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La critica, Duvivier e Simenon

Non facile il rapporto tra la critica e Julien Duvivier, come dimostra l’antologia che dedichiamo a “Panique”, per il percorso su Simenon e il cinema proposto da Cinema Ritrovato al cinema. Ma secondo Chabrol: “Duvivier era diabolicamente abile. Aveva un ‘ottimo senso del ritmo, della colonna vertebrale’, del film che ‘sta in piedi’. Era molto bravo a descrivere con grande precisione e naturalezza gli ambienti. Su Duvivier si sono dette delle gran stupidaggini, del tipo: ‘non è un Autore’, ‘non ha un suo mondo’… Il suo ‘mondo’, la sua concezione della vita emergono chiaramente in film come Panique: la nostra è un’epoca di assassini, ecco la sua filosofia. E lui non faceva dell’ironia (come me), era davvero pessimista. Per me è un autore che non si è mai proclamato tale”.

 

“Panique” tra Georges Simenon e Julien Duvivier

Con la distribuzione di Panique di Duvivier cominciamo a riparlare di Simenon al cinema, un rapporto che si arricchisce di nuove interpretazioni e valutazioni ogni qual volta si torna a mostrare i molti film tratti dalla torrenziale bibliografia del maestro. In questo caso di affidiamo alle parole di James Quandt, di Criterion.  “Ispirato a un evento di cui era stato testimone l’autore belga, quando, giovane giornalista a Liegi, vide un gruppo di ubriachi rivoltarsi contro un uomo accusato di essere una spia tedesca e inseguire l’innocente su un tetto, chiedendo a gran voce “un’esecuzione sommaria”, il romanzo breve di Simenon e poco più di un canovaccio per Duvivier, e le molte libertà che il regista e il suo sceneggiatore, Charles Spaak, si prendono rispetto al libro ne trasformano il tono dal meramente pungente all’insistentemente acido”.

Cinema Ritrovato 2017: “La Fête à Henriette”

Julien Duvivier, il regista di questo incredibile La Fête à Henriette, conta sempre più seguito fra i cinefili, ma ad oggi nè l’uno nè l’altro sono quel che si dice di grido. Il gioco a incastri metacinematografico di Henriette inizia fin dai titoli di testa, con una sfilza di punti interrogativi nei credits, e subito all’autoironia di Duvivier si sovrappone il gelo che non può non cogliere l’aficionado nel vederli campeggiare al posto del suo nome.