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“Noi” e le domande che vale la pena di porsi

Il film girato come fosse un home movie, piazzando la telecamera come terzo incomodo in qualunque occasione di ritrovo della famiglia Valabrega, riprende con naturalezza e verità momenti intimi, ricordi, confessioni, liti, viaggi, maratone. L’occhio della telecamera coincide con quello di una dei protagonisti della storia, Benedetta Valabrega (la regista), la più giovane di tre sorelle, discendenti di una famiglia di ebrei deportati ad Auschwitz. I suoi bisnonni, Leone e Anita Valabrega, nel settembre del ‘43, all’indomani dell’Armistizio, imposero ai figli di andar via da Roma per fuggire dai nazisti: in seguito i genitori caddero vittime dell’olocausto, mentre Ugo (22 anni) e Bruno (16 anni) riuscirono a mettersi in salvo, in una fuga a piedi da Roma a Napoli dove incontrarono gli Americani.

Visioni italiane 2019: un bilancio

Nella conferenza stampa di apertura, la promessa era che questa edizione del festival avesse come particolare obiettivo quello di far emergere le varie modalità di espressione che compongono la nostra cinematografia, la maggior parte delle quali non trova una propria collocazione all’interno del mercato. A manifestazione conclusa, possiamo tranquillamente affermare come queste premesse siano state rispettate, consci di avere una visione più lucida e veritiera delle forze operanti nel nostro paese. La varietà dei linguaggi è stata certamente la cifra che ha caratterizzato la sezione principale del festival, dedicata ai corti ed ai mediometraggi di finzione, in cui è stata racchiusa un’eterogenea moltitudine di generi, forme e tematiche. Una varietà che trova la sua adeguata esemplificazione nell’eterogenea gamma dei film premiati dalla giuria principale (composta da Stefano Consiglio, Leonardo Guerra Seràgnoli, Federica Illuminati, Guido Michelotti ed Alice Rohrwacher).

“The Fifth Point of the Compass” e l’appartenenza perduta

Martin Prinoth racconta una storia a lui molto vicina, quella di Markus, suo cugino, nato in Brasile nel 1985, anno in cui crollò la dittatura militare e le frontiere si aprirono ad adozioni internazionali selvagge ed irregolari. Dal 1980 al 1990 circa diciannovemila bambini abbandonarono il Brasile senza quasi lasciare traccia. Tra questi c’erano anche Markus e suo fratello George che furono adottati da una famiglia di Ortisei, paesino di montagna in Val Gardena sulle Dolomiti. La vita dei due bambini trascorse felice grazie alle amorevoli cure della famiglia adottiva, ma non senza difficoltà di integrazione dei due brasiliani in un contesto sociale piuttosto chiuso e arcaico, dominato dalle ideologie autonomiste di partiti come la Stella Alpina, oggi vicini alla Lega Nord.

“Likemeback” e la sofferenza sottile

C’è, nell’opera seconda di Leonardo Guerra Seragnoli dopo Last Summer, l’intento evidente di un racconto morale che vuole farsi anche insight generazionale. E, nonostante qualche schematismo di troppo, Likemeback riesce nei suoi intenti in maniera convincente e sottilmente dolente, con un senso di angoscia che non abbandona neanche dopo ore dalla visione. E ci riesce soprattutto perché rifugge dalla facile rappresentazione dei device elettronici come l’origine di ogni male, e li usa invece come catalizzatori e detonatori di un malessere esistenziale che sarebbe lì in ogni caso, connaturato in qualsiasi essere umano sulla soglia dell’età adulta, senza ancora un posto nel mondo.

“In questo mondo”, fuori dal mondo

Riconnettersi col primordiale, conoscere la bestialità dell’uomo e l’umanità delle bestie. Scendere a patti con la natura, sublime e misteriosa. Amarla tutta e renderla casa. Essere donne e madri del mondo e rispettarlo, lontane dalla vita cittadina, immerse nel silenzio affettato delle montagne con le mandrie e il loro belare come unico compagno sonoro. Tutto questo e molto di più è In questo mondo, l’opera prima di Anna Kauber, evento speciale del Festival Visioni Italiane 2019. Il documentario ci guida nell’atipica e sconosciuta realtà delle donne pastore italiane. Attraverso un viaggio lungo due anni e migliaia di chilometri affrontati, lo sguardo presente/assente di Kauber mostra una vita rurale, in via di estinzione, che non fa sconti, pregna di vita e morte, di sangue, liquidi e materia viva, spesso putrescente ma per questo incredibilmente potente.  

Il ritorno di “Totò che visse due volte”

Nel 1998 esce in sala per la prima volta Totò che visse due volte di Daniele Ciprì e Franco Maresco. Ventuno anni dopo, grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio de L’immagine Ritrovata con la supervisione del direttore della fotografia Luca Bigazzi e promosso dalla Cineteca di Bologna, il film torna in sala come evento speciale del festival Visioni Italiane. A presentarlo c’era Franco Maresco insieme al direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli. La prima volta che Totò che visse due volte venne presentato in sala, come ricorda Maresco, c’era solo Ciprì, così per questa seconda vita del film anche lui ha avuto l’opportunità di introdurlo. Totò che visse due volte è stato l’ultimo film su cui si è abbattuta la censura, vietandone in principio la visione a tutti e poi limitandone la visione ai maggiori di diciotto anni.

Storia mirabolante di “Felix Pedro”

Una storia incredibile, che il cinema non ha ancora saputo esaltare in un grande biopic, e Muran scandaglia con spirito analitico, seguendo lo stesso gusto dell’avventura del suo eroe: convoca studiosi per contestualizzare la figura nella sua epoca, si sposta in Alaska per incontrare chi oggi abita i luoghi segnati dal passaggio di Pedro, costruisce una rete narrativa costituita da inserti grafici e innesti teatrali (dovuti a Giorgio Comaschi, già al centro dello spettacolo Il mistero di Felix Pedro) sulla voce in prima persona di Pedroni. Al cinema chiediamo anche di poter scoprire storie sotterrate dal tempo, salvandole dall’oblio per esaltarne la potenza evocativa: e Felix Pedro riesce a farci appassionare ad un personaggio così mirabolante.

“L’uomo che comprò la Luna” alias Sardigna in su core

L’uomo che comprò la Luna vuole descrivere quel legame intimo e unico che il popolo sardo ha con la propria isola. Una terra che, in qualche modo, forgia l’anima del suo popolo e lo modella. Una terra che, come scriveva Grazia Deledda, “è l’anima nostra, il nostro carattere, tutto ciò che vi è di grande e di piccolo, di dolce e puro e aspro e doloroso in noi”. Come per magia, Paolo Zucca sembra riprendere queste parole e trasformarle nella settima arte. In modo ironico e nostalgico, L’uomo che comprò la Luna ci svela in parte quel mistero che da sempre avvolge la meravigliosa e incompresa terra sarda.