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JLG/JLG – Autoritratto ad aprile

Godard non parla di cinema: parla cinema. Sembra che non gli importi rispondere con puntualità alle domande di Lionel Baier (in diretta su Instagram qualche giorno fa, e ora reperibile su Youtube) non più di quanto potrebbe importargli filmare un bel campo/controcampo rispettando la regola dei 180°. Se John Ford faceva il montaggio in macchina, Godard parla facendolo direttamente in testa. È spiazzante, perché si tratta di un montaggio discontinuo che attinge ad un archivio di figuratività profonda, tra una citazione e un’immagine evocata, tra una scena del Godard privato e un ricordo del Godard critico. Al tempo della pandemia, di sicuro lo scarto tra un taglio e l’altro assicura l’immunità dal “virus della comunicazione”, come lui stesso l’ha definito.

Storie straordinarie. Il cinema di Mariano Llinás

Mariano Llinás: personalità tanto marginale quanto importante del cinema di oggi. Nato a Buenos Aires nel 1978, regista, produttore, sceneggiatore, attore e professore all’“Universidad del Cine”, Llinás si fa conoscere nel 2002 con il documentario Balnearios (disponibile su MUBI), per poi esordire alla finzione, con grande riconoscimento della critica internazionale, nel 2008 con Historias extraordinarias (sempre su MUBI): film dalla durata notevole (4 ore e poco più) dove il regista inizia a lavorare e ad elaborare il suo personalissimo tono autoriale. Dopo dieci anni di silenzio, nel 2018 presenta, a Locarno, La flor (inedito in Italia): secondo lungometraggio di finzione, dove la sua poetica e il suo cinema vengono pienamente a galla in un’opera che è un vero capolavoro del decennio.

Vita, film e amori di Lucia Bosè – Parte II

Il volto della Bosè, per un decennio almeno, dal 1950 al 1960, occupò non solo il primo posto sui cartelloni cinematografici dei film dei più grandi registi (De Santis, Antonioni, Soldati, Fabrizi, Emmer, Buñuel, Cocteau, e nel decennio successivo Taviani, Fellini, Bolognini, Cavani), ma anche le prime pagine di tutti i rotocalchi, con le turbolente vicende private che la videro protagonista di uno dei primi “triangoli” della storia del cinema. Riportiamo in questo articolo alcuni stralci di una intervista inedita all’attrice, raccolta dall’autrice, nel settembre 2002 (presso la Cineteca di Bologna dove era ospite per la presentazione del restauro di La signora senza camelie) in occasione della stesura della tesi di laurea in Storia del cinema italiano, Walter Chiari e il cinema.

Vita, film e amori di Lucia Bosè – Parte I

Il volto della Bosè, per un decennio almeno, dal 1950 al 1960, occupò non solo il primo posto sui cartelloni cinematografici dei film dei più grandi registi (De Santis, Antonioni, Soldati, Fabrizi, Emmer, Buñuel, Cocteau, e nel decennio successivo Taviani, Fellini, Bolognini, Cavani), ma anche le prime pagine di tutti i rotocalchi, con le turbolente vicende private che la videro protagonista di uno dei primi “triangoli” della storia del cinema. Riportiamo in questo articolo alcuni stralci di una intervista inedita all’attrice, raccolta dall’autrice, nel settembre 2002 (presso la Cineteca di Bologna dove era ospite per la presentazione del restauro di La signora senza camelie) in occasione della stesura della tesi di laurea in Storia del cinema italiano, Walter Chiari e il cinema.

Gli universi di “Jumanji”, Spielberg, e il sentire tecnologico

La misura del tempo passato emerge dal confronto con chi fra gli esponenti della “vecchia guardia” si è misurato di recente con il gaming. Pensiamo a Steven Spielberg, il cui Ready Player One, collocandosi a metà fra primo e secondo reboot, mette in scena un futuro completamente immerso tramite sofisticati visori in una variopinta e iperdinamica realtà virtuale, e dove la personalizzazione dell’avatar secondo le regole degli RPG consente di nascondersi in bella vista, proiettando un’immagine di sé che spesso non collima con la vera personalità del giocatore-utente. Pur molto più vicino ai nuovi Jumanji che non all’originale nella proposta narrativa, per la sensibilità che vi è profusa Ready Player One può dirsi un’opera di transizione fra queste due diverse epoche del sentire tecnologico.

Sotto il segno di Lucia

I diversi ruoli interpretati da Lucia Bosè nel corso della sua carriera, parallelamente alle vicende private con Walter Chiari e Dominguín esibite dai settimanali scandalistici, costituiscono l’appassionante tentativo dell’attrice di affermare il controllo sulla sua stessa immagine divistica. Dagli esordi neorealisti con De Santis ai film più intimisti di Antonioni ed Emmer, dalla matrona romana suicida per il Satyricon (1969) di Fellini ai ruoli più dichiaratamente politici con Bolognini, Maselli e i Taviani per finire con Rosi e Ozpetek, Lucia Bosè ha interpretato donne che trasgrediscono i ruoli di genere e di classe prescritti dalle convenzioni sociali e che vogliono essere in controllo della loro stessa narrazione.

Gli 80 anni di Mina e tutto il desiderio del cinema

Se la sua presenza – corpo, mani, capelli voce – è stata esaltata dall’intelligenza di un regista televisivo geniale come Antonello Falqui, che ha saputo incastonarla nella memoria e nell’immaginario (provate a rivedere le sue esibizioni di Studio Uno o Teatro 10: sostanzialmente dei capolavori), verrebbe da dire che il cinema ha contribuito non poco a mitizzare una figura già di per sé titanica. Madrina queer, suono di un’epoca, dea immortale, la neo-ottantenne Mina riempie il cinema da sessant’anni. Per quanto il suo più grande film sia quello non fatto. E non è Il padrino (sì, Francis Ford Coppola propose anche a lei il ruolo poi andato a Diane Keaton). Federico Fellini, suo grande ammiratore, la voleva, infatti, nel cast del mitologico Viaggio di G. Mastorna

Cinefilia domestica dall’Estremo Oriente

Tra le varie iniziative nate in queste settimane per sopperire alla chiusura di cinema e cineteche, agevolando quella che potremmo definire cinefilia domestica, merita particolare attenzione quella del Far East Film Festival di Udine che, in collaborazione con Mymovies, propone la visione in streaming di almeno un film al giorno fino al 5 aprile. L’offerta, incentrata sul cinema asiatico, si divide fra i classici di Yasujiro Ozu, titoli contemporanei di autori affermati e altri meno conosciuti in occidente. Del maestro nipponico saranno disponibili alcuni fra i film più noti e importanti, come Viaggio a Tokyo e Tarda primavera, oltre al meno celebrato Buon giorno, rendendo questa un’ottima occasione per approfondire la conoscenza del mentore di Kurosawa.

Gabriel Abrantes e la reinvenzione immaginifica del mondo

Prima di approdare con Diamantino, alla co-regia di un lungometraggio, Gabriel Abrantes aveva già alle spalle una ricca produzione, iniziata con una serie di cortometraggi di pochi minuti. Ripercorrendo a ritroso i lavori del regista portoghese naturalizzato negli USA, si può vedere come l’ironia mordace di Diamantino, espressione di una satira sociale e politica che esplode in un ribaltamento fantasmagorico dei luoghi comuni e delle derive reazionarie contemporanee, non sia altro che la summa di una poetica assai consolidata. Fin dalle prime opere – pillole di anarchico nonsense a metà strada tra video essay deliranti e cinema narrativo – Abrantes aveva abituato il suo pubblico ad aspettarsi da ogni suo lavoro un’indagine iconoclasta e una riflessione personalissima.

Gianni Rodari e i disegni in jazz

A 24 anni dall’uscita in sala (e nel centenario della nascita di Gianni Rodari), La freccia azzurra resta uno dei capisaldi dell’animazione italiana contemporanea, raro esempio cinematografico lontano dalla roboante effettistica digitale e dal canone moralistico coevo tipicamente disneyano. Opera prima di Enzo d’Alò, il film (ora visibile su RaiPlay) traspone l’etica rodariana dell’omonimo racconto dando vita ai suoi personaggi in uno stile volutamente d’antan. I disegni a campitura piatta sullo stile della linea chiara del fumetto anni ‘30 e le ambientazioni prospettiche di eco dechirichiano sono scelte che accentuano il carattere atemporale di una narrazione volutamente onirica.

La magia del cinema secondo Wes Anderson e Tilda Swinton

Chi meglio di Wes Anderson e Tilda Swinton potrebbe raccontare la magia del cinema? Celebri per l’unicità ed eccentricità che li caratterizza, i due, da autentici cinefili, hanno guidato alcuni giorni fa il pubblico del British Film Institute attraverso titoli insoliti, partendo dal fiammeggiante universo di Micheal Powell ed Emeric Pressburger. Fondatori della casa di produzione Archers e attivi principalmente tra gli anni ’40 e ’50, Powell e Pressburger realizzarono racconti dominati da toni fantastici e romantici, distaccandosi dal forzato realismo tipico del cinema britannico di quel periodo. Dalla nostra corrispondente a Londra.

“Cielo giallo” tra melodramma e western

Nel deserto, la Death Valley, il contrasto tra bianco e nero della pellicola è all’apice della sua magnificenza e Wellman all’interno di tutto il film inverte il significato a cui siamo soliti associare questi due colori, poiché in quest’opera tutto ciò che è bianco (l’unica camicia bianca appartiene a Conte) finisce per rappresentare l’oscura presenza di morte e malvagità ed al contrario il nero è indice di qualcosa di positivo: l’oscurità aiuta nella resa dei conti, i vestiti del Sergente sono scuri e come gli altri fuorilegge (ad eccezione di Conte e Lungone) ha il viso e gli abiti sporchi e rovinati. La storia costeggia il melodramma e il successivo tramonto, del genere western. Infatti al centro di Cielo giallo ci sono soprattutto i sentimenti, buoni o cattivi, dei personaggi. 

Gli immaginari (sub)urbani di “Under the Silver Lake”

Cosa succede quando si assiste alla saturazione di un immaginario condiviso in un film volutamente citazionista? Accade il più delle volte che un’esondazione iconica sgretoli l’unità strutturale dell’opera, che seppellisca la visione globale e autoriale in un affastellarsi di suggestioni e vertigini parossistiche. Non è il caso di Under the Silver Lake. Poteva essere per l’appunto una caotica “map to the stars” immersa in una fluviale riproposizione di modelli e icone visive, oltre che un vuoto collettore di chincaglierie del passato. In Under the Silver Lake tutto è corpo e tutto è simulacro, poiché non vi è discrimine tra realtà e fantasmi, tra i pieni dell’estetica e i vuoti del racconto. L’insieme convive su uno stesso piano di realtà – un immaginario ordinato e ordinabile – che fa del sotto il sopra, del vicino il lontano.

Metti un pomeriggio con Terrence Malick

Cosa fare quando incontri qualcuno che stimi e apprezzi ma non è un tuo idolo? Subentra, a quel punto, il più grande dei doni: la curiosità. Quando mi sono trovato di fronte Terrence Malick, un po’ per caso e un po’ per scelta, ho sentito una vibrazione. Ma l’abbiamo sentita tutti, è chiaro, tutti quei pochi che in un altrimenti pigro pomeriggio di inizio dicembre finimmo in una sala abbastanza inaccessibile. Più dell’attesa, la curiosità: c’è o non c’è? Forse c’è. C’è sicuramente il film, Hidden Life . Il film è tra i migliori del suo ultimo periodo.. Pur irrisolto, faticoso, altalenante nella narrazione, qua e là troppo epidermico nel passare dall’idillio agreste alla tragedia umana, è un’interessante testimonianza della devozione del regista nei confronti di un mondo cinematografico che si muove tra il Rossellini didattico e il rigore di Bresson.

“Giulietta degli spiriti” e il fantastico

Il soprannaturale secondo Fellini è una commistione di sincronicità e di sincretismo mistico, come si evince in Giulietta degli spiriti. Se il primo artefatto magico per il regista riminese è il cinema stesso, un prodigio come lo era per Ingmar Bergman, “un nulla nel nostro nervo ottico, uno shock: ventiquattro quadratini illuminati al secondo e tra di essi il buio”, tutto quello che viene fuori dall’oscurità è fantasmagoria, metafora, allegoria suadente di luci, forme e colori, tripudio ridondante e visionario, proprio come accade in Giulietta degli spiriti, l’opera che che ci conduce in un “paese delle meraviglie” poco carrolliano e molto più debitore agli archetipi di Jung.

Il favoloso mondo di Peter Sellers e dei Beatles

Peter Sellers fu una sorta di apripista per i Beatles, collabora con George Martin, il quale, prima di diventare il loro produttore, pubblica l’album The Best of Sellers (1958) e Songs for Swingin’ Sellers (1959), titolo che cita Songs for Swingin’ Lovers di Frank Sinatra. E ancora Peter Sellers è il primo a entrare in contatto con Richard Lester e assieme a Spike Milligan e ad altri amici, realizza il cortometraggio The Running, Jumping, Standing Still Film (1959), una serie di spassosi sketch girati più per passatempo che per altro, e forse proprio questa spensieratezza gli vale una nomination agli Oscar come miglior cortometraggio. I Beatles anni dopo con il film Magical Mystery Tour (1967) hanno reso omaggio a questa allegra e folle scampagnata.

Flavio Bucci maschera di libertà

L’attenzione mediatica generata dalla recente scomparsa di Flavio Bucci si è concentrata in massima parte sullo stile di vita dell’attore, enfatizzando le sue stesse dichiarazioni dell’ultimo periodo di vita. L’attore è così diventato il protagonista postumo di una moralità teatrale, una pièce allegorica di successo, corruzione e declino che lui certamente non avrebbe mai interpretato. Non così tanta attenzione come avrebbero meritato hanno, invece, ricevuto le dichiarazioni dell’artista sui personaggi che ha interpretato e l’analisi di quelle stesse caratterizzazioni che hanno fatto di lui una maschera di libertà e di sovversione delle gerarchie sociali e politiche, quasi una risposta italiana al volto francese di Pierre Clementi, attore feticcio per molto cinema politico degli anni Sessanta.

Le ostiche verità di “Snowpiercer”

Il treno rappresenta, ovviamente, la società contemporanea. Intrappolati in una parodia ante litteram del pensiero accelerazionista, gli uomini si trovano a bordo di una macchina condannata alla corsa perpetua, la cui unica possibilità di sopravvivenza è rappresentata dal mantenimento della propria velocità di crociera. Fuori, ci viene detto, c’è solo freddo e morte. La vita a bordo dello Snowpiercer è organizzata secondo rigidi criteri post-fordisti. Snowpiercer, similmente a Parasite, si propone di insegnare allo spettatore una verità semplice quanto ostica: impara il tuo posto e mantienilo. Rifiutalo, e tutto ciò che hai intorno andrà in pezzi.

L’amore che non osa pronunciare il proprio nome

L’isola di Medea di Sergio Naitza documenta, attraverso interviste e immagini di archivio, l’incontro tra Pier Paolo Pasolini e Maria Callas sul set di Medea, girato nel 1969 tra la laguna di Grado e la Cappadocia. Entrambi gli artisti sono ad un punto sentimentalmente e professionalmente delicato della loro vita: la cantante lirica è segnata dalla fine della relazione con Onassis e dal matrimonio dell’armatore greco con Jacqueline Kennedy; il regista vive una relazione tormentata con Ninetto Davoli che si avvia al termine dopo nove anni. La Callas non ha più la voce di un tempo e cerca nel cinema un possibile nuovo sbocco professionale, Pasolini si rivolgeva alla classicità per indagare con nuovi registri stilistici il tema caratterizzante i suoi film: il rapporto tra il mondo povero e plebeo, sottoproletario e irrazionale, e il mondo colto, borghese e storico, laico e razionale. 

Carlo Verdone e la genealogia del comico italiano

Esiste una genealogia sulla scena comica italiana, un fil rouge che attraversa la città di Roma e che unisce quartieri, personaggi e attori, una genealogia che trova la sua discendenza nella Trastevere di Alberto Sordi, nel Rione Regola di Ettore Petrolini, nel vicolo delle Grotte di Aldo Fabrizi. Roma ha forgiato una scuola comica che da Fregoli ha plasmato anche la generazione più recente composta e abitata da un regista e attore nato e cresciuto nello stesso rione di Petrolini: Carlo Verdone. Figlio di una Roma curiale, ferina, funambolica, ha come punto di osservazione è il mitologico bar Mariani in Via dei Pettinari, da cui convergevano individui singolarmente ordinari tra cui burini, imbranati, dandy, bulli, che hanno ispirato Verdone nella costruzione del suo dispositivo comico.