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“Il silenzio è d’oro” come opera morale e cinematografica

Il silenzio è d’oro René Clair realizza un’opera “morale”, nondimeno utilizza ogni componente cinematografica per aumentarne il valore artistico. Ironicamente (dati il titolo del film e la professione del protagonista) il regista investe proprio la musica di un ruolo particolare a fini narrativi. Come cambia l’atteggiamento di Emile nei confronti del violinista di strada in base all’umore derivante dall’evolversi della situazione con Madeleine, così lo sviluppo delle due storie d’amore è affidato ad un unico tema musicale di Georges Van Parys che si modifica in modi diversi a seconda della coppia: mentre nel caso di Emile si sfuma dall’esecuzione violinistica all’uomo che canticchia da solo osservando il ritratto incorniciato della giovane, il motivo si struttura a mano a mano che cresce la storia d’amore tra Madeleine e Jacques, passando da una esecuzione con violino solo ad un trio e infine ad una grande orchestra da ballo.

“Il silenzio è d’oro” di René Clair al Cinema Ritrovato 2018

Clair crea un ritratto encomiastico, velato da alcuni aspetti malinconici, di quella che è stata l’invenzione del suo secolo: il cinematografo. Mostra così, fin dall’inizio di Il silenzio è d’oro, le figure cardine del mondo del cinema sia quelle appartenenti ai decenni del muto – dall’imbonitore, all’accompagnamento sonoro e anche vocale, fino a “dettagli” come la luce naturale – sia quelle che, nel corso della Storia, si sono modificate: dall’operatore al regista (come responsabile che fa da “grande capo” a tutti), fino alla figura del produttore. Il produttore, che Clair sardonicamente mette in scena, è un uomo capace solo di lamentarsi, ma che sul set non ha alcun potere. Il cinema dopotutto è un’industria, ma quello che Clair vuole sottolineare – e che ancora oggi ha valore indiscutibile – è che al comando di quell’industria non c’è né il produttore, né il regista, e non ci sono neanche gli operatori di scena: il vero “capo” è il pubblico (passato, presente e futuro).

“Il silenzio è d’oro” di René Clair e il cinema come protagonista

In questa delicata dialettica si muove un film che raccoglie l’eredità di un certo cinema francese (fra tutti Epstein e Vigo), che si districa fra il realismo e la poesia, fra immanenza storica e trascendenza emotiva, senza che questi poli opposti collidano bruscamente. Non solo tempo storico, ma anche di resurrezione, celebrazione di un’epoca e speranza nell’avvento di una nuova, guidata dall’amore di due giovani sognatori. Due sono anche le Parigi, quella di inizio secolo, la più grande metropoli del mondo, con le luci degli spettacoli e dei caffè negli affollati boulevard, e quella del 1947, lacerata dalla guerra, su cui batte una pioggia che sembra non voler cessare. A raccontarle entrambe, tra nostalgia e speranza è la settima arte, perché il cinema è (sempre?) il protagonista dopotutto.

Le musiche originali di “Entr’acte” e “Rosita”

Il Cinema Ritrovato è piacere della riscoperta filmica, della visione del film in pellicola, del restauro colorimetrico. È anche riscoperta dell’esperienza cinematografica tout-court, di cui l’elemento musicale è parte fondamentale. La serata in Piazza Maggiore che ha visto protagonisti Rosita ed Entr’acte ne è un fulgido esempio, non soltanto perché i suddetti film sono stati fruiti nelle versioni restaurate, ma perché l’accompagnamento musicale dal vivo ha restituito agli spettatori anche la “colonna sonora” originale delle due opere.

“I due timidi” di René Clair al Cinema Ritrovato 2018

I due timidi (1928) è una piccola perla diretta da René Clair. Si tratta di una godibilissima commedia alla francese che racconta le gesta di Jules, giovane e introverso avvocato alle prese con le difficoltà che questa eccessiva timidezza gli creano. Alla sua prima udienza, il giovane entra nel pallone e fa dare al suo assistito Garadoux, accusato di violenza domestica ai danni della moglie, il massimo della pena.  Uscito di prigione e diventato vedovo, l’uomo si taglia la barba e cambia città iniziando a fare una sgradita corte alla giovane Cécile, complice anche la difficoltà del padre di lei a imporsi e dire di no a causa, anche qui, di una grande timidezza. Come nelle migliori delle tradizioni anche Jules si innamora della giovane e così Garadoux si ritrova a dover fronteggiare una presenza due volte sgradita: prima di tutto perché teme che Cécile si innamori di lui, secondo perché teme di essere riconosciuto facendo così tornare a galla il suo passato.