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La danza tra le macerie di “Jojo Rabbit”

Nell’annoso dibattito che riguarda limiti e pericolosità della cinematografia finzionale quando si interessa della ferocia nazista e della Shoah, Jojo Rabbit si pone senza dubbio nella schiera di film che si tengono distanti dalla ricostruzione verosimile della tragedia, lasciando a Spielberg e al compianto Claude Lanzmann lo scontro morale circa il “giusto” modo di testimoniare. Eppure, resta intenzionalmente lontano anche da La vita è bella e Train de vie: nelle visioni di Jojo, che si rifugia fanaticamente nel mito nazista, risiedono la fragilità delle ideologie, l’ipocrisia dei piani politici di ieri e l’incoerenza delle nostalgie odierne.

“Jojo Rabbit” e l’ironia dell’odio

Se è vero che Waititi non si espone troppo, rimanendo in territorio sicuro (il suo è pur sempre un film distribuito dalla Disney), Jojo Rabbit funziona proprio perché non aspira a moralismi forzati, ma a qualcosa di molto più significativo: renderci consapevoli che l’odio è un sentimento difficile da estirpare e che se non combattuto può portare a conseguenze terrificanti. E visti i tempi di avversità all’inclusione in cui viviamo, dove la violenza e l’intolleranza verso il diverso imperversano ovunque, Jojo Rabbit diventa un film necessario, perché affronta temi che sono e continueranno ad essere rilevanti; poco importa se il linguaggio utilizzato è quello che va a toccare le corde giuste per giungere al grande pubblico. Perché il suo fine è proprio questo.