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“Panama Papers” e la guerriglia marxista di Soderbergh

Traffic, Erin Brockovich, Che, The Informant, Contagion e adesso Panama Papers. Se c’è un bolscevico a Hollywood, anticapitalista nel midollo, quello è Steven Soderbergh. Inafferrabile, sì, eclettico ed innovativo, ma sempre profondamente schierato contro il potere costituito che opprime i deboli per mantenersi e rigenerarsi. Se Contagion adottava i toni gravi e metaforici di un’epidemia sanitaria globale per la crisi economica del 2008 e per ritrarre lo sgomento di milioni di persone rimaste nottetempo senza casa o lavoro e la totale impreparazione di chi quello sgomento aveva generato, Panama Papers arriva otto anni dopo con i modi beffardi da cugino sarcastico dell’altro film, per completare con amarezza l’affresco.

“Panama Papers” di Steven Soderbergh a Venezia 2019

Da quando si è rimangiato l’annunciato ritiro dalle scene, il regista americano non è solo protagonista di una fase di estrema fertilità creativa (quattro film in più o meno tre anni) ma continua a ragionare sulla macchina-cinema con la statura di un intellettuale cinefilo capace di saltare con disinvoltura e libertà da un genere all’altro per ripensarlo e studiarlo. Qui sceglie lo spirito della “commedia didattica sulla finanza” nello stile di La grande scommessa, consapevole della necessità di dover dare una forma plastica a una storia fatta di numeri con troppi zero e società offshore, materia certo più facile da maneggiare in un reportage, come quello firmato dal Pulitzer Jake Bernstein che è all’origine della sceneggiatura scritta da Scott Z. Burns. Soderbergh riesce a dare un volto al male, servendosi delle brillanti interpretazioni di Gary Oldman e Antonio Banderas, sulfurei quanto irresistibili nei panni dei cattivi che nell’ombra speculano su tutto, comprese le disgrazie.