggere una profonda fiducia nel cinema italiano e nella sua possibilità di svincolarsi dai dettami del mainstream USA per mostrare al pubblico e alla filiera cinematografica che l’industria nostrana può rappresentare ed esprimere profondamente la nostra identità non solo nei piccoli film d’autore a basso budget, ma anche quando si tratta di generi, balli e tante comparse.

“Nome di donna” e l’ingranaggio maschilista

Al netto di un film poco riuscito, si salva l’intento morale di Giordana, sensibile nel cogliere, insieme a Cristiana Mainardi che ha scritto il film, l’urgenza di portare allo scoperto un crimine relegato troppo spesso nelle zone d’ombra della cronaca e che il movimento #metoo ha invece aiutato a far emergere, dando coraggio e solidarietà alle tante donne che ancora non riescono a parlare, e non ultimo, in qualche modo, il film ci ricorda che ogni giorno, anche senza rendercene conto, che lo accettiamo o meno, siamo tutti parte di questo ingranaggio maschilista e siamo dunque, sopratutto noi uomini, tutti coinvolti e responsabili: non uno di meno.

“Manuel” a Visioni Italiane 2018

Manuel è l’opera prima di Dario Albertini, un film completamente “suo” da soggetto a sceneggiatura, musiche e regia. Un’opera che ci parla del suo autore presentandocelo come regista (oltreché artista poliedrico, musicista, fotografo) fortemente affascinato dalle realtà più disagiate, periferiche, abbandonate (quasi pasoliniane). Girato nella periferia romana tra Civitavecchia e Tarquinia, pensato come classico cinema di pedinamento, Manuel è un film che scorre al ritmo del respiro del suo protagonista. Un respiro reso a tratti affannoso e ansimante dal peso delle responsabilità o frenato e sonnolento per via di una vita ancora alla ricerca del bandolo della sua matassa.

“Figlia mia” e il buco nero delle relazioni umane

Applaudito al Festival di Berlino 2018, dove la regista Laura Bispuri era già stata nel 2015 col suo primo lungometraggio Vergine giurata, Figlia mia è senza dubbio un film sulla maternità, ma soprattutto sull’evoluzione dell’identità. La Bispuri, autrice anche di soggetto e sceneggiatura assieme a Francesca Manieri, sembra citare i classici stereotipi femminili per poi burlarsene con grazia. Costruisce tre personaggi stratificati e compositi e li inserisce in un gioco di opposizioni e scambio delle parti, in cui risulta via via sempre più difficile capire chi stia facendo da madre a chi.

Peter Marcias e il documentario sui documentari

Un documentario sui documentari: è questo il monumentale obiettivo che Peter Marcias, regista sardo, si è posto con il suo ultimo progetto, Uno sguardo alla terra. Il film nasce dalla volontà di recuperare uno dei più importanti lavori del cinema del reale, ovvero L’ultimo pugno di terra di Fiorenzo Serra (1965). Il documentario, che vide la supervisione di Cesare Zavattini, nacque su commissione della Regione Sardegna che voleva vedere celebrati i progressi del progetto di Rinascita, che invece Serra presentò in chiave dubbiosa e poco ottimista. Non godendo dell’approvazione dei suoi stessi committenti, L’ultimo pugno di terra fu smontato per realizzare dei documentari più brevi che invece circolarono in sala.

“L’uomo con la lanterna” a Visioni Italiane 2018

“Il sogno è il primo genere letterario dell’umanità. Nel sogno siamo registi, attori e spettatori delle vite immaginarie che ci sono state narrate e di quelle che andiamo a comporre”, questo è l’incipit con cui si apre L’uomo con la lanterna di Francesca Lixi, vincitore del Premio Corso Salani al Trieste Film Festival 2018, una frase del filosofo Remo Bodei che vuole chiarirci con quale sguardo la regista abbia provato a dare forma alla vita di suo zio Mario Garau, bancario cagliaritano che dal 1924 al 1935 si ritrova a lavorare per l’Italian Bank for China a Tientsin e Shanghai.

“Hannah”, giallo esistenziale in apnea

Hannah, personaggio e film (il personaggio è il film), è uno stato d’animo precario, inquietante, traumatizzato. Un’evanescenza corporea, una figura ectoplasmatica che vaga in interni domestici e spazi metropolitani, rivendicando continuamente il suo essere comunque parte di un mondo che la respinge. Per quanto possa sembrare strano per un film così straniante e disturbante, inospitale anche nei cromatismi di Chayse Irvin (con Pallaoro già nell’esordio Medeas), il regista sa montare con intelligenza una tensione che gli permette di penetrare nel giallo esistenziale, dentro la quotidiana convivenza con una ferita mortale.

“Chiamami col tuo nome” e la mappa dei cinque sensi

Chiamami col tuo nome non è solo il racconto romantico di un innamoramento. La potenza lirica delle immagini esalta la sublimazione catartica del turbamento che attraversa la giovinezza: ascesa all’estasi del piacere e comprensione del distacco nella malinconia del ricordo. L’idea scolpita dalla successione delle inquadrature è una declinazione contemporaneamente carnale e poetica dell’eros in cui il desiderio comunica un altrove metafisico dei corpi, regolato dalla mappa dei cinque sensi. L’istinto, quanto l’affetto, è raffigurato con aderenza costante alle movenze naturali delle mani, degli arti, dei volti, senza ricostruire la vita interiore dei due giovani ma giungendo ad essa attraverso le sfere esistenziali che li circondano.

“Chiamami col tuo nome” e l’apologia dell’esattezza

La macchina da presa di Guadagnino si muove con discrezione tra l’intimismo di Eric Rohmer, pensando agli affreschi d’incondizionato realismo e verità di La collezionista e l’inconfondibile voyeurismo di Bertolucci: la figura di Elio, alle prese con la lettura e la scrittura, immerso nell’atmosfera panica dei contesti naturali e negli anfratti domestici, non può non ricordare la tenera ingenuità di Liv Tyler in Io ballo da sola. Nonostante lei sia l’ospite, c’è la stessa modulata introspezione nei due personaggi, gli stessi momenti spartiacque.