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Giorgio Morandi e il cinema: un breve viaggio

Più volte il cinema si è interessato alle opere di Giorgio Morandi, le sue nature morte compaiono in alcune pellicole a testimoniare il gusto di un’epoca, pezzi pregiati all’interno di collezioni d’arte dall’inestimabile valore come in Un bacio e una pistola di Robert Aldrich (1955), forse la prima fuggevole traccia cinematografica dell’artista bolognese, fino al recente Io sono l‘amore di Luca Guadagnino (2009). La pittura di Morandi emerge dallo sfondo quando diventa elemento portante della narrazione, non solo status symbol di una classe agiata ma squarcio tangibile nella parete. Soffermandosi sul silenzio di questi oggetti “immersi in una luce di sogno”, Marcello (Mastroianni) ne La dolce vita (1960) è guidato dallo sguardo rapito di Steiner (Alain Cuny), sopraffatto dal dipinto “in cui niente accade per caso”.

In memoria di Doris Day. Oltre la fidanzata d’America

Scorrendo velocemente i titoli che hanno dato la notizia della morte di Doris Day, il riferimento più comune è alla perdita della “fidanzata d’America”, la ragazza della porta accanto, semplice e innocente, piena di energia e di allegria. Un’immagine ampiamente sfruttata che la rese regina assoluta del box office all’inizio degli anni 60, ma che relega in secondo piano le sue interpretazioni più complesse come Amami o lasciami (1955) di Charles Vidor e L’uomo che sapeva troppo (1956) di Hitchcock. Nella sua autobiografia, l’attrice definì questa parvenza di donna innocente e spensierata “molto più fittizia di qualsiasi ruolo abbia mai interpretato”. Durante la sua carriera ventennale, infatti, Day interpretò i personaggi più diversi in film che spaziano attraverso tutti i generi cinematografici.

La mostra “Dreams – A Tribute to Fellini” di David Lynch

Si è molto parlato del rapporto fra Fellini e Lynch. Lynch stesso, che non parla mai troppo volentieri di sé, ha ricordato più volte i loro due incontri, l’ultimo dei quali subito prima che il maestro riminese morisse. Così come non manca mai di rilevare, come pervaso da qualche sorta di pensiero magico, come siano nati lo stesso identico giorno, il 20 gennaio (nel 1920 Fellini, nel 1946 Lynch). Entrambi hanno creato immagini della materia di cui sono fatti i sogni ma, come viene spesso evidenziato, le fantasie di Fellini sono rifugio, rimembranza, malinconica e fulgida consolazione, quelle di Lynch una discesa da incubo nell’indicibile, l’inconfessabile, il rimosso. In questo, i 12 bozzetti di Fellini in mostra, scelti personalmente da Lynch all’interno di uno sterminato archivio, sono il preciso contraltare delle litografie: colorati, opulenti, caricaturali eppur pietosi, perfetta ode alla vita e ai personaggi che la abitano.

Kubrick: Auteur in mostra

In occasione del ventesimo anniversario della morte di Kubrick, il Design Museum di Londra offre l’opportunità di un immersivo viaggio autoriale lungo tutto il processo creativo dietro ad ogni film del regista, documentando le diverse fasi della produzione artistica. I 500 oggetti in mostra sono, quindi, i più diversi: note di regia scarabocchiate su disegni di set e inquadrature, story-board di film (Saul Bass per Spartacus), obiettivi e lenti valorizzati da Kubrick come lo Zeiss F0.7 da 50 mm utilizzato in Barry Lyndon per rendere l’atmosfera del tardo Settecento girando alla sola luce delle candele, macchine per il montaggio come quella utilizzata per Full Metal Jacket. Il filo rosso che accomuna tutti questi materiali è la maniacale e quasi ossessiva cura di Kubrick per i minimi dettagli e la sua ambizione autoriale di esercitare il controllo artistico su tutto l’arco produttivo delle sue opere.

Jean Gabin e Jules Maigret

Concludiamo i nostri approfondimenti su Simenon e il cinema con la distribuzione di Cinema Ritrovato al cinema del restaurato Maigret e il caso Saint-Fiacre ancora una volta con una galleria di illustri analisi critiche. Tocca a Jean Gabin, un Maigret volutamente senile e malinconico (sebbene severo, duro), essere al centro dell’interesse. Come ricorda Claudio G. Fava: “In tutta la sua carriera egli incarnò solo tre volte il personaggio inventato da Simenon: nel 1958 interpretando Maigret tend un piège (Il commissario Maigret) e Maigret et l’affaire Saint-Fiacre (Maigret e il caso Saint-Fiacre); e cinque anni dopo dando vita a Maigret volt rouge (Maigret e i gangster). Eppure, lo spettatore medio lo ricorda come un Maigret tipico, a dimostrazione del fascino straordinario che Gabin esercitava quando incarnava una figura accettata e sollecitata dal pubblico”.

La critica, Duvivier e Simenon

Non facile il rapporto tra la critica e Julien Duvivier, come dimostra l’antologia che dedichiamo a “Panique”, per il percorso su Simenon e il cinema proposto da Cinema Ritrovato al cinema. Ma secondo Chabrol: “Duvivier era diabolicamente abile. Aveva un ‘ottimo senso del ritmo, della colonna vertebrale’, del film che ‘sta in piedi’. Era molto bravo a descrivere con grande precisione e naturalezza gli ambienti. Su Duvivier si sono dette delle gran stupidaggini, del tipo: ‘non è un Autore’, ‘non ha un suo mondo’… Il suo ‘mondo’, la sua concezione della vita emergono chiaramente in film come Panique: la nostra è un’epoca di assassini, ecco la sua filosofia. E lui non faceva dell’ironia (come me), era davvero pessimista. Per me è un autore che non si è mai proclamato tale”.

 

Un cinema di relazioni: conversazione con Roberto Minervini

Italiano naturalizzato americano, classe 1970, Roberto Minervini è considerato uno dei più interessanti e originali documentaristi internazionali. Film come Bassa marea, Stop the Pounding Heart e Louisiana hanno raccontato facce nascoste dell’America contemporanea, il volto più intimo e fragile di un Paese le cui ferite raramente sono state mostrate con tanta disarmante sincerità. In occasione dell’anteprima bolognese del nuovo Che fare quando il mondo è in fiamme?, l’ha incontrato per noi Lapo Gresleri, autore del saggio Spike Lee. Orgoglio e pregiudizio nella società americana (Bietti, 2018) recante la prefazione dello stesso Minervini.

Ricordando John Singleton

Il 29 aprile scorso, è morto a soli 51 anni un regista di cui si è sempre parlato troppo poco, John Singleton.  Nato dieci anni dopo Spike Lee e dieci anni prima di Ryan Coogler, anche lui è stato un attento e appassionato osservatore della comunità afroamericana. Le sue pellicole non avevano la carica eversiva e rivoluzionaria di Lee, sia sul piano stilistico che dei contenuti e questo però ne ha certamente facilitato fin da subito l’apprezzamento e l’inserimento all’interno del sistema produttivo hollywoodiano. Tuttavia Boyz n the hood pellicola d’esordio con la quale Singleton ottiene la nomination all’Oscar come miglior film a soli 23 anni, resta un lavoro sincero e  appassionato, capace di inserirsi senza intenti moralizzatori fin dentro le contraddizioni della comunità afroamericana, troppo spesso vittima della sua stessa violenza. 

“Panique” tra Georges Simenon e Julien Duvivier

Con la distribuzione di Panique di Duvivier cominciamo a riparlare di Simenon al cinema, un rapporto che si arricchisce di nuove interpretazioni e valutazioni ogni qual volta si torna a mostrare i molti film tratti dalla torrenziale bibliografia del maestro. In questo caso di affidiamo alle parole di James Quandt, di Criterion.  “Ispirato a un evento di cui era stato testimone l’autore belga, quando, giovane giornalista a Liegi, vide un gruppo di ubriachi rivoltarsi contro un uomo accusato di essere una spia tedesca e inseguire l’innocente su un tetto, chiedendo a gran voce “un’esecuzione sommaria”, il romanzo breve di Simenon e poco più di un canovaccio per Duvivier, e le molte libertà che il regista e il suo sceneggiatore, Charles Spaak, si prendono rispetto al libro ne trasformano il tono dal meramente pungente all’insistentemente acido”.

Jerry Lewis a fumetti

Jerry Lewis è una figura centrale e unica della storia del cinema, il suo corpo snodato e la mimica facciale sono stati esempi essenziali. Lewis riesce a mostrare la sua capacità di convivere con un’identità sdoppiata: da un lato quella di corpus attoriale e dall’altro quella cartoonesca. Chi prontamente si accorse delle potenzialità dell’attore fu la Detective Comics che dal 1952 creò una serie a fumetti con Martin e Lewis come protagonisti. La serie prese il nome di The Adventures of Dean Martin and Jerry Lewis e quando il duo si divise cambiò nome in The Adventures of Jerry Lewis. Già dal 1949 la D.C. decise di includere, fra i suoi personaggi, alcuni volti hollywoodiani acquistandone i diritti di immagine, ma per The Adventures of Dean Martin and Jerry Lewis e The Adventures of Jerry Lewis sembra esserci un patto stipulato tra la DC e Martin e Lewis per l’utilizzo della loro immagine. 

Il centenario di Franco Rossi, l’eccentrico

Versatile e sfuggente, poco riconoscibile per essere incluso nel novero dei campioni della sua generazione, quasi sempre nascosto o sulla scia di qualcuno. E così spesso non si ricorda che c’è Franco Rossi dietro Il seduttore (1954), prima tappa dell’avventura di Alberto Sordi con le trasformazioni dell’italiano medio piccolo borghese, e il pasoliniano Morte di un amico (1959), dentro le miserie umane dei ragazzi di vita, da non confondere con le più studiate collaborazioni tra il poeta e Mauro Bolognini. O non si distingue i rimossi La moglie bambina o Non faccio la guerra, faccio l’amore da altre commedie. E non si evita di sottolineare la sporadica ma sincera attenzione ai ragazzi – dal pudico, crudele, universale Amici per la pelle (1955) al televisivo Un bambino di nome Gesù (1987) – per definirlo un surrogato di Comencini. E invece fu regista grande e unico. 

“Madame X” da Lana Turner a Madonna

La nuova identità che Madonna assume nella promozione del suo quattordicesimo album, Madame X, invita al dialogo con un’altra icona americana del passato, Lana Turner, che ha interpretato quello stesso ruolo nel film omonimo di David Lowell Rich del 1966. Utilizzando le parole con cui la cantante descrive il suo alter ego, la Madame X di Lana Turner è “una madre”, Holly Parker, donna umile (proprio come Turner), sposa di un marito ricco, Clayton Anderson che la trascura per la carriera politica, spingendola tra le braccia del playboy Phil Benton. Coinvolta nella morte accidentale di quest’ultimo, è costretta, sotto ricatto della suocera Estelle, a “cambiare identità” e “viaggiare per il mondo”. Come le narrazioni nei diversi canali social utilizzate per la promozione dell’album, anche il film di Rich induce lo spettatore a identificare Madame X con la sua diva, Lana Turner, e ad adottare il suo punto di vista.

“La perla” di Fernández, feroce parabola sulla ricchezza

La perla, tratta da un racconto di John Steinbeck, e da lui co-sceneggiata, è una feroce parabola di Emilio Fernández sul potere divisivo della ricchezza all’interno della struttura sociale. Una parabola in forma di melodramma, e incastonata nella natura immanente creata dal suo inseparabile direttore della fotografia Gabriel Figueroa. La perla del titolo, abbacinante, enorme, fuori dall’ordinario, capace di cambiare per sempre la vita di chi ne entri in possesso, viene un giorno trovata dal pescatore Kino (Pedro Armendáriz, uno degli attori feticcio di Fernández), sino a quel momento in difficoltà come tutti gli altri nel guadagnare qualcosa da portare a casa alla moglie Juana (María Elena Marqués), e in balia della buona sorte di fronte a imprevisti come uno spaventoso morso di scorpione al figlio neonato.

“Maria Candelaria” tra Cuarón e Scorsese

Come Roma di Alfonso Cuarón, anche Maria Candelaria di Emilio Fernández si apre su una superficie d’acqua, nella quale si specchia il cielo messicano. E come in Roma, anche in Maria Candelaria l’acqua è strumento di lavoro -nel primo pulisce e nel secondo trasporta-, e linea di confine, quello che separa la sicurezza dalla minaccia. Un’indigena ingenua e povera si prende amorevolmente cura di una casa e dei bambini che la abitano in Roma, ed un’altra indigena, anch’essa povera, protegge ansiosa un lembo di terra, un animale sinonimo di futuro ed un sentimento da celebrare in Maria Candelaria. Altri elementi primari, terra e fuoco in primis, oltre alla scelta di Cuarón del bianco e nero, contribuiscono al dialogo a distanza fra i due film.

Il bacio, l’insetto, l’accidentale in “Jules e Jim”

Se ne accorge anche Amélie Poulain, nonostante sia distratta dall’espressione degli spettatori in sala, il bacio tra Jim e Catherine è disturbato dal passaggio di un insetto, forse una lucciola, che percorre inosservato il vetro della finestra, una minuscola presenza che scompare tra le labbra dei due amanti. L’incontro notturno, estraneo a ogni forma di clandestinità, segue il ritmo della natura fondendosi in essa, un frammento del reale, l’imprevisto incedere della lucciola che può sembrare un’insignificante svista, evoca la luminescenza caratteristica del corteggiamento del lampiride e quel regno animale in cui il gioco crudele dell’attrazione è portatore al tempo stesso di vita e distruzione. Sullo schermo l’accidentalità, la presenza di un frammento di reale (esemplare è la fastidiosa mosca ne La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer), come in un quadro può esserlo una mosca dipinta, emana “un fetore di reale (e non di verosimiglianza)” secondo Georges Didi-Huberman. 

L’effetto cinema e l’effetto Léaud

Nel 1966 Jean-Pierre Léaud lavorava già da qualche tempo sul set con Godard, prima come tuttofare e poi come assistente alla regia; era già noto al pubblico del grande schermo per essere stato l’irrefrenabile “monello” de I 400 colpi. Quando Godard, che in un primo momento per il ruolo del protagonista ne Il maschio e la femmina aveva pensato a Michel Piccoli, cambiò idea e propose la parte al suo assistente Léaud, ebbe inizio il secondo periodo nella carriera dell’attore, che si affrancò così dall’identificazione con Antoine Doinel e contestualmente anche dalla figura di alter ego di Truffaut. Truffaut non perdonerà mai all’amico Godard di avere trasformato il suo Léaud/Doinel in un personaggio triste e sfortunato; fu quello l’inizio di un processo di allontanamento tra i due registi della nouvelle vague che culminerà nella decisiva rottura nel 1973.

“Jules e Jim” e lo sguardo delle statue

La statua di Catherine abita il paesaggio della malinconia, è un reperto archeologico che emerge da un passato remoto, tra le varie riproduzioni di sculture proiettate con la lanterna magica, quel volto sembra distinguersi perché non è stato corrotto dalle ingiurie del tempo. Lo stesso accade ai protagonisti del film, l’invecchiamento fisico non li tocca, sono le opere di Picasso appese alle pareti, l’evoluzione del suo stile, a scandire il tempo; questo espediente sembra collocarli in una realtà contemplativa, un’esistenza verso cui tendere a costo di giocare con la sostanza della vita. La scelta di Picasso è probabilmente dettata anche dalla biografia di Roché il quale aveva frequentato l’ambiente artistico parigino entrando in contatto con l’artista che, tra l’altro, aveva presentato a Gertrude Stein e aveva fatto conoscere agli americani.

“Una squillo per l’ispettore Klute” e le paranoie di genere

Come Jane Fonda in Five Acts (2018), anche Una squillo per l’ispettore Klute (1971), primo film di Alan J. Pakula della cosiddetta “trilogia della paranoia” completata da Perché un assassinio? (1974) e Tutti gli uomini del Presidente (1976), si apre con un registratore che ci dice che Jane Fonda è nei guai. Nel documentario è il Presidente Nixon in persona, il cui stile di presidenza contribuì a diffondere nella società americana la paranoia di essere sottoposti ad una sorveglianza continua, che controlla l’attrice per il suo impegno politico proprio nell’anno in cui girò Klute. Il ruolo di Bree fruttò a Jane Fonda il primo Oscar, validandone una rinnovata immagine divistica in cui l’erotismo pop dell’esploratrice spaziale Barbarella evolveva in una sensualità meno giocosa e più esplicitamente politica, orientata alla messa in discussione delle tradizionali dinamiche di genere, maschile/femminile, e del genere noir secondo una prospettiva femminista.

“Jules e Jim” e la critica

Come al solito, grazie al progetto Cinema Ritrovato al cinema, possiamo approfittarne per recuperare un po’ di fonti critiche, d’epoca e non. Il caso di Jules e Jim si presta particolarmente bene, visto che è il film di un ex critico, regista cinefilo, che si confronta con varie forme di intervento critico, cinefilo, militante, tradizionale, e così via. Come scriveva nel 1962 Jean de Baroncelli: “Il film di Truffaut è il contrario d’un film scabroso, d’un film ‘parigino’. Jules e Jim non sono mai ridicoli, e se Catherine è talvolta irritante, non è mai odiosa. Una sorta d’innocenza, di profonda purezza, preserva tutti e tre dalla bassezza. Qualsiasi cosa ne possano pensare gli ipocriti, la loro storia è una bella e dolorosa storia d’amore. Il merito essenziale di Truffaut è d’averci fatto credere a questa innocenza e a questo amore”.

“Sois belle et tais-toi” e la questione femminile

Sois belle et tais-toi: sii bella e stai zitta. Delphine Seyrig, volto indimenticato del cinema francese da L’anno scorso a Marienbad in poi, solo nella scelta del titolo del suo documentario si permette di commentare le 23 interviste ad attrici cinematografiche che davanti alla sua cinepresa analizzano il loro ruolo nel sistema produttivo e culturale. Per il resto Seyrig, dopo un’introduzione di sapore nouvelle vague con una mano a mostrare in sequenza  le foto delle protagoniste e una voce fuori campo a declamarne il nome, si limita a porre domande e a lasciar fluire liberamente pensieri, considerazioni ed aneddoti. C’è, in questa scarnificazione stilistica da camera fissa, un evidente intento programmatico a procedere senza fronzoli confidando nella forza della parola.