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Spike Lee e la new black wave

L’odierna produzione americana vede una sempre più fiorente circolazione di opere inerenti il difficile rapporto tra bianchi e neri su territorio nazionale. Ma se un tempo il punto di vista era quasi esclusivamente quello maggioritario (eccezion fatta per pochi autori che sono riusciti a raggiungere un pubblico crescente e eterogeneo, pur se con risultati altalenanti e comunque non duraturi), oggi nomi quali Lee Daniels, Dee Rees, Barry Jenkins, Ava DuVernay e Jordan Peele sono solo i più noti della new black wave, un ampio gruppo di registi neri riconosciuti e premiati a livello internazionale. Autori che partecipano a festival e riempono le sale con film finalmente sdoganati dal circuito elitario; sono eredi più o meno diretti dell’opera di Spike Lee apripista di una nuova coscienza artistica, etica e al contempo innovatrice nei contenuti quanto nello stile.

La versione di Spike Lee

La cinematografia statunitense assume un ruolo rilevante nella creazione dell’immagine del nero, non solo nella produzione indipendente afroamericana ma anche e soprattutto in quello bianco hollywoodiano, dove è ancora più evidente il lento e faticoso processo di distacco dagli stereotipi attribuiti alla minoranza secoli prima, poi modificatisi seguendo l’evoluzione dei contesti socioculturali nel corso del Novecento. È negli anni Ottanta che si assiste alla riaffermazione, tra gli intellettuali afroamericani, di un “orgoglio nero” e si attesta la necessità di un urgente dialogo tra le parti in causa. In tale prospettiva si indirizzano i giovani registi del New Black Cinema, di tendenza prevalentemente indipendente, tra cui emerge Spike Lee, l’unico capace di raggiungere il grande pubblico americano ed europeo con film “neri”, dove la realtà contemporanea della sua comunità è raccontata in maniera esplicita, dignitosa ed energica, rispettosa, spesso critica.

La musica di “BlacKkKlansman” dai Seventies a oggi

Componente essenziale di tutto il cinema di Spike Lee, la musica assume funzione rilevante non solo a sottolineatura emotiva delle immagini quanto facendosi, piuttosto, loro parte integrante da cui sono arricchite di significati altri sottesi dai brani a essi associati. Non fa eccezione la colonna sonora di BlacKkKlansman che esprime la divisione tra due identità a confronto e ricrea il clima culturale tipico dei seventies in cui il film è ambientato. Da una parte il funky soul di Cornelius Brothers & Sister Rose (Too Late to Turn Back Now) o The Temptations (Ball of Confusion), dall’altra l’odierno country revivial di Beth // James (Lion Eyes) e il southern rock di R.J. Phillips Band (Freedom Ride) e Looking Glass [Brandy (You’re a Fine Girl)].

“BlacKkKlansman” tra educazione e intrattenimento

Sfruttando la formula dell’edutainment (educazione + intrattenimento) statunitense già impiegata in Malcolm X, Lee cerca di raggiungere un ampio pubblico con un prodotto didattico nella forma, ma decisamente personale nei contenuti. Partendo dalla vicenda reale di Ron Stallworth – poliziotto afroamericano che negli anni Settanta si infiltratò nella cellula del Ku Klux Klan di Colorado Springs – Spike ribalta i canoni tradizionali del buddy movie interrazziale, in cui il bianco è la mente e il nero il braccio, sviluppando una riflessione sull’identità, declinata in svariate forme. Identità affermate (il Black Power e il White Power); negate (la volontà dei primi di manifestare con orgoglio la propria natura finora repressa e il sistematico, violento ostruzionismo dei secondi); celate (l’immagine aperta e tollerante che il leader David Duke dà dell’Impero invisibile).