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Two American Noir Films at Cinema Ritrovato 2018

Only five years apart, we get two noir movies intertwined with romance. While in In a Lonely Place we get a classic black and white noir, in the projection of Stahl’s fragile print we get to see the first film of the same genre to be shot in technicolor. The first is Leave Her to Heaven, in 1945. Richard and Ellen meet on a train. She’s reading his book and is caught by the man’s resemblance with her beloved father. They later find out that they are headed to the same destination and it only takes a few days for the two to get married. In In a lonely place, the neighbors Dixton and Laurel are the star crossed lovers. 

“Una moglie in più” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

Il titolo di questa commedia firmata John M. Stahl potrebbe far pensare a un’ennesima, crepuscolare variazione sul tema del matrimonio, materia che il regista aveva dimostrato, nel corso della sua carriera, di padroneggiare tanto in toni mélo quanto in brillanti farse comiche. Una moglie in più, tuttavia, è soprattutto una commedia degli equivoci e delle false identità: quando un celebrato pittore viene scambiato per il suo maggiordomo, l’artista approfitta dello scambio di persona per godersi un po’ di pace lontano dalle costrizioni della vita mondana londinese, ma non ha fatto i conti con la valanga di complicazioni comportate da questo sadico giochetto. Una vicenda estremamente cara allo sceneggiatore Nunnally Johnson, che ne aveva già tratto due film muti nel 1912 e nel 1915 (entrambi intitolati The Great Adventure), e poi un sonoro nel 1933 (His Double Life).

“Femmina folle” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

Stahl è al solito molto sottile nel raccontare le interazioni umane, ma in questo vertice della sua filmografia (peraltro gratificato all’epoca da un abbondante successo) raggiunge anche l’apogeo della sua complessità: in superficie si pone davanti al pubblico come il paladino della morale corrente, invitandolo a rifuggire le passioni sconsiderate e a preferire le donne modeste e posate a quelle egoiste e accentratrici. Sotto la scorza del letterale, però, adotta un punto di vista ondivago e ambiguo: a tratti è con Ellen contro gli altri che la vogliono ingannare (e, con una stoccata, il finale ci confermerà delle sue buone ragioni) e a tratti è con le vittime della sua febbrile smania affettiva. Per lo spettatore, in lotta contro se stesso sui due lati della barricata, non può esistere vero sollievo.

“Sergente immortale” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

Se i melodrammi diretti da John M. Stahl si distinguono per i loro toni pacati e limpidamente composti, le sporadiche incursioni del regista in altri generi non fanno che confermare la sua avversione per un’epica chiassosa e roboante, a vantaggio di una vena elegiaca piuttosto feconda: così, quando nel pieno della Seconda Guerra Mondiale la 20th Century Fox gli commissiona un combat movie di propaganda anti-nazista, Stahl schiva saggiamente l’epopea collettiva, e vira il suo canto patriottico nella parabola individuale di un intellettuale chiamato suo malgrado ad assumere il comando di un manipolo di commilitoni. La guerra e le sue atrocità non entrano mai veramente in campo in questo film di sopravvivenza, incentrato su un gruppo di soldati britannici che, partiti in una missione di ricognizione, subiscono un attacco aereo e si ritrovano dispersi nel deserto nordafricano.

“Vigilia d’amore” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

Vigilia d’amore inizia e si sviluppa per una buona metà come commedia romantica, con una sceneggiatura di Dwight Taylor imperniata su dialoghi brillanti e ottime battute, e una coppia di attori in auge in quel periodo come Irene Dunne e Charles Boyer (peraltro interpreti lo stesso anno anche di Un grande amore di Leo McCarey). Poi però, improvvisamente, dopo aver inanellato una serie di tòpoi del genere come l’incontro casuale e improbabile, la passeggiata notturna, e il giro sulla barca a vela di lui, ecco che Stahl inserisce un angosciante uragano a Long Island e a ruota un confronto drammatico fra i due protagonisti, ormai innamorati, sulla realtà delle loro vite. Le ambientazioni di Stahl si fanno oscure, avvertono chi guarda di una dissonanza in atto, ed esteriorizzano un pathos che forse non è altrettanto ben rappresentato a livello di interazione fra i suoi personaggi.

“Il richiamo dei figli” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

È il 1931. Nonostante il generale oblio che circonda oggi la sua figura, John M. Stahl è un professionista affermato: si è faticosamente costruito una reputazione nell’epoca del muto, e con il suo secondo talkie, Il richiamo dei figli, avvia un’ideale trilogia destinata a completarsi entro il 1933 con La donna proibita e Solo una notte. Tre foschi melodrammi sulle contraddizioni della vita matrimoniale, tre storie di relazioni adulterine che di lì a poco, causa introduzione del codice Hays, sarebbero uscite dal rappresentabile del cinema hollywoodiano. Per molti anni a venire l’abbandono del tetto coniugale non sarebbe più stato raccontato con toni tanto scevri di moralismo: in questa vicenda di abnegazione femminile l’occhio compassionevole di Stahl si posa con uguale empatia sulla moglie abbandonata e sulla giovane amante, e si astiene astutamente da qualsiasi condanna perbenista alle sue due splendide protagoniste.

“Il verdetto” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

John M. Stahl anticipa di quasi vent’anni la presenza femminile nella giuria di un tribunale di New York (avvenne nella realtà solo nel 1937) e si interroga fin dalla discascalia iniziale sull’opportunità di una tale ipotesi. Argomenta sul tema con brio e capacità di intrattenimento, sfruttando con arguzia lo stereotipo “donna emotiva/uomo razionale”: mostra una Grace incerta e lacerata dal vedere alla sbarra un imputato dall’aria tenera, cui la vittima ha in passato causato grande sofferenza, e la fa intuire probabilmente incapace di giudicarlo con obiettività; sotto sotto però già si compiace del colpo di scena finale che ha in serbo per gli spettatori, e che li porterà a uscire dalla sala con qualche certezza di meno di quante ne avessero prima.

Jonathan Rosenbaum on “Imitation of Life”

John Stahl’s original adaptation of Fannie Hurst’s then-current (1933) novel was conservative, but because the Depression was a far more progressive period than the conformist 1950s, it comes across today as considerably more enlightened. The black cook who moves in with the white heroine – Delilah (Louise Beavers) in the original, Annie (Juanita Moore) in the remake – is not really an equal, but at least she’s a business partner, and the film’s title is perhaps best illustrated by her manufactured smile, delivered on request to create an advertising logo for her pancakes. Her light-skinned daughter who passes for white is significantly played by a black actress (Fredi Washington) instead of a white one (Susan Kohner in the Sirk), and her mother is noticeably blacker, making the existential terms of the debate far more stark and honest. 

“Lo specchio della vita” di John Stahl al Cinema Ritrovato 2018

Sembra impossibile, oggi, parlare della versione di Lo specchio della vita di Stahl senza innescare un paragone costante con il ben più noto rifacimento di Douglas Sirk. Lo stile, la poetica lo sguardo di questi due cineasti non potrebbero essere più differenti: il primo discreto entomologo dei sentimenti umani, il secondo maestro del manierismo a tinte forti (letteralmente, poiché Sirk fa proprio dei toni primari e dei cromatismi sgargianti una cifra espressiva inconfondibile). Ma non si scambi la pacatezza di Stahl per algido cinismo: come i precedenti La donna proibita e Solo una notte, Lo specchio della vita è prima di tutto un melodramma straziante, in cui si consuma per l’ennesima volta una storia di sacrificio e di donne – innamorate (e libere dalle costrizioni del codice Hays) nei primi due film, madri prima di ogni altra cosa nell’ultimo.