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“Still Recording” e la battaglia per il ricordo

Saeed e Ghiath si interrogano proprio su questo ruolo e sulla ormai chiara precarietà della loro posizione nella società, in quanto artisti, riflettendo sul modo in cui l’arte si può definire tale in tempi di guerra e rivoluzione e, implicitamente, anche sull’impatto che la suddetta ha sugli uomini e le donne nella concitazione di questi momenti. E per questo, guardando il loro film, si ha l’impressione di assistere alla simultanea e collettiva realizzazione di un manifesto, generazionale ma soprattutto politico, nella sua accezione più autentica e integra. S’impugna la videocamera contro la battaglia per il ricordo, per mantenere vive identità e memoria, come il poeta che nel Lager ripeteva il XXVI Canto dell’Inferno e lo scrittore che diventa tale esclusivamente per testimoniare: e non far morire lo scrittore, o il cameraman, è l’unica e possibile ragione di vita.