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“Il terzo omicidio” e la verità irraggiungibile

Allineandosi al corpus dei suoi film più recenti, che inquadrano il nucleo familiare all’interno di un disagio sociale più ampio – soprattutto in Ritratto di famiglia con tempesta (2016) e Un affare di famiglia (2018), e non solo per il titolo – Il terzo omicidio sembra voler paragonare l’incombenza dei legami parentali a un fardello da cui non ci si può liberare, soprattutto nella misura in cui l’albero genealogico si fa portatore di una colpa. E, come spesso accade nei film di Kore’eda, la colpa è del padre – figura assente ma determinante nel causare isterie e disagi dei personaggi che ne subiscono le azioni passate.

“Le verità” di Hirokazu Kore’eda a Venezia 2019

Il gioco tra cinema e realtà trova nel suo corpo, nel volto che turba, incanta, ammalia da oltre mezzo secolo, la più suprema delle espressioni ma, al contempo, mette in luce la facilità del meccanismo scelto dall’autore. Alla prima prova internazionale dopo la consacrazione di Un affare di famiglia, Hirokazu Kore-eda sembra non voler rischiare molto, inserendosi nel solco di un cinema cinefilo tanto affascinante quanto furbo nel comporre le rime tra film e vita. Per l’umanista Kore’eda, la verità è sempre un’interpretazione dettata dall’intelligenza del cuore. E il suo cinema resta pieno di grazia ma, forse avvinto dalle personalità di Deneuve e Juliette Binoche nel ruolo della figlia, suggerisce senza enfasi quella purezza che potrebbe trovare nello sguardo incantato della nipotina, preferendo le schermaglie tra le due donne alla necessaria resa dei conti e gli andirivieni in una memoria alla quale si dà sempre troppa fiducia.