Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

The anti-colonial gaze in ethnographic cinema: “Voyage au Congo” e “Marquis de Wavrin”

The ability of the camera to capture beauty and tell stories presented irresistible opportunities for many fields of research at the start of the twentieth century, including for ethnography, the study of people and cultures. Here was a tool to capture what the eyes of voyagers would marvel at as they explored exotic contexts rarely witnessed by Europeans, if not by conquerors – a tool which had the potential to challenge the perspectives set up by these colonizing powers. This gaze may be recognised in the work of two pioneering filmmakers featured in the Documents and Documentaries strand of this year’s edition of Il Cinema Ritrovato: Voyage au Congo (1927) by Marc Allégret, and the ethnographic films of Marquis Robert de Wavrin, explored in a new documentary by Grace Winter and Luc Plantier, Marquis de Wavrin. Du Manoir à la Jungle (2018).

“Ritornerà primavera” di Henry King al Cinema Ritrovato 2018

La Depressione continua a farsi sentire in quell’America provata e a cui continuano a bruciare le ferite che ancora non si sono rimarginate. Henry King decide quindi di incentrare la Ritornerà primavera su alcuni emarginati. I tre strambi protagonisti sono: Jaret Oktar un antiquario fallito, Morris Rosenberg un violinista orgoglioso che sperava di portare la sua carriera alle stelle andando a vivere a New York e Elizabeth Cheney una ragazza orfana senza storia. Il destino li fa incontrare e, grazie ad un uomo buono e onesto che li ospita nel suo capanno degli attrezzi, questi trovano un tetto sotto cui ripararsi.

“Una moglie in più” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

Il titolo di questa commedia firmata John M. Stahl potrebbe far pensare a un’ennesima, crepuscolare variazione sul tema del matrimonio, materia che il regista aveva dimostrato, nel corso della sua carriera, di padroneggiare tanto in toni mélo quanto in brillanti farse comiche. Una moglie in più, tuttavia, è soprattutto una commedia degli equivoci e delle false identità: quando un celebrato pittore viene scambiato per il suo maggiordomo, l’artista approfitta dello scambio di persona per godersi un po’ di pace lontano dalle costrizioni della vita mondana londinese, ma non ha fatto i conti con la valanga di complicazioni comportate da questo sadico giochetto. Una vicenda estremamente cara allo sceneggiatore Nunnally Johnson, che ne aveva già tratto due film muti nel 1912 e nel 1915 (entrambi intitolati The Great Adventure), e poi un sonoro nel 1933 (His Double Life).

“The Navigator” di Buster Keaton al Cinema Ritrovato 2018

1924: sei mesi dopo l’uscita di quello che è tuttora il suo film più famoso, La palla n. 13 (o Sherlock Jr.), Buster Keaton produce, dirige e interpreta The Navigator, insieme a Donald Crisp. 2015: parte il Progetto Keaton ad opera della Cineteca di Bologna, ovvero il restauro dell’intera filmografia dell’autore. 30 giugno 2018: la proiezione bolognese di The Navigator, con tanto di accompagnamento musicale dal vivo, è un successo di pubblico. 94 anni dopo la sua uscita, la gente continua a convergere verso le sale che lo proiettano e a divertirsi, nonostante la comicità si sia evoluta in altre direzioni per tutto questo tempo. Aggiungo, come testimone oculare di quanto scrivo, che in sala erano presenti dei bambini e degli anziani che ridevano allo stesso momento, tanto che era difficile distinguerli. Può sembrare una stupidaggine ma non lo è affatto.

“The Last Movie” di Dennis Hopper al Cinema Ritrovato 2018

Hopper è più radicale e trasforma un film Hollywoodiano in un’opera metadiscorsiva, un laboratorio in cui sperimentare nuove formule espressive. In questo senso la sua operazione ricorda l’opera di cineasti come Godard o Debord, ma la verità è che The Last Movie ha più affinità con il mondo della musica che con quello del cinema. Non bisogna dimenticare che mentre nascevano band come i Blue Cheer o gli MC5, Hopper esordiva come regista con Easy Rider, il film che più di tutti ha influito sull’estetica del neonato hard rock, fatta di giubbotti di pelle e motociclette. La musica di quell’epoca e The Last Movie sono inscrivibili nell’ambito della controcultura, della critica sistematica alle convenzioni borghesi e dell’accanimento cotro il consumismo. La processione che apre il film sintetizza bene tutta l’opera, in quanto viene mostrato un corteo trasportare la riproduzione di unna macchina da presa insieme a crocifissi e altre icone religiose, mentre una voce fuori campo annuncia “la mostra di bellezza dei film”.

“Napoli sirena delle canzoni” e “‘A santanotte” di Elvira Notari al Cinema Ritrovato 2018

Una completa immersione nelle atmosfere partenopee dell’inizio del secolo scorso: questo l’effetto della sonorizzazione dal vivo di due opere di Elvira Notari che il gruppo E Zézi ha offerto agli spettatori di piazzetta Pasolini nell’ultima, magica proiezione con lanterna al carbone di questa edizione del Cinema Ritrovato. In apertura di serata, la compilazione Napoli sirena delle canzoni (un collage di frammenti di film non identificati girati dalla Notari) ha mostrato al pubblico una parte dell’eredità che la prima donna regista italiana ci ha lasciato: vedute della città, momenti di una storia d’amore, riprese quasi documentaristiche degli strati sociali più popolari.

“Camilla” di Luciano Emmer al Cinema Ritrovato 2018

E’ il primo dei lungometraggi di Emmer non composto da episodi che si intrecciano. La pellicola venne inizialmente stroncata dalla critica di stampo cristiano, perché descriveva la situazione di una coppia convivente, ma non sposata (l’amico di Mario e la fidanzata). Anche se in questo film la narrazione si concentra sostanzialmente solo attorno al nucleo familiare, questo non significa che ponga l’attenzione su alcune figure a discapito della vicenda collettiva. In questo senso è molto importante la scelta dei nomi dei personaggi: Mario, Giovanna, Gianni, Andrea, Paola sono nomi comunissimi, che si dimenticano e si confondono facilmente. Ciò simbolicamente significa che Emmer, nonostante si concentri questa volta su un numero di elementi ristretto, non si esenta dall’aspetto di documento della società che caratterizza tutta la sua filmografia. 

“Il diritto di uccidere” di Nicholas Ray al Cinema Ritrovato 2018

La crudeltà di Ray ha di feroce soprattutto il disincanto nei confronti del mondo, rivelato non a caso attraverso il filtro di Hollywood. Oltre ad essere un capolavoro, Il diritto di uccidere è un meta-film – o se volete un film teorico – che ha per protagonista uno sceneggiatore alle prese con lo svogliato adattamento di un romanzo amoroso e con le indagini su un delitto che lo sfiora pericolosamente. Mai come qui non ci interessa fino in fondo sapere chi sia davvero l’assassino. Ciò che ci intriga davvero è capire perché, al di là degli alibi, mai non dovrebbe o potrebbe essere Humphrey Bogart. In sottotraccia c’è  il dramma di un ferito a morte (c’entrano i traumi postbellici? una delusione d’amore? oppure è solo incomunicabilità?) che si comporta in modo indecifrabile, mascherandosi dietro un sarcastico cinismo che vorrebbe mimetizzare un atroce dolore. 

“Ma vie en Allemagne au temps de Hitler” al Cinema Ritrovato 2018

“Voglio scrivere per non urlare nel silenzio della notte”: Ute Lemper – attrice e cantante tedesca da sempre impegnata nel ricordo dell’Olocausto – presta la voce alle tante testimonianze scritte che fanno da contrappunto alo scorrere delle immagini di Ma vie en Allemagne au temps de Hitler, documentario di Jérôme Prieur sui tedeschi fuggiti dal loro paese in seguito all’ascesa al potere di Adolf Hitler. Come spiegato durante la presentazione, dopo alcune letture di testimonianze sulla “notte dei cristalli”, Prieur ha voluto approfondire l’argomento studiando l’inchiesta di tre professori dell’Università americana di Harvard che nel 1939 avviarono un’indagine su cittadini tedeschi, per lo più di origini ebree, che erano fuggiti dal loro paese negli anni ’30

“Carosello napoletano” al Cinema Ritrovato 2018

Seconda ed ultima regia cinematografica di Ettore Giannini dopo Gli uomini sono nemici (co-diretto a quattro mani con Henry Calef), Carosello napoletano è l’effervescente commedia musicale riproposta nella sezione del Cinema Ritrovato “Napoli che canta”, in una nuova versione restaurata che omaggia la napoletanità e la magia del musical italiano. Vero e proprio atto d’amore nei confronti della città di Partenope, Carosello napoletano rappresenta un unicum all’interno della cinematografia italiana e, seppur non privo di richiami al tripudio coloristico di Vincente Minnelli e all’euforia coreografica di Stanley Donen, possiede la natura scanzonata e la leggerezza della commedia che scansa qualsiasi tentazione “strapaesana” per ricondurre il racconto entro i confini sfumati dell’opera funambolica, in bilico tra realtà folcloristica e sogno etnografico.

Cécile Decugis, montatrice e regista al Cinema Ritrovato 2018

Cécile Decugis è nota come montatrice della nouvelle vague (Truffaut, Rohmer, Godard), un mestiere storicamente svolto dalle donne perché più abili nel lavoro di taglia e cuci, che era proprio del montaggio in pellicola di un tempo. Ma non possiamo esaurire la sua figura con una sola definizione: Cécile era anche una regista, una docente rivoluzionaria alla Femis e un’attivista politica (viene arrestata perché aveva affittato a suo nome un appartamento per il dirigente della FLN). La rivoluzione la accompagna nella vita e nella professione, mai totalmente separabili. La sua produzione da regista si muove su due fronti: quello della finzione e quello del cinema del reale.

“Il padrino” di Francis Ford Coppola

Tra la fine degli anni Sessanta e il primo lustro dei Settanta comincia a prendere forma quella che diverrà la saga mafiosa italoamericana per eccellenza, che ogni persona al mondo ha almeno sentito nominare: la trilogia de Il Padrino, di Francis Ford Coppola. Precedentemente, nel cinema di genere statunitense, si era parlato perlopiù di personalità di spicco o astri nascenti nell’ambiente malavitoso, mentre Coppola fu uno dei primi a regalare al pubblico un affresco generale e verosimile di quella che è definita l’onorata società italoamericana newyorkese e non, disegnando il personaggio di Vito Corleone con lo stampo di Carlo Gambino, uno dei più scaltri e famosi padrini delle cosiddette cinque famiglie che controllavano la malavita nella grande mela. Era il 1972, e il primo capitolo dell’opera di Coppola inaugurava il gangster movie del cinema moderno, preparandosi a ricoprire un posto d’onore della cultura di massa e nella memoria collettiva delle generazioni future.

“Che fine ha fatto Baby Jane?” e la faida più famosa di Hollywood

1961: mentre fallisce l’invasione della baia dei Porci, e Viridiana di Buñuel vince la Palma d’oro ex aequo con L’inverno ti farà tornare di Colpi, è un altro argomento a polarizzare l’attenzione dei giornali di gossip americani: la prima – e destinata a rimanere unica –  collaborazione tra Joan Crawford e Bette Davis, note rivali ritrovatesi a condividere il set di Che fine ha fatto Baby Jane?. Le due attrici, raccontate dai giornali scandalistici come acerrime nemiche, rappresentavano i due antipodi dell’attrice hollywoodiana: la Crawford diva glamour dall’affascinante bellezza da femme fatale, la Davis una performer magnetica dal background teatrale.

“Il principe ereditario della repubblica” di Ioganson al Cinema Ritrovato 2018

“Una specie di strana, enorme dissolvenza incrociata: fra il muto che si va spegnendo lentamente e il sonoro che emerge”. La raffinata metafora di Giovanni Buttafava si riferisce a un periodo di transizione che dura almeno un lustro, grosso modo dall’inizio degli anni Trenta. Nell’Unione Sovietica di quegli anni, solo alcuni cinema dispongono dell’attrezzatura necessaria alla proiezione di film sonori, così continuano ad essere prodotti film in entrambe le modalità; in più si proiettano anche film muti sonorizzati e film sonori, per così dire, “ammutoliti”. Se, come ricorda Peter Bagrov, la registrazione del sonoro, sempre difficoltosa, comporta un irrigidimento nella recitazione e costringe gli attori a scandire le parole in modo macchinoso, al contrario, i film muti di quegli anni mostrano una straordinaria naturalezza e fluidità nella recitazione, proprio come accade in Il principe ereditario della repubblica. È però d’obbligo aggiungere che in questa deliziosa pellicola, dimenticata per anni, a risultare determinante è l’efficace direzione di Ėduard Ioganson, regista molto amato dagli attori per la sua abitudine di strutturare le scene in anticipo, provando prima delle riprese proprio come si fa in teatro.

“Mi ricordo, sì, io mi ricordo” di Anna Maria Tatò al Cinema Ritrovato 2018

Questo documentario sulla figura di Marcello Mastroianni fu girato nel luglio del 1996 durante le riprese di Viaggio all’inizio del mondo di Manoel de Oliveira, ultimo film interpretato dal grande attore italiano. È diretto dalla compagna Anna Maria Tatò ed è una lunga e intensa intervista durante la quale Mastroianni ripercorre gran parte della sua carriera e della sua vita. Tra divertenti aneddoti e dolci rivelazioni, Mi ricordo, sì, io mi ricordo è un ritratto esaustivo di Mastroianni, che vorremmo non smettesse mai di raccontarci di un cinema, di un mondo, per noi oggi così lontani.

“Divorzio all’italiana” di Pietro Germi al Cinema Ritrovato 2018

Laddove non c’è la possibilità di una separazione civile, l’unico divorzio possibile è una mascalzonata, un fare le cose alla maniera italiana, all’italiana. Eccola, la parola giusta. Non commedia italiana ma all’italiana. Il titolo del film di Germi era perfetto per identificare un filone umoristico tutto giocato sull’inadempienza, il fallimento e l’arte di arrangiarsi. Per dirlo con le parole di Maurizio Grande: “L’origine e l’impiego del termine sono spregiativi e proprio sulla falsariga tematica di Divorzio all’italiana stanno ad indicare un’attitudine di vita sociale negativa e una modalità ambigua del rappresentare sullo schermo quel vivere”.

“Getaway!” di Sam Peckinpah al Cinema Ritrovato 2018

Sam Peckinpah in Getaway! non perde tempo e sintetizza nella frenesia delle prime immagini – che stilisticamente enfatizza attraverso l’uso del freeze-frame – la vita che Doc, negatagli la buona condotta, è costretto a condurre all’interno del carcere. Fatta di giorni sempre uguali, che fra loro si confondono, di lavori sfinenti e di ricordi e fantasie che riaffiorano ossessivamente. Peckinpah, quando Doc è finalmente fuori dal carcere, mostra come il suo protagonista sia frantumato: da un lato i ricordi della sua vita, precedente all’arresto, lo perseguitano e lui dà le spalle all’occhio che lo osserva, ma dall’altro lato è possibile vedere nel suo volto, riflesso nello specchio, la sua voglia di ricominciare e voltare pagina. Quando le schiene di Doc e Carol sono allineate ed i loro volti riflessi si guardano, il patto che essi stabiliscono, con la macchina da presa, è quello di non tornare più indietro.

“Settimo cielo” di Frank Borzage al Cinema Ritrovato 2018

Settimo cielo è uno dei melodrammi americani tra i più noti, della fine degli anni Venti, e del suo regista Frank Borzage. Nonostante le avversità il volere di Borzage è sempre stato quello di voler fare trionfare l’amore. Un successo che il suo film, dopo quasi cent’anni, ha rinnovato in occasione del Festival del Cinema Ritrovato. Settimo cielo, capitato in una serata sfortunata, a causa delle condizioni meteorologiche, è riuscito comunque ad essere proiettato. Anche se ad acclamarlo non c’era la folla di Piazza Maggiore, la cornice dorata che il Teatro Comunale di Bologna gli ha offerto è stata comunque sorprendente. Il fascino delle file di persone in attesa per entrare, a riempire la platea e i palchi del teatro, e riuscire a vedere questo trionfo d’amore creasse un’atmosfera d’incanto. Così grazie alla partitura originale di Timothy Brock che, ha anche diretto l’Orchestra del Teatro Comunale, Settimo cielo è riuscito a prendere nuovamente vita.

“Mishima”: Paul Schrader e le ispirazioni pittoriche

Osservando il San Sebastiano di Guido Reni, sembra che le frecce conficcate sul corpo vergine del martire vi siano poste in realtà per ornamento e decoro, quasi non volessero rovinare col sangue la levigatezza della sua pelle, restando così quiete e delicate in un momento in cui alla sofferenza si sostituisce il piacere e al dolore l’estasi. Trattandosi di un trapasso fulmineo, il confine tra queste due condizioni è impercettibile e gli stati d’animo s’intersecano, rendendo difficile classificare il tipo di rappresentazione: distante dalle raffigurazioni passate, l’iconografia del Reni rende l’ambiguità di quest’anima ancorata alla terra e l’impeto soprasensibile del suo sguardo, ispirando una quantità innumerevole di artisti e letterati. Yukio Mishima è uno di questi, dimostrando il carattere anticonvenzionale del suo rapporto con l’arte e la vita – tra cui cercherà sempre di trovare un’armonia – fin dal suo primo incontro con l’opera del pittore bolognese.

“Come to the cabaret!”: le canzoni di “Cabaret”

In Cabaret l’inquietudine della Germania di Weimar perde qualsiasi tipo di connotato storico, riflettendosi sulla gestualità, i costumi ed il trucco dei personaggi all’interno del Kit-Kat, in quella che è a tutti gli effetti una rinuncia alla “supposta realtà” (come direbbe La Polla) a favore di un sogno meravigliosamente grottesco che si replica sempre uguale a se stesso, come sembra suggerire il maestro di cerimonie (Joel Grey). Un sogno che, allo stesso tempo, è uno slancio di disperata vitalità in cui Brian tuttavia non si rispecchia. In questo senso il film è spaccato a metà: quello che accade dentro il cabaret e quello che accade fuori. Un dualismo incarnato dall’inquieta figura di Sally Bowles, che preferisce al grigiore del mondo esterno l’altrettanto cupo ma pulsante di vitalità mondo del cabaret.