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Chi sbanca il tavolo è l’Autore. I 25 anni di “Casinò”

Quasi tre ore di durata, trenta minuti in più di Quei bravi ragazzi e trenta in meno di The Irishman: Casinò, sedicesimo lungometraggio di Martin Scorsese uscito esattamente un quarto di secolo fa, fino al 2019 è il capitolo finale della trilogia della malavita dell’autore newyorkese, cominciata nel 1973 con Mean Streets e proseguita nel 1990 con Quei bravi ragazzi. Fino all’anno scorso, appunto, perché l’arrivo del funereo The Irishman ha sparigliato le carte della filmografia di Scorsese, sottraendo proprio a Casinò l’insegna di riflessione ultima del regista sul mondo dei gangster, ed allontanandosi in modo radicale dal consueto approccio scorsesiano alla materia. Venticinque anni dopo e al cospetto dello strappo in avanti di The Irishman, l’importanza e la bellezza di Casinò sono intatte e rinnovate.

Venerati maestri del cinema contemporaneo

A chiusura del 2019, approfondiamo il tema dei “venerati autori”. I grandi cineasti della vecchiaia. In fondo è stato comunque l’anno dei maestri, aperto dalla lectio magistralis più anarchica: quella di Clint Eastwood (quasi novant’anni, ma chi ci crede?), il corriere che continua a dirci che non esiste un mondo perfetto. Ciclicamente promette che non tornerà di nuovo in gioco: e quando pensi che sia l’ultima volta, sfoderi la retorica del testamento, ti consoli nel ritrovarlo dietro la macchina da presa… ecco che ritorna. E poi Allen, Avati, Bellocchio, Leigh, Polanski, Scorsese, e altri. 

“The Irishman”, old men and some guns

Come Quei bravi ragazzi e Casinò, The Irishman è una storia di mafia e di uomini di mafia, come in Quei bravi ragazzi e Casinò affidata al racconto al passato del suo protagonista, rivolto apertamente alla macchina da presa. Diversamente da Quei bravi ragazzi e Casinò, e oltre quei due precedenti straordinari film -ben oltre la vibrante confessione in aula del traditore Henry Hill in Quei bravi ragazzi (“da che mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster”), e nelle immediate vicinanze del laconico “e questo è quanto” che concludeva la riflessione di Ace Rothstein in Casinò – la storia di mafia di The Irishman è scarna, dimessa, spogliata di qualsiasi mitologia da malavita. Come scarno e dimesso, privo di esibizionismi ed entusiasmi, è il Frank Sheeran di De Niro.

“The Irishman” e il tempo della Storia

Il tempo della storia si dispiega passo passo, invade ogni inquadratura, ed è il vero protagonista e il punto di vista primo e ultimo del film. Il tempo che trascorre inesorabile e senza emozioni sullo schermo e quello che è trascorso nella realtà, nascosto dall’impressionante ringiovanimento digitale dei protagonisti ma impossibile da cancellare dai gesti, dagli sguardi, dai corpi degli attori. Una scelta folle e meravigliosa che si carica di significati, canto del cigno di un cinema e di una generazione e disperata dichiarazione sullo spietato avanzare degli anni. Tutto sparisce, tutto viene dimenticato, niente ha più importanza. Hoffa, santo e mafioso, famosissimo “come Elvis negli anni ’50 e come i Beatles nei ‘60” diviene solo una figurina sbiadita in una foto in bianco e nero, irriconoscibile per le nuove generazioni.

“The Irishman” e la vertigine del canto funebre

Non c’è etica e non c’è epica: non c’è niente di affascinante in chi ha scelto il male perché gli altri posti erano occupati o più scomodi, non c’è la mitologia degli angeli caduti costretti alla criminalità per colpa di una società ostile, non c’è nessuna attrazione verso corpi anziani ringiovaniti artificialmente grazie a miracolosi effetti speciali. E se i volti di Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci ritrovano giovinezze perdute, i movimenti sono già quelli incerti di coloro che hanno visto scorrere troppo sangue. Spingendosi nei territori di Robert Zemeckis e Steven Spielberg dove la tecnologia è al servizio dell’umanismo, Scorsese alza la posta e porta il cinema ai confini del possibile, (re)inventando, per questo film fortemente desiderato, un passato impossibile al fine di produrre qualcosa che ai nostri occhi sembra davvero impressionante.

“New York New York” a Venezia Classici 2019

Nell’anno successivo all’ormai leggendario Taxi Driver (1976) – opera seminale che intercettava il clima tumultuoso della New York degli anni Settanta restituendone un affresco sordido ed ombroso – Martin Scorsese porta nuovamente in scena la sua città natale, neutralizzandone la violenza espressa dal lungometraggio precedente e adibendola a romantico sfondo di una tormentata storia d’amore. Nella tempesta di forze revisioniste che nello stesso decennio animavano la rivoluzione della “New Hollywood”, anche il musical, genere d’evasione per eccellenza, non poteva rimanere esente dalle influenze propagate dagli innovatori del cinema americano. Quella di Scorsese, quindi, non può essere una patinata parabola volta al lieto fine, alla restaurazione di uno status quo confortante minacciato da forze ostili. Anche il musical viene problematizzato, gli archetipi classici subiscono uno scardinamento e la certezza del trionfo da parte dei buoni sentimenti viene minata dalla cinica incursione di una brutale realtà.

La decostruzione di un mito sfuggente. Il recupero scorsesiano della Rolling Thunder Revue

In un panorama contemporaneo dove la riflessione sull’autenticità dell’informazione coagula buona parte del dibattito pubblico, neppure l’ultimo lavoro di Martin Scorsese, dedicato alla Rolling Thunder Revue, è potuto uscire indenne da un severo fact-checking dei suoi critici: sono bastate le prime avvisaglie di palesi incongruenze con la vulgata dylaniana a far nascere un florilegio di articoli dedicati ad elencare le fake stories della narrazione documentaria, quasi nel tentativo di restituire – di contro – una nitida occhiata del tour di “His Bobness”. La caccia alla bufala è quindi divenuta un piacevole giochino per ogni appassionato, rischiando tuttavia di lasciare inevase le domande sul motivo di una scelta di questo tipo: domande non ancora poste all’autore newyorkese, il quale – dal canto suo – si è limitato ad una sibillina video-intervista pubblicata da Netflix in occasione dell’uscita del film.

“Rolling Thunder Revue” di Martin Scorsese e il camouflage del documentario

Proprio per contribuire al velo di mistero che da sempre avvolge il menestrello di Duluth, Scorsese camuffa la realtà, introducendo nella storia personaggi inventati: Van Dorp, il regista che tenta di realizzare un film sul tour non è mai esistito e la testimonianza di Sharon Stone è pura fantasia. Il produttore del tour, anch’esso un personaggio fittizio, diventa invece il villain di turno, che preferirebbe trasformare il Rolling Thunder Revue in una macchina da soldi, piuttosto che in un’esperienza intima e riconciliante. Il tour di Dylan – come è lui stesso a dichiarare sul finale – fu finanziariamente disastroso. Ma dal punto di vista umano divenne un trionfo. Il musicista donò ai giovani quello che cercavano: un senso di comunità e di unione nel quale ritrovare se stessi. 

“Hugo Cabret”e il prodigioso giocattolo rotto

Se già di per sé l’automa è un oggetto misterioso (non a caso nel film cela il segreto di Méliès), non stupisce la scelta di attribuirgli il sorriso più enigmatico della storia dell’arte, ovvero quello della Gioconda di Leonardo. Questo è forse uno dei pochissimi esempi in cui il sorriso di Monna Lisa (o di chiunque sia) non risulta affetto dalla “giocondolatria” che facilmente sfocia nelle manipolazioni del kitsch, la Gioconda è una fonte inesauribile di kitsch e la decontestualizzazione dell’opera, nel nostro caso solo un dettaglio non del tutto riconoscibile se non viene spiegato, amplifica notevolmente la natura perturbante di questo automa.

“America 1929” e la galleria degli outsider

Cavalcando l’onda del successo dei gangster movie contestatari à la Gangster Story, America 1929 – Sterminateli senza pietà segue le peripezie della vagabonda Bertha Thompson e dei suoi tre complici, un baro, un sindacalista “bolscevico” e un “negro” lungo le ferrovie del sud degli Stati Uniti tra razzismo, intolleranza e Grande Depressione. I protagonisti dunque non sono i classici gangster che agiscono nella disperata rincorsa dell’effimero sogno americano, bensì emarginati che inaugurano l’ampia galleria di outsiders scorsesiani. Per ragioni diverse, dovute a sesso, stile di vita, ideologia o razza questi antieroi sono mossi dal bisogno di essere accettati da una società che invece li respinge, additandoli come minacce per il proprio equilibrio ora minato ed incrinato dalla crisi del 1929.

“L’età dell’innocenza” e la nobiltà tribale

Una delle anime più strazianti del cinema di Scorsese è il dannato romanticismo che sorprende nella trappola dell’amore i protagonisti, talmente avvinti dai sentimenti da non accorgersi della propria incredibile ingenuità. A differenza, infatti, di New York New York o Toro scatenato, in L’età dell’innocenza il love affair è raccontato con i codici di Quei bravi ragazzi: un approccio che sottolinea la tossicità di una società tribale, fiera della sua falsa verginità al punto di pretendere che Newland annulli le proprie passioni – o almeno le consumi al calore di un focolare privato – pur di garantire la sopravvivenza della casta di cui l’uomo è rampollo designato al futuro trono.

Nascita e anatomia di “Toro scatenato”

Con la solita schiettezza e passione, Martin Scorsese ha sempre tributato a Robert De Niro un apporto creativo superiore alla semplice (e pur indimenticabile) interpretazione di Toro scatenato: “È stato Bob a voler fare quel film. Io no: non capivo niente di pugilato. Cioè, capivo soltanto che è una specie di partita a scacchi fisica. Ci vuole l’intelligenza di uno scacchista, ma la partita la giochi col corpo. Uno può essere completamente ignorante e rivelarsi un genio nell’arte del pugilato. Quando ero piccolo, guardavo al cinema gli incontri di pugilato e non riuscivo mai a distinguere i pugili. Ma avevo un’idea, per quanto minima, delle motivazioni di un pugile, e capivo perché Bob volesse a tutti i costi interpretare il ruolo di Jake La Motta. Proveniva dallo stesso ambiente di operai italoamericani; da ragazzi lui e il fratello erano due ladruncoli e questa era la storia di due fratelli”.

“Who’s Bad?”. Martin Scorsese e il videoclip

Si sa che per Michael Jackson è evidente il fenomeno del crossover, vale a dire il fatto che la sua musica si rivolga anche o soprattutto ai bianchi. Zombificazione compresa, nel video di John Landis la questione del “colore” della sua musica resta marginale e dunque ambigua, ma in quel caso si ha a che fare con un contesto middle class. In Bad, al contrario, Scorsese affronta la questione di petto e inserisce Michael Jackson in un contesto disagiato e dichiaratamente nero, in cui le dinamiche razziali e classiste pregiudicano l’autorealizzazione dell’individuo. Ed ecco che Darryl, vero e proprio pesce fuor d’acqua, tenta di autolegittimarsi sostenendo che si può essere bad senza rassegnarsi a ricalcare il solito pregiudizio razzista sull’inclinazione delinquenziale, ma dando forma alle proprie energie intellettuali e creative; ovvero si può essere black anche elaborando una proposta musicale che piace ai bianchi.

“No Direction Home” e lo Scorsese “dylaniato” dalla nostalgia

Se Bob Dylan è un universo in espansione, il documentario di Scorsese No Direction Home è una ricostruzione del Big Bang. Chi inizia a raccontarlo è il protagonista, il Dylan musicista più che il Dylan personaggio. Dal racconto personale sulla formazione musicale (a dieci anni suonava già la chitarra e il pianoforte comprati dal padre nella casa d’origine), all’ascolto dei miti della musica folk e blues (Muddy Waters, Gene Vincent, Odetta, Dave van Ronk) fino allo shock dell’incontro musicale con Woody Guthrie, l’alternanza tra immagini di repertorio e il racconto dello stesso Dylan, costruiscono un viaggio (musicale, nella storia del folk) nel viaggio (personale, nella storia di un uomo). Il cambiamento assume sembianze diverse: mentre Allen Ginsberg definisce Dylan come uno sciamano in pubblico, le sue canzoni – viene sottolineato da quasi tutti gli intervistati – scioccano l’ascoltatore per la novità della composizione e dell’interpretazione (il sound, la voce, le parole).

“Toro scatenato” secondo Martin Scorsese

La loquacità di Martin Scorsese è sempre stata inversamente proporzionale alla reticenza di autori come Stanley Kubrick. Non è sorprendente, poiché Scorsese è nato prima come cinefilo e storico del cinema che come cineasta. Non esiste inquadratura che il regista di New York non sappia perfettamente da dove nasce, quale influenza tradisce e quali intenzioni offre. Leggere – tratte da fonti differenti – le spiegazioni tecnico-stilistiche del suo approccio a Toro scatenato è dunque un puro piacere critico. Per esempio: “Ho scelto il bianco e nero perché l’unica scena a colori di un combattimento che mi abbia veramente colpito è il flashback in Un uomo tranquillo di John Ford, quando Wayne guarda a terra e capisce di aver ucciso il suo avversario: non dimenticherò mai lo splendente verde smeraldo dei suoi pantaloncini”.

“The Wolf of Wall Street” e l’atteggiamento punk

Quslcuno ha definito The Wolf of Wall Street un film punk, più che altro per la sfrontatezza dei contenuti. Tuttavia, se di punk si può parlare, non è certo per via del contenuto, casomai per come viene formalizzato. A livello musicale non è la presenza di una canzone punk in senso stretto a concorrere alla definizione, quanto il ricorso alle cover, che scomodano citazioni musicali o cinematografiche, polverizzando i modelli di riferimento con un allarmante furore iconoclasta. Più ancora che Sloop John B, l’esempio più lampante è Mrs. Robinson, per il suo richiamo al Laureato (citato anche a livello visivo): è un po’ come dare un poderoso calcio al sistema di valori della New Hollywood, sbandierando disillusione e cinismo. Va da sé che è il sottinteso slancio collettivo, tipico di quel cinema, a rappresentare un bersaglio, tanto è vero che per i personaggi di The Wolf of Wall Street, monadici e autoriferiti, ogni tentativo di condivisione finisce per risultare grottesco.

Speciale “Quei bravi ragazzi” – Parte II

Un film nato sotto una buona stella – al contrario del precedente e travagliatissimo L’ultima tentazione di Cristo, ricordato più per le polemiche suscitate che per i contenuti – la cui vera forza risiede in un cast in stato di grazia. Dalle future guest star de I Soprano – Lorraine Bracco e Micheal Imperioli – al Premio Oscar nella categoria Miglior attore non protagonista per Joe Pesci, al caratterista Paul Sorvino. Attraverso un gioco di specchi il figlio di Little Italy torna alle sue origini per illustrarci le dure leggi della vita di quartiere scandita dalle ricorrenze del calendario importato dalla vecchia Europa.

Speciale “Quei bravi ragazzi” – Parte I

Col figlio di Little Italy l’efferatezza si fa “gioco empatico” che cattura lo spettatore attraverso il montaggio compulsivo e il classicismo rock della colonna sonora. Non è solo quella delle revolverate in pieno viso e della minuziosa macellazione dei cadaveri, ma anche la spietatezza delle relazioni umane nell’imprevedibile calderone mafioso mezzo irlandese e mezzo italiano. Henry, un incontinente Ray Liotta, mastica la vita senza pensare a nulla, interessato solo ad accumulare denaro e ad appartenere ad una famiglia; che sia solo la sua o quella della cosca intera, poco importa. Meglio abbondare. Abbondanza come accumulo chirurgico di scene madri e come godimento estetico che trova l’ebbrezza dello stordimento anche nell’ordinario. Questa è la poderosa macchina-cinema di Scorsese.

“Enamorada” tra rivoluzione e melodramma

Fernández, che in prima persona aveva partecipato alla rivoluzione messicana (1917) ed era stato in prigionia, ambienta Enamorada in quello stesso frangente storico, producendo una pellicola che diverrà il simbolo dell’epoca d’oro del cinema messicano nel mondo. La trama melodrammatica di Enamorada è illustrata dalla fotografia di Gabriel Figueroa, che predilige immagini pittoresche di panorami con una profondità di fuoco riecheggiante quella dell’incompiuto Qué viva Mexico! di Ejzenstejn. Il film si apre con una carrellata dichiaratamente western che galoppa al ritmo della rivoluzione messicana: bombe e rivoluzionari a cavallo scorrono per introdurci nel contesto della storia. Un contesto che con il western ha in comune anche una certa visione romantica della frontiera (qui la città di Cholula) intesa come ideale di libertà e di speranza di riscatto per i più deboli e poveri.

Il tributo all’amore di “Enamorada”

Anche quest’anno al Cinema Ritrovato diamo spazio ai giovani critici in una sezione apposita. Sotto le stelle di Piazza Maggiore non assistiamo solo al cinema ma anche ad uno spettacolo di musica messicana che si conclude con Malaguena Salerosa, per la prima volta suonata nel film Enamorada e poi ripresa da Tarantino in Kill Bill Vol.2. Grazie alla sezione “Ritrovati e Restaurati” del Festival del Cinema Ritrovato, la curiosità degli spettatori viene stimolata e messa in gioco attraverso uno dei film cult del cinema messicano. Enamorada ritorna alla luce grazie al restauro della UCLA Film & Television Archive e al World Cinema Project, con il contributo di Martin Scorsese e Olivia Harrison, presenti alla serata. La figura di Emilio Fernandez, il regista, si erge come quella della statuetta degli Oscar (pare che egli abbia posato come modello per la sua progettazione): un militante della rivoluzione messicana che evase dal carcere e si rifugiò in America, dove scoprì il cinema.