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Lina Wertmüller e lo statuto d’autore

Alla notizia dell’Oscar alla carriera assegnato a Lina Wertmüller, i cinefili veri o presunti si sono scatenati. I lodatori esaltano il pionierismo di una donna che si è affermata in un mestiere prevalentemente maschile. I detrattori sostengono che tre o quattro buoni film non giustificano il premio a una regista mediocre e sopravvalutata. Forse la semplificazione è eccessiva e non bisogna escludere anche una vaga misoginia di fondo (la stessa della quale è stata frequentemente accusata Wertmüller, in primis dalla potente Pauline Kael). La critica italiana è stata spesso severa con lei, ma certo non si può dire altrettanto del sistema mediatico che continua a coccolarla con interviste, ospitate, omaggi, agiografie.

“Effetto notte” e la musica

Esplicitamente dedicato a Lillian e Dorothy Gish, questo meta-cinema allo stato puro trabocca di citazioni, auto-citazioni, omaggi e riferimenti cinematografici di ogni tipo: le monografie su Lubitsch, Dryer, Bergman, Godard, Buñuel, Bresson, Hawks e Rossellini che il regista Ferrand (interpretato dallo stesso Truffaut) si fa spedire per trovare ispirazione per le scene ancora da scrivere; la via intitolata a Jean Vigo; le cartoline di Quarto potere che il giovane Ferrand ruba di notte nelle sequenze oniriche; la firma di Cocteau su un pannello del camerino di Julie, e così via fino all’escamotage felliniano della recitazione con i numeri evocato dalla splendida Séverine di Valentina Cortese.

I Doors secondo Oliver Stone

Approfittando della visita in Italia di Oliver Stone, torniamo su uno dei suoi film meno celebrati, The Doors. Stone vagheggiava un film imbevuto di Doors sin dagli inizi della sua carriera cinematografica, tanto che Break, una sceneggiatura del 1969, abbinava una vicenda sul Vietnam, guerra vissuta dal regista in prima persona, alle musiche del gruppo; il ruolo del protagonista doveva essere di Jim Morrison stesso. Alla luce dei film poi effettivamente realizzati e tenendo presente l’autobiografismo come cifra autoriale del regista, è come se l’esperienza del Vietnam, rielaborata tardivamente secondo una modalità tipica del cinema statunitense, si fosse sdoppiata in un campo/controcampo tra Platoon e The Doors: lì il dramma reale della coscienza, qui il dramma onirico dell’inconscio.

Cento anni di Age (e Scarpelli)

Age & Scarpelli. Una ditta, con quella “e” commerciale che allude alla natura mercantile dell’impresa. Che si confrontavano con colleghi, dal maestro Sergio Amidei a Luciano Vincenzoni passando per Ettore Scola. Ed è proprio quest’ultimo a rivelarci il segreto – se vogliamo chiamarlo così – di un legame durato oltre trent’anni: “la simbiosi di due modi diversi di essere”. All’unione di questi due geni complementari, umoristi satirici nati nel cinema comico e diventati massimi narratori della società, dobbiamo centodiciassette sceneggiature, tra cui I soliti ignoti, La grande guerra, Tutti a casa, I compagni, Sedotta e abbandonata, L’armata Brancaleone, Signore & signori, Il buono, il brutto, il cattivo, C’eravamo tanto amati, Romanzo popolare…Anche a voi tremano i polsi, vero?

Jane Campion, tempesta e impeto

La voce di Ada è un invito a vedere e un invito a perdersi nel marasma neozelandese che è pur sempre un’estensione del proprio patrimonio intimo. Estensione e amplificazione del turbinio di sensazioni che delinea il conturbante di Lezioni di piano e che riporta alla cruda e reale entità del sublime romantico, anche in merito alla dissonanza tra istinto da un lato e prescrizioni sociali dall’altro: “Pensavo che questo paesaggio selvaggio fosse adeguato alla mia storia perché il romanticismo è stato mal compreso dalla nostra epoca, in particolare nel cinema. È diventato qualcosa di grazioso e amabile. Si dimentica la sua violenza, il suo lato oscuro”, ha dichiarato più volte la regista. 

La grande città nel suo delirio ufficiale. “Roma” di Federico Fellini

Nel suo saggio Camminare per la città, Michel de Certeau distingue due punti di vista per indagare lo spazio urbano: una visione dall’alto, che esprime il bisogno delle istituzioni ufficiali di controllare la città in una mappa leggibile, e una visione dal basso, a livello della strada e propria dei pedoni, che esprime invece una città in perenne movimento e che irrimediabilmente sfugge alle logiche di controllo dei pianificatori urbanistici. È indubbiamente questa seconda prospettiva che viene adottata da Fellini in Roma (1972), la cui narrazione visionaria frammenta lo spazio urbano della capitale in una serie di quadri che non si compongono mai in una sintesi finale. Al contrario, mischiando autobiografia e indagine documentaristica, questi conducono lo spettatore attraverso una città che si compiace del proprio caos, del “suo delirio ufficiale” per citare un attento testimone della vita urbana come Charles Baudelaire. 

Intervista a Cecilia Mangini

Prima della proiezione del restaurato Essere donne abbiamo avuto l’opportunità di intervistare, la prima documentarista donna italiana, Cecilia Mangini. Il suo documentario, opera ostacolata dal clima politico dell’epoca, è tuttora una delle opere più importanti realizzate sulle condizioni di vita delle figure femminili negli anni Sessanta e alcuni aspetti sono più attuali di quanto si possa immaginare. Cecilia Mangini ha voluto iniziare l’intervista dicendo qualcosa ai giovani aspiranti registi e amanti di cinema presenti, e non, per filmarla. “Ho una dichiarazione da fare. Quando volevo fare cinema, sapevo di una scuola a Roma molto prestigiosa, una bella mattina, all’epoca vivevo a Firenze, ho preso il tram e sono arrivata fin là. Sono poi andata all’ufficio informazione e ho detto: ‘ditemi tutto quello che serve, qui da voi, per diventare regista’. Mi hanno guardata sbalorditi e hanno risposto: ‘no, impossibile. Le donne non possono fare regia’.

Gabin e Bardot, autenticità disarmanti

Jean Gabin ha incarnato una vastissima gamma di emozioni e sentimenti e Il commissario Maigret ne rappresenta la raggiunta e completa maturità artistica, per un verso. Nell’altro verso c’è un film, contemporaneo a Maigret, piuttosto sfortunato e caduto in disgrazia per un suo voler “osare”, potremmo dire, collocandosi al di là di certi parametri morali, di convenzioni e prassi da adottare nella rappresentazione di personaggi maschili e femminili, da cui lo stesso Gabin, ricordiamolo, fu scandalizzato.  La ragazza del peccato vuole continuare l’opera di denuncia ai valori borghesi iniziata negli anni ’40 e lo fa costellando alcune sequenze di allusioni, guardando alla sensualità dei dettagli e dei corpi. Ma è sulla fisionomia della Bardot che Lara costruisce la sua denuncia: a un certo punto solleva svelta la gonna e propone senza mezzi termini un contratto a Gabin, nel cui gesto, cinico, c’è una specie di candore disarmante. Fresca, sana, placidamente sensuale. Non getta sortilegi, anzi agisce, mettendo sotto scacco un uomo e poi tutta una cultura.

L’eccezionalità morale e materiale di “Arab-Israeli dialogue”: intervista a Michael Rogosin

Nell’orbita delle produzioni cinematografiche o televisive dedicate alla spinosa e purtroppo sempreverde questione israelo-palestinese, Arab-Israeli dialogue si presenta alla vista dell’osservatore contemporaneo come un prodotto più unico che raro, alla cui apparente semplicità spoglia fa da contraltare una profondità intellettuale ed umana quasi inaspettata. Quale sia l’oggetto dell’opera di Lionel Rogosin, la cui lunghezza si limita a 40 minuti quanto mai incisivi, è presto detto: una conversazione tra due amici, Amos Kennan e Rashid Hussein. Il primo, autore ed artista israeliano, legato alle posizioni del socialismo sionista, combattente per la Lehi prima e l’IDF poi; il secondo, poeta palestinese e profugo. Filmato una settimana prima dello scoppio della guerra dello Yom Kippur, è stato presentato – ça va sans dire, in versione restaurata – in un appuntamento pomeridiano all’Auditorium-DAMSLab, congiuntamente con Imagine Peace, documentario girato da Michael Rogosin, che di Arab-Israeli dialogue costituisce la doverosa integrazione. Qui di seguito, pubblichiamo la conversazione avuta con Michael Rogosin, il quale – assieme al fratello Daniel – si occupa da quindici anni di recuperare e diffondere la produzione artistica del padre.

 

Acciaio e poesia: un arabesco di corti georgiani

Un viaggio nel tempo e nello spazio, attraverso quattro cortometraggi che ci trasportano nella Georgia occupata dai sovietici. La selezione dei corti e il loro ordine sono un valore aggiunto di non secondaria importanza. Ad accomunare tutti questi lavori è un uso originale del montaggio sonoro, spesso asimmetrico rispetto all’immagine, o comunque manipolato per infondere emotività e significato alle opere. Gran parte del fascino e del significato che queste opere trasmettono è dovuta alla dialettica che si instaura fra esse. Potremmo ad esempio notare come alla progressione temporale, all’avvicinamento alla fine dell’URSS, coincida un atteggiamento sempre più ottimista, sognante, espressivamente complesso. L’arte si sostituisce al sudore, sembra suggerirci questa rassegna su una cinematografia nazionale ancora tutta da ritrovare.

Intervista a Denis Lotti

In occasione delle proiezioni al Cantiere Modernissimo degli otto episodi del serial I topi grigi (1918) di Emilio Ghione, abbiamo pensato di fare qualche domanda a Denis Lotti, docente di Studi sull’attore nel cinema all’Università di Padova e Caratteri del cinema muto presso l’Università degli Studi di Udine. Lotti ha dedicato le sue ricerche a Emilio Ghione, pubblicando nel 2008 la monografia Emilio Ghione, L’ultimo apache. Vita e film di un divo italiano. Ha inoltre concretizzato i suoi studi sul divismo maschile in Muscoli e frac. Il divismo maschile nel cinema muto italiano (2016). È, infine, protagonista del documentario Rai Sperduti nel buio (2014).

Musidora, tra mito e realtà

Per i personaggi come la diva in maillot noir sembrerebbe verificarsi un curioso fenomeno di presbiopia: più si avvicina lo sguardo a loro e meno sembra di conoscerli. La potenza di tale personaggio – e proprio di “personaggio” si può parlare, non solo di “figura” – risiede anche nella sua capacità di divenire il fulcro di una serie di attribuzioni di significato differenti. Oggi come allora, se si vuole osservare Musidora più da vicino non è possibile ignorare il senso e i valori che, anche inconsapevolmente, le sono stati assegnati nel corso del tempo. Ed è interessante notare come tali elementi siano, nella realtà odierna, piuttosto simili a quelli che le venivano ascritti cento anni fa. Musidora incanta e affascina ancora; la carica rivoluzionaria che esercitava a suo tempo viene percepita tutt’oggi, nonostante le eroine contemporanee siano ben diverse e nonostante le odierne eroine siano ben diverse e si relazionino in modo differente con gli spettatori; l’aura di mistero che la caratterizza e la circonda sembrerebbe essersi mantenuta intatta nonostante il trascorrere del tempo. 

“I topi grigi”: un miracoloso viaggio nel passato

Nel giugno di cento anni fa I topi grigi di Emilio Ghione invasero il labirintico e sotterraneo Cinema Modernissimo di Bologna: oggi, come quel giugno del 1919, ritornano sullo schermo riportati all’antico splendore dal restauro, facendo ancora una volta del Modernissimo la loro “tana” prediletta. Gli otto episodi, distribuiti in varie proiezioni giornaliere che coprono l’intera durata del Cinema Ritrovato, fanno il verso al binge watching contemporaneo, che da solitario diventa comunitario e condiviso e che, per questo, porta con sé una più imponente carica emotiva: ridere all’unisono, tenere il fiato sospeso. L’esperienza è democratica, tutti sono coinvolti allo stesso modo. La pellicola, nonostante i  – circa –  1200 metri mancanti,  rivela un fascino antico anche grazie alla chiarezza espressiva che si rende comprensibile a tutti senza l’uso delle parole. E rende noto al pubblico che nel racconto visivo, per capirsi, a volte il parlato è superfluo. La costruzione stilistica delle immagini è inoltre sancita dai chiaroscuri taglienti che restituiscono figure caricaturali e volti infossati: indimenticabile Ghione sullo schermo, emaciato, spigoloso e magnetico. I topi grigi non esisterebbero senza di lui.

Tra Pierino e Fellini: Alvaro Vitali, il trickster italiano

Che si dedichi a una grottesca imitazione di Fred Astaire o a fare il verso alla Gradisca durante l’intero pranzo nunziale, il personaggio di Vitali finisce per confondersi perfettamente con il giovanotto romano dal naso aquilino che lo interpreta. Non è un caso che il ballerino d’avanspettacolo in Roma si chiami proprio Alvaro e giù dal palco faccia, per l’appunto, l’elettricista: con un piede nel sogno e un altro costantemente premuto sull’uscio del reale, Fellini libera il potenziale comico e cinico di un attore che farà del vivere secondo natura il suo leitmotiv principale, e che permetterà ad altre porte di spalancarsi in maniera del tutto spontanea.  La carriera del trickster tutto italiano si è indubbiamente assottigliata, ma l’importanza impudente e provocatoria di Alvaro Vitali resiste – e co-esiste – insieme alla sua corporalità spudorata.

Jean Gabin, tra femmineo e realismo poetico

In effetti, nonostante La vergine scaltra, in cui sembra che i dialoghi rechino l’impronta del sodale di Carné, Jacques Prevert, all’epoca però convalescente, segni una svolta nella carriera stilistica di Carné, l’impressione che si ha guardandolo è che filmi i suoi attori lasciandoli andare, lasciando che la vita svolga il suo corso, dispiegandosi senza una fine definitiva. C’è del realismo in entrambi i film, o anche delle tracce di realismo poetico, se pensiamo al film di Clément, la cui storia è incentrata su un personaggio che rimanda all’idea di eroe tragico, il quale è continuamente destinato a essere sconfitto dal fato. In Le mura di Malapaga emerge inoltre volontà di portare sullo schermo la dura vita del proletariato, considerando il modo in cui viene rappresentata la quotidianità della cameriera Marta e di sua figlia.

Josette Andriot e Musidora, donne iconiche del cinema muto

Due nomi, due icone del cinema muto, due donne: Josette Andriot e Musidora. La seconda forse più conosciuta della prima, le due attrici sono le stelle dei film seriali polizieschi dei primi del Novecento. Entrambe, insieme a Pearl White, vivace e spericolata fotoreporter nel serial statunitense The Perils of Pauline, sono il simbolo di una nuova modernità femminile, che si contrappone all’identità di donne regressive come Mary Pickford o Theda Bara. Ma se per i surrealisti Musidora/Irma Vep era l’incarnazione delle fantasie oniriche dello spettatore, con tutta onestà, la tuta nera di Musidora e, perché no, quella di Josette Andriot, danno l’impressione di essere la pelle di donne nuove e inedite, pioniere di una femminilità ribelle e indipendente.

Intervista a Timothy Brock

In occasione della XXXIII edizione del festival del Cinema Ritrovato abbiamo pensato fare alcune domande al Maestro Timothy Brock, direttore e compositore specializzato nell’accompagnamento dal vivo di film muti e che dal 1999 si occupa di preservare e restaurare le colonne sonore dell’archivio Chaplin. In questi nove giorni di celebrazione del restauro e della passione per il cinema Brock dirige, per ben due volte, l’orchestra del Teatro Comunale. In questa edizione, per il cineconcerto in Piazza Maggiore de Il Cameraman di Buster Keaton, il Maestro ha composto una partitura, per poco meno di venti elementi, arricchita da passaggi musicalmente e sentimentalmente profondi e complessi.

1919, il prezzo delle proprie certezze

Non sempre è bene avere convinzioni inossidabili, perché potrebbe rivoltarsi contro di voi. Cosa fareste se vostra moglie vi tradisse per un altro? Il protagonista de La maschera e il volto (1919) non ha dubbi: ucciderebbe immediatamente la traditrice. Ancora più dura la lezione che ha dovuto imparare il Pubblico Ministero Brückner, grande sostenitore della pena di morte in Misericordia. Cosa fare se ad essere accusato è tuo figlio e non più un perfetto sconosciuto? Cosa ne sarà dei saldi principi di vendetta se in fondo ti senti responsabile per aver negato aiuto a tuo figlio quando ne aveva bisogno? Tante storie, un unico anno e un filo conduttore per ragionare sui diritti e sulle conseguenze di avere una forma mentis chiusa e reticente al cambiamento. La rassegna dei film del 1919 è stata un modo per parlare ancora una volta di attualità, di far ragionare attualizzando storie del passato che tornano prepotentemente attuali sotto gli occhi dello spettatore.

I western di Henry King e la crisi del sogno americano

Se si dovesse considerare la carriera di Henry King in termini solamente quantitativi,  sarebbe da record. Tuttavia, all’interno di questa vastissima produzione  i campi di prova dell’american director nei confronti del western sono stati relativamente pochi. Strano, verrebbe da dire, poiché la qualifica di King di regista-feticcio dello studio system e della golden age del cinema americano implicherebbe in qualche modo un più largo confronto con quello che André Bazin chiamava “il genere americano per eccellenza”. Genere attraverso il quale il cinema americano, più che in qualsiasi altro, ha definito il suo destino storico, il suo mito fondativo, delegando alle vicende del West una sorta di missione storica di definizione dell’ethos americano, che era carente di una grande tradizione letteraria quale invece quella europea o orientale. Spesso descritto come narratore del grande sogno americano, King ha saputo mettere in discussione quel mito, rappresentando eroi outsider che si misurano con le aspettative di una più o meno piccola comunità.

Sotto i cieli di Seul: l’epoca d’oro del cinema sudcoreano

Malgrado l’industria cinematografica in Corea nasca e si sviluppi rapidamente a partire dagli anni Venti del Novecento, solo alla fine degli anni Sessanta, e quindi dopo le alterne vicende storiche, la cinematografia sudcoreana si esprime compiutamente attraverso un gruppo di registi diversi fra loro ed estremamente talentuosi: Kim Ki-young, Yu Hyun-mok, Shin Sang-ok e Kim Soo-yong. A questa generazione di autori, veri e propri maestri, è dedicata la sezione “Sotto i cieli di Seul: l’epoca d’oro del cinema sudcoreano”, che raccoglie e presenta alcuni capolavori di un decennio segnato da uno straordinario rinnovamento sociale, politico e artistico. Si tratta di film che esplorano le possibilità del realismo, del racconto di genere o ancora dell’adattamento letterario, che riflettono alcuni riferimenti cinematografici lontani e precisi, tra cui spiccano i nomi di Rossellini, De Sica e Antonioni, costruendo allo stesso tempo l’estetica peculiare e composita del cinema sudcoreano