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Fellini e la fantascienza tra Flash Gordon e “8½”

Fellini non ha mai nascosto la sua passione per Flash Gordon, space opera a fumetti di cui voleva dirigere un adattamento per il grande schermo. La pellicola fantascientifica di Guido non si farà, come il Flash Gordon felliniano, ma l’enorme rampa di lancio resta, ormai costruita, a testimoniare la sua débâcle. Promessa mai realizzata, il non-film all’interno di descrive efficacemente il ruolo che acquisiranno le produzioni degli anni Sessanta nella storia della fantascienza italiana. Il sci-fi tricolore non ha mai avuto vita facile: un mix di fattori culturali ed economici hanno impedito al nostro paese di elaborare una lettura alternativa del genere, invadendo le proprie sale con xerox di pellicole americane, film-metafora colti e sporadiche imprese.

La fisiognomica dal cinema agli emoji

Le mostre complementari #FacceEmozioni. 1500-2020: dalla fisiognomica agli emoji e I 1000 volti di Lombroso hanno indagato in modo interdisciplinare i rapporti tra cinefilia e archivi di volti del passato e del futuro. Archivi che, talvolta, diventano impossibili da controllare nelle loro deformazioni e mutazioni, diventando così folle di volti e, nelle loro infinite modificazioni digitali, quasi perdono quel realismo ontologico baziniano che rappresenta storicamente un punto di partenza per lo studio del cinema: difficile immaginare un terreno comune tra fisiognomica, pseudoscienza che collega tratti somatici e caratteristiche morali, e arti espressive, tra calchi mortuari di criminali e emoji digitali.

Pierfrancesco Favino, anatomia di un (anti)divo

In 20 anni di carriera, lo abbiamo visto apparire in opere televisive e cinematografiche di vario genere. Ma guardando un po’ più attentamente, si nota un fil rouge in molte delle sue interpretazioni: l’uomo figlio del ’68. E quindi, un uomo in preda a un senso di spaesamento. Un uomo che non trova più un ruolo definito da ricoprire all’interno della società moderna. Dopo i moti del ’68, infatti, la nostra società ha subito profondi mutamenti e il ruolo del maschio si è trasformato senza avere più un contorno ben definito come in passato. Nasce così il suo divismo (e anti-divismo) made in Italy, nonché la sua capacità di metamorfosi. La sua recitazione ha saputo donare bellezza a film diversi e figure complesse da rappresentare. 

Dreyfus al cinema. Riscoprire “Emilio Zola” di William Dieterle

L’arrivo sugli schermi dell’ultima opera di Roman Polanski ha riacceso l’interesse sul caso giudiziario e politico di Alfred Dreyfus, riconosciuto colpevole di spionaggio, degradato e condannato alla detenzione da scontarsi nell’Isola del Diavolo. Tra le fonti di ispirazione citate da Polanski un posto di rilievo è occupato da Emilio Zola (The Life of Emile Zola) di William Dieterle. Distribuito nel 1937, impressionò il futuro regista con la scena della degradazione di Dreyfus, evento con cui si apre L’ufficiale e la spia. La pellicola su Zola fa parte delle biografie prodotte dalla Warner Bros. negli anni Trenta, dirette da William Dieterle ed interpretate da Paul Muni. Nello specifico fu la prima produzione targata Warner ad aggiudicarsi l’Oscar per il miglior film. Qui ricostruiamo la storia del film e tutto il contesto produttivo hollywoodiano di quegli anni. 

Venerati maestri del cinema contemporaneo

A chiusura del 2019, approfondiamo il tema dei “venerati autori”. I grandi cineasti della vecchiaia. In fondo è stato comunque l’anno dei maestri, aperto dalla lectio magistralis più anarchica: quella di Clint Eastwood (quasi novant’anni, ma chi ci crede?), il corriere che continua a dirci che non esiste un mondo perfetto. Ciclicamente promette che non tornerà di nuovo in gioco: e quando pensi che sia l’ultima volta, sfoderi la retorica del testamento, ti consoli nel ritrovarlo dietro la macchina da presa… ecco che ritorna. E poi Allen, Avati, Bellocchio, Leigh, Polanski, Scorsese, e altri. 

“Mad Max: Fury Road” – Lettera d’amore al film del decennio

Tornare a parlare di Mad Max: Fury Road di George Miller non è solo un piacere ma è doveroso dopo che il sondaggio condotto all’interno della nostra redazione lo ha incoronato film migliore del decennio 2010-2019, facendo alzare qualche sopracciglio. Correva l’anno 2015, un’annata clamorosa per il cinema mainstream: Inside Out, Star Wars: Il risveglio della Forza, Jurassic World, Avengers: Age of Ultron e Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 2 sono tutti usciti quell’anno. In mezzo a tutto ciò Mad Max: Fury Road arrivò da noi il 14 maggio e non somigliava a niente.

I migliori film del 2019 secondo i redattori

Dopo aver pubblicato la classifica generale dei migliori film del 2019, oggi ripartiamo dalla top 3 dei singoli redattori e collaboratori di Cinefilia Ritrovata. Se la graduatoria complessiva era infatti una sorta di super-media ottenuta dalle indicazioni dei nostri critici, in questo caso possiamo saggiare le preferenze singole, e scoprirci più o meno in sintonia con ciascuno. Pare confermato che in questo magnifico anno di cinema – che non ha finito di stupire nemmeno a Natale – si sono potuti vedere grandi film, forse più che nelle altre stagioni di questo decennio. Ma se alcuni titoli tendono a tornare di terzetto, altri invece stupiranno senz’altro i lettori. 

I migliori film del 2019

Lo hanno detto tutti, e avevano ragione. Il 2019 si è rivelata un’annata straordinaria, da molti punti di vista. Il decennio si chiude nel migliore dei modi e dà forza e senso a un periodo di cinema in via di perenne trasformazione. Il fatto che la classifica sia aperta e chiusa da film coreani non ci dice solo della salute di quella cinematografia nazionale ma anche che la globalizzazione, per fortuna, non ha funzionato solamente in una direzione, con la prevalenza del prodotto americano su scala globale. Infatti troviamo anche film brasiliani, spagnoli, francesi. Niente italiani, invece, ma contiamo sul prossimo anno. Il fatto, poi, che al secondo e al settimo posto ci siano film Netflix cambia evidentemente molte prospettive. 

Lettere da uno sconosciuto. La strana storia di Mariù Pascoli e Roberto Vivarelli

L’autobiografia dell’attrice bambina Maria Letizia Pascoli si chiude con un approfondimento nato dal scoperta di alcune lettere di suoi ammiratori. Nel 1941 Mariù Pascoli interpreta il ruolo di Ombretta in Piccolo mondo antico e nel giro di una notte diventa la bambina più famosa d’Italia. Piovono le lettere degli ammiratori, spesso soldati, dagli ospedali o dal fronte, più spesso bambini. Uno di questi, Roberto Vivarelli, dodici anni, ha un vantaggio sugli altri. Dice di essere il nipote di Maria De Matteis, la costumista del film di Soldati, e di essere in grado di farle avere uno dei suoi abiti di scena (lettera del 28 aprile 1941). E qui comincia una storia nella Storia, tutta da conoscere.

Sorry, We Missed Us. Ken Loach e il cinema senza sconti

“Fateme lavorà! Fateme lavorà!” urla Antonio Ricci, in disperata fuga sulla bicicletta rubata, per le strade di Roma, nel 1948. “Lasciatemi andare, devo lavorare!” urla Ricky Turner, in disperata fuga nel camioncino delle consegne, per le strade di Manchester, nel 2019. Nel gioco tragico delle rappresentazioni della povertà, che è dramma sociale, si incontrano Vittorio De Sica e Ken Loach, rispettivamente con Ladri di biciclette e Sorry We Missed You. Neorealismo italiano e cinema sociale inglese, al servizio degli umili, degli abietti, degli emarginati senza sconto di pena, sono a testimoniare l’eterno ritorno dell’uguale: la lotta tra poveri, la perdita di dignità, l’alienazione professionale e umana.

I migliori film del decennio

È arrivato il momento, a fine anno, di offrire ai nostri lettori i film migliori del decennio 2010-2019 secondo Cinefilia Ritrovata. Il sondaggio è stato condotto tra i redattori, che hanno indicato un paniere di dieci titoli da cui poi la testata ha tratto la top ten. Abbiamo deciso – vista la schiacciante maggioranza di cui ha goduto – di indicare inequivocabilmente il film vincitore, ovvero Mad Max: Fury Road di George Miller, probabilmente l’opera che ha meglio fuso l’aspetto popolare del cinema di genere con un approccio visionario e totalmente cinefilo. Gli altri, invece, li indichiamo volutamente alla pari perché largamente votati ma senza una chiara prevalenza. In fondo, poi, troverete un altro gruppo di titoli meno citati ma meritevoli comunque di segnalazione.

La lezione immortale di Renzo Renzi

Ecco come una giovane critica, redattrice di Cinefilia Ritrovata, dialoga idealmente con Renzo Renzi, di cui festeggiamo il centenario dalla nascita. I suoi libri, le collane che ha creato e curato, gli articoli che ha scritto per le riviste, che in alcuni casi ha contribuito a fondare o fondato, e il suo lavoro come direttore scientifico per l’immensa opera di reperimento e catalogazione della memoria visiva emiliano-romagnola, sono alla portata di tutti; chiunque può attingere da questo vasto patrimonio che ci ha lasciato. Così possiamo leggere, studiare e vedere l’essenza vitale di Renzi, che aveva il timore di: “perdere il cinema, che è stato la mia vita, che è diventato la mia vita, ha coinciso con essa, si è scambiato con essa. Il cinema come vita. Perciò, se temo di perdere la vita, temo di perdere il cinema. È là che si svolge la mia vita più intima, è là che provo i miei sensi di morte”.

Non ci resta che piangere. Un ricordo di “Un borghese piccolo piccolo”

Nostrano Cane di paglia, Giovanni abbandona il suo passivismo, ma se per Peckinpah la trasformazione del protagonista da vittima a lucido carnefice è mossa da un estremo istinto di sopravvivenza e di autodifesa, per Monicelli è pura e semplice espressione della crudeltà insita in ognuno, che una solitudine (indotta o involontaria che sia) non può che fomentare. Solo il vivere civile può evitarlo, ma la società ha pressoché perso la propria capacità coadiuvante, alimentando l’isolamento del singolo in favore di una massa, le cui schegge impazzite spesso non restano che oscuri casi di cronaca nera. Una condanna che si fa anche congedo da un’attualità spaventosa, come dimostra la produzione successiva dell’autore che preferirà guardare quasi esclusivamente al passato.

Claudio Caligari nel ricordo di Luca Marinelli

Il titolo provocatorio (Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari) del bellissimo film di Simone Isola (produttore) e Fausto Trombetta (giornalista) sul cinema e la vita di Claudio Caligari nasce da un confronto con Valerio Mastandrea, grande amico oltreché attore consacrato nella sua immagine di “faccia proletaria” da uno dei film del regista piemontese. Se c’è un aldilà sono fottuto era una frase di Caligari riportata nella lettera a Martin Scorsese, che Mastandrea inviò alla stampa nel 2014 per denunciare le difficoltà del regista a produrre i suoi film, e per aiutarlo a finanziare e promuovere quello che poi sarebbe stato il suo ultimo lungo, Non essere cattivo (2015).

Noah Baumbach parla al British Film Institute di Londra

Dalla nostra corrispondente a Londra.  Noah Baumbach è apparso sul palco del British Film Institute di Londra, dove ha parlato della genesi della pellicola, del suo rapporto con gli attori e dell’importanza dei musical nella diegesi. “Cercavo un modo per ritrarre una storia d’amore e volevo, allo stesso tempo, esplorare il processo del divorzio. Raccontare di un matrimonio che si disintegrava mi dava l’opportunità di parlare del matrimonio stesso” ha spiegato il regista. Nel film, Baumbach non giudica i due protagonisti, rimanendo imparziale. Il vero nemico in Storia di un matrimonio è il sistema giuridico americano: “Per me è stato importante che gli avvocati non risultassero cattivi, sono professionisti di un sistema che a volte non sembra avere nessun tipo di razionalità”.

Francis Bacon tra pittura e cinema: “Love Is the Devil”

“Bacon, Freud e la Scuola di Londra” a Roma fino al 23 febbraio 2020 e il film Love Is the Devil (1998) di John Maybury hanno in comune molto più del nome del protagonista: Francis Bacon. Sia la narrazione della mostra che quella cinematografica indagano infatti il rapporto tra arte pittorica, fotografia e cinema. Percorrere le sale dell’esposizione e scorrere le inquadrature del film significa riconoscere una poetica basata sulla centralità della figura umana e della vita quotidiana, colte nei più diversi e vari aspetti, dal prosaico al dettaglio intimo, ma sempre trasfigurate in immagini evocative e potenti, spesso mediate attraverso altre espressioni artistiche.

“La donna che visse due volte” e l’essenza dell’illusione al cinema

Si è molto parlato di necrofilia a proposito delle pulsioni di Scottie ne La donna che visse due volte, e l’avallo di tale interpretazione da parte di François Truffaut e di Hitchcock in persona l’ha stampata a fuoco negli schemi interpretativi senza appello. Ma si tratta di una forzatura tassonomica, per quanto intrigante. Scottie tende al superamento della morte, non all’immersione in essa: non solo nella manifestazione evidente del suo desiderio di salvare Madeleine dapprima, e di riportarla in vita tramite Judy poi, ma nei motivi della sua attrazione per lei. Madeleine è bellissima, gentile, sensibile. È evidentemente attraversata da una pulsione di morte, ma la sua figura è trascendente, non funerea. In lei la morte esiste ma si riconduce al senso ultimo delle cose. Eterna come l’amore stesso, Madeleine vaga accarezzata da un alone di luce per le vie della città.

“Cartoline dall’America” di Massimo Bacigalupo ad Archivio Aperto 2019

Che il cinema sperimentale di Bacigalupo abbia punti di contatto con quello di Mekas (e subisca, inoltre, l’influenza di Stan Brakhage, Gregory Markopoulos, Maya Deren, al punto di rappresentare l’esempio più puro di “underground” italiano) è piuttosto evidente. Ma in Cartoline dall’America,  che abbiamo potuto ammirare nella versione ancora “in progress” il 28 ottobre e che è stata ri-sincronizzata da Home Movies, le tecniche di saturazione dell’immagine e di sovrimpressione tipiche dell’underground lasciano il posto al grado zero del cinema, a un’estetica minimalista e zen, secondo le parole dell’autore, fatta di luce solare e colori naturali, con cui Bacigalupo sembra voler superare un momento di indecisione professionale, di tormento esistenziale.

“Apocalypse Now” e i suoi ospiti invisibili

Dentro la casa poetica di Apocalypse Now molti ospiti visibili e invisibili sono entrati ed usciti. Il primo e ingombrante ospite, che tutti conosciamo, è sicuramente quel Cuore di tenebra di Joseph Conrad che il regista durante le riprese si portava dentro la tasca dei pantaloni e che a volte si sostituiva direttamente al copione di John Milius. L’ultimo ospite, in ordine di tempo, è probabilmente Tieni ferma la tua corona, di Yannick Hanael, pubblicato in Italia a fine 2018 da Neri Pozza. Curioso come, più o meno negli stessi mesi, mentre Coppola metteva mano alla terza versione di Apocalypse Now, Hanael stesse dando alle stampe un romanzo che è un omaggio alle ossessioni letterarie e cinematografiche e che contiene infiniti riferimenti proprio a questo film in particolare.

“Apocalypse Now” e la complessità morale del racconto

Il viaggio lungo il fiume è un progressivo allontanamento dalla civiltà e, nelle parole di Willard, non ha senso lasciare la barca a meno non si sia disposti ad andare sino in fondo. Willard è pronto a farlo perché è un militare sconvolto dalle esperienze che ha già vissuto, che tenta ormai solo di rivivere costantemente il trauma nel tentativo di superarlo. Non sa più stare né nella vita civile né in guerra: è in sospeso fra bene e male, conoscenza e ignoranza di sé. Ed è pressoché atarassico, incapace di risuonare emotivamente di fronte a qualsiasi evento. Quando giunge alla fine del suo viaggio, al cospetto di Kurtz, Willard è molto vicino alla comprensione del male in sé e nell’altro. Dopo averlo ucciso, potrebbe farsi dio a sua volta, ma decide invece di andarsene. Apocalypse Now però non finisce qui: stanno già risuonando le note di The End dei The Doors, proprio come all’inizio. Nulla pare cambiato.