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“Nosferatu” cento anni dopo

Nosferatu possiede un linguaggio proprio e unico, che include molti espedienti tipici del cinema dell’orrore funzionali alle emozioni dello spettatore. L’utilizzo del jump-scare (nel momento in cui viene mostrato Nosferatu nella bara), il terrore verso ciò che non si può vedere (la peste), edifici diroccati (i magazzini del sale di Lubecca), magia oscura, bestialità, ignoto. Nell’opera, non c’è spazio per alcun aspetto religioso salvifico, completamente assente: il male si può sconfiggere esclusivamente grazie a un prezzo di sangue, un prezzo umano, terreno, magico.

“Il mistero delle cinque dita” al Cinema Ritrovato 2022

Ci troviamo davanti ad un horror con budget da B-movie che diventerà un cult nel tempo. Robert Florey, autore eclettico, gli conferisce un tono quasi espressionista, soprattutto nei momenti più visionari. Il mistero delle cinque dita è stato l’ultimo film di Peter Lorre alla Warner Bros. in un periodo difficile della sua vita e carriera: la dipendenza da morfina lo rendeva un attore con cui non era facile lavorare e le sue idee di sinistra non aiutavano di certo all’inizio della caccia alle streghe. Nonostante comparirà ancora in tanti film, questa in qualche modo può essere considerata una delle sue ultime grandi interpretazioni

John Landis talks!

Durante l’incontro, Landis si è espresso in maniera precisa sulla situazione attuale dell’industria cinematografica, gravata dagli effetti della pandemia e dall’avvento dello streaming: “Visto il recente successo al box office di film come Top Gun, si può sperare che si possa tornare lentamente all’abitudine cinematografica della sala. Come regista penso che un film debba essere visto non sul telefono o sul computer, ma in un vero cinema, assieme alle persone. Il pubblico è una degli elementi più importanti dell’esperienza filmica, perché l’emozione è contagiosa, e il cinema è soprattutto un evento comunitario”.

L’eroe di tutti. “Montand est à nous” al Cinema Ritrovato 2022

Il documentario di Jeuland riscostruisce il clima di contrapposizione della Guerra Fredda senza timore di essere smentito dalla sensibilità contemporanea: la scelta, sofferta, di Montand di partecipare ad una tournée in Unione Sovietica anche dopo i tragici fatti di Ungheria, viene mostrata come conseguenza necessaria di anni in cui la lotta ideologica imponeva una scelta di campo. L’utilizzo del cinegiornale sovietico del tempo ricostruisce anche gli attacchi che Montand e le personalità della sinistra subivano per le loro simpatie politiche. Al termine della tournée, Montand dirà di aver smesso di crederci, iniziando una revisione politica che gli farà prendere progressivamente le distanze dal Partito Comunista Francese.

“Cantando sotto la pioggia” e il miracolo collettivo

La nostalgia di Donen e Kelly per l’epoca d’oro di Hollywood è celata dietro personaggi che non affrontando reali difficoltà e che trovano nell’esibizione canora e danzata un modo per andare avanti. Il pubblico, straordinariamente entusiasta per riuscire a trattenere le proprie emozioni, finisce per applaudire alla fine di ogni numero musicale. Spettatori (cinefili e non e di tutte le età) abituati, rispetto alla sola televisione dell’epoca in cui uscì Singin’ in the Rain, ad avere accesso a diversi dispositivi tecnologici, utilizzati anche per guardare film pensati per lo schermo da sala, ma che hanno deciso di riunirsi in questa occasione per poter (ri)vedere il film mediante una fruizione più tradizionale. 

Inizio, fine e ritorno del Ventennio. “A noi!” e “Accuso Mussolini!”

A noi! (1922) e Accuso Mussolini! (1945) sono due documentari girati rispettivamente all’inizio e alla fine del Ventennio, che, apparentemente, documentano, fin dai titoli, il trionfo e la caduta del regime fascista. Non ci sono dubbi che il primo film del fascista Umberto Paradisi glorifichi la presa del potere da parte di Mussolini attraverso la Marcia su Roma.  Il secondo emerge più ambiguo nella sua posizione di condanna del regime. Certamente sia A noi! che Accuso Mussolini! esemplificano il potere della manipolazione dell’immagine che può portare a quella forma di “fascismo che affascina” su cui ci ha messo in guardia Susan Sontag.

“Blind Husbands” e la crisi della morale

In un contesto fortemente influenzato dalla morale americana e dall’impossibilità di accettare la fine di un rapporto matrimoniale, ecco giungere un punto di rottura proveniente da fuori, dall’Europa in cui Blind Husbands è ambientato. Da una parte abbiamo la morale puritana, dall’altra quella più libertina proveniente da fuori e che sta mettendo a rischio le basi della prima. Il personaggio interpretato da Erich von Stroheim rappresenta proprio l’altra morale, quella che negli Stati Uniti si cercava disperatamente di osteggiare.

“Blind Husbands”: l’esordio di un autore che tutti amavano odiare

L’esordio alla regia di Erich von Stroheim ottenne uno straordinario successo di pubblico, e resta l’unico film che l’autore riuscì a completare secondo la propria volontà. Ma è facile vedere le prime increspature dietro la superficie luminosa dei suoi scenari alpini. Ansioso di mettere a frutto l’attenzione maniacale per il dettaglio assorbita sui set di maestri come Griffith, Stroheim andava già trasformandosi nell’uomo che i produttori (e non solo il pubblico) avrebbero amato odiare, un talento tanto insostituibile quanto ingestibile e straripante.

In the Name of Soul. “The Blues Brothers” e l’abbattimento delle barriere

Ricca di una comicità rocambolesca e catastrofica, la pellicola si caratterizza però soprattutto per i cammei di grandi stelle della black music come James Brown, John Lee Hooker, Ray Charles, Aretha Franklin e Cab Calloway, irrinunciabili punti di arrivo e partenza per chiunque voglia approcciarsi alle sonorità afroamericane. Le loro esibizioni sono pietre miliari del cinema musicale tout-court: si pensi agli essenziali snodi narrativi rappresentati dai brani The Old Landmark, Shake A Tail Feather, Think o al virtuosismo vocale tipicamente nero di Calloway in Minnie The Moocher

“Deep Throat” ovvero come guardiamo un porno in sala oggi

Qualcuno ha scritto che questo film è un totem. E noi siamo totalmente in accordo con questa definizione di Deep Throat, il film che ha cambiato la storia del porno (o che ha tentato di farlo, anche se poi non è avvenuto, perché ancora oggi la pornografia è un ghetto), un film spartiacque capace di segnare in una immaginaria linea temporale della cinematografia non clandestina (ma legale) un Ante-Deep e un Dopo-Deep, il film che inventò il cosiddetto porno-chic (le coppiette andavano in sala mano nella mano a vederlo), il Via col vento del porno. Un film totem, un vero simulacro, che rappresenta l’essere stesso che è oggetto del culto: il porno.

“La regola del gioco” e la necessità di organizzare l’improvvisazione

Servono poco più di 20 minuti a Jean Renoir per rivelare La regola del gioco: ognuno ha le proprie ragioni. Sedersi al tavolo senza essere adeguatamente preparati o accettarne i meccanismi può risultare fatale, un po’ come accaduto al pubblico che ebbe la (s)fortuna di guardarlo nelle sale nel 1939. Su trentasette recensioni contemporanee all’uscita, quattordici erano ostili, sei ambivalenti, sei favorevoli con riserve e cinque quasi del tutto favorevoli. Messi di fronte ad una verità demistificata, talmente candida da essere bruciante, i critici e gli spettatori non accettarono di vedere il mondo a cui avevano tacitamente aderito privato di una incosciente edulcorazione.

Il western di Hugo Fregonese e gli abiti dell’eroe

Se dovessimo immaginarci un Manifesto programmatico del cinema di Hugo Fregonese, uno dei punti principali sarebbe il seguente: il passato e la morte sono la stessa cosa – e da tale cospirazione non si può mai fuggire. Cineasta argentino adottato da Hollywood nel 1950, regista vagabondo e irrequieto non a caso sempre a suo agio nell’ibridazione dei generi, nel corso del suo intervallo statunitense Fregonese ha misurato il suo nichilismo con l’immaginario del West, dando vita a personaggi dannati che paiono essere liberi ma che in realtà si trovano sempre di fronte a due sole scelte: la morte fisica o la morte identitaria.

“Cainà ovvero l’isola e il continente” al Cinema Ritrovato 2022

C’è un che di pioneristico nella delineazione del personaggio di Cainà, protagonista dell’omonimo film di Gennaro Righelli del 1922: la ragazza che vuole fuggire da una condizione familiare e sociale tradizionale, che vuole andare lontano perché “piena di nostalgia per una terra sconosciuta”, è una figura piuttosto atipica nel panorama cinematografico di quegli anni, dove i ruoli dei personaggi femminili erano polarizzati prevalentemente sul melodramma amoroso o sull’azione estremamente dinamica delle spie o delle sportive.

“Secrets of the World Industry – The Making of Cinematograph Film” al Cinema Ritrovato 2022

“Per il pubblico l’arte del Cinematografo è un mistero ed evoca la magia, ma è un procedimento scientifico che comporta vaste conoscenze e duro lavoro. Per inciso, è una delle prime industrie mondiali”. Con questa didascalia introduttiva si apre il piccolo film inglese di otto minuti Secrets of the World Industry – The Making of Cinematograph Film, una perla rara dedicata a chiunque sia appassionato di storia della tecnica del cinema. Un’occasione ghiotta per osservare un metodo di lavoro industriale che ad oggi è totalmente cambiato e che non tornerà mai più. Passo dopo passo, scopriamo le fasi di come funziona l’industria cinematografica nel 1922

“La terre” al Cinema Ritrovato 2022

Il Cinema Ritrovato segue ormai da anni il lavoro di restauro e riproposizione dei film di André Antoine, regista che forse più di tutti è riuscito a dedicare la sua produzione al naturalismo prendendo però spunto da opere letterarie note e canonizzate. La Terre di Émile Zola (1888) è qui un ennesimo spunto per rappresentare la vita contadina e la spietatezza degli uomini. Come in Italia il Mazzarò di Verga (La roba del 1880),

“Salomé” al Cinema Ritrovato 2022

Il motivo per cui Salomé è l’ultimo film prodotto dalla Nazimova Productions è rintracciabile nell’evolversi del linguaggio stesso del cinema, che nel 1922 richiede tempi e dinamiche più rapidi, maggiori cambi di ritmo e certamente una recitazione che si avvicini quanto più possibile alla realtà. Salomé sembra non adattarsi a questa svolta richiesta dall’industria cinematografica vigente: girato in un’unica location (verosimilmente in un teatro di posa), le inquadrature sono fisse, vi sono poche vere interazioni tra gli attori e le didascalie riportano fedelmente i passi dell’opera originale, senza subire un adattamento magari di maggior comprensione per un pubblico medio.

Equivoci e frastuoni. Commedie musicali tedesche 1930-32

Era l’inizio degli anni Trenta quando questi film vennero distribuiti nelle sale cinematografiche tedesche. Le loro allusioni, la leggerezza della trame e di conseguenza l’evasione dalla realtà che questi portavano agli spettatori, vennero giudicati male da tutta la politica dell’epoca, sia quindi dai nazisti che dagli oppositori. Cosa unisce i film Wer Nimmt Die Liebe Ernst?, Die Privatsekretärin, Ich Bei Tag und du Bei Nacht e Der Brave Sünder? Sicuramente le frivole storie d’amore, la musicalità, le scene di ubriacatura, gli imbrogli, gli equivoci e si potrebbe continuare. Tutti questi elementi sono al servizio di uno spettatore alla ricerca della leggerezza, del conformismo, ma senza rinunciare a una forma che in un certo qual modo può anche essere ricercata. 

“Gli invasori spaziali” e la fantascienza in giardino

Come per L’invasione degli Ultracorpi (1956), la messa su schermo di queste paure dovute alla guerra fredda, alla minaccia atomica, all’esasperato riflusso familista e suburbano del secondo dopoguerra, può essere letta paradossalmente come involontario atto di denuncia di quello stesso contesto culturale isterico. Fumettone del tutto privo della geniale costruzione orrorifica del film di Siegel, Invaders risulta comunque interessante in questo senso per il contrasto straniante – da melodramma alla Sirk o Ray – fra la crisi sociale ritratta e la sua confezione sgargiante, lussuosa per quanto lo permette il budget.

“Il diavolo in calzoncini rosa” al Cinema Ritrovato 2022

Cukor mette la sua anima di esteta al servizio di un genere che potrebbe sembrare agli antipodi della sua ispirazione classica, trovando la giusta mediazione tra il suo mondo patinato e melodrammatico e lo scenario ben diverso fatto di fuorilegge, sceriffi indiani e cowboy, polvere, fango e tanti cavalli, insomma frontiera e conquista del West. La mediazione è ottenuta raccontando la storia di una compagnia teatrale girovaga che attraversa il west indenne tra minacce di indiani (che sembrano più desiderosi di mettere le mani sui lussuosi abiti di scena piumati che altro) e la scorta di mercenari cowboy.

“Crime and Punishment” al Cinema Ritrovato 2022

Oggi Crime and Punishment incuriosisce soprattutto per aver segnato l’incontro (e un importante punto di passaggio) nelle carriere di Josef von Sternberg e Peter Lorre. In questo risiedono insieme il suo maggior interesse e un certo motivo di delusione, perché da due personalità simili non esce più che un solido melodramma a tinte non abbastanza fosche, che non prova neanche a lambire l’introspezione dostoevskiana, ma si accontenta di anestetizzarne gli aspetti più estremi per cautela nei confronti della censura.