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“Ariaferma” e l’estetica del labirinto

Dopo L’intrusa (2017) arriviamo al 2021 con Ariaferma, un film a più alto budget che vede come interpreti principali Toni Servillo e Silvio Orlando, nei ruoli rispettivamente dell’ispettore capo di un carcere in fase di smantellamento e del più influente dei malavitosi in esso rinchiusi. Il carcere dove il film si svolge si trova immerso tra le asperità sarde ed è stato svuotato della gran parte dei suoi detenuti e dei suoi operatori in vista della chiusura. Al suo interno sono rimasti dodici detenuti, opportunamente spostati nella zona di prima accoglienza dei nuovi arresti, e una manciata di guardie frustrate all’idea di non poter rientrare a casa come speravano. Non si sa per quanti giorni dovrà durare questa convivenza forzata, privata di ogni attività a parte l’ora d’aria, con le visite sospese e la cucina ferma.

Il significato della memoria: “I ponti di Sarajevo”

In un film collettivo i registi sono come calciatori, il loro compito è passarsi la palla a vicenda finché il tema principale del progetto non viene sviscerato e affrontato attraverso i tanti e diversi punti di vista. E se il gioco di squadra è buono allora l’armonia dei segmenti riuscirà a formare un unico grande mosaico, e la partita è vinta. Questo è ciò che accade ne I ponti di Sarajevo (in programma al cinema Lumière), dove tredici registi posizionano la capitale della Bosnia ed Erzegovina al centro delle loro tredici storie. In occasione del centenario dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, la pellicola si propone come un rincorrersi di pensieri che vanno dall’attentato del 1914 all’arciduca austriaco Francesco Ferdinando e consorte (miccia che fece scoppiare il conflitto mondiale), passando per la guerra in Bosnia ed Erzegovina svoltasi dal 1992 al 1995, fino ad arrivare ai giorni nostri.