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“Cuphead” e l’animazione classica

Nel 2017 il mondo del gaming si vide sorpreso dall’arrivo di un nuovo videogioco, anticipato da numerosi trailer aventi protagonisti due curiosi omini con la testa a forma di tazza: Cuphead, un game run ’n’ gun in 2-D, creato e sviluppato dai fratelli Chad e Jared Moldenhauer per lo studio indipendente MDHR. L’innovazione che Cuphead ha portato sul mercato dei videogiochi è la sua contestualizzazione in un’epoca del passato, per cui il giocatore si trova immerso in pratiche e modalità di visione puramente “vecchio stile”. Ispirati dalle opere di Ub Iwerks e Walt Disney, Cuphead e Mugman ricalcano nello specifico la fisionomia del primo Mickey Mouse e di Oswald the Lucky Rabbit

Monsieur Cinéma

Icone, star, divi e dive . . . sono diverse le espressioni che usiamo per descrivere gli attori e le attrici a noi più cari: nel caso di Michel Piccoli, la sua carriera è qualcosa di più ancora: un viaggio attraverso 170 film nelle diverse terre della cinefilia che lo rende interprete del cinema stesso e delle sue evoluzioni dagli anni 50 ai giorni nostri. Dai film di genere a quelli d’autore, dai toni meta-cinematografici della Nouvelle Vague al surrealismo di Buñuel e al grottesco di Ferreri, Michel Piccoli è Monsieur Cinéma, sinonimo della finzione cinematografica e della settima arte, che l’attore ha incarnato nel film di Agnès Varda Cento e una notte (1995), omaggio al centenario della nascita del cinema.

“The New World” e la critica all’etnocentrismo

Malick si ferma agli albori di quello che sappiamo sarà un genocidio, e dopo l’operazione mastodontica di The Tree of Life il suo linguaggio si atomizza in racconti minimi e intimisti, quasi accettando l’impossibilità di concepire un discorso storiografico in uno scenario come quello contemporaneo. Ma The New World non è solo un racconto di perdita e sconfitta, e tramite il personaggio di Pocahontas, che come altri personaggi malickiani ci mostra  una tenace e incrollabile fedeltà alle proprie istanze interiori, il regista texano prosegue il suo percorso da inesausto idealista, continuando a mostrarci il potenziale umano.

“Il fantasma dell’opera” e la Hammer. Il pianto del mostro e l’orrore del bello

Nella lunga storia di successo della Hammer Film Productions, Il fantasma dell’opera rappresenta forse il primo vero passo falso, almeno in termini commerciali. Distribuito in America dalla Universal, forte di un budget più cospicuo rispetto alla media dello studio inglese ed abbastanza “sulle mappe” da far pensare per qualche tempo a una possibile partecipazione come protagonista di Cary Grant, Il fantasma fece fiasco al botteghino, e ancora oggi è ricordato soprattutto “per singole sequenze da cui emerge il talento registico di Fisher” (Mereghetti). Al di là del disaccordo per la freddezza con cui è stato storicamente trattato, questo film riuscito a metà, piatto nella scrittura ma spesso folgorante nella messa in scena, appare oggi come un prezioso summa del percorso della Hammer fino a quel momento, fra le chiavi migliori per dischiudere i segreti del suo affascinante mondo.

I menestrelli di Walt Disney

Disney scelse come suo marchio, da amante del Medioevo e della musica sinfonica, il castello di Neuschwanstein, che fece costruire anche all’interno del suo parco di divertimenti a Orlando. Tutti i castelli dei suoi film sono una riproposizione di Neuschwanstein, dalla versione più cupa e spaventosa a quella più brillante e aperta. Principesse, principi, streghe cattive, maghi e fate buone sono i personaggi probabilmente rimasti più impressi dell’immaginario neo-medievale Disney. Tuttavia c’è un soggetto che, nonostante sia difficile da inquadrare, ritorna spesso e attraverso le sue rare e brevi apparizioni all’interno di questi sogni si rende indimenticabile: il menestrello.

Antonio Pietrangeli e il femminile

È piuttosto noto il fatto che Antonio Pietrangeli non sia stato un regista particolarmente apprezzato dalla critica nell’arco della sua carriera, e che sia stato rivalutato solo dopo la sua morte. Naturalmente è troppo facile ergersi a “critici dei critici” e disapprovarli a posteriori, eppure ad oggi risulta difficile comprendere il motivo di tale scarsa valorizzazione del lavoro del regista romano, la cui filmografia (in parte recuperabile su Amazon Prime Video e RaiPlay) stupisce per l’incredibile modernità e per l’ampia gamma di sfumature nella raffigurazione dei personaggi femminili, che pur essendo ognuno a proprio modo rappresentativi dei cambiamenti di un’epoca e dei suoi costumi, mantengono la loro unicità e forte caratterizzazione. 

“Salò” e il riso dell’abiezione

In occasione dell’uscita in Blu-ray di Salò o le 120 giornate di Sodoma, edito da CG Entertainment e contenente la versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, ci soffermiamo sull’“astenia” rivoluzionaria e sulla bulimia linguistica del potere teorizzate dal regista, affrontando in particolare il tema del riso. Nel regno dell’abiezione immaginato da Pasolini in Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’espressione linguistica diventa comportamento svuotato di senso, il motto si trasforma in sciatta propaganda e il linguaggio del potere si manifesta in una geometrica coazione a ripetere. Ecco allora il perché della struttura – l’Antinferno e i tre gironi – del “teorema” delle perversioni fisiche, di quell’abisso epistemologico che segna un solco tra la Storia svanita e le storie soppresse.

Polanski e la trilogia dell’appartamento

Da luogo intimo e confortevole, scudo nei confronti dei pericoli del mondo esterno, a claustrofobico scrigno costrittivo e amplificatore di reconditi disagi. Le molteplici forme assumibili dall’ambiente domestico riflettono gli stati emotivi degli individui che in esso risiedono. Aspetto il cui potenziale suggestivo in campo cinematografico era ben noto già a pionieri dell’orrore come Robert Wiene o Paul Leni. Come un labirinto di specchi deformanti, le mura di casa possono rendersi agenti distorsivi della percezione umana. Una delle più lucide traslazioni di questo fenomeno in racconto audiovisivo giunge dalla filmografia di Roman Polanski ed in particolare da quel trittico irrinunciabile che, a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, ha saputo scandagliare il terrore annidato nelle stanze di appartamenti immersi in contesti urbani.

“Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti” e ci ricorda di prenderla con calma

Nel maggio del 2010 la giuria del festival di Cannes, presieduta da Tim Burton, conferì la Palma d’oro per il miglior film a Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti del regista thailandese Apichatpong Weerasethakul. Dieci anni dopo, orfani del festival a causa della pandemia, ci concediamo il lusso di sottoporre la pellicola ad una prima importante prova del tempo, e al confronto altrettanto significativo con le fortune successive delle altre opere che condivisero il concorso di quell’anno. Quali ricordiamo? Di certo lo struggente Poetry di Lee Chang-dong, il senile Another Year di Mike Leigh, ma anche il disperato Biutiful di Alejandro González Iñárritu. E Boonmee?

Scrivere la storia: “Il gigante” di George Stevens

Il gigante (1956) di George Stevens è spesso onorato del titolo di capolavoro, di film epico che ha fatto la storia del cinema, circondato anche da un’aura di iconica e sacra nostalgia in quanto ultima interpretazione cinematografica di James Dean. Il film è stato considerato come una celebrazione elegiaca per Dean, per un’utopica società americana prevalentemente agraria che lasciava il posto ad una dominata da logiche di guadagno e ostentazione, e per la stessa era classica di Hollywood, qui rappresentata dal grande sforzo produttivo e dal cast stellare. Ma mettere Giant al centro della storia del cinema per la sua celebrazione dello spettacolo cinematografico ha offuscato la riscrittura della storia americana operata da Stevens e dai suoi sceneggiatori attraverso un meccanismo contraddittorio di revisione e compromesso rispetto alle mitologie nazionali.

Memoria, suono e Liberazione

Memoryscapes Sound Live. Liberazione è uno speciale live cinema composto da materiali filmici d’archivio sulla Liberazione sonorizzati dal vivo (a distanza e online), presentato da Home Movies e Ferrara sotto le stelle festival, in collaborazione con Kinè e Istituto Storico Parri, in occasione del 75esimo anniversario della Liberazione. Alcuni tra i musicisti più innovativi della scena italiana contemporanea, Cabeki, Laura Agnusdei, Xabier Iriondo, Stefano Pilia e Nicola Manzan hanno sperimentato una forma audiovisiva inedita creando una colonna sonora a distanza. 

Terence Fisher e il ciclo di Frankenstein: una storia d’amore (per il cinema)

Nel ciclo di Frankenstein di Terence Fisher, l’orrore – quello autentico – non risiede tanto nelle creazioni quanto nel cuore del creatore. Interpretato da Peter Cushing, il Barone Victor Frankenstein è un algido calcolatore, tanto cinico quanto arguto, re della morte che si crede sovrano della vita. Completamente accecato dalla sfida lanciata contro Dio e gli uomini, Frankenstein compie nei film di Fisher un viaggio nel titanismo più sfrenato. Ne La maschera di Frankenstein tradirà affetti e amicizie e si spingerà fino al delitto pur di perseguire le proprie ossessioni. Nel suo seguito, La vendetta di Frankenstein (1958), la produzione compie un passo ancora più audace: la nuova Creatura mostra fattezze quasi interamente umane, mentre il Barone ricuce la propria divisa da moderno Prometeo con dosi di hybris sempre maggiori. 

Losey/Pinter, un’inquieta alterità

Quando lo scrittore e drammaturgo inglese Harold Pinter si mette alla scrivania all’inizio degli anni Sessanta per scrivere la sceneggiatura de Il servo è la prima volta che si confronta con una storia non sua da adattare per il grande schermo. L’unica sua altra esperienza come sceneggiatore è, al momento, l’adattamento di Il guardiano (1960), la tragicommedia che lo ha appena consacrato come autore teatrale su entrambe le sponde dell’Atlantico. Il regista del film sarà l’americano Joseph Losey, un po’ più vecchio di lui, ma come lui un uomo di teatro, formatosi nella vibrante New York degli anni Trenta dei fremiti del New Deal, tra critica teatrale e drammaturgia militante, luogo dell’amicizia e della collaborazione con Charles Laughton e Bertolt Brecht.

Il Divo Giulio e l’Onorevole Belzebù

Con Giulio Andreotti. Il cinema visto da vicino (2014) e Giulio Andreotti. La politica del cinema (2015), Tatti Sanguineti alterna il girato della più lunga intervista mai rilasciata dal politico democristiano con una minuziosa indagine d’archivio per ricostruire l’operato di Andreotti dal 1947 al 1953 come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega allo spettacolo. La narrazione si struttura attraverso la figura dell’antitesi, del doppio, di luci ed ombre, del tentativo di dare slancio alla produzione italiana e, al tempo stesso, di controllarla e ricondurla alle politiche culturali democristiane e della Guerra Fredda. Ripercorriamo dunque il doppio lavoro di Sanguineti. 

JLG/JLG – Autoritratto ad aprile

Godard non parla di cinema: parla cinema. Sembra che non gli importi rispondere con puntualità alle domande di Lionel Baier (in diretta su Instagram qualche giorno fa, e ora reperibile su Youtube) non più di quanto potrebbe importargli filmare un bel campo/controcampo rispettando la regola dei 180°. Se John Ford faceva il montaggio in macchina, Godard parla facendolo direttamente in testa. È spiazzante, perché si tratta di un montaggio discontinuo che attinge ad un archivio di figuratività profonda, tra una citazione e un’immagine evocata, tra una scena del Godard privato e un ricordo del Godard critico. Al tempo della pandemia, di sicuro lo scarto tra un taglio e l’altro assicura l’immunità dal “virus della comunicazione”, come lui stesso l’ha definito.

Storie straordinarie. Il cinema di Mariano Llinás

Mariano Llinás: personalità tanto marginale quanto importante del cinema di oggi. Nato a Buenos Aires nel 1978, regista, produttore, sceneggiatore, attore e professore all’“Universidad del Cine”, Llinás si fa conoscere nel 2002 con il documentario Balnearios (disponibile su MUBI), per poi esordire alla finzione, con grande riconoscimento della critica internazionale, nel 2008 con Historias extraordinarias (sempre su MUBI): film dalla durata notevole (4 ore e poco più) dove il regista inizia a lavorare e ad elaborare il suo personalissimo tono autoriale. Dopo dieci anni di silenzio, nel 2018 presenta, a Locarno, La flor (inedito in Italia): secondo lungometraggio di finzione, dove la sua poetica e il suo cinema vengono pienamente a galla in un’opera che è un vero capolavoro del decennio.

Vita, film e amori di Lucia Bosè – Parte II

Il volto della Bosè, per un decennio almeno, dal 1950 al 1960, occupò non solo il primo posto sui cartelloni cinematografici dei film dei più grandi registi (De Santis, Antonioni, Soldati, Fabrizi, Emmer, Buñuel, Cocteau, e nel decennio successivo Taviani, Fellini, Bolognini, Cavani), ma anche le prime pagine di tutti i rotocalchi, con le turbolente vicende private che la videro protagonista di uno dei primi “triangoli” della storia del cinema. Riportiamo in questo articolo alcuni stralci di una intervista inedita all’attrice, raccolta dall’autrice, nel settembre 2002 (presso la Cineteca di Bologna dove era ospite per la presentazione del restauro di La signora senza camelie) in occasione della stesura della tesi di laurea in Storia del cinema italiano, Walter Chiari e il cinema.

Vita, film e amori di Lucia Bosè – Parte I

Il volto della Bosè, per un decennio almeno, dal 1950 al 1960, occupò non solo il primo posto sui cartelloni cinematografici dei film dei più grandi registi (De Santis, Antonioni, Soldati, Fabrizi, Emmer, Buñuel, Cocteau, e nel decennio successivo Taviani, Fellini, Bolognini, Cavani), ma anche le prime pagine di tutti i rotocalchi, con le turbolente vicende private che la videro protagonista di uno dei primi “triangoli” della storia del cinema. Riportiamo in questo articolo alcuni stralci di una intervista inedita all’attrice, raccolta dall’autrice, nel settembre 2002 (presso la Cineteca di Bologna dove era ospite per la presentazione del restauro di La signora senza camelie) in occasione della stesura della tesi di laurea in Storia del cinema italiano, Walter Chiari e il cinema.

Gli universi di “Jumanji”, Spielberg, e il sentire tecnologico

La misura del tempo passato emerge dal confronto con chi fra gli esponenti della “vecchia guardia” si è misurato di recente con il gaming. Pensiamo a Steven Spielberg, il cui Ready Player One, collocandosi a metà fra primo e secondo reboot, mette in scena un futuro completamente immerso tramite sofisticati visori in una variopinta e iperdinamica realtà virtuale, e dove la personalizzazione dell’avatar secondo le regole degli RPG consente di nascondersi in bella vista, proiettando un’immagine di sé che spesso non collima con la vera personalità del giocatore-utente. Pur molto più vicino ai nuovi Jumanji che non all’originale nella proposta narrativa, per la sensibilità che vi è profusa Ready Player One può dirsi un’opera di transizione fra queste due diverse epoche del sentire tecnologico.

Sotto il segno di Lucia

I diversi ruoli interpretati da Lucia Bosè nel corso della sua carriera, parallelamente alle vicende private con Walter Chiari e Dominguín esibite dai settimanali scandalistici, costituiscono l’appassionante tentativo dell’attrice di affermare il controllo sulla sua stessa immagine divistica. Dagli esordi neorealisti con De Santis ai film più intimisti di Antonioni ed Emmer, dalla matrona romana suicida per il Satyricon (1969) di Fellini ai ruoli più dichiaratamente politici con Bolognini, Maselli e i Taviani per finire con Rosi e Ozpetek, Lucia Bosè ha interpretato donne che trasgrediscono i ruoli di genere e di classe prescritti dalle convenzioni sociali e che vogliono essere in controllo della loro stessa narrazione.