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Stefano Savona e la responsabilità dello sguardo

“Nel 2009 sono riuscito ad entrare a Gaza e avevo con me solo la mia testardaggine e la telecamera. Non ero un giornalista, riprendevo semplicemente ciò che accadeva. Ne è risultato Piombo Fuso. Quando ho montato quelle immagini mi sono reso conto di quanto fossero naïf, erano immagini di morte e distruzione che raccontavano una storia già conosciuta ma non reale”. Come si racconta la guerra? Stefano Savona conosce bene i rischi della narrazione e ha già sperimentato l’amaro misconoscimento di Piombo Fuso. L’evoluzione del regista da Piombo Fuso alla Strada dei Samouni, vincitore dell’Oeil d’Or al Festival di Cannes 2018, è un percorso tutt’altro che agevole, che lo ha portato a confrontarsi con la delicata funzione demiurgica dell’arte e della relativa influenza (spesso sottovalutata) del cinema sull’immaginario collettivo.

L’arte di Simone Massi – Lavoro resistente

Massi si definisce un animatore resistente, realizzando quella che per tanti rimane solo un’utopia, ovvero lavorare seguendo la propria vocazione, abbandonata la fabbrica di Fabriano si iscrive alla Scuola d’Arte di Urbino, l’urgenza di lasciarsi alle spalle un futuro suicida da operaio, una vita che avrebbe avuto il ritmo insostenibile della catena di montaggio, lo ha costretto a riprendere in mano gli strumenti con i quali durante l’infanzia, un po’ per gioco un po’ per necessità, era riuscito ad esprimere quell’interiorità ancora acerba che già provocava stupore. Questo stupore con gli anni è cresciuto, la scoperta di uno stile personale e inconfondibile ha rafforzato la potenza delle linee immobili tracciate sul foglio, immagini della memoria in eterno movimento divenute fotogrammi di un racconto talmente intimo da portare Massi al rifiuto dell’aiuto della tecnologia che avrebbe facilitato il lavoro snaturando il gesto dell’artista, privato della libertà di azione diretta sulla materia, uno sforzo di vitale importanza.

La musica di “BlacKkKlansman” dai Seventies a oggi

Componente essenziale di tutto il cinema di Spike Lee, la musica assume funzione rilevante non solo a sottolineatura emotiva delle immagini quanto facendosi, piuttosto, loro parte integrante da cui sono arricchite di significati altri sottesi dai brani a essi associati. Non fa eccezione la colonna sonora di BlacKkKlansman che esprime la divisione tra due identità a confronto e ricrea il clima culturale tipico dei seventies in cui il film è ambientato. Da una parte il funky soul di Cornelius Brothers & Sister Rose (Too Late to Turn Back Now) o The Temptations (Ball of Confusion), dall’altra l’odierno country revivial di Beth // James (Lion Eyes) e il southern rock di R.J. Phillips Band (Freedom Ride) e Looking Glass [Brandy (You’re a Fine Girl)].

“BlacKkKlansman” tra educazione e intrattenimento

Sfruttando la formula dell’edutainment (educazione + intrattenimento) statunitense già impiegata in Malcolm X, Lee cerca di raggiungere un ampio pubblico con un prodotto didattico nella forma, ma decisamente personale nei contenuti. Partendo dalla vicenda reale di Ron Stallworth – poliziotto afroamericano che negli anni Settanta si infiltratò nella cellula del Ku Klux Klan di Colorado Springs – Spike ribalta i canoni tradizionali del buddy movie interrazziale, in cui il bianco è la mente e il nero il braccio, sviluppando una riflessione sull’identità, declinata in svariate forme. Identità affermate (il Black Power e il White Power); negate (la volontà dei primi di manifestare con orgoglio la propria natura finora repressa e il sistematico, violento ostruzionismo dei secondi); celate (l’immagine aperta e tollerante che il leader David Duke dà dell’Impero invisibile).

“Hugo Cabret”e il prodigioso giocattolo rotto

Se già di per sé l’automa è un oggetto misterioso (non a caso nel film cela il segreto di Méliès), non stupisce la scelta di attribuirgli il sorriso più enigmatico della storia dell’arte, ovvero quello della Gioconda di Leonardo. Questo è forse uno dei pochissimi esempi in cui il sorriso di Monna Lisa (o di chiunque sia) non risulta affetto dalla “giocondolatria” che facilmente sfocia nelle manipolazioni del kitsch, la Gioconda è una fonte inesauribile di kitsch e la decontestualizzazione dell’opera, nel nostro caso solo un dettaglio non del tutto riconoscibile se non viene spiegato, amplifica notevolmente la natura perturbante di questo automa.

“America 1929” e la galleria degli outsider

Cavalcando l’onda del successo dei gangster movie contestatari à la Gangster Story, America 1929 – Sterminateli senza pietà segue le peripezie della vagabonda Bertha Thompson e dei suoi tre complici, un baro, un sindacalista “bolscevico” e un “negro” lungo le ferrovie del sud degli Stati Uniti tra razzismo, intolleranza e Grande Depressione. I protagonisti dunque non sono i classici gangster che agiscono nella disperata rincorsa dell’effimero sogno americano, bensì emarginati che inaugurano l’ampia galleria di outsiders scorsesiani. Per ragioni diverse, dovute a sesso, stile di vita, ideologia o razza questi antieroi sono mossi dal bisogno di essere accettati da una società che invece li respinge, additandoli come minacce per il proprio equilibrio ora minato ed incrinato dalla crisi del 1929.

“L’età dell’innocenza” e la nobiltà tribale

Una delle anime più strazianti del cinema di Scorsese è il dannato romanticismo che sorprende nella trappola dell’amore i protagonisti, talmente avvinti dai sentimenti da non accorgersi della propria incredibile ingenuità. A differenza, infatti, di New York New York o Toro scatenato, in L’età dell’innocenza il love affair è raccontato con i codici di Quei bravi ragazzi: un approccio che sottolinea la tossicità di una società tribale, fiera della sua falsa verginità al punto di pretendere che Newland annulli le proprie passioni – o almeno le consumi al calore di un focolare privato – pur di garantire la sopravvivenza della casta di cui l’uomo è rampollo designato al futuro trono.

“Il posto” e il destino straniante degli inclusi

Svuotamento delle campagne, intensa urbanizzazione delle città, sviluppo repentino di Milano come grande polo produttivo: se Rocco e i suoi fratelli, dell’anno precedente, ci narra quel periodo dalla parte degli esclusi, Il posto riflette sul destino quasi altrettanto straniante degli inclusi. Racconta di un passaggio storico ormai sedimentato e di uno stupore nel quale stentiamo a riconoscerci, quello della fascinazione sgomenta per un nuovo mondo luccicante e troppo grande, dove l’acquisto di un caffè al bar è ancora qualcosa di emozionante e in grado di far sentire persone di una certa importanza. Olmi fa posare lo sguardo di Domenico, abituato a dormire in una piccola brandina in cucina, su magniloquenti edifici di design, lunghi corridoi dalle mille porte chiuse, grandi stanze composte con precisione geometrica: strutture più forti delle persone.

“Who’s Bad?”. Martin Scorsese e il videoclip

Si sa che per Michael Jackson è evidente il fenomeno del crossover, vale a dire il fatto che la sua musica si rivolga anche o soprattutto ai bianchi. Zombificazione compresa, nel video di John Landis la questione del “colore” della sua musica resta marginale e dunque ambigua, ma in quel caso si ha a che fare con un contesto middle class. In Bad, al contrario, Scorsese affronta la questione di petto e inserisce Michael Jackson in un contesto disagiato e dichiaratamente nero, in cui le dinamiche razziali e classiste pregiudicano l’autorealizzazione dell’individuo. Ed ecco che Darryl, vero e proprio pesce fuor d’acqua, tenta di autolegittimarsi sostenendo che si può essere bad senza rassegnarsi a ricalcare il solito pregiudizio razzista sull’inclinazione delinquenziale, ma dando forma alle proprie energie intellettuali e creative; ovvero si può essere black anche elaborando una proposta musicale che piace ai bianchi.

“No Direction Home” e lo Scorsese “dylaniato” dalla nostalgia

Se Bob Dylan è un universo in espansione, il documentario di Scorsese No Direction Home è una ricostruzione del Big Bang. Chi inizia a raccontarlo è il protagonista, il Dylan musicista più che il Dylan personaggio. Dal racconto personale sulla formazione musicale (a dieci anni suonava già la chitarra e il pianoforte comprati dal padre nella casa d’origine), all’ascolto dei miti della musica folk e blues (Muddy Waters, Gene Vincent, Odetta, Dave van Ronk) fino allo shock dell’incontro musicale con Woody Guthrie, l’alternanza tra immagini di repertorio e il racconto dello stesso Dylan, costruiscono un viaggio (musicale, nella storia del folk) nel viaggio (personale, nella storia di un uomo). Il cambiamento assume sembianze diverse: mentre Allen Ginsberg definisce Dylan come uno sciamano in pubblico, le sue canzoni – viene sottolineato da quasi tutti gli intervistati – scioccano l’ascoltatore per la novità della composizione e dell’interpretazione (il sound, la voce, le parole).

“Toro scatenato” secondo Martin Scorsese

La loquacità di Martin Scorsese è sempre stata inversamente proporzionale alla reticenza di autori come Stanley Kubrick. Non è sorprendente, poiché Scorsese è nato prima come cinefilo e storico del cinema che come cineasta. Non esiste inquadratura che il regista di New York non sappia perfettamente da dove nasce, quale influenza tradisce e quali intenzioni offre. Leggere – tratte da fonti differenti – le spiegazioni tecnico-stilistiche del suo approccio a Toro scatenato è dunque un puro piacere critico. Per esempio: “Ho scelto il bianco e nero perché l’unica scena a colori di un combattimento che mi abbia veramente colpito è il flashback in Un uomo tranquillo di John Ford, quando Wayne guarda a terra e capisce di aver ucciso il suo avversario: non dimenticherò mai lo splendente verde smeraldo dei suoi pantaloncini”.

“What You Gonna Do When the World’s on Fire?” di Roberto Minervini

Si pone nel titolo la domanda della vita: What You Gonna Do When the World’s on Fire? ovvero “cosa fare quando il mondo è in fiamme?”. Il mondo ovvero l’America, seconda patria del regista marchigiano, raccontata dall’interno, secondo un approccio immersivo solo superficialmente affine a quello di Wiseman. Come, d’altronde, accadeva nei precedenti film di Minervini, nei quali l’autore sta addosso alla realtà per poi ripensarla al montaggio. E, come in altri film presentati a Venezia (l’antologia televisiva dei Coen, la catena di volti nella semi-installazione di Tsai Ming-liang), anche questo s’interroga su cosa sia oggi un film, sui limiti e confini di un concetto espanso, dilatato, revisionato, messo in crisi.

A proposito di “The Nightingale” di Jennifer Kent

Finché il gioco regge il femminismo di The Nightingale non solo non è accessorio o pretestuoso, ma mette le ali ai piedi dello spettatore, e quel che è incredibile, forse più uomo che donna. Parte in quarta con l’adunata dei soldati inglesi e il sergente che vomita loro addosso un campionario di insulti de-mascolinizzanti (“girl!”, “Miss Molly!”, “cunt!”). L’He-Man, il vero uomo di cui è qui epitome il cattivissimo Sam Claflin, non è mai stato tanto respingente, tanto poco esemplare. Scrittura e cast hanno gioco nell’affiancare a questo modello quello incarnato dal marito della protagonista, introdotto inizialmente nel contesto di un quadro familiare idilliaco che ha ripensando a Babadook sapore di utopia, poi testimone impotente delle angherie subite dalla moglie.

“The Wolf of Wall Street” e l’atteggiamento punk

Quslcuno ha definito The Wolf of Wall Street un film punk, più che altro per la sfrontatezza dei contenuti. Tuttavia, se di punk si può parlare, non è certo per via del contenuto, casomai per come viene formalizzato. A livello musicale non è la presenza di una canzone punk in senso stretto a concorrere alla definizione, quanto il ricorso alle cover, che scomodano citazioni musicali o cinematografiche, polverizzando i modelli di riferimento con un allarmante furore iconoclasta. Più ancora che Sloop John B, l’esempio più lampante è Mrs. Robinson, per il suo richiamo al Laureato (citato anche a livello visivo): è un po’ come dare un poderoso calcio al sistema di valori della New Hollywood, sbandierando disillusione e cinismo. Va da sé che è il sottinteso slancio collettivo, tipico di quel cinema, a rappresentare un bersaglio, tanto è vero che per i personaggi di The Wolf of Wall Street, monadici e autoriferiti, ogni tentativo di condivisione finisce per risultare grottesco.

“I gangsters” a Venezia Classici 2018

Dietro a I gangsters ci sono John Huston e Richard Brooks, sceneggiatori non accreditati assieme ad Anthony Veiller, unico riconosciuto. E se del primo, reduce dalla codificazione del genere de Il mistero del falco, non è difficile individuare il gusto dell’enigma dentro una struttura a flashback di inattaccabile coerenza, il contributo del secondo – regista tra i più eclettici e sottovalutati della Hollywood classica ed oltre – si rintraccia nel disegno di personaggi titanicamente sull’orlo del baratro. Burt Lancaster, qui all’ineccepibile debutto, deve a Brooks il suo unico, meritato Oscar (Il figlio di Giuda); Ava Gardner, indimenticabile femme fatale felina, bugiarda, doppiogiochista ed infine capace di terrificante cinismo infantile, è una figura in bilico tra le problematiche donne di Brooks e le rapaci creature di Huston.

“La città nuda” a Venezia Classici 2018

Come altri autori e film del periodo (1948) a La città nuda e al suo regista non fu riservato un trattamento troppo dolce. Jules Dassin fu uno di quei registi la cui carriera venne pesantemente condizionata dal maccartismo e dalla conseguente caccia alle streghe, mentre il film non andava troppo a genio al produttore, Mark Hellinger, che decise di metterci mano e rimontarlo. Probabilmente si deve a questo intervento esterno la voce narrante, che da più parti critiche è stata considerata il punto debole di un film che sarebbe potuto essere un grande capolavoro. Alla visione odierna sembra invece che la scelta di utilizzare un commento esterno e onnisciente riesca a conferire ulteriore particolarità alla pellicola, in quanto a volte pare fungere da coscienza dei personaggi, consigliando la strada migliore da percorrere. Questa voce spesso sarà ignorata dai personaggi, regalando un lato ironico alla narrazione.

“Essi vivono” a Venezia Classici 2018

Occhio ai titoli di testa. Muro di mattoni, binari d’acciaio, nerboruto hobo cammina sacco in spalla lungo le rotaie. Non c’è doppiofondo in Essi vivono. Nemmeno per un secondo prova a imbastire un vero (organico) discorso politico. Da Hawks il giovane Carpenter ha imparato l’arte della firma di lusso, dell’autorialità come brand; soprattutto, un cinema che è gesto, moto di oggetti nello spazio, logica di propagazione fisica. “Azione” nel senso più letterale del termine, Essi vivono va esattamente alla velocità del suo working-class hero John Nada (Roddy Piper). Rilassato, mani in tasca, vagabondando nel tempo libero dal lavoro in cantiere. Solo lievemente scosso dal torpido cielo arancio scuro e dai bisbigli.

“Il portiere di notte” a Venezia Classici 2018

Prescindendo per un attimo dall’interpretazione psicanalitica del rapporto inscenato da Charlotte Rampling e Dirk Bogarde, quest’opera, quella per cui la regista – che sarà insignita del Leone d’oro durante la Mostra del Cinema di Venezia – viene quasi sempre ricordata, sonda i limiti di un territorio ormai reso umbratile e sbiadito, distorcendone i limiti e la nostra percezione e creando sullo sfondo dell’Olocausto una vicenda d’erotismo malato e invasato, osando e scandalizzando come la maggior parte dei cineasti di quel periodo. Era il 1974 quando la pellicola uscì nelle sale, l’ombra lunga del Sessantotto, «trasgredire era importante», come affermava Bertolucci e la Cavani si insinua perfettamente in questo raggio d’azione.

“La volpe folle” di Tomu Uchida a Venezia Classici 2018

I boss della Toei Company, per cui Tomu Uchida girò nel 1964 anche questo suo penultimo film, non speravano in un successo internazionale. A frenarli era la doppia difficoltà di un racconto con salde radici nella tradizione orale, filmica e teatrale giapponese ma insieme colmo di uno sperimentalismo che per molti versi sorvola quello di un epoca già tanto audace. A quanto sembra sbagliavano, o almeno, la critica europea non mancò di riconoscere la grandezza di quest’opera e a Venezia La volpe folle fu insignito del Leone d’oro; per questo, sollevati di poter in qualche mondo familiarizzare con un oggetto per certi versi ancor più alieno oggi di quanto non fosse allora, a 56 anni di distanza possiamo parlare di ritorno a casa.

“Contratto per uccidere” a Venezia Classici 2018

Lo spunto è in uno dei brevissimi 49 racconti di Ernest Hemingway. Siccome un adattamento esisteva già (il capolavoro di Siodmak I Gangsters del 1946) Siegel scelse per differenziarsene di raccontare la storia dal punto di vista degli assassini; ma si era talmente innamorato di un dettaglio di trama da conservarlo e porlo al centro dell’azione: un uomo aspetta immobile, sdraiato sul suo letto, che vengano ad ucciderlo. Nella prima scena i sicari dagli spessi occhiali scuri interpretati da Marvin e Clu Gulager freddano in una clinica per ciechi Johnny North (John Cassavetes) che non si difende. Perchè? Si è chiesto il regista leggendo il racconto. Perchè? Si chiede Marvin e tanto basta a lacerare il fragile velo fra killer e detective.