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“Victor Victoria” a Venezia Classici 2019

Victor Victoria ha il pregio fondere come scrisse Franco La Polla: “il divertimento alla logica, o se preferite, trae dalla logica materiale il divertimento. Ed è questa la ragione della sottile quasi impercettibile insoddisfazione che coglie lo spettatore minimamente attento alla fine del film: la logica è logica e non c’è niente da ridere, i guai, i pregiudizi, le miserie delle regole sociali non hanno niente di comico, eppure noi abbiamo riso.”. E ancora oggi vedendo questo film ridiamo, nonostante la nostra cultura sia bombardata da contenuti al cui centro si trova il tema della libertà sessuale e il travesti non sia più una novità: è interessante notare quanto la libertà d’espressione del proprio corpo e il mutamento dei costumi dal 1982 siano ancora così statici.

Oggetto (inquieto) del desiderio

Rigore dell’enunciazione, eleganza dello stile, musica significante: il senso di Colazione da Tiffany è già contenuto, in tutta la sua unicità, nella scena iniziale, che fonde elementi narrativi e forme della rappresentazione in un discorso più ampio sull’universo delle relazioni e comportamenti umani. Il personaggio bizzarro di Holly Golightly si declina nel corso della storia come paradigma di ambiguità e fascino. Nell’essenza della sua inafferrabilità, Holly è resa in Colazione da Tiffany, allo stesso tempo, come oggetto del desiderio (quasi) irraggiungibile e come essere tormentato da una profonda inquietudine interiore. Se, da un lato, le mise firmate e ricercate, le acconciature perfette e il portamento soave e raffinato della Hepburn conferiscono al personaggio un’aura di riverente attrazione, dall’altro la sua condizione di solitudine, intrisa di vulnerabilità e desiderio di ribellione, è marcata dall’impiego di Moon River.

“Hollywood Party” per Cinema e Sessantotto

Hollywood Party è puro ritmo, divisibile in più tempi, che si avvia verso un crescendo vorticoso e frenetico per poi chiudersi quietamente. Una scansione temporale, metricamente perfetta, proveniente da una narrazione che procede per gag al cui centro c’è sempre Peter Sellers nei panni dell’indiano Hrundi, rispettoso e impacciato, che non riesce a trovare il suo posto nell’ambiente che lo circonda. Un personaggio che tenta di mescolarsi agli altri, ma che, non riuscendoci perché puro come un bambino, porta all’inevitabile collasso quel mondo: composto da gente fasulla ed irrispettosa, interessata solo al denaro, che Hrundi, per un disguido o per l’altro, smaschera continuamente. Si pensi ai parrucchini degli ospiti maschili alla festa ed alle parrucche indossate dalle donne: tutti mascheramenti che vengono svelati più volte (dal personaggio più “mascherato”).