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Intervista a Timothy Brock

In occasione della XXXIII edizione del festival del Cinema Ritrovato abbiamo pensato fare alcune domande al Maestro Timothy Brock, direttore e compositore specializzato nell’accompagnamento dal vivo di film muti e che dal 1999 si occupa di preservare e restaurare le colonne sonore dell’archivio Chaplin. In questi nove giorni di celebrazione del restauro e della passione per il cinema Brock dirige, per ben due volte, l’orchestra del Teatro Comunale. In questa edizione, per il cineconcerto in Piazza Maggiore de Il Cameraman di Buster Keaton, il Maestro ha composto una partitura, per poco meno di venti elementi, arricchita da passaggi musicalmente e sentimentalmente profondi e complessi.

1919, il prezzo delle proprie certezze

Non sempre è bene avere convinzioni inossidabili, perché potrebbe rivoltarsi contro di voi. Cosa fareste se vostra moglie vi tradisse per un altro? Il protagonista de La maschera e il volto (1919) non ha dubbi: ucciderebbe immediatamente la traditrice. Ancora più dura la lezione che ha dovuto imparare il Pubblico Ministero Brückner, grande sostenitore della pena di morte in Misericordia. Cosa fare se ad essere accusato è tuo figlio e non più un perfetto sconosciuto? Cosa ne sarà dei saldi principi di vendetta se in fondo ti senti responsabile per aver negato aiuto a tuo figlio quando ne aveva bisogno? Tante storie, un unico anno e un filo conduttore per ragionare sui diritti e sulle conseguenze di avere una forma mentis chiusa e reticente al cambiamento. La rassegna dei film del 1919 è stata un modo per parlare ancora una volta di attualità, di far ragionare attualizzando storie del passato che tornano prepotentemente attuali sotto gli occhi dello spettatore.

I western di Henry King e la crisi del sogno americano

Se si dovesse considerare la carriera di Henry King in termini solamente quantitativi,  sarebbe da record. Tuttavia, all’interno di questa vastissima produzione  i campi di prova dell’american director nei confronti del western sono stati relativamente pochi. Strano, verrebbe da dire, poiché la qualifica di King di regista-feticcio dello studio system e della golden age del cinema americano implicherebbe in qualche modo un più largo confronto con quello che André Bazin chiamava “il genere americano per eccellenza”. Genere attraverso il quale il cinema americano, più che in qualsiasi altro, ha definito il suo destino storico, il suo mito fondativo, delegando alle vicende del West una sorta di missione storica di definizione dell’ethos americano, che era carente di una grande tradizione letteraria quale invece quella europea o orientale. Spesso descritto come narratore del grande sogno americano, King ha saputo mettere in discussione quel mito, rappresentando eroi outsider che si misurano con le aspettative di una più o meno piccola comunità.

Sotto i cieli di Seul: l’epoca d’oro del cinema sudcoreano

Malgrado l’industria cinematografica in Corea nasca e si sviluppi rapidamente a partire dagli anni Venti del Novecento, solo alla fine degli anni Sessanta, e quindi dopo le alterne vicende storiche, la cinematografia sudcoreana si esprime compiutamente attraverso un gruppo di registi diversi fra loro ed estremamente talentuosi: Kim Ki-young, Yu Hyun-mok, Shin Sang-ok e Kim Soo-yong. A questa generazione di autori, veri e propri maestri, è dedicata la sezione “Sotto i cieli di Seul: l’epoca d’oro del cinema sudcoreano”, che raccoglie e presenta alcuni capolavori di un decennio segnato da uno straordinario rinnovamento sociale, politico e artistico. Si tratta di film che esplorano le possibilità del realismo, del racconto di genere o ancora dell’adattamento letterario, che riflettono alcuni riferimenti cinematografici lontani e precisi, tra cui spiccano i nomi di Rossellini, De Sica e Antonioni, costruendo allo stesso tempo l’estetica peculiare e composita del cinema sudcoreano

Le artiste del 16mm tra poesia, fisicità e surrealismo satirico

Considerato elemento fondamentale per lo sviluppo della cinematografia indipendente, il formato ridotto ha trovato in figure come quella di Margaret Tait, Martha Colburn e Maria Lassnig, uno sviluppo parallelo e complementare ad altre pratiche e linguaggi quali quello della poesia, della musica e della pittura, dimostrando nuove possibilità e sensibilità del mezzo. Appartenenti a generazioni diverse, le tre sono accomunate dall’utilizzo della pellicola di piccolo formato come ulteriore linguaggio dedito all’esplorazione di temi ed estetiche affrontate attraverso altri mezzi. Il lavoro cinematografico di queste tre artiste non può essere considerato dimostrazione certa di un legame tra utilizzo del 16mm e donne, ma mette sicuramente in luce la capacità di un utilizzo di una qualità non tecnologica per la creazione di un livello personale e intimo con il quale indagare la realtà e la creatività.

Intervista a John Bailey

John Bailey, presidente dell’Academy of the motion pictures arts and science, è di quelle figure che hanno vissuto di cinema e al cinema hanno dato tutto. Con oltre 40 anni di esperienza nel cinema, lavorando sia come assistente cameraman che direttore della fotografia, Bailey è tra le figure di maggior spicco nell’ambito del restauro cinematografico. Il suo amore per il cinema lo ha portato a Bologna, ospite del festival Il Cinema Ritrovato, dove ha messo a disposizione del pubblico le versioni restaurate di molti film, tra cui Il peccato di Lady Considine e La maschera della morte rossa. “As a camera assistant every day I physically worked with the film and I have realized how delicate and vulnerable the film is, how easy it deteriors and scratches. I was actually photographing movies and the film is vulnerable all the way through, in all the phases of filming”.

Jean Renoir, René Clair e Hans Richter tra arte e cinema sperimentale

La Parigi onirica di René Clair è teatro di un contesto quasi surrealista, in linea con il pensiero rappresentativo della Ville Lumière secondo il regista francese. Un quotidiano che si ribalta, si svuota del consueto dinamismo e assume sfumature inquietanti, dove i pochi scampati dall’incantesimo di uno scienziato “passo” si illudono di poter essere finalmente liberi. Una giornata di lavoro, più volte rimontato e risonorizzato da Richter, è un’esplosione di esperimenti con la macchina da presa. Realismo e sogno si alternano nei due film di Renoir. Ai tre registi, che col cinema sonoro affermarono il loro “essere cinefili”, va certamente attribuito il merito, nel muto, di seguire la stessa linea direttrice dell’arte figurativa d’avanguardia, portandola sullo schermo e mostrandocela in tutta la sua bellezza e complessità.

Intervista a Nicolas Winding Refn

Fresco reduce dall’uscita di Too Old to Die Young, un ambizioso film in dieci episodi distribuito da Amazon Video (guai a chiamarla serie), il cineasta danese Nicolas Winding Refn arriva al Cinema Ritrovato in duplice veste: quella di regista e di restauratore. Dopo la presentazione “sotto le stelle del cinema” della sua copia personale in 35mm di Drive, ha indossato i panni di divulgatore, facendo conoscere al pubblico un film perduto del 1967, Spring Nights, Summer Nights, introducendo El Topo del suo carissimo amico Alejandro Jodorowsky e illustrando il lavoro dietro byNWR, la sua nuovissima piattaforma streaming, dedita a preservare il passato dialogando senza remore né preconcetti con il futuro.

Alla ricerca del mecenate: l’odissea di Alejandro Jodorowsky tra produttori e utopie

A quasi cinquant’anni di distanza, i lungometraggi di Jodorowsky – in particolare El Topo e La Montaña Sagrada – sono portati come esempio della sperimentazione e della temperie artistica dei primi anni ’70, legata alla diffusione di una certa spiritualità orientale in Occidente e ovviamente all’uso meditativo delle droghe psichedeliche: in tal senso, la fortuna dei film sopra citati è ancora oggi consistente. Com’è invece noto agli appassionati, il plauso verso i lungometraggi di Jodorowky non fu assolutamente unanime all’epoca della loro realizzazione, spingendo l’artista di Tocopilla ad attraversare avventure ancor più paradossali e sconcertanti rispetto a quelle vissute dai personaggi dei suoi stessi film.

Nano Campeggi e la pittura del manifesto cinematografico

In questi giorni, in occasione del festival Il Cinema Ritrovato a Bologna è stata inaugurata nella biblioteca Salaborsa una mostra su Silvano Campeggi, detto “Nano”: sono esposti numerosi bozzetti originali e locandine realizzate da uno dei maggiori pittori e cartellonisti del cinema americano. Il pittore realizza anche numerosi ritratti pubblicitari, in mostra Sophia Loren, Vivien Leigh, Ava Gardner, Silvana Mangano, Gregory Peck e Audrey Hepburn, James Dean etc… divi cinematografici resi ancora più iconici dai pochi segni e dalle pennellate decise con cui stende gli acrilici su fondi neutri. Via col vento, Ben Hur, Casablanca, Cantando sotto la pioggia, West Side Story, La gatta sul tetto che scotta, Gigi, Colazione da Tiffany e Vincitori e vinti sono solo alcune delle principali opere eseguite da Silvano Campeggi, nato a Firenze nel 1923 e scomparso lo scorso anno.

Il cinema controverso di Franco Zeffirelli, tra melodramma e politica

Il pubblico ha amato e continua ad amare film come Romeo e Giulietta proprio perché capaci di mettere in scena, non i bassi istinti e il lato più deteriore della nostra umanità, come è delegato di fare a un altro genere popolare e bistrattato del nostro cinema, le commedie, ma una categoria di sentimenti egualmente emarginata dal cinema d’autore, insieme al suo pantone di declinazioni troppo sdolcinate e mielose per assurgere ad arte. Il peccato capitale di Zeffirelli fu dunque quello di mettere in scena con nonchalance e spudoratezza una serie di “buoni sentimenti” fine a sé stessi, che da alcuni vennero visti come esagerazione iperbolica di buonismo perbenistico, ma dal pubblico furono recepiti come possibilità di vivere al cinema senza censure quel sentimentalismo di origine adolescenziale, spesso trascurato dai film per adulti.

La decostruzione di un mito sfuggente. Il recupero scorsesiano della Rolling Thunder Revue

In un panorama contemporaneo dove la riflessione sull’autenticità dell’informazione coagula buona parte del dibattito pubblico, neppure l’ultimo lavoro di Martin Scorsese, dedicato alla Rolling Thunder Revue, è potuto uscire indenne da un severo fact-checking dei suoi critici: sono bastate le prime avvisaglie di palesi incongruenze con la vulgata dylaniana a far nascere un florilegio di articoli dedicati ad elencare le fake stories della narrazione documentaria, quasi nel tentativo di restituire – di contro – una nitida occhiata del tour di “His Bobness”. La caccia alla bufala è quindi divenuta un piacevole giochino per ogni appassionato, rischiando tuttavia di lasciare inevase le domande sul motivo di una scelta di questo tipo: domande non ancora poste all’autore newyorkese, il quale – dal canto suo – si è limitato ad una sibillina video-intervista pubblicata da Netflix in occasione dell’uscita del film.

Giorgio Morandi e il cinema: un breve viaggio

Più volte il cinema si è interessato alle opere di Giorgio Morandi, le sue nature morte compaiono in alcune pellicole a testimoniare il gusto di un’epoca, pezzi pregiati all’interno di collezioni d’arte dall’inestimabile valore come in Un bacio e una pistola di Robert Aldrich (1955), forse la prima fuggevole traccia cinematografica dell’artista bolognese, fino al recente Io sono l‘amore di Luca Guadagnino (2009). La pittura di Morandi emerge dallo sfondo quando diventa elemento portante della narrazione, non solo status symbol di una classe agiata ma squarcio tangibile nella parete. Soffermandosi sul silenzio di questi oggetti “immersi in una luce di sogno”, Marcello (Mastroianni) ne La dolce vita (1960) è guidato dallo sguardo rapito di Steiner (Alain Cuny), sopraffatto dal dipinto “in cui niente accade per caso”.

In memoria di Doris Day. Oltre la fidanzata d’America

Scorrendo velocemente i titoli che hanno dato la notizia della morte di Doris Day, il riferimento più comune è alla perdita della “fidanzata d’America”, la ragazza della porta accanto, semplice e innocente, piena di energia e di allegria. Un’immagine ampiamente sfruttata che la rese regina assoluta del box office all’inizio degli anni 60, ma che relega in secondo piano le sue interpretazioni più complesse come Amami o lasciami (1955) di Charles Vidor e L’uomo che sapeva troppo (1956) di Hitchcock. Nella sua autobiografia, l’attrice definì questa parvenza di donna innocente e spensierata “molto più fittizia di qualsiasi ruolo abbia mai interpretato”. Durante la sua carriera ventennale, infatti, Day interpretò i personaggi più diversi in film che spaziano attraverso tutti i generi cinematografici.

La mostra “Dreams – A Tribute to Fellini” di David Lynch

Si è molto parlato del rapporto fra Fellini e Lynch. Lynch stesso, che non parla mai troppo volentieri di sé, ha ricordato più volte i loro due incontri, l’ultimo dei quali subito prima che il maestro riminese morisse. Così come non manca mai di rilevare, come pervaso da qualche sorta di pensiero magico, come siano nati lo stesso identico giorno, il 20 gennaio (nel 1920 Fellini, nel 1946 Lynch). Entrambi hanno creato immagini della materia di cui sono fatti i sogni ma, come viene spesso evidenziato, le fantasie di Fellini sono rifugio, rimembranza, malinconica e fulgida consolazione, quelle di Lynch una discesa da incubo nell’indicibile, l’inconfessabile, il rimosso. In questo, i 12 bozzetti di Fellini in mostra, scelti personalmente da Lynch all’interno di uno sterminato archivio, sono il preciso contraltare delle litografie: colorati, opulenti, caricaturali eppur pietosi, perfetta ode alla vita e ai personaggi che la abitano.

Kubrick: Auteur in mostra

In occasione del ventesimo anniversario della morte di Kubrick, il Design Museum di Londra offre l’opportunità di un immersivo viaggio autoriale lungo tutto il processo creativo dietro ad ogni film del regista, documentando le diverse fasi della produzione artistica. I 500 oggetti in mostra sono, quindi, i più diversi: note di regia scarabocchiate su disegni di set e inquadrature, story-board di film (Saul Bass per Spartacus), obiettivi e lenti valorizzati da Kubrick come lo Zeiss F0.7 da 50 mm utilizzato in Barry Lyndon per rendere l’atmosfera del tardo Settecento girando alla sola luce delle candele, macchine per il montaggio come quella utilizzata per Full Metal Jacket. Il filo rosso che accomuna tutti questi materiali è la maniacale e quasi ossessiva cura di Kubrick per i minimi dettagli e la sua ambizione autoriale di esercitare il controllo artistico su tutto l’arco produttivo delle sue opere.

Jean Gabin e Jules Maigret

Concludiamo i nostri approfondimenti su Simenon e il cinema con la distribuzione di Cinema Ritrovato al cinema del restaurato Maigret e il caso Saint-Fiacre ancora una volta con una galleria di illustri analisi critiche. Tocca a Jean Gabin, un Maigret volutamente senile e malinconico (sebbene severo, duro), essere al centro dell’interesse. Come ricorda Claudio G. Fava: “In tutta la sua carriera egli incarnò solo tre volte il personaggio inventato da Simenon: nel 1958 interpretando Maigret tend un piège (Il commissario Maigret) e Maigret et l’affaire Saint-Fiacre (Maigret e il caso Saint-Fiacre); e cinque anni dopo dando vita a Maigret volt rouge (Maigret e i gangster). Eppure, lo spettatore medio lo ricorda come un Maigret tipico, a dimostrazione del fascino straordinario che Gabin esercitava quando incarnava una figura accettata e sollecitata dal pubblico”.

La critica, Duvivier e Simenon

Non facile il rapporto tra la critica e Julien Duvivier, come dimostra l’antologia che dedichiamo a “Panique”, per il percorso su Simenon e il cinema proposto da Cinema Ritrovato al cinema. Ma secondo Chabrol: “Duvivier era diabolicamente abile. Aveva un ‘ottimo senso del ritmo, della colonna vertebrale’, del film che ‘sta in piedi’. Era molto bravo a descrivere con grande precisione e naturalezza gli ambienti. Su Duvivier si sono dette delle gran stupidaggini, del tipo: ‘non è un Autore’, ‘non ha un suo mondo’… Il suo ‘mondo’, la sua concezione della vita emergono chiaramente in film come Panique: la nostra è un’epoca di assassini, ecco la sua filosofia. E lui non faceva dell’ironia (come me), era davvero pessimista. Per me è un autore che non si è mai proclamato tale”.

 

Un cinema di relazioni: conversazione con Roberto Minervini

Italiano naturalizzato americano, classe 1970, Roberto Minervini è considerato uno dei più interessanti e originali documentaristi internazionali. Film come Bassa marea, Stop the Pounding Heart e Louisiana hanno raccontato facce nascoste dell’America contemporanea, il volto più intimo e fragile di un Paese le cui ferite raramente sono state mostrate con tanta disarmante sincerità. In occasione dell’anteprima bolognese del nuovo Che fare quando il mondo è in fiamme?, l’ha incontrato per noi Lapo Gresleri, autore del saggio Spike Lee. Orgoglio e pregiudizio nella società americana (Bietti, 2018) recante la prefazione dello stesso Minervini.

Ricordando John Singleton

Il 29 aprile scorso, è morto a soli 51 anni un regista di cui si è sempre parlato troppo poco, John Singleton.  Nato dieci anni dopo Spike Lee e dieci anni prima di Ryan Coogler, anche lui è stato un attento e appassionato osservatore della comunità afroamericana. Le sue pellicole non avevano la carica eversiva e rivoluzionaria di Lee, sia sul piano stilistico che dei contenuti e questo però ne ha certamente facilitato fin da subito l’apprezzamento e l’inserimento all’interno del sistema produttivo hollywoodiano. Tuttavia Boyz n the hood pellicola d’esordio con la quale Singleton ottiene la nomination all’Oscar come miglior film a soli 23 anni, resta un lavoro sincero e  appassionato, capace di inserirsi senza intenti moralizzatori fin dentro le contraddizioni della comunità afroamericana, troppo spesso vittima della sua stessa violenza.